mercoledì 27 ottobre 2010

Osservando quanto accade nel mondo sulla questione terre rare, terre che sappiamo sono indispensabili alla green economy, per la costruzione dei microprocessori digitali e tutto qunto concerne HI Tech, consci di questo ci viene spontaneo chiederci con il senno di poi, cosa abbiano di green o di verde vero (?) che si voglia dire, visto quanta energia si usa e ci vuole per la loro estrazione.. .

Il loro sfruttamento (terre rare), è basato sullo sfruttamento selvaggio delle risorse minerarie della nostra amata terra, inoltre abbiamo l'impressione che ciò che accade è di un interesse talmente elevato che ci sfugge anche di che portata siano gli interessi delle nuove (o vecchie) multinazionali dell'assoggettamento della moltitudine soggettiva delle natzioni universali...

Ecco come guardando nel torbido e ofuscato mondo dell'economia mineraria si scoprono futuri di guerra inimmaginabili fino ad oggi..

Sa Defenza pubblica una serie di articoli di giornali specializzati sull'argomento affinchè le soggettività della moltitudine abbiano uno strumento di osservazione tale da non farci cogliere impreparati agli eventi futuri...

sadefenza



L'India rafforza i legami con il Giappone e rilancia la sfida alla Cina nel grande gioco asiatico
di Marco Masciaga
ilsole24ore

NEW DELHI – Il primo ministro indiano Manmohan Singh ha incontrato lunedì il premier giapponese Naoto Kan con l'obiettivo di rafforzare i legami economici tra i due colossi asiatici in una fase in cui i rapporti diplomatici tra Tokyo e l'altro gigante regionale, la Cina, sono pessimi. Il vertice è in corso a Tokyo, la prima tappa di un viaggio che nei prossimi giorni porterà Singh anche in Malesia e Vietnam prima di vederlo tornare a Delhi in tempo per ospitare, ai primi di novembre, la prima visita indiana del presidente americano Barack Obama.

Dietro il tour de force diplomatico del 78enne leader indiano c'è il tentativo di rafforzare il ruolo indiano in Estremo Oriente in una fase in cui l'influenza cinese nella regione e le dispute commerciali, valutarie e territoriali che stanno accompagnando l'ascesa di Pechino sono più accese che mai. Gli obiettivi di breve-medio termine di Singh e Kan sono principalmente l'abbattimento di alcune delle barriere, tariffarie e non, che stanno frenando gli scambi tra New Delhi e Tokyo e lo sblocco di un accordo di cooperazione nucleare che consenta alle imprese giapponesi del settore atomico di costruire nuovi reattori in India. Almeno ufficialmente non sono in agenda discussioni sui temi valutari che hanno monopolizzato il dibattito politico internazionale nelle ultime settimane.

«Io credo fermamente – ha detto Singh davanti a una platea di imprenditori di entrambi i paese – che si possano e si debbano creare delle sinergie tra le nostre complementarietà per ridare nuovo slancio all'Asia e alla ripresa economica». Lo scorso settembre India e Giappone hanno siglato una prima bozza di accordo per rendere meno macchinosa l'esportazione di prodotti come componenti auto, da Tokyo verso Delhi, e farmaci generici, nella direzione opposta. Queste e altre barriere stanno mantenendo artificiosamente basso il livello degli scambi tra i due paesi, fermi a 11,55 miliardi di dollari all'anno, circa il 4% di quelli tra Tokyo e Pechino.

Cifre ancora modeste, ma destinate a crescere. Soprattutto se i due paesi sigleranno un accordo di cooperazione nucleare simile a quelli che New Delhi ha già finalizzato o si appresta a siglare con Stati Uniti, Francia e Russia. Su questo terreno gli ostacoli sono però di natura più politica che strettamente economica. Il Giappone, l'unico paese al mondo che sia stato vittima di un attacco nucleare, chiede che eventuali accordi bilaterali possano venir considerati nulli in caso di nuovi test atomici indiani. Una clausola che per il momento New Delhi non sembra disposta a sottoscrivere perché esporrebbe il governo a pesanti critiche su un terreno estremamente sdrucciolevole come quello della sicurezza nazionale.




L'altro fattore in gioco ha poco a che fare, almeno direttamente, con l'India. Se i rapporti tra Cina e Giappone continuassero a essere caratterizzati da dispute territoriali, come quella sulle isole Senkaku/Diaoyu, e ritorsioni commerciali, come quella sulle terre rare che la Cina ha cessato di esportare verso le industrie elettroniche e automobilistiche giapponesi, sarebbe probabilmente inevitabile un rafforzamento dei rapporti tra Tokyo e New Delhi.

Non solo perché un raffreddamento dei rapporti commerciali tra la prima e la seconda potenza economica asiatica finirebbe inevitabilmente per accrescere il ruolo giocato dalla terza. Ma anche perché New Delhi condivide da tempo le preoccupazioni giapponesi per la crescente assertività territoriale cinese, al punto da guardare con estremo sospetto le opere infrastrutturali di Pechino nelle regioni himalayane vicine ai propri confini e gli investimenti e i prestiti cinesi per la costruzione di nuovi porti in paesi affacciati sull'Oceano Indiano come Myanmar, Sri Lanka, Bangladesh e Pakistan.

Dopo Tokyo, il primo ministro indiano Singh volerà a Kuala Lumpur per incontrare la sua controparte malese e di lì ad Hanoi per partecipare all'ottavo India-Asean Summit e al quinto East Asia Summit dove è anche in programma un faccia a faccia con il premier cinese Wen Jiabao.

Quindi sarà il momento di tornare in patria dove tra il 5 e l'8 novembre è prevista la visita del presidente americano Barack Obama che cercherà di rafforzare gli scambi tra i due paesi, in particolare nel settore della difesa, facendo contemporaneamente pressione perché New Delhi rilassi alcune regole sugli investimenti diretti dall'estero che stanno frenando la presenza delle imprese americane sul mercato indiano. Dopo i rapporti straordinariamente buoni tra il governo Singh e l'amministrazione di George W. Bush, la prova che aspetta Obama, descritto talvolta in India come un nemico dell'industria dell'outsourcing, non si annuncia delle più semplici.

Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2010
Oggi sono le "terre rare" a mettere in allarme i produttori di hi-tech e a spingerli verso fornitori alternativi con cui soddisfare quella domanda che la Cina non accoglie più.
Le aree "sensibili" però sono numerose, anche se non sembra che si possa manifestare una sorta di cartello per qualche metallo strategico. A dire il vero, il Kazakhstan si compiace di definirsi «l'Arabia saudita dell'uranio», ma un'Opec nel settore è impensabile. I maggiori produttori, alle spalle di Astana, sono nell'ordine Canada, Australia, Namibia, Russia e Niger, con prospettive di espansione concentrate proprio in Canada e Australia.
È vero però che il mercato dello yellow cake, l'ossido di uranio necessario per le centrali nucleari, può dare brutte sorprese agli utilizzatori dal punto di vista del prezzo. All'inizio del millennio le quotazioni oscillavano intorno a 7 dollari per libbra e dopo il 2005 un'impennata le portò fino ai 136 dollari del 2007. Solo la crisi e i piani di sviluppo minerario (lunghi e costosi) hanno mantenuto i livelli attuali sotto i 50 dollari, cifra abbordabile per i 438 reattori nucleari che nel 2008 hanno assorbito 59mila tonnellate di uranio (44mila provenienti dalle miniere, il resto da stock e dal riciclo). L'equilibrio però potrebbe rivelarsi fragile quando la domanda salirà per effetto dei piani energetici in Cina e altrove.
Nelle stime della Rbc Capital Markets, un deficit d'offerta rischia di presentarsi fin dal 2012.
Un'altra incognita riguarda il palladio, oggi utilissimo nelle marmitte catalitiche. I vertici della russa Norilsk, primo produttore mondiale, all'inizio di ottobre hanno allarmato gli utilizzatori affermando che «gli stock accantonati nelle riserve russe (che per un ventennio hanno invaso il mercato, ndr) potrebbero esaurirsi nel 2011». Senza queste scorte, il cui ammontare è un segreto di stato, si svilupperebbe un deficit di palladio capace di gonfiare i prezzi ben oltre il massimo di 601 dollari per oncia registrato nei primi giorni di ottobre a Londra.
Va da sé che la carenza di palladio per le marmitte non sarà più un problema quando le auto saranno elettriche. Le preoccupazioni in quel caso si sposteranno sulle terre rare, di cui si discute oggi, e sul litio, il metallo più leggero, da maneggiare con molta cura, ma considerato il toccasana per batterie ricaricabili.
Chi produce oggi batterie a ioni litio trova il carbonato di litio dalla cilena Sqm, dall'australiana Talison, dalle americane Rockwood e Fmc. Ma se l'espansione dovrà accelerare il suo ritmo, la corsa ad approvvigionarsi si sposterà verso il boliviano Salar de Uyuni, che contiene la metà delle risorse del pianeta.
L'importanza della Cina si riaffaccia invece per il gallio, byproduct dell'alluminio, usato per diodi e led, rincarato del 60% da inizio anno, anche se ancora molto lontano dal picco di 1.700 dollari per chilogrammo visto nel 2001. Pechino è il primo fornitore anche di indio, sottoprodotto dello zinco, indispensabile per gli schermi piatti di tv e computer, oggi quotato intorno a 560 dollari al chilogrammo.
Dipende dal Congo invece la preoccupazione di chi usa tantalite (industrie aerospaziali, computer), perché Kinshasa ha bloccato fino al 4 novembre le esportazioni, facendo salire i prezzi quest'anno del 140 per cento.
Il più pressante allarme-costi viene però dal selenio, usato nelle fotocellule e per produrre manganese elettrolitico, raddoppiato in poco più di un anno, a 43 dollari alla libbra. Questo mese non si è fatto mancare nemmeno un record storico: è quello dell'antimonio, rincarato di 10 volte in 10 anni e del 70% solo nel 2010. A 10,40 dollari al chilogrammo i produttori di vernici ignifughe possono solo lamentare il graduale calo dell'offerta. Che naturalmente, anche in questo caso, vede la Cina in prima fila.


Cercasi Wto su terre rare

Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2010

Così come Usa e Giappone, l'Unione Europea sta prendendo in considerazione la possibilità di portare davanti alla Wto il caso delle quote cinesi all'export di "terre rare", i minerali utilizzati per le nuove applicazioni industriali. Ma il vigile del commercio internazionale sembra avere perso il fischietto. Le trattative del Doha Round tengono in stallo la Wto ormai da nove anni, riducendone il prestigio di organizzazione chiamata a prevenire le distorsioni degli scambi mondiali. Anche nel caso delle terre rare, il ruolo della Wto rischia di essere poco incisivo, se non altro perché ci vorrà molto tempo prima di avere un verdetto. E nel frattempo, la vicenda rischia di essere dirompente. La mossa di Pechino è forse preventiva: innervosita dai continui inviti a rivalutare lo yuan, la Cina monta la guardia alle terre rare per scoraggiare possibili ondate di protezionismo in America ed Europa. Ma è certo che l'Occidente non può tollerare che la Cina faccia delle commodity un problema non negoziabile. Se questa ipotesi dovesse trovare conferma, le terre rare, prima ancora delle valute, potrebbero essere il detonatore di una dura guerra commerciale.

Ma la Cina usa il ricatto delle «terre rare»
questo articolo è stato pubblicato il 20 ottobre 2010
Il «China Daily», citando fonti del ministero del Commercio, preannuncia per le "terre rare" una riduzione delle quote esportabili fino al 30% nel 2011. Anche se nessuna conferma ufficiale è venuta da Pechino, si tratta di un'ipotesi credibile e molto preoccupante.

La drastica riduzione dell'offerta dei 15 metalli noti come lantanidi o terre rare, cui per analogie chimico-fisiche si associano anche ittrio e scandio, mette in difficoltà gli utilizzatori, che ne sfruttano le caratteristiche magnetiche. Auto ibride, turbine eoliche, armamenti e high tech avevano nella Cina l'unico importante fornitore, tanto economico da mettere nell'angolo le poche miniere occcidentali che offrissero alternative.

Non è più così. Nel semestre in corso Pechino ha ridotto del 72% le esportazioni, limitandole a 8mila tonnellate e mettendo in crisi soprattutto i clienti giapponesi, i maggiori utilizzatori fuori dalla Cina. Da inizio anno sono volati verso l'alto i prezzi (tra il 22% e il 720%) e con essi le azioni dei due maggiori produttori occidentali, l'americana Molycorp, salita a New York del 154% in meno di tre mesi, e l'australiana Lynas, che a Sydney da fine luglio ha guadagnato il 125%.

Il caso ora minaccia di approdare alla World Trade Organization. La Cina sottolinea che le sue riserve di terre rare erano il 43% del totale mondiale nel '96 e con il successivo forte sfruttamento sono calate al 30% nel 2009. Ma la considerazione, notava ieri un editoriale del Wall Street Journal, è solo il grimaldello per ottenere il trasferimento di tecnologia verso Pechino.


Questo articolo è stato pubblicato il 22 ottobre 2010 alle ore 06:36.



La progressiva riduzione delle esportazioni cinesi di "terre rare", i metalli sempre più utilizzati per le loro caratteristiche fisiche e magnetiche, sta diventando un caso politico, economico e commerciale.
Ieri da Ginevra Sun Zhenyu, ambasciatore cinese alla World Trade Organization, in un'intervista alla Reuters ha gettato acqua sul fuoco, ma ha anche giustificato i limiti alle vendite e soprattutto ha lanciato agli Stati Uniti un messaggio molto chiaro.
Il nuovo piano quinquennale di Pechino, ha detto Sun, non inciderà sulle quote esportabili di terre rare. Però il rapido sfruttamento delle miniere cinesi, oltre a creare problemi di inquinamento, sta impoverendo una risorsa importante, trend che la Cina contrasta.
Infine, due frecciate: da un lato, Pechino sollecita gli altri paesi a sviluppare le risorse che hanno in casa e che hanno abbandonato per avvantaggiarsi dell'offerta cinese a basso costo, dall'altro lato, non ci sarà alcun embargo su questi metalli, ma «è auspicabile» che gli Stati Uniti allentino presto le restrizioni sui prodotti high tech che hanno applicazioni sia commerciali, sia militari e che potrebbero rilanciare l'export americano in Cina.
Il casus belli è il rapido taglio delle forniture di metalli noti come "terre rare" o lantanidi. Oggi la Cina ne produce poco più di 120mila tonnellate annue, il 97% del totale mondiale, e ne consuma il 51%.
Da diversi mesi Pechino ha ridotto l'offerta, una volta con la scusa dell'inquinamento (paradossalmente, questi metalli sono essenziali per la green economy, ma estrarli è complicato dal punto di vista dell'ecologia), un'altra volta con la scusa dell'eccessivo deperimento delle risorse interne.
Il primo a soffrirne le conseguenze è Tokyo, che consuma il 17% del totale mondiale e che ha messo in relazione il blocco delle forniture cinesi con la vertenza sulle acque territoriali, recentemente riacutizzata.
C'è però un timore strisciante, che da diversi mesi toglie il sonno ai vertici di case automobilistiche come Toyota e Honda. Senza lantanio e neodimio, i loro modelli di auto ibrida Prius e Insight sarebbero facilmente sorpassati da vetture cinesi. Il New York Times lo scriveva già lo scorso anno: nei piani di Pechino c'è da parecchio tempo la costruzione di almeno 500mila auto ibride o elettriche, una cifra che in futuro potrebbe essere moltiplicata per rendere respirabile l'aria delle metropoli (su cui tuttavia pesa sempre il fumo delle centrali elettriche a carbone).
La posizione di Pechino emerge con chiarezza anche dal sito del Quotidiano del Popolo, www.people.com.cn, che denuncia le richieste occidentali di lantanidi a basso prezzo come «irragionevoli e ipocrite». La Cina ha diritto di decidere quanto esportare delle proprie risorse, dice il giornale del Partito, sottintendendo che è giusto che le industrie locali possano contare su una posizione di forza nell'accesso a questi metalli. Anzi, la conseguenza più ovvia è che le società interessate finiscano per trasferire tecnologie a Pechino pur di ottenere gli approvvigionamenti necessari.
L'allarme riguarda molti settori industriali, ma è quantitativamente più rilevante per l'auto: le vetture ibride rappresentano una scommessa importante e attirano molti giocatori, quindi avere le terre rare è come conoscere in anticipo i numeri estratti in un colossale Bingo ipertecnologico.
Non è però un disastro annunciato e irreparabile. Sia perché il ministro del Commercio Wen Jiabao continua a ribadire che un rallentamento delle vendite non significa un blocco, sia perché la Commissione Ue ha appena affermato di non aver evidenza di un qualche tipo di embargo.
In ogni caso, anche in Occidente c'è chi trae vantaggio dalla situazione. Sono le piccole società minerarie che vantano licenze in siti conosciuti e, ai prezzi attuali, decisamente promettenti. I cacciatori di occasioni hanno già fatto la loro parte: la canadese Rare Element è più che triplicata in due mesi alla borsa di Vancouver, mentre sono raddoppiate di valore nello stesso periodo l'americana Molycorp, che riprenderà a sfruttare una grande miniera in California, e l'australiana Lynas, che ha già investito molto in Western Australia. La corsa non ha trascurato le canadesi Avalon, Great Western, Quest Rare, Neo Material, né le australiane Alkane, Greenland, Arafura.
Una bonanza che promette di portare alla luce tutti i depositi di monazite e bastnasite, le rocce che contengono le terre rare, i cui nomi stanno diventando più conosciuti: lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio, lutezio, scandio, ittrio ed europio. Quest'ultimo, utile nelle applicazioni laser, lo tocchiamo spesso nelle banconote in euro. Non è per merito del nome, ma per la fluorescenza, usata in microscopiche quantità nelle filigrane anticontraffazione.



Tensione tra Cina e Giappone, giallo sul blocco all'export delle terre rare

Questo articolo è stato pubblicato il 23 settembre 2010


La Cina avrebbe sospeso l'esportazione di "terre rare" in Giappone, secondo quanto riporta il New York Times, come segno dell'escalation della tensione tra i due stati, dopo l'arresto del capitano di una nave cinese da parte delle autorità giapponesi, al largo di un isola contesa tra i due Stati nel Mar della Cina. Le "terre rare" (i lantanoidi insieme a scandio e ittrio), sono utilizzate come componenti per i veicoli ibridi, il sistema di difesa e le turbine eoliche. La Cina produce,a livello mondiale, il 93% di questi minerali. Pechino e la Cina stanno attraversando la più grave crisi diplomatica dal 2006. Da parte cinese la notizia viene seccamente smentita.

La Cina ha però smentito la notizia riportata dal New York Times. «Non abbiamo mai messo alcun ostacolo alle esportazioni di "terre rare" verso il Giappone», ha detto Chen Rongkai, addetto stampa al ministero del Commercio cinese. «Devono essere solo voci» ha risposto invece un altro funzionario governativo presso le miniere di Baotou nella Mongolia Interna, uno dei maggiori centri di estrazione di terre rare. «Bloccare le esportazioni viola le regole del Wto (Organizzazione del commercio mondiale, ndr) e non penso che la Cina sia intenzionata a farlo»

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