sabato 27 novembre 2010


SERGIO RIZZO E GIAN ANTONIO STELLA
corriere


La crisi della pastorizia si sta saldando con la scommessa industriale persa. E nella terra del primo martire prendersela con Roma diventa moda intellettuale


L’impennata indipendentista della Sardegna

La crisi della pastorizia si sta saldando con la scommessa industriale persa. E nella terra del primo martire prendersela con Roma diventa moda intellettuale

«Guidare la Sardegna verso una piena e compiuta indipendenza». Chissà cosa direbbe Francesco Cossiga a leggere la mozione del consigliere regionale Paolo Maninchedda. Passava ore, l’ex presidente da poco scomparso, a parlare del suo orgoglio sardo: «Siamo una nazione incompiuta. Abbiamo tutto (lingua, leggi, costumi, cultura, identità territoriale) per essere una nazione. Non lo siamo perché abbiamo rinunziato all’autonomia per amore dell’Italia C’è chi ha detto che la Svizzera è una "nazione di volontà": ecco, si può dire che la Sardegna è italiana per volontà».

Una nazione. Divisa in paesi. E i paesi in clan: «In sardo non esiste manco la frase: «come fai di cognome». Uno dice: «come ti narri»? Io rispondo: Franziscu. Nome proprio. Poi: «di che ratza sese?». Di che razza sei? Gruppo famigliare e paese. Rispondo: deo so de sos Còssiga de Zaramonte. Sono un Cossiga di Chiaramonti ». E così, vezzosamente, voleva essere chiamato: Ceccio da Chiaramonti.

Ma mai avrebbe potuto sottoscrivere quella mozione di Maninchedda. Dove si dice proprio così. Che «del territorio della Sardegna decidono i sardi e non lo Stato italiano». E che la giunta deve impegnarsi «a guidare la Sardegna verso una piena e compiuta indipendenza, avviando con lo Stato italiano una procedura di disimpegno istituzionale che preveda un quadro articolato di indennizzi per la Nazione sarda, in ragione di tutte le omissioni, i danni e le sperequazioni che la Sardegna ha subito prima dal Regno d’Italia e poi dalla Repubblica italiana». Non autonomia: «indipendenza». Brutalmente: secessione.

Cos’è: una testa calda? Macché: un docente di buone letture. Che col Partito Sardo d’Azione appoggia la giunta di Ugo Cappellacci. Le altre otto o nove mozioni presentate per modificare lo statuto regionale, del resto, non sono meno combattive. C’è chi chiede, come la sinistra e l’Udc, di riscrivere il patto fra la Regione e lo Stato. Chi, come il Pdl, vuole una proposta di legge costituzionale da inviare alle Camere per «affermare il diritto del Popolo sardo al suo pieno autogoverno».

Per non dire di quella di un gruppo con in testa Renato Soru che riafferma «la sovranità del Popolo sardo sulla Sardegna, sulle sue isole minori, sul suo mare territoriale, sovranità frettolosamente abbandonata nelle mani della Monarchia sabauda in cambio della "fusione perfetta con gli Stati della terraferma"» e «denuncia la concessione della perfetta fusione deliberata dal Re di Sardegna Carlo Alberto» considerando «politicamente conclusa la vicenda storica conseguente alla rinuncia alle proprie sovranità istituzionali, avvenuta il 29 novembre 1847».

Parole durissime. Tanto più perché pronunciate alla vigilia dei 150 anni dell’Unità in una terra che ha dato all’Italia non solo il primo contenitore istituzionale, cioè il Regno di Sardegna, ma il primo martire (quell’Efisio Tola di cui parla Manlio Brigaglia a pagina 17) e una lunga serie di protagonisti della nostra storia. In particolare in quell’incredibile quadrilatero intorno alla parrocchia di San Giuseppe di Sassari che ha visto crescere nei dintorni—anche se non tutti, ovviamente, andavano in chiesa —, due capi dello Stato (Francesco Cossiga e prima di lui Antonio Segni), due segretari del Pci (Palmiro Togliatti che fece il liceo a duecento metri ed Enrico Berlinguer che abitava a due passi), un leader referendario che per qualche tempo sembrò avere in pugno l’Italia (Mario Segni) e una sfilza di ministri, da Giuseppe Pisanu a Sergio Berlinguer, da Luigi Berlinguer ad Arturo Parisi.

Certo, Palmiro Togliatti sorrideva della retorica del Risorgimento: «È per il piccolo borghese italiano come la fanfara per gli sfaccendati. Fascista o democratico, egli ha bisogno di sentirsela squillare agli orecchi, per credersi un eroe». Ma certo sarebbe rimasto sbalordito da un’impennata indipendentista come quella che, senza che a Roma se ne siano ancora accorti, è partita dalla Gallura a capo Teulada. Come sarebbe rimasto stupito Indro Montanelli, che nel 1963 percorse per il Corriere l’isola (dove aveva frequentato il liceo al seguito del padre preside a Nuoro) e scrisse che «nelle loro rivendicazioni i sardi si sono mostrati molto più prudenti, cauti e misurati» dei siciliani.

«Quello che sta accadendo», spiega Mario Segni, «è una follia totale. La conseguenza di una situazione di profonda crisi nell’economia e nella società. Il fatto preoccupante è che comincia a essere un argomento di moda, fra gli intellettuali come nel sindacato. La classe politica, inetta, trova comodo scaricare le proprie responsabilità su Roma. E non è solo una questione limitata a pochi matti sardisti, se consideriamo che perfino 14 consiglieri del Pd hanno firmato una mozione nella quale si rivendica il concetto di sovranità. Insomma, è una situazione pericolosissima».

Tanto più in un momento come questo. Con la giunta Cappellacci nel caos. Il governatore che un anno e mezzo fa, trainato dai comizi del Cavaliere, sconfisse Soru innescando una reazione a catena culminata con le dimissioni di Walter Veltroni, è sotto assedio. A sinistra, come a destra, gli imputano di essersi fatto coinvolgere nella vicenda del business eolico dal faccendiere Flavio Carboni. Né gli sono risparmiate critiche per i silenzi sulla gestione del G8 della Maddalena. Prodi aveva promesso a Soru, insieme a un pacchetto da 400 milioni per sistemare pendenze in ballo da decenni, il rifacimento della statale fra Olbia e Sassari. Si sa com’è finita. L’appuntamento è stato spostato a L’Aquila. La strada e tante altre cose non si sono più fatte e ai sardi è rimasta la rabbia per il fiume di denaro sprecato, gli scandali della «cricca» e tutto il resto.

La miccia indipendentista pareva a lenta combustione. Ma rischia di bruciare più rapidamente in una regione dove l’economia è a pezzi e la politica non riesce a dare risposte. O peggio si arrocca nella difesa di realtà indifendibili, come le province regionali passate da quattro a otto sotto la precedente giunta destrorsa (ma senza troppe lagne della sinistra...) e rimaste nonostante Soru le avesse bollate come «una pazzia» tentando di abolirne quattro con un referendum. Otto giunte, otto consigli, otto sedi, otto amministrazioni. Anche dove c’è una manciata di abitanti, come nella Provincia dell’Ogliastra che ha come capoluogo Lanusei: 5.665 anime. Un ventesimo scarso degli abitanti di Giugliano.

Pascolano i consiglieri provinciali, pascolano i consiglieri regionali (uno ogni 19.266 abitanti: in Lombardia uno ogni 113.858), pascolano meno bene le greggi dei pastori cantati da Tonino Ledda: «Terra brujada est custa/ e d’est bocchende/ semen in sinu e brios in sas venas... » Terra bruciata è questa, e sta uccidendo semi nel seno e brio nelle vene...

La pastorizia attraversa la crisi più grave del dopoguerra. Nei magazzini giacciono 60 mila quintali di pecorino. Era l’oro della Sardegna. Non lo è più. Il prezzo del latte ovino è precipitato. «Me lo pagano mediamente 60 centesimi al litro, trenta o quaranta in meno di quanto mi costa produrlo», si sfoga Agostino Maddau, che ha trecento pecore dalle parti di Stintino, «È impossibile tirar avanti. Impossibile».

La crisi economica pesa, ma non spiega tutto. Negli ultimi due anni le esportazioni sono crollate. Colpa soprattutto degli Stati Uniti. Ma non perché gli americani, travolti dal crac delle banche, abbiano tagliato i consumi di pecorino. Gli è che non lo acquistano più tutto dalla Sardegna, ma anche dalla Spagna, della Grecia, dalla Romania. Direte: che c’entra la Romania? La risposta la trovate, per fare un esempio, aprendo il sito www.lactitalia.ro della rumena Lactitalia. Dove si spiega che il caseificio di Izvin tratta circa centomila litri di latte al giorno e produce Ricotta salata pressata, Toscanella, Mascarpone, Mozzarella, ricotta Pecorino. Tutti squisiti formaggi italiani dal nome italiano e tradizione italiana. Fatti vicino a Timisoara. Con effetti, secondo la Coldiretti, devastanti se è vero che anche a causa della concorrenza dei formaggi «italiani» fatti all’estero avrebbero chiuso dal 2004 ad oggi in Sardegna un migliaio di allevamenti.

Il punto è che in Lactitalia non solo l’azionista di maggioranza è la sarda Roinvest che fa capo alla famiglia Pinna, ma tra i soci c’è lo Stato italiano: il 29,5% è infatti della Simest, una società al 76% del ministero dello Sviluppo economico costituita per sostenere l’espansione all’estero delle nostre imprese. «Con l’ombrello della internazionalizzazione», accusa il direttore della Coldiretti sarda, Michele Errico, «un’azienda pubblica, magari in buona fede, sta finanziando la concorrenza sleale». Andrea e Paolo Pinna respingono le accuse sdegnati: «Per un breve periodo dell’anno è presente in loco latte di pecora con cui viene prodotto un pecorino da grattugia dello stesso tipo di quello che da anni si produce in Francia, in Bulgaria, in Siria, negli stessi Usa e in tanti altri Paesi, venduto poi sul mercato internazionale delle commodity industriali a basso costo. È un formaggio assolutamente diverso dal Pecorino Romano Dop per gusto, per forma, per marchiatura sulla crosta».

Che c’entra il pecorino romano? Vi sembrerà impossibile, ma questo è uno dei tanti «furti» dei quali i sardi si lamentano: il 90% del pecorino romano è sardo. Uno spreco assurdo di marchio, di cultura casearia, di identità. Vissuto in modo più doloroso oggi, con i pastori che occupano aeroporti e piazze per gridare la loro disperazione. Le 12.750 aziende per un totale di 30 mila pastori sono al collasso: se saltano loro salta il 35% dell’agricoltura sarda. Che già soffre per altri motivi. Non escluse, insiste Mario Segni, le responsabilità politiche: «Da un anno Bruxelles ha versato alla Sardegna più di 100 milioni per il miglioramento fondiario. Denari che la Regione doveva distribuire agli agricoltori. Che non hanno visto ancora un euro».

«Macché cento milioni: molto di più!», accusa Felice Floris, che per i pastori rappresenta un po’ quel che è Bové per i contadini francesi. «Per il periodo dal 2008 al 2013, l’Ue ha varato un piano di sviluppo rurale da un miliardo e 180 milioni. Ma ancora non è arrivato niente. E abbiamo una paura: che il grosso di questi soldi finisca per alimentare il parassitismo. La macchina burocratica attaccata alla politica».

Nel 2009, dice la Banca d’Italia, i raccolti si son ridotti del 13,7%: quattro volte la media nazionale. Ancora Floris: «Annate di siccità paurose. Autunni bruttissimi. Concimi passati da 20 a 110 euro. E poi i ricatti del mercato. A noi sta bene il mercato, ma mettano delle regole!». Per i cereali è stato un annus horribilis: -46,1%. Baingio Maddau, il padre di Agostino, ci trascina a vedere un enorme mucchio di grano. Ne prende un pugno, se lo fa scorrere fra le dita: «Sa quanto mi danno? 12 euro al quintale! Dodici euro! Vergogna! Piuttosto lo dò alle galline! ».

Ce l’ha con i grossisti, ce l’ha con l’Europa, ce l’ha con Luca Zaia che «ha pensato alle quote latte dei suoi elettori e non a noi». Dice che ha 120 vacche da carne e «un tempo erano una ricchezza», ma oggi per vacche di 6 quintali «sono arrivati a offrirmi 600 euro: un euro al chilo!» Felice Floris conferma: «Zaia ha condonato un miliardo e 600 milioni di multe alle aziende dei suoi elettori, ma poi quei soldi li pagheremo noi perché Bruxelles distribuirà i tagli a tutti».

Certo, la Sardegna è cambiata. Non ci sono più contadini come Ciccio Azzara così ignari del mondo da vendere per 160 mila lire a ettaro (si comprò una Fiat 600 e «un po’ di terra buona ad Arzachena») la favolosa insenatura di Liscia di Vacca dove, raccontò Mino Monicelli, le mucche andavano «al pascolo a nuoto, le corna alte sull’onda, dalla spiaggia di Pevero agli scogli Limbani, verdi e gialli nel mare verde e viola».

Tanti problemi, però, sono rimasti intatti. L’isola, per usare le parole di Montanelli (e sono passati 47 anni!) non è ancora riuscita a «liberarsi dal monopolio strangolatore della Tirrenia ». E mentre perfino il turismo pare in risacca (nel 2009 il calo delle presenze in Gallura, che pesa per il 40%, è stato del 4%.) alla drammatica crisi della pastorizia si salda la crisi del sogno industriale.

I dati sono da brivido. Nel primo trimestre 2010 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 16,1%: il più alto fra tutte le regioni. «In due anni abbiamo perso 24mila posti nella sola industria. Ma se aggiungiamo i 100mila sardi che beneficiano di qualche ammortizzatore sociale, si arriva al 26 o 30%», stima il segretario della Cisl sarda Mario Medde. Centomila: un lavoratore su sei è in cassa integrazione o riceve un sussidio. Per non dire dei giovani: «Quelli senza lavoro sono il 44%. L’emigrazione intellettuale è devastante. Il 21,4% delle famiglie versa in condizioni di povertà ».

Nel 2009, stando sempre alla Banca d’Italia, le esportazioni sono precipitate del 43,9%, il doppio abbondante rispetto al resto del Paese. Un crollo che si aggiunge a quello del 2008 quando l’export della provincia di Sassari era smottato del 23%, scendendo a un decimo di quelle di Alessandria o Ravenna. Confronti da spavento: provincia di Sassari vuol dire Porto Torres. E Porto Torres era il nodo del grande sogno industriale che dopo aver vinto la scommessa di strappare la Sardegna alla malaria (sulla spalliera di un ponte sul Cedrino si leggeva: «Vincerà l’uomo o la zanzara?») pensava di strappare i sardi alla miseria e alla emigrazione.

Hanno fatto soldi in tanti, a Porto Torres. Su Porto Torres. Come Nino Rovelli, il brianzolo patron della Sir che chiuse la sua spericolata avventura lasciando un buco pari a 14 miliardi di euro attuali. Poi, uno alla volta, come avevano immaginato Indro Montanelli e Guido Piovene, hanno spento gli impianti. In crisi l’alluminio, in crisi il polo tessile, in crisi il polo chimico. Con l’Eni decisa a chiudere e andarsene a dispetto di quanto accanitamente sostengono gli operai e cioè che «un grande Paese non può rinunciare alla chimica e la chimica come spiega Legambiente possiamo farla solo noi, che abbiamo imparato a nostre spese come occorrano grande professionalità e grande attenzione alla natura».

E non è un caso che questa doppia crisi della Sardegna pastorale e della Sardegna industriale trovi il suo punto simbolico all’Asinara. L’aspra, stupenda, struggente isola in faccia a Stintino che ha ospitato secoli di uomini ammaccati dalla fatica e dal dolore. Prima i pastori chiusi in una «isolitudine» disperata. Poi i reduci deportati qui in quarantena dopo viaggi di emigranti verso la Meriche interrotti da spaventose epidemie di colera. Poi i galeotti trascinati nei penitenziari. E infine Piero Marogiu e gli altri operai lasciati a spasso dalla Vinyls che da 212 giorni si sono «auto-carcerati» in un edificio dell’isola-galera inventandosi «l’isola dei cassintegrati». Grande idea mediatica. Che ha consentito loro di trascinare lì un sacco di gente. E ottenere ieri un incontro con Berlusconi. Ce la faranno i nostri eroi a vincere? Mah... In uno stanzone hanno steso uno striscione: «Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso ». Ogni giorno, sul loro blog, tengono un diario. Quando cala la sera la solitudine li prende alla gola. Da dietro le sbarre, con il pensiero alle famiglie in terraferma, il mondo pare quello cantato da Lucio Dalla: «Dalla finestra lui vedeva solo il mare/ed una casa bianca in mezzo a blu...».

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