venerdì 26 novembre 2010

Sa Cantadora


Manca oramai una manciata di ore alla PRIMA GRANDE MARCIA INDIPENDENTISTA.
Siamo partiti in un certo numero, via via che intorno all’idea di Filippo si aggregavano intelligenze.
In quanti stiamo arrivando e conciati come?
La strada dell’eroismo è dura. E anche se gli eroi potenziali all’inizio son tutti giovani e belli (non è obbligatorio, ma fa curriculum), per strada si perdono pezzi, cambiano le cose e... cribbio, come fan presto amore, ad appassir le rose!
Alla conta finale, quagliando, rimangono gli Eroi.
Eroi molto tra virgolette. Però maiuscoli. Mi piace ugualmente chiamarli così, esercitando quel diritto di licenza poetica che trasforma ogni limite in una risorsa.
Ed ogni porzione di coraggio, appunto, in eroismo.
Perché abbiamo bisogno di porzioni, di frammenti, di tappe.
Sopratutto di quelli, abbiamo bisogno. Altrimenti, ogni specie di aspirazione faustiana alla ricerca del Fiore Azzurro, ci terrà lontani dal raggiungimento di qualcosa di solido da addentare.
Sto parlando del pericolo insito nello statuto segnico di ogni ideologia.
Ci tiene certo lontani anche dal rischio di metterci in gioco, ma ci lascia perennemente a bocca asciutta, perché avere il segno di qualcosa è al contempo la tragica ammissione dell’assenza di quella cosa stessa dal reale.
Mai - per chi avesse la stoffa dell’Eroe Tra Virgolette - scegliere una meta straordinariamente elevata che costringa alla stupefazione e all’attesa. Talmente lontana, che ti consente di limarti con calma le unghie e di fare una montagna di parole crociate prima di pensare ad impostare – sempre con moooolta calma - il navigatore satellitare.
Il nostro Eroe non ci tiene ad assomigliare all’eterno viaggiatore descritto da Adler, che per prudenza preferisce non arrivare mai.

No: gli Eroi Tra Virgolette hanno bisogno di piccole mete, di tappe intermedie. Di feste e di marce.
Anche perché l’una cosa non esclude l’altra. Anzi.
Quei sorridenti guerrieri della quotidianità, che agiscono come se già fossero liberi.
Quelli che quando cominciano una cosa, la finiscono, che quando credono in un’idea, lottano per realizzarla qui ed ora, senza aspettare che lo facciano altri; che si spendono in proprio e si assumono responsabilità. Anche quando il contesto non è esattamente... incoraggiante.
Quelli che si sforzano di incidere nella dura realtà un segno, perché in quel solco tanto a fatica inciso, la loro speranza si trasformi in seme orgoglioso della meravigliosa pianta del possibile, che là getti radici implacabili.

Noi, manipolo di eroi...
E’ stata dura. Ma siamo sopravissuti ai nostri Scilla e Cariddi, alle sirene e a Polifemo.
E’ stata dura. Qualcuno di noi non lo ammetterà mai, ma il poeta può dirlo e raccontarlo.
Può raccontare, e lo farà, una terribile fiaba dove nulla è ciò che appare e dove la terra è in catene e ci resta se non si capisce una buona volta, che in gioco si deve mettere ciascuno di noi, senza più delegare.
Il poeta lo farà, perché non conosce ragioni di opportunità linguistica, nè di linguistico pudore. Ed ha un’idea particolare di giustizia, che gli è data in cambio della croce cosmica che si assume.
Forse è per questo che viene fucilato per primo dal tiranno, come monito, o impiccato dai rivoluzionari vittoriosi, subito dopo, per precauzione.

E’ stata dura, ma noi, manipolo di eroi, abbiamo già vinto.

Comunque vada, nulla sarà più come prima.
Anzitutto abbiamo vinto una sfida grande con noi stessi, agendo come se fossimo già liberi, perché sentivamo d’aver diritto di sognare d’essere senza padroni, di decidere per noi stessi (prove tecniche di autodeterminazione, insomma), e di essere disposti per questo a metterci in gioco.
Di non aver delegato, nè di aver ricevuto delega alcuna e di agire in nome e per conto di noi stessi, insieme agli altri del manipolo orizzontale di Eroi Tra Virgolette.
Augurandoci che questo servisse a che la nostra gente tutta potesse un giorno assaporare ciò che noi gustavamo.

Ci saranno al nostro fianco solo tre persone a fare festa? Ce ne saranno tremila?
Chi lo sa... le previsioni lasciamole a chi si augura un flop, e buon pro gli facciano.
Per noi sarà comunque la Festa Grande della seminagione, come si faceva un tempo nelle nostre comunità, quando massajus e massajas condividevano aspettative e speranze, per il futuro e l’aratro non faceva guerra al seme, ma gli preparava con amore il solco.

Buona Marcia a tutti!

Sa Cantadora
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