domenica 5 dicembre 2010

Carlo Lania
ilmanifesto




Qualcuno già la chiama l'isola ciambella, ma il paragone non ha proprio niente di dolce. Ciambella perché la crisi economica sta svuotando da tempo il centro della Sardegna spingendo i suoi abitanti prima verso le coste e poi, se proprio va male, a emigrare oltre il mare, in «continente» o all'estero. Da qui l'idea di una regione che, proprio come il celebre dolce, ha la polpa - il lavoro, la gente, la possibilità di un futuro - tutto intorno e il vuoto al centro. Una situazione resa sempre più pesante dalla crisi che da anni investe le industrie dell'isola e alla quale oggi si è aggiunta anche quella dell'agricoltura con i pastori sardi, soffocati dal prezzo troppo basso a cui sono costretti a vendere il latte, che per la prima volta si organizzano e scendono per le strade scontrandosi con la polizia. Senza parlare del turismo, ricchezza stagionale che però non incide sul Pil sardo per più del 7%. «La rivolta dei pastori è solo l'ultimo segnale, il classico campanello d'allarme. Se continua così il futuro rischia di essere molto ma molto pesante per la sopravvivenza stessa della Sardegna», dice visibilmente preoccupato Ignazio Ganga, segretario della Cisl di Nuoro, una delle province maggiormente colpite dalla crisi. Gli operai dell'Alcoa e quelli della Vynils di Porto Torres, divenuti ormai famosi per per aver trasformato l'Asinara nell'isola dei cassintegrati, sono infatti solo la classica punta di un iceberg sotto il quale disoccupazione, abbandono scolastico ed emigrazione sono all'ordine del giorno. Una situazione che preoccupa fortemente anche gli industriali ma di fronte alla quale la Regione Sardegna guidata da Ugo Cappellacci sembra incapace di reagire.

Ex fabbriche oggi centri commerciali
A girarla d'estate, con le spiagge affollate e i traghetti che sfornano ogni giorno decine di migliaia di turisti, la Sardegna sembra tutto tranne che una regione sull'orlo del collasso. Basta però lasciarsi alle spalle i villaggi turistici e addentrarsi un po' nell'entroterra oppure nelle aree storicamente a tradizione industriale come il Sulcis, perché il paesaggio cambi brutalmente. Al posto degli stabilimenti balneari ci sono altri stabilimenti, ex capannoni industriali ormai da tempo abbandonati alle erbacce in mezzo a strade scarsamente illuminate e piene di buche, oppure trasformati in centri commerciali. Sono il quadro di una disfatta rappresentata dalla fuga delle imprese straniere che pure in passato avevano scelto di investire sull'isola. Non a caso, quando devono dare i numeri dell'attuale crisi, i sindacati non esitano a parlare di un vero bollettino di guerra. «A livello regionale oggi contiamo 214.000 disoccupati, oltre a 90 mila precari, il che fa segnare un tasso di disoccupazione regionale sempre in salita e che oggi si attesta al 16,1% - prosegue Ganga -. Si tratta di cifre terribili, che evidenziano come in Sardegna una famiglia su cinque, pari al 18%, ha avuto almeno un componente che ha perso il posto di lavoro».

Eppure non è stato sempre così. In passato l'isola ha rappresentato un punto di interesse notevole per chi, anche dall'estero, era interessato a fare investimenti. A favore dei sardi giocavano alcuni fattori determinati come, ad esempio, l'assenza sull'isola di una malavita organizzata tipica di altre regioni del sud. «Ma anche grandi spazi a disposizione per la costruzione degli impianti, una collocazione strategica nel Mediterraneo e per di più con la possibilità di poter contare a Cagliari di un porto merci secondo solo a quello di Gioia Tauro. Per non parlare di una manodopera molto spesso altamente specializzata e di una superstrada, la Carlo Felice, non sottoposta ad alcun pedaggio», spiega Ganga. Tutti elementi che facevano pendere la bilancia a favore di futuri investimenti ma che col tempo nulla hanno potuto contro due fattori decisamente negativi come il costo dei trasporti gomma-nave e i costi dell'energia. Due croci per le imprese, che hanno cominciato a disinvestire. Un processo che sembra inarrestabile. Qualche esempio? La Unilever è una multinazionale agroalimentare olandese specializzata nella produzione di gelati (compresi marchi famosi come Algida). Un anno e mezzo fa ha chiuso lo stabilimento di Cagliari e trasferito la produzione prima nel napoletano e in seguito, pare, in Turchia. L'impianto, moderno ed efficiente, è stato smontato e portato via dall'isola. Dove invece sono rimasti e finiti in mobilità 120 operai più altri 250 con contratto a tempo determinato. La stessa cosa l'hanno fatta i danesi del gruppo Rokwool che a Iglesias producevano isolanti termici (lana di vetro). Anche in questo caso si trattava di un impianto all'avanguardia che negli anni non ha mai avuto né dato problemi. Nonostante questo nell'estate di un anno fa il gruppo decide di interrompere la produzione, smantellare l'impianto e trasferirlo in Serbia. Risultato: 120 operai diretti più altri 80 dell'indotto finiscono in mobilità. Ancora: l'Euroallumina, del gruppo russo Rusal, il secondo al livello mondiale per la raffinazione dell'alluminio. Stavano a Portoscuso, nel Sulcis, quando nel marzo del 2009 decidono di chiudere. Il motivo: i costi troppo alti. Lo stabilimento chiude ufficialmente il 19 marzo del 2009 mettendo in cassa integrazione in deroga i suoi 400 operai più altri 300 metalmeccanici impiegati nell'indotto. E si potrebbe continuare.

Se però si vuole capire cosa rappresentano davvero le dismissioni industriali per la Sardegna bisogna andare nella piana di Ottana, nel nuorese. Le due torri di quello che una volta era il petrolchimico dell'Enichem svettano nel cielo come un monumento alla crisi. Se non fosse per il nucleo di industrie che eroicamente resiste proprio nell'ex area del petrolchimico le due ciminiere sarebbero come una gigantesca porta sul vuoto. Negli anni '80, periodo di massimo sviluppo dell'area, al petrolchimico lavoravano 2.756 operai, più un altro migliaio impiegato nell'indotto tra lavori di manutenzione e appalti (oggi in tutto sono appena 352), tutti residenti nei paesi che si affacciano nella pianura. Il primo colpo serio all'occupazione lo assesta la crisi petrolifera, poi è tutta una discesa fino ai primi anni '90 quando l'Enichem comincia le prime dismissioni e vende pezzi dello stabilimento a privati. Nel tentativo di mettere un argine alla crisi nel 1998, con il governo Prodi, si dà avvio ai contratti d'area che grazie soprattutto a un finanziamento pubblico di 300 miliardi di vecchie lire porta nella zona 29 nuove imprese. «Un'esperienza durata pochi anni e che oggi ha strascichi giudiziari, con molte aziende sotto inchiesta», racconta Salvatore Ghisu, presidente del consorzio industriale di Ottana e sindaco di Borore, uno dei paesi della piana. Delle 29 imprese arrivate attratte dai finanziamenti, solo due o tre sono ancora attive, e non a caso si tratta di ditte locali. Per il resto i finanziamenti hanno fatto gola soprattutto ad alcuni gruppi del nord Italia che, chi in perfetta buona fede e chi no, hanno deciso di approfittare della situazione. «Chi è venuto n Sardegna lo ha fatto soprattuto per tre motivi», spiega Ignazio Ganga. «C'è chi è venuto, ha costruito l'impianto e poi ha smontato tutto e portato i macchinari al Nord. Oppure c'è chi ha tentato il passaggio da artigiano a piccola impresa industriale. Infine c'è chi ha tentato un vero investimento che, salvo rare eccezioni, si è rivelato un fallimento. Il risultato è che la maggior parte di queste aziende non ha retto la sfida industriale».

Oggi, a pochi anni di distanza dalla fine di quell'esperienza, la piana di Ottana è dominata da una sfilza di capannoni abbandonati al loro destino, al punto da rappresentare un vero cimitero industriale.
Non tutto però è negativo. A resistere come un fortino assediato in mezzo ai 1.700 ettari dell'area industriale di Ottana c'è infatti un piccolo nucleo di aziende decise a combattere la crisi.

Un ex bocconiano a Ottana
Una parte del petrolchimico è stato infatti venduta dall'Enichem a Paolo Clivati, un giovane imprenditore lombardo che oggi, in società con la thailandese Indorama ha dato vita alla Ottana Polimeri, azienda addetta alla lavorazione del Pet. Qui si producono le bottiglie di plastica usate, per fare un esempio, dalla Coca Cola, ma anche i vasetti per gli yogurt della Danone. Da poco Clivati, un ex bocconiano trasferitosi in Sardegna, ha ricominciato ad assumere, anche se, spiegano i sindacati, in realtà si limita a riassumere i figli degli operai che vanno in pensione. Sempre Clivati è proprietario dell'ex centrale elettrica dell'Enichem e in società con la municipalizzata energetica di Bolzano e Merano lo scorso 16 marzo ha firmato un accordo con la regione Sardegna per la realizzazione a Ottana del polo delle energie rinnovabili, che prevede tra l'altro anche la realizzazione di due parchi a energia solare, uno fotovoltaico classico e uno con la tecnologia solare termodinamica, la stessa sperimentata proprio in Sardegna dal premio Nobel Carlo Rubbia che poi l'ha però realizzata in Spagna. Infine ci sono gli americani di Lorica, una multinazionale specializzata nella lavorazione di pelli sintetiche. Sono loro, sempre per fare un esempio, a produrre il tessuto per la tuta di Valentino Rossi, mentre recentemente hanno incassato una commissione per la produzione di 11 sellerie destinate alla Ferrari. Imprese di prestigio, che da sole non bastano però a cambiare la situazione. «Se non ci fossero loro il tentativo di risalire la china sarebbe disperato», ammette Ghisu che come consorzio industriale sta lavorando con la confindustria nuorese a un progetto (non a caso chiamato «Fenice») che prevede incentivi alle imprese che decideranno di tornare a investire nella piana di Ottana. «Un progetto serio - ci tiene a precisare Ghisu - destinato agli imprenditori intenzionati a entrare nei vecchi stabilimenti creati e abbandonati negli anni scorsi». Anche in questo caso sono previsti dei finanziamenti ma minimi, proprio per evitare il ripetersi di quanto accaduto con i contratti d'area. «Si valorizzeranno alcuni aspetti - assicura Ghisu - per rendere l'area di Ottana più competitiva attraverso una politica di agevolazioni che abbatta i costi di energia e trasporti».
E nel frattempo? Nel frattempo si tira la cinghia sperando che la crisi attenui i suoi colpi. Perché gli effetti sociali provocati fino a oggi sono devastanti. Su una popolazione di 1.600.000 abitanti, circa 400.000 vivono sotto la soglia di povertà, che equivalgono a circa 100.000 famiglie (dato Istat 2009). Per quanto riguarda il ricorso alla cassa integrazione, solo nel nuorese tra il 2007 e il 2008 c'è stato un aumento del 38% delle richieste che sono così passate da 960.000 ore a 2.600.000. La stessa cosa è avvenuta tra il 2009 e il 2010. Questa volta l'aumento è stato del 32% e le ore di Cig sono passate da 2.600.000 a 3.432.000, il 40% dell'intero plafond di ammortizzatori sociali destinati alla Sardegna. Ma l'aspetto più drammatico è rappresentato forse dai dati sull'emigrazione. A fuggire dalla Sardegna non sono infatti solo le imprese straniere, ma gli stessi sardi, specie i più giovani. 15.000 persone in meno fra il 2001 e il 2008, pari al 9% dell'intera popolazione secondo l'Istat, che attribuisce la scelta di andare via a un mix di fattori come la paralisi di ogni attività economica, il tasso di natalità ridotto quasi a zero, l'assenza di lavoro, la chiusura e il ridimensionamento dei presidi pubblici, l'esodo verso altre zone dell'isola. «In pratica è come se in questi ultimi anni fossero scomparsi tre piccoli comuni», commenta amaro Ganga. Nella provincia di Nuoro gli abitanti in meno sono 5.148, di cui 3.150 sono emigrati negli ultimi quattro anni.
Interi paesi, che spesso non hanno più di 1.000-2.000 abitanti. hanno visto andare via i propri giovani senza possibilità di fermarli: in otto anni Macomer ha perso 363 abitanti, Orune 352, Bolotana 337, Bitti 332, Desulo 331. E nelle altre province, sempre secondo i dati Istat, non va meglio, con il Sassarese che ha perso 3.406 residenti, la provincia di Oristano 3.083, quella di Cagliari 1.093, l'Ogliastra 997, il Medio Campidano 749, Olbia/Tempio 345, il Sulcis -Iglesiante 215.
«Siamo un sistema ingessato dal collasso del sistema produttivo», dice sconsolato Giovanni Matta, segretario regionale della Cisl. «Nell'industria e non solo. L'agricoltura è indebitata per il 50% della sua capacità produttiva, il turismo nonostante i proclami non va oltre il 7% del Pil regionale e il grosso dell'occupazione è determinato dai servizi, pubblica amministrazione in testa».

«La Regione? Incapace a reagire»
Di fronte a tutto questo la Regione Sardegna sta a guardare, apparentemente incapace di reagire alla crisi. Eppure non sarebbero certo i soldi per gli investimenti che mancherebbero. Il 3 agosto del 2009 è stato firmato il piano attuativo regionale che avrebbe permesso di utilizzare 2,350 miliardi di euro da investire in infrastrutture. Tremonti però non ha mai messo i soldi e adesso il ministro Fitto chiede che il piano venga rimodulato. Allo stesso modo restano fermi 2,3 miliardi di euro di fondi europei e 1,2 miliardi di euro del Piano per lo sviluppo rurale (Prs). Soldi che potrebbero essere utilizzati per rilanciare l'economia dell'isola e che invece rischiano di andare persi. Il futuro è affidato alla costruzione del gasdotto che dovrebbe portare il gas dall'Algeria alla Toscana attraversando tutta la Sardegna. Un progetto importante, che potrebbe ridurre notevolmente i costi energetici ridando ossigeno e nuove speranze di sviluppo all'industria nazionale e straniera. Peccato che i tempi di realizzazione, previsti inizialmente per il 2012, siano già slittati al 2015. «La regione è in liquidazione», denuncia Matta. «Siamo in mano a una classe dirigente che non riesce a esprimere un obiettivo verso cui guardare. Negli anni 50 e 60 l'obiettivo era trasformare una società agricola in industrializzata, e in parte è stato centrato. Oggi invece si fa difficoltà a concordare una visione unitaria per la Sardegna che ha bisogno impellente di integrarsi con il modello nazionale. Il pegno, altrimenti, è di essere condannati alla marginalità».

MILA disoccupati, ai quali vanno aggiunti altri 90 mila precari. Su una popolazione di 1.600.000 persone. E un tasso di disoccupazione che tocca il 16%

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