mercoledì 22 dicembre 2010




LA MOSSA DEL PREMIER

Approvata la legge bavaglio, i media nella rete di Orbán
Massimo Congiu

BUDAPEST
Il parlamento ungherese ha approvato la «legge bavaglio» sui media che consente all'esecutivo di esercitare un ampio controllo su tutti gli organi di stampa. La norma, approvata l'altro ieri sera, comprende 175 articoli e mira a irreggimentare la condotta di giornali, radio, tv e organi di informazione in rete a beneficio di quello che gli ideatori della riforma chiamano «interesse pubblico».

Secondo il primo ministro Orbán è arrivato il momento di riportare l'ordine nel mondo mediatico da tempo vittima di una situazione caotica incoraggiata dalle sinistre. Gli strumenti per rendere operativi i nuovi provvedimenti sono l'Autorità nazionale delle telecomunicazioni - che ha per garante Annamaria Szalai, personaggio di fiducia del premier, investito di un mandato di nove anni e dotato della facoltà di emanare decreti - e l'ente unico che accorpa la televisione, la radio pubblica e l'agenzia di stampa Mti con direttori che verranno nominati dal garante.

È prevista la soppressione delle redazioni di news delle tv e delle emittenti radiofoniche a vantaggio di un unico centro che troverà posto presso l'agenzia Mti e che provvederà a rendere conformi le notizie da trasmettere agli organi di stampa pubblici. L'Autorità potrà imporre ammende pesanti ai media che si comporteranno in modo tale da recar danno all'«interesse pubblico» precedentemente menzionato, il che, tradotto in altri termini, significa che verranno sanzionati gli organi di informazione che non si uniformeranno al nuovo clima e all'orientamento imposto dal governo.

Il giornalismo investigativo dovrà rivelare le fonti di cui si avvale per le sue ricerche, i telegiornali saranno tenuti a trasmettere notizie di cronaca nera secondo una percentuale massima del 20% rispetto al contenuto complessivo di ciascun notiziario, il 40% della musica diffusa da tv e radio dovrà essere ungherese. Le ammende previste per i media inadempienti sono salate e potrebbero facilmente decretare la fine di quelli provvisti di mezzi economici poco consistenti.


Negli ambienti liberali e di sinistra si parla di attentato alla libertà d'espressione. Per questo motivo lunedì alcune centinaia di persone si sono riunite a Szabadság tér (Piazza della Libertà), sede della tv di stato (Mtv), per protestare. Giornali e organi di stampa lontani dall'orientamento governativo denunciano il carattere antidemocratico dei nuovi provvedimenti, il Népszabadság, principale quotidiano del paese, testata tradizionalmente legata ai socialisti, ha annunciato un ricorso alla Corte costituzionale, ma le possibilità di successo sono scarse, dal momento che i poteri della medesima sono stati limitati dalla maggioranza.

La situazione creatasi ostacola notevolmente o addirittura inibisce l'iniziativa di chi volesse impegnarsi per la tutela di un diritto fondamentale come quello di diffondere e ricevere un'informazione critica e priva di bavagli. Il governo di Orbán non è nuovo a orientamenti di questo genere; basti pensare che al tempo del primo esecutivo guidato dal Fidesz (1998-2002) venne redatta una lista nera di corrispondenti esteri colpevoli di aver diffuso un'immagine negativa dell'Ungheria.

Tutto ciò la dice lunga sulle propensioni democratiche del premier e dei suoi collaboratori ma per i sostenitori degli attuali governanti era tempo che si rimettesse ordine nell'ambiente dei media. La pensano in modo diametralmente opposto scrittori e intellettuali che stasera prenderanno parte all'incontro intitolato: Amíg lehet (Fino a che si può); l'iniziativa è della casa editrice Magveto che propone una riflessione comune su quanto avvenuto e sul futuro della libertà di stampa e di espressione. In visita a Vienna e Londra Orbán ha detto che la nuova legge è conforme alle norme europee ma l'Ipi (International press institute) e l'Osce esprimono preoccupazione per le norme adottate in Ungheria.



Imre Kertész è la coscienza scomoda di una nazione che non ha mai elaborato il suo antisemitismo e gli orrori del regime nazifascista delle «Croci frecciate», delle quali è oggi erede la formazione d'estrema destra Jobbik Intervista al Nobel per la letteratura sui magiari «senza certezze» e sull'Europa, alla vigilia della presidenza ungherese dell'Ue


1997 Imre Kertész

Mariarosaria Sciglitano
ilmanifesto

BUDAPEST
Nato nel 1929 a Budapest, Imre Kertész è stato deportato ad Auschwitz nel '44. A inizio anni Cinquanta ha intrapreso l'attività di scrittore e nel 2002 ha ricevuto il premio Nobel. È la coscienza scomoda di un paese che secondo diversi studiosi non ha elaborato in modo critico la complessa questione del rapporto con la comunità ebraica e gli orrori che quest'ultima ha vissuto in Ungheria negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale sotto il regime delle Croci frecciate. Per Kertész l'Olocausto è un verbo coniugato sempre al presente che continua a inviarci messaggi. Vive a Berlino, che apprezza per l'apertura e la vivacità culturale, e conserva un rapporto conflittuale con il paese in cui è nato e che continua a osservare criticamente. Dell'autore sono usciti in italiano Essere senza destino (Feltrinelli, 1999), Fiasco (Feltrinelli, 2003), Il vessillo britannico (Bompiani, 2004), Liquidazione (Feltrinelli, 2005), Kaddish per il bambino non nato (Feltrinelli, 2006), Il secolo infelice (Bompiani, 2009), Verbale di polizia (Casagrande, 2007), Storia poliziesca (Feltrinelli, 2007), Diario dalla galera (Bompiani, 2009), Dossier K. (Feltrinelli, 2009). «Giunti alla soglia del XXI secolo, siamo rimasti abbandonati a noi stessi, in senso etico. Il progresso dell'uomo, nel senso più alto, si cela oltre la sua esistenza storica, ma non evitando le esperienze storiche, al contrario, sfruttandole, impossessandosene e identificandosi tragicamente con esse. Solo la conoscenza può elevare l'uomo al di sopra della storia, in un'epoca in cui la storia totale è avvilente e priva l'individuo di ogni speranza, la conoscenza rappresenta l'unica via d'uscita degna, essa è l'unico bene»: è il brano del suo discorso in occasione dell'insediamento all'Accademia delle Scienze ungherese. Lo abbiamo incontrato per i lettori del manifesto.

Qual è oggi il ruolo sociale degli intellettuali?
Quello di intellettuale è un concetto collettivo, anche quello di scrittore lo è. Conosco intellettuali di destra e di sinistra. Ve ne sono alcuni che se ne stanno a casa e scrivono, pensano, ma non intervengono nella vita pubblica. In generale non so se gli intellettuali abbiano un ruolo sociale serio in Ungheria. Penso, però, che facciano veramente del male quando pescano nel torbido e riesumano vecchie dispute politiche ormai declassate e prive di senso.

Da parte degli scrittori c'è oggi attenzione alla vita concreta o piuttosto all'astrazione?
Ora secondo me ognuno si occupa di quello che vuole. Io, personalmente, mi occupo di problemi reali.

Qual è il rapporto tra cultura/letteratura e politica in Ungheria?
Qui oggi la cultura e la letteratura - come ho detto nel discorso che ho pronunciato all'Accademia Ungherese delle Scienze, quando mi hanno nominato membro - sono separate dalla realtà. La cultura è tagliata fuori dalla politica nel vero senso della parola. Non conosco nessuna personalità della cultura che si sieda a un tavolo e dica: «Signori, il problema è che...». No, ci sono solo dibattiti, si farfuglia di qualcosa. L'intellettualità ungherese non è organizzata: questo è il problema principale. Altrove non è così. Per esempio, mi trovavo in Germania per la prima volta, a Monaco, e potei assistere a grandi manifestazioni per il Südtirol, guidate dall'allora presidente della Repubblica Federale Tedesca Johannes Rau. E allora pensai: qui c'è un collegamento organico, si muove qualcosa. In Ungheria, invece, non succede niente. Gli ultimi grandi movimenti sociali che ricordo sono le nostre proteste per la Transilvania. Fu in quell'occasione che sentii per l'ultima volta una qualche forma di solidarietà che ora non c'è più. C'è invece Jobbik (partito dell'estrema destra) che agisce come un partito ufficiale e che addirittura ha dei rappresentanti in Parlamento. Questa è la situazione.

Non pensa che ci sia una crisi generalizzata non solo dal punto di vista economico ma soprattutto da quello culturale?
Questa crisi dura da molto tempo. Ci sono tante personalità intelligenti che scrivono saggi meravigliosi e acuti su questo argomento, ma poi comunque non succede niente.

Alla fine del 2009 il mondo ha ricordato i venti anni dalla caduta del Muro e a ottobre la riunificazione tedesca. Secondo lei, che significato hanno oggi queste ricorrenze?
Una cosa grandiosa, Berlino, la città in cui abito, è diventata una città interessante, stimolante. C'è una enorme differenza tra la chiusura, la limitatezza di vedute di qua e l'apertura, la democrazia che ci sono là. È un grande problema, veramente grande. Guardi, la democrazia, in fin dei conti, non è una forma di stato che vada bene per tutti. Funziona laddove si è formata. Non è che si sia formata perché improvvisamente è venuto in mente a qualcuno di crearla, si comprende da sé. Prendiamo, per esempio, le grandi scoperte, la navigazione, la scoperta di un altro continente. Hanno hanno dato impulso al commercio; c'era bisogno di compagnie d'assicurazione, si è evoluta la navigazione civile, la Compagnia delle Indie per l'Inghilterra, per esempio, assicurava i suoi beni. Si sono formate le colonie. Non si è trattato di una bella pagina, ma si sono formate. Si è avvertito il bisogno dello stato di diritto, della certezza del diritto, di forme di tutela. Insomma, tutto ciò che poteva rendere la vita gradevole e sicura. Le merci che arrivavano dalle colonie aumentavano il benessere. La democrazia si è formata in modo naturale in paesi come l'Olanda, l'Inghilterra, la Francia, l'Italia. L'Ungheria non ha preso parte a questi processi, non ha nemmeno il mare. C'è una grande differenza, guardi: quanti paesi europei non hanno il mare? Tre o quattro (Austria, Repubblica Ceca...).

Questo che cosa comporta?
A questi paesi mancano la cultura del mare, l'avventura del mare, le grandi avventure. In genere dico che oggi gli uomini hanno perso il loro ruolo, sono tutti "impiegati". Non ci sono fondatori, grandi figure, quelle che fanno le scoperte e che hanno determinato la grande fioritura dell'Occidente. Con Mohács (decisiva battaglia contro i turchi nel 1526, combattuta in una località dell'Ungheria meridionale) l'Ungheria ha perso la partita decisiva, si è giocata il ruolo che avrebbe potuto avere all'interno dell'Europa e si è rassegnata a ricoprirne uno di secondo piano, fino al 1867. Bisognerebbe considerare l'insieme dei fattori che ho descritto e parlare della democrazia come di un tesoro che si può conquistare, ma non tramandare, consegnare. Lo si potrebbe consegnare solo se ci fosse qualcosa di organico. In Europa c'è un principio radicato in questo senso, senza il quale la democrazia non si può tramandare.

Che motivazioni hanno in Ungheria l'intolleranza e questo nuovo revanscismo d'estrema destra? C'è un problema irrisolto nella società e nella storia ungheresi?
La gente qui non sa, non ha identità, non ha trovato un suo ruolo e il Paese non ha avuto modo di formarsi un'identità democratica. A questo punto devo di nuovo fare riferimento al fatto che l'Ungheria è un paese che ha subito delle invasioni, ha perso delle battaglie. Tutte le nostre feste nazionali ricordano la sconfitta di una battaglia o di una rivoluzione e facilmente questo può apparire strano. Di solito si celebrano cose positive. Il Risorgimento non è la celebrazione di qualcosa di funebre, qui invece tutto è commiserazione e incapacità di riconoscere le possibilità che ci vengono date.

Quali sono le ragioni di questa incapacità?
Quali? Ci sono delle cause che spiegano questo fenomeno, io potrei menzionarne alcune, ma non sarebbe sufficiente, bisognerebbe analizzarle approfonditamente. Sono in corrispondenza con una scrittrice che vive a Ginevra e che per prima, a Occidente, mi ha recensito Essere senza destino. Ora si occupa spesso dell'argomento di cui stiamo parlando ma quando è venuta qui, non riusciva a capire la causa di tutto questo pessimismo. È normale. Per comprendere meglio la situazione bisogna considerare il fatto che gli ungheresi non si sono conquistati la libertà ma l'hanno ricevuta quando ormai non l'aspettavano più. Se nel '56 un popolo dinamico, impetuoso, avesse combattuto per la sua libertà, le cose starebbero diversamente. Ora la gente si lamenta della mancanza di certezze, dice che con Kádár il pane costava poco e non c'era disoccupazione, ma questo non significa niente. C'era una disoccupazione generalizzata, come dimostrato anche dai bassissimi stipendi. Purtroppo c'è questa mentalità nell'area. Ricordo che mi trovavo ospite nella Germania dell'Est e il padrone di casa diceva: vediamo cosa si prende stasera alla televisione, nella Germania Occidentale avrebbero detto: guardiamo i programmi che ci sono stasera. Questa è una differenza grandissima, una grande differenza concettuale.

Che futuro vede per l'Ungheria e per l'Europa? Si può parlare di futura unità europea o di crisi prolungata?
Guardi, ci saranno sempre tante piccole Europe, naturalmente. Ma devo dirle che l'Europa, c'è, esiste. Al momento la moneta migliore è l'euro e questo è molto importante per un europeo. L'Europa deve essere forte e capace di sintetizzare le esperienze negative in qualcosa di positivo che bisogna vivere e tradurre in attività culturali o altro. L'Europa è per me l'unica forma di esistenza immaginabile ancora per 40 anni, spero. Ecco.


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