domenica 28 febbraio 2010

NON PERMETTIAMO DI RENDERE INVIVIBILE LA TERRA DEI NOSTRI FIGLI CHE DEVONO ANCORA NASCERE!!




il bronzetto che verrà posto in loco a Cirras

Vi invitiamo a partecipare domenica 7 Marzo 2010 a Cirras OR nella zona sportiva, alle ore 10,30, al sit-in e alla posa di una statuetta nuragica del capo tribù.

Per dire no alla centrale nucleare che li vogliono costruire e rivendicare la sovranità territoriale, e sostenere il referendum consultivo sul nucleare già presentato alla corte d'appello di Cagliari.

Domenica inoltre, daremo vita assieme a tutti i partecipanti del sit-in al comitato antinucleare sardo ..

Non permettiamo, loro, che inquinino rovinando la terra dei bambini che ancora devono nascere!

comitato No Nuke una risata sardonica vi seppellirà




domenica 21 febbraio 2010

Sayli Vaturu
sa defenza sotziali

FRANCO MADAU PROCURARE DE MODERARE


Autodeterminatzione da sa Natzione Sarda.

La Confederazione Sindacale Sarda CSS, ha festeggiato il suo 25° anniversario della sua fondazione, a tre mesi della scomprasa del suo primo segretario natzionale Eliseo Spiga, si accinge, per bocca del suo Segretario Genaerale Giacomo Meloni, a dare più forza alla rivendicazione di più diritti del popolo lavoratore sardo chiedendo a gran voce l'autodeterminazione della nazione sarda.

La politica italiana ha evidenziato il suo totale fallimento nel rapporto con le "Regioni", meglio sarebbe dire "Nazioni", a Statuto Speciale.

Ciò che nacque per dare la più larga autonomia alle "regioni autonome", dal centro di potere romano, si è invece rivelata una gabbia che non permette la vera sovranità delle nazioni forzosamente assorbite da una logica spartitoria est-ovest all'interno dello stato Italiano.

Oggi son maturi i tempi per ridare la libertà alle nazioni senza stato , come la Sardegna , la Corsica , l'Euskadi, la Occitania, la Catalunia , la Galizia, la Vallè d'Aoste, il Friul, la Bretagne, Galles, Alba (Scozia), Cornovaglia e tutte le realtà nazionali senza stato che esistono nel mondo pacificato, e non.

Il sindacato sardo CSS ha improntato la sua politica sindacale sulla linea culturale etnica, oltre alla difesa del diritto al lavoro ha sempre sostenuto la specificità nazionale della nostra terra sarda, come lo fecero a loro tempo uomini di cultura come G.B. TUVERI, G. ASPRONI, E. LUSSU, A. GRAMSCI e A.S. MOSSA.

La questione federale, è di dibattimento ultra secolare in terra sarda.

Il professore Gianfranco Contu scrive delle nazioni senza stato, a cui è stata riconosciuta la identità nazionale come ad esempio le nazioni di influenza "inglese"...rivolgendo l'attenzione alla nazione sarda dice: "....Nulla o quasi di tutto questo è avvenuto in Sardegna. Dai motti angioiani del "triennio rivoluzionario" (1793-1796), alla rovente polemica suscitata dalla "perfetta fusione" con il Piemonte del 1847, alla nascita del primo movimento politico organizzato per l'autonomia dell'isola nel primo dopoguerra (il Movimento dei combattenti sardi e subito dopo Partito Sardo d'Azione), la richiesta d'autonomia non venne mai fondato sul principio dell'esistenza della nazionalità sarda.... Una vera e propria richiesta di indipendenza statuale, non venne avanzata in Sardegna , forse anche per la particolarre e difficile collocazione dell'isola (al centro del Mediterraneo Occidentale) e quindi anche per i delicatio equilibri politici che avrebbe potuto comportare. (La temtica indipendentista è giunta in Sardegna molto più tardi, alla finìce degli anni sessanta del secolo XX, legata alla nascita del movimento neosardista..."

Crediamo che sia ora di riprendere il percorso iniziato nel 1793 da G.M. Angioi e rivendicare il diritto della nostra nazione all'autodeterminazione, all'identità e alla specificità della nostra etnia, la creazione in forma federale della nostra statualità, finalmente sovrana.

SA DEFENZA SOTZIALI

Il segretario della CSS Giacomo Meloni


Guido Corniolo sindacato valtostano SAVT


Il segretario nazionale del PSd'Az Giovanni Colli


Il coordinatore nazionale di SNI Bustianu Cumpostu


il presidente nazionale di iRS Gavino Sale


la poetessa indipendentista Paola Alcioni


professor Mario Pudhu


l'Onorevole Federico Palomba de IdV


Valter Erriu "Sayli Vaturu" portavoce di NO NUKE una risata sardonica vi seppellirà


Roberto Spano Rete Sarda Doposviluppo


Franco Melis Launedhas Franco Madau Ghitarra

venerdì 19 febbraio 2010

Alessio Mannino
ilribelle.com

Chi vuol esser ingannato sia, del doman non v’è certezza. Domani, ad esempio, chi ha abboccato alla messinscena mondiale su Obama, il “presidente buono”, potrà scoprire quello che in Italia pochissimi hanno scritto (fra cui noi): e cioè che è un impostore burattino dell’alta finanza. Sulle banche ha preannunciato sfracelli, punizioni, misure draconiane per limitare lo strapotere dei signori di Goldman Sachs, JP Morgan e company: parole, solo parole. L’altro giorno è saltata fuori la sua propensione per il nucleare: alla faccia della green economy (un’altra ben congegnata sóla). Sentendo la necessità di giustificare il Nobel per la Pace conferitogli dai troppo zelanti progressisti svedesi, ha dovuto teorizzare la “guerra giusta” in nome dei diritti umani e della democrazia: tale e quale, nella sostanza, al suo predecessore Bush.

L’elenco delle balle e promesse non mantenute è lungo. In campagna elettorale si era impegnato affinché le truppe americane levassero le tende dall’Irak immediatamente, poi entro sei mesi, poi in sedici, poi in ventitré: il risultato è che una guarnigione monterà la guardia al governo fantoccio di Baghdad senza limiti di tempo. L’Afghanistan, lo ha detto lui, è diventata la “sua” guerra, in totale continuità con la missione bushista di esportare la democrazia, cioè gli interessi dell’America e dell’Occidente, in quel paese che sotto i Talebani non rompeva le scatole a nessuno. Una guerra d’occupazione che gli Usa stanno clamorosamente perdendo sul campo. Eppure lui non molla e raddoppia il contingente, evidentemente perché oleodotti e nuovi consumatori da conquistare sono più importanti dei proclami sulla libertà dei popoli. Aveva giurato di abolire il Patrioct Act, il pacchetto di leggi che limitano le libertà personali: invece lo ha fatto riapprovare. Lo stesso per le intercettazioni illegali, che ha legalizzato fornendo l’immunità alle compagnie telefoniche che materialmente le effettuano. Ha sbandierato ai quattro venti la chiusura del campo di torture di Guantanamo, salvo spedire i prigionieri rimasti nelle carceri di paesi stranieri compiacenti. Ma soprattutto ha fatto continuare indisturbata la pratica barbara dei rapimenti segreti e delle detenzioni a tempo indefinito senza processo. Giunto alla Casa Bianca, ha riempito di lobbisti l’amministrazione, tutti membri di quei consessi semi-segreti dove si decide a porte chiuse la politica internazionale: Bilderberg Group, Commissione Trilaterale e Consiglio di Relazioni Estere. Timothy Geithner, uno dei responsabili del marasma finanziario quand’era presidente della Federal Reserve di New York, è il ministro del Tesoro, e il Corriere della Sera - non un fogliaccio complottista - ha dovuto ammettere che in questo primo scorcio di mandato ha parlato più coi vertici di Goldman Sachs, Citigroup e Jp Morgan che con il Congresso (9 ottobre 2009, “Le telefonate di Geithner ai banchieri preferiti”). Ma soprattutto, col piano-salva banche ha incoronato un ristretto gruppo di istituti (quelli che Geithner chiama anche per sapere quando fare pipì) come i veri beneficiari della crisi, lasciando che continuino con i loro spericolate truffe finanziarie architettate sulla pelle della gente. La tanto osannata riforma sanitaria, annacquata al Congresso, è un altro bello spot pieno di nulla: non è destinata ai più poveri (protetti dal sistema pubblico Medicaid) né agli anziani (c’è già Medicare), ma intende soltanto aggravare il debito statale con una mazzata di 900 miliardi di dollari in dieci anni che andranno a ingrassare i bilanci di Big Pharma, le industrie di farmaci, estendendo la sanità pubblica al ceto medio impoverito la cui fiducia nel sistema è vitale per far ripartire il perverso meccanismo di sempre, “lavora-consuma-crepa”. Quanto all’egemonia globale americana, la sta rafforzando puntellando gli insediamenti militari in Ucraina e nelle repubbliche ex sovietiche dell’Asia (per circondare Russia e Cina). Contro l’Iran, il ministro degli esteri Hillary Clinton ha minacciato “sanzioni paralizzanti”: altro che dialogo. Mentre dall’Africom di stanza al Dal Molin di Vicenza sarà pianificata la concorrenza all’espansione cinese nel continente africano. Infine, il disarmo atomico: è la solita storiella con cui l’impero Usa americani vorrebbe disarmare le altre potenze nucleari ma, col po’ po’ di arsenale stivato nel proprio sottosuolo, restarne di gran lunga quella più dotata. Almeno il cowboy texanoi che l’ha preceduto, nella sua protervia da fondamentalista democratico, a suo modo era sinistramente sincero. Il nero per caso Obama è peggio: è il volto suadente, subdolo, samaritano di Bush.


di don Paolo Farinella

Ho ricevuto da diverse parti il seguente testo a cui ho dato un titolo che a me pare appropriato. Il testo circolava senza fonte, ma solo con il nome dell’autrice Elsa Morante. Sembrava tropp<">o cucito su misura per correre il rischio di divulgarlo senza essere certi e sicuri della sua >origine. Ho chiesto a chi me l’ha inviato e dopo qualche ricerca, mi è stata data la fonte bibliografica che faccio mia e che pertanto pubblico. Inutile dire lo sdegno e l’amarezza per una ripetizione di condizione e di comportamenti che condannano l’Italia all’estinzione. Ho sempre creduto che la vita fosse responsabilità di chi la vive e di come la vive, di fronte a questo testo devo ragoglio e indignazione in nome della dignità di uomini e donne liberi, oggi brutalizzati da un governo e un parlamento che hanno svuotato l’Italia della sua anima e forse anche del suo riscatto.

Ecco il testo di Elsa Morante:
«Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare». ELSA Morante, Opere, vol. I, Meridiani Mondadori (oggi proprietà di Berlusconi), Milano 1988.

Post Scriptum: Qualunque cosa abbiate pensato, il testo è del 1945 e si riferisce a Mussolini.

domenica 14 febbraio 2010


Maddalena, i lavori per il G8 mai terminati Tutto a spese dei contribuenti
di Corrado Formigli
ilfatto quotidiano
A guardarle oggi quelle immagini spiegano tanto, forse tutto. È una mattina di vento e di sole, due grossi fuoristrada Iveco bianchi nuovi di zecca sgommano sul piazzale sterrato dell’ex arsenale militare della Maddalena. Da uno scende l’uomo col quale ho un appuntamento. È Mauro Della Giovampaola, il capo della struttura di missione della Protezione civile qui, nel grande cantiere del G8. Il summit non si farà più. Il Cavaliere, d’accordo con Bertolaso, ha già deciso di spostarlo a L’Aquila. Ma Della Giovampaola – oggi in carcere con l’accusa di corruzione, per aver ricevuto in uso un immobile sull’isola con personale di servizio, mobili di pregio, tre Bmw e mignotte di lusso in cambio di favori all’imprenditore Anemone – quel giorno di maggio ha un obiettivo: dimostrare che i lavori procedono alla grande. È un uomo alto e abbronzato, sulla quarantina, occhiali da sole tipo RayBan e camicia nera modaiola fuori dai jeans. Un po’ “pariolo”, direbbero a Roma, con l’aria sicura del capo indiscusso. La cosa che più mi colpisce è il codazzo. Uno stuolo di collaboratori che ci seguono a ogni passo. È tutto un giro di occhiate e piccoli, impercettibili gesti per tenere a bada la troupe e sbarrare le vie proibite. Nonostante il G8 sia stato cancellato, questa è rimasta zona di massima sicurezza coperta da segreto di Stato. Il primo dei segreti da custodire – un giro di sguardo basta a capirlo – è che i lavori non sarebbero finiti in tempo. Quando arrivo sull’isola, mancano 40 giorni all’inizio del Vertice ma i cuori del megacantiere sono ancora aperti. Nonostante lo spostamento , si vuol mostrare che tutto procede. Ci sono gru che sollevano, ruspe che spingono, operai che sbuffano. Tutto a gran ritmo mentre la telecamera riprende. Pensi: ecco adesso mi giro e quel muletto ripassa esattamente nello stesso punto di prima. Come nel Truman Show. È un film in 3D questa Maddalena a tempo di record. Un bel kolossal messo su dall’ingegner Della Giovampaola. Ad accompagnarlo nel giro che facciamo tra vecchie caserme recuperate e giganti di vetro c’è Stefano Boeri, l’architetto che ha disegnato il progetto generale dell’ex arsenale. È un’archistar, un fuoriclasse del pennarello, ma è furibondo perché non controlla più la situazione. Cos’hanno in mente Della Giovampaola e il suo capo Balducci? Vorranno davvero finire i lavori o è solo l’ennesimo show per la tv? Visita guidata. Procediamo in colonna. Il padiglione sospeso sul mare che doveva ospitare le delegazioni è finito ma completamente vuoto. “Gli arredi sono stati bloccati” mi dice Boeri. Mi spiega che diventerà il più grande yacht club della Sardegna. Ce n’era bisogno? Andiamo avanti. Puntiamo verso l’hotel principale, quello che avrebbe dovuto ospitare Obama. Il profilo in pietra e vetro guarda la rada. Mancano ancora le opere verdi. La hall è spettrale. Sarebbero dovuti arrivare gli arredi etno-chic firmati dal sardo Antonio Marras. “Gli artigiani locali si sono fatti il mazzo per finire tutto in tempo, poi è arrivato il trasferimento del G8 e non sono stati pagati” mi racconta una fonte sotto anonimato della struttura di missione . “Chiedi di mostrarti gli impianti delle cucine e le lavanderie”, mi suggerisce. È quello che faccio, con aria fintamente innocente. Ma il codazzo mi blocca. Provo e riprovo ma niente: i Bertolaso boys sono segugi, le cucine e le lavatrici sono più top secret delle centrali nucleari iraniane. “Per forza, non le hanno finite – infierisce la fonte segreta – se ci veniva l’amico Putin voglio vedere chi gli lavava i calzini”. L’insieme dà un senso di provvisorietà. Qualche bell’arredo di design qua e là, una vasca d’autore, una poltrona mini-mal, ma anche cartongesso a coprire. “Qualcosa al G8 può essere sfuggito – ammette adesso un Bertolaso devastato dallo scandalo – ma quando fai in dieci mesi un’opera che di solito si finisce in dieci anni, non puoi controllare tutto”. L’ex ospedale militare poi: ristrutturato da Casamonti per la modica cifra di 73 milioni di euro – nelle intercettazioni l’architetto fiorentino si vanta di aver fatto lievitare fino a questa cifra assurda i costi – è un edificio antico e bellissimo. Della Giovampaola mi porta sul tetto che doveva essere un giardino pensile e invece è terra dura buona neanche per l’orto. Nei mesi successivi, l’asta per venderlo è andata deserta. A noi, sardi e italiani, è costato oltre 700 mila euro a stanza e non ha neppure lo sbocco a mare: di fronte all’ingresso ci passa una strada battuta da macchine e tir. Sarebbe un cinque stelle ma non ha la spa né la piscina. Chiedete a un ricco turista americano di venirci, se avete il coraggio. Non poteva che finire peggio. Lo hanno documentato otto mesi dopo quella mia visita Paolo Berizzi e Fabio Tonacci per Repubblica Tv. Le stanze sono umide, intristite. Nella hall si vedono calcinacci caduti dal soffitto, infiltrazioni di umido, tubi scoperti. Avranno risparmiato sui materiali per far lievitare i costi o è il frutto dell’abbandono? Boeri è drastico: “Quelle immagini sono fuorvianti: pochi metri quadri a fronte di 35 mila in ottime condizioni. La verità è che il G8 alla Maddalena si poteva fare e che esistono ragioni anche poco nobili per le quali non si è fatto”. Difficile dirlo per la “reggia” di Casa-monti: sembra una casa di fantasmi circondata da gramigna e pozzanghere. Però riscaldata e illuminata – a spese nostre – ventiquattro ore al giorno. Per le opere di questo G8 mancato sono stati spesi 327 milioni. I grandi non sono venuti, i turisti nemmeno. Il gruppo Marcegaglia si è preso tutto in concessione per quattro soldi: il prezzo di ambizioni vaghe – panfili estivi, coppe veliche, convegni sulla fauna marina – il risultato di un fallimento. Forse un giorno Boeri deciderà di levarsi qualche sasso dalle scarpe: “Se penso alle energie, soldi, tempo spesi mi trovo più nel ruolo dell’accusatore che di chi si deve difendere” ammette. Eppure quel giorno di maggio sembrava tutto così chiaro: il G8 alla Maddalena sarebbe stato un traguardo difficile, forse impossibile, che a molti non interessava neppure raggiungere: quella corsa folle a colpi di maggiorazioni di ogni tipo, quel gigantesco spreco di pubblico denaro avevano già saziato l’avidità di corrotti e corruttori.
Il padiglione sospeso sul mare costruito alla Maddalena per il G8 Finito ma completamente vuoto


Dopo gli investimenti faraonici, le strutture vanno in malora. Due hotel a 5 stelle vuoti. Uno è costato 742mila euro a stanza ma nessuno lo vuole. Licenziati i sorveglianti. La Procura vuole vederci chiaro sugli appalti .





Domanda ai candidati alle regionali: «Farete una centrale, sì o no?»

«Una centrale nucleare nella mia regione sì o no?». E' la domanda - da intendere non come provocatoria, ma del tutto opportuna - che Legambiente rivolge a tutti i candidati alle prossime elezioni regionali. Finora hanno risposto con un secco «no» ben 23 candidati di tutti gli schieramenti politici, dalla Lega al Pd, passando per l'Udc e per il Pdl. Sono nove, invece, i candidati che ancora non si sono espressi e solo 6 quelli che dicono apertamente sì al nucleare (vedi schema accanto, ndr). Tra questi viene giustamente conteggiata anche la posizione «furbetta» di Roberto Formigoni, attuale governatore e candidato al «tris», il quale si dice favorevole al nucleare assicurando però che una centrale non verrà mai costruita in Lombardia. «Quello che è certo finora è che il no al nucleare sembra mettere d'accordo tutti i candidati alle regionali - spiega Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente - il governo deve smetterla di ingannare gli italiani sulle possibilità del nucleare, che rimane una scelta folle da un punto di vista economico ed energetico. Nessuna nuova centrale deve essere realizzata senza il consenso degli italiani».

Mario Agostinelli e Alfiero Grandi

ilmanifesto.it
Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: questo governo vuole ad ogni costo tornare al nucleare e sottovalutarne l'iniziativa sarebbe un grave errore.
In altri campi quando il governo ha capito che rischiava di restare isolato ha cambiato strada, questa volta no. Eppure la maggioranza delle Regioni (13) ha fatto ricorso alla Corte costituzionale contro la legge 99/2009 che reintroduce il nucleare in Italia. Perfino Zaia afferma che il nucleare si può fare ma non nella Regione in cui si candida Presidente, fingendo di dimenticare di avere contribuito a questa folle scelta come Ministro di questo governo. È uno dei segnali che il gradimento del nucleare nell'opinione pubblica è molto basso e che solo la pressione della lobby affaristica, guidata in Italia dall'Enel e da un corposo settore di Confindustria, per ora mantiene l'argomento all'ordine del giorno.
Il governo punta a consolidare un blocco di interessi molto in sintonia con la sua politica economica, ma si preoccupa anche di cercare consenso nell'opinione pubblica e di non avere intralci alla propria determinazione. Tanto è vero che dopo la richiesta dell'Amministratore delegato dell'Enel di togliere i poteri alle Regioni in materia di energia e nucleare il ministro Scaiola non ha trovato di meglio che affermare la stessa cosa e di denunciare le leggi di «denuclearizzazione» di Puglia, Basilicata e Campania. Intanto emergono episodi inquietanti, come la distribuzione dell'opuscolo «Energia per il futuro» come inserto di alcune pubblicazioni diocesane. Un libretto patinato prodotto da «Sviluppo nucleare Italia» con «accattivanti» citazioni papali e cardinalizie che dovrebbero testimoniare come il magistero della Chiesa sia favorevole al nucleare civile.
Il Governo intanto mente sui conti e sui costi. Come tutti sappiamo, le centrali costano enormemente di più di quanto si dice. Se venissero calcolati anche smantellamento e scorie, come si dovrebbe fare, l'energia elettrica da nucleare risulterebbe anche finanziariamente insostenibile. Il risparmio il governo lo individua nell'unico aspetto che dovrebbe avere risorse adeguate: l'Agenzia per la sicurezza, dove assicura che spenderà poco. In realtà una creatura rachitica perché non deve essere in grado di disturbare le decisioni della lobby nuclearista. Se poi la sicurezza dei cittadini e dell'ambiente ne risentirà pazienza, come prova l'incredibile ruolo assegnato ai privati nella costruzione e nella gestione degli impianti, tutto orientato a trasferire gli aspetti dell'incolumità e della salute dentro la logica del mercato. Del resto fa il paio con una legislazione che taglia fuori le Regioni, gli enti locali e i cittadini, tanto è vero che non solo il governo vuole decidere da solo, ma pretende di imporre la militarizzazione dei siti nucleari prescelti.
Per di più Scaiola non vuole ammettere che il nucleare, per i lunghissimi tempi di approntamento, non permetterà di rispettare gli obiettivi di Kyoto entro il 2012, per cui i cittadini - come avvisa il Kyoto Club - pagheranno un debito accumulato dal 2008 di oltre 3 milioni di euro al giorno, con sicuri riflessi anche sulla loro bolletta della luce. Mentre puntare sulle energie da fonti rinnovabili e all'obiettivo europeo «20/20/20» permetterebbe di iniziare subito a rientrare nei parametri, creerebbe - secondo Cgil e Legambiente - almeno 100.000 posti di lavoro qualificati e non farebbe correre rischi alla salute dei cittadini e dei lavoratori.
Per questo siamo d'accordo con Cogliati Dezza (il manifesto del 4 Febbraio) sulla costituzione da subito di un coordinamento di tutte le forze che sono contro il nucleare. Aggiungiamo che in questa fase preelettorale la scelta contro il nucleare deve caratterizzare le coalizioni che si candidano a governare le Regioni. Nessun voto deve andare a chi è a favore del ritorno del nucleare, o lo appoggia dissimulandone le conseguenze come fanno Formigoni e la Lega in Lombardia.
È importante che anche questa occasione faccia crescere l'informazione e la conseguente opposizione alle centrali e ai depositi, garantendo l'elezione di governi regionali schierati contro l'atomo, ma anche sollecitati allo sviluppo dell'alternativa del sole. È il modo migliore per sostenere i ricorsi che molti consigli regionali hanno fatto alla Corte Costituzionale contro la legge 99/2009.

Resta il problema del referendum abrogativo della legge 99/2009. Certo il referendum non è strumento da prendere alla leggera. Tuttavia non si può ignorare che la decisione di promuoverlo è già in campo. Se l'iniziativa referendaria contro il nucleare si collegasse a quella ormai decisa per l'acqua - il cui esito corre rischi analoghi - in nome di una forte presa dei temi della vita, della sopravvivenza, della giustizia climatica e sociale, è fondamentale chiedere con forza che diventi veramente un'iniziativa larga, tale che possa essere condivisa da tutte le componenti dello schieramento contro il nucleare auspicato da Cogliati Dezza.
Potremmo così accompagnare al «no» sul nucleare un «sì» ad una proposta di legge di iniziativa popolare fondata sulle energie rinnovabili e cercare di unificare il fronte dei beni comuni - acqua, energia, alimentazione - in una narrazione coerente e desiderabile.

martedì 9 febbraio 2010



Stamane mattina di fronte al tribunale di Cagliari in una giornata piovosa e freschina Sardigna Natzione convoca la stampa per presentare ai media la raccolta firme terminata positivamente con una numero superiore di oltre seimiladuecentottantasei firme al minimo di diecimila richieste per legge, e per la sua consegna in mani della Corte d'Appello di Cagliari, il numero significativo di firme significa una grande attenzione del popolo sardo molto sensibile ad un problema che si profila di importanza vitale per la sua terra ed il futuro delle sue generazioni avvenire.

Senza fare terrorismo psicologico, affermiamo con nozione di causa che se dovesse accadere un incidente come quello di Chernobyl nella nostra terra di Sardegna, questo significherebbe la totale scomparsa di un popolo dalla faccia della nostra amata terra Gaia, e Noi?

Noi non siamo disponibili ad accettare un tale scempio ed olocausto in nome del profitto e del modernismo stupido di pochi uomini a discapito di una comunità come la nostra specifica sarda.

Non possiamo permettere ad un governo coloniale, ne ITALIOTA ne di altro luogo, di attuare le stesse politiche di distuzione e di eliminazione fisica dei nostri uomini donne e bambini che in altri luoghi si commettono nostro malgrado e impotenza, ma che condanniamo con forza senza se e senza ma, come avviene per il popolo di Palestina o dei popoli di America nei confronti dei nativi americani, sono attuati e sostenuti senza che nessuna nazione del mondo levi un grido di dolore e di solidarietà a loro difesa.

Noi sapremo difenderci con determinazione ed intento univoco fino alla vittoria!!















domenica 7 febbraio 2010


Mettiamo le interviste che abbiamo girato all'area sindacale indipendentista e sardista della natzione sarda durante la manifestazione del 05 febbraio 2010 a Cagliari , dove son scese in piazza più di 50.000 persone, tra lavoratori , pensionati e persone arrabiate, ovvero tutti coloro che hanno mostrato di esprimere la propria indignazione e disagio per la situazione di sofferenza economica del popolo sardo.

Una Sardegna schiacciata dall'arroganza del governo centrale italiota, mette a dura prova la dignità sempre più vituperata dai colonialisti, che oltre tutto pongono un dictat economico di sofferenza inacettabile dalla coscienza sarda.

SA DEFENZA SOTZIALI






















sabato 6 febbraio 2010

Cagliari, 3 febbraio 2010

All’on. Claudia Lombardo
e agli Onorevoli componenti il Consiglio regionale della Sardegna


Egregio Onorevole,
Le scrivo nella mia qualità di presidente della Fondazione Sardinia, l’associazione culturale che da diciannove anni collabora con le istituzioni e con la comunità sarda al fine di promuovere “la presa di coscienza e il diretto protagonismo dei Sardi verso obiettivi di autoconsapevolezza e di protagonismo economico, sociale, politico e culturale”.


In questa prospettiva, il 2009 è stato dedicato al tema dell’identità: a come l’identità culturale e linguistica si traduca in identità politica ed economica, nella convinzione che le cose si dicono facendole e si fanno dicendole. Un’identità politica che si esprime in precise riforme istituzionali, un’identità economica che vede nella valorizzazione delle risorse locali il dispositivo di crescita e di fiducia nelle proprie intraprese: quanto più un prodotto si caratterizza in senso identitario( formaggio, sughero, granito, agroalimentare, ambiente, turismo, cultura) tanto più entra nel mercato e nella comunicazione mondiale. Sul versante politico-istituzionale, una particolare attenzione è stata rivolta all’Autonomia, al Federalismo, all’Indipendentismo, facendo tesoro di contributi importanti da parte di politici, giuristi, esperti di economia e finanza ma anche di protagonisti delle riforme catalane. Pur nel ventaglio delle differenti convinzioni politiche, è emersa una sostanziale comunità di intenti sui valori di Sovranità e di Autodeterminazione e sul significato identitario di Popolo Sardo e di Nazione Sarda. E’ stato osservato che questi valori non hanno trovato nelle forze politiche e nei singoli partiti una consapevolezza di impegno e di lotta capace di tradurli nelle corrispondenti riforme istituzionali. Perciò è nata l’esigenza di presentare al massimo organismo della Comunità sarda, il Consiglio Regionale, al Presidente e a ciascun Consigliere, il documento, previsto dall’art. 51 dello Statuto Sardo, che ha quale referente storico l’ordine del giorno-voto approvato dal Consiglio regionale il 10 maggio 1966 e prosegue nel solco intrapreso dalla mozione sulla sovranità del Popolo sardo approvata dallo stesso Consiglio il 24 febbraio 1999.
Cordiali saluti
Il Presidente della Fondazione Sardinia
(Bachisio Bandinu)


P.S. Questa lettera viene inviata a ciascun Consigliere regionale perché l’impegno di lotta e la responsabilità politica ed etica non appartengono soltanto all’Istituzione in quanto tale ma a ogni singola persona chiamata a rappresentare il Popolo Sardo.





Ordine del giorno voto al Parlamento
(art. 51 Statuto Sardo)

Il Consiglio regionale della Sardegna

premesso
che la Mozione approvata da questo organismo il 24 febbraio 1999 afferma
-“il diritto del Popolo Sardo di essere padrone del proprio futuro”,
- “il diritto e il dovere del Consiglio regionale di rappresentare l'intero Popolo sardo, ai sensi dell'articolo 24 dello Statuto” ,

premesso
il diritto del Popolo Sardo a difendere e rafforzare l’autogoverno della Sardegna così come si evince dal Patto costituzionale che ha avuto un suo primo riconoscimento nello Statuto del 1948;

constatato
che l’ attuale regime di Autonomia
– non ha realizzato il suo significato più importante, quello dell’autogoverno e dello sviluppo economico,
– non risponde alle richieste dei nuovi problemi creati dai cambiamenti sociali, dalla unificazione europea, dalla globalizzazione,
- mortifica la volontà della Sardegna di attuare quelle scelte che ne garantiscano la libertà e la prosperità,
- acuisce la conflittualità fra Stato e Regione quasi sempre a sfavore della Sardegna;

constatato
che la condizione di dipendenza, anziché ridursi, si è accresciuta nel sistema politico, finanziario, economico, culturale, educativo, sanitario, delle servitù militari, delle risorse energetiche, dei beni culturali e artistici, nonché nella presenza delle multinazionali operanti in Sardegna, nella esclusione dalla rappresentanza nel Parlamento europeo;





considerato
che l’identità storica, geografica, culturale e linguistica esige un’identità politica chiaramente definita e un forte autogoverno;
che mancano interventi risolutori da parte dello Stato nel campo sociale ed economico;
che la crescita di una coscienza e di una fede nel Popolo sardo e nella Nazione sarda, come valori capaci di innescare processi di cambiamento e di sviluppo, può essere progettata e attuata solo attraverso una piena sovranità attribuita alle istituzioni del Popolo Sardo;

riafferma
i principi di sovranità contenuti nella mozione approvata dal Consiglio regionale il 24 febbraio 1999, nonché le sue motivazioni storiche, culturali e politiche, con le quali è stata confermata solennemente “la sovranità del Popolo Sardo sulla Sardegna, sulle isole adiacenti, sul suo mare territoriale e sulla relativa piattaforma marina” , riprendendosi la sovranità a suo tempo frettolosamente abbandonata nelle mani della monarchia Sabauda in cambio della ‘fusione perfetta’ con gli stati della terraferma”,

dichiara
politicamente e istituzionalmente conclusa la vicenda storica susseguente alla rinuncia alla proprie sovrane istituzioni avvenuta nel lontano 29 novembre 1847 e solo parzialmente recuperata nello Statuto del 1948. E, pertanto,

disconosce
la petizione portata avanti dalle Deputazioni delle tre maggiori città dell’Isola “rivolta alla impetrazione per la Sardegna della perfetta fusione con gli Stati R. di terraferma, come vero vincolo di fratellanza, in forza di qual fusione ed unità di interessi si otterrebbero le bramate utili concessioni…” (Deliberazione del Consiglio Generale di Cagliari, del 19 novembre 1847); altresì

denuncia
come non valida la concessione della ‘perfetta fusione’ deliberata dal Re di Sardegna Carlo Alberto, con Regio Biglietto del 20 dicembre 1847, a cui non fece seguito alcuna consultazione popolare attraverso plebiscito – come avverrà nelle altri stati italiani in vista dell’unità del 1861 -, in palese trasgressione con il dettato dei trattati internazionali di Londra del 1720 e, soprattutto, senza il voto dei tre Stamenti sardi, unico organo autorizzato a risolvere una simile questione internazionale. Conseguentemente




chiede
al Parlamento la stipula di un nuovo Patto costituzionale, partecipando con pieno diritto e nel rispetto della rappresentanza del Popolo Sardo al processo di riforma e di revisione della Costituzione italiana;

rivendica
il diritto di partecipare al processo di riforma secondo le forme che la legittima rappresentanza del Popolo Sardo vorrà seguire ,
- nel rispetto della sovranità popolare e della natura “nazionale” del suo popolo,
- nel contemporaneo riconoscimento di una più alta ed efficace forma di autogoverno della Sardegna,
– nella convinzione maturata anche in Italia secondo la quale il Paese è diventato uno stato plurinazionale e pluriculturale nella sostanza ma non ancora nella forma costituzionale,
- nella fiducia che il nuovo Patto costituzionale offrirà anche alla Sardegna la possibilità di convivere fraternamente con i popoli dell’Italia.

Il Consiglio Regionale della Sardegna

ribadisce, infine,
nel rispetto della propria tradizione democratica,
- i valori di coesione economico – sociale e il modello di libertà, di democrazia, di benessere e di progresso tipici delle diverse nazioni presenti in Europa
- l’amichevole collaborazione alle comunità ed agli Stati frontalieri del bacino Mediterraneo per il progresso degli interessi comuni";

dà avvio
alla elaborazione del nuovo Statuto - Costituzione della Sardegna tramite un’assemblea costituente il cui lavoro verrà confermato da questo Consiglio regionale con il voto e dai cittadini sardi tramite referendum.



giovedì 4 febbraio 2010

La Commissione spinge Papandreou a misure draconiane
Alberto D'Argenzio
ilmanifesto.it
BRUXELLES
Il piano greco va bene, ma non basta. Se Atene vuole salvarsi dal baratro del fallimento e riconquistare la fiducia dei mercati - impresa non da poco per chi è quasi alla frutta - deve fare di più, aumentando la dose di sudore e sangue nella ricetta già dura che il premier Georges Papandreou ha proposto ai greci. Joaquin Almunia, alla sua ultima apparizione come commissario all'economia, promuove il pacchetto di misure varato dal governo, ma chiede di più e mette sotto stretta osservazione il malato greco.
Questo è il caso clinicamente più difficile che ha incontrato nei suoi sei anni di titolare ai conti pubblici, la conseguenza è che il paese va mantenuto sotto controllo come un paziente economicamente quasi terminale. Dalla settimana prossima Almunia si occuperà di concorrenza, toccherà al finlandese Olli Rehn prendere il testimone e presentare (il 15-16 febbraio) ai ministri delle'Eurogruppo e dell'Ecofin le raccomandazioni tracciate ieri dallo spagnolo. In prospettiva in ballo non c'è solo la Grecia, ma anche altri stati membri in odor di bancarotta, Portogallo e Spagna in primis.

Tornando alla Grecia, Papandreou ha promesso di riportate il deficit finito al 12,7% (quattro volte i limiti di Maastricht) entro i paletti del Patto di stabilità entro la fine del 2012, un obiettivo approvato da Almunia, almeno in termini temporali. «Le misure supplementari annunciate dal governo greco sono adeguate e necessarie, vanno nella giusta direzione - ha affermato il commissario -. Se verso la metà del 2010 questo giudizio positivo resterà, credo proprio che anche i mercati, che adesso mettono sotto pressione l'economia greca, cominceranno a reagire positivamente». Se non reagiranno, saranno guai visto che sono proprio loro adesso a «strozzare» la Grecia secondo Papandreou.
E proprio per evitare il peggio, Bruxelles chiede uno sforzo supplementare al governo ed al popolo greco. «La Commissione - si legge nella valutazione del piano ellenico - raccomanda che la Grecia adotti un pacchetto di riforme strutturali per aumentare l'efficacia della pubblica amministrazione, mettendo in atto una riforma pensionistica e del sistema sanitario, migliorando il funzionamento del mercato del lavoro e del sistema di contrattazione degli stipendi». Si parla di blocco dei salari pubblici, la stessa misura lanciata dal premier e che ora, con il supporto europeo (operazione necessaria, perché richiesta da Bruxelles), rischia di rendere ancor più incandescente il panorama sociale del paese.
Il futuro dei conti greci è quello della messa in sicurezza. Bruxelles non si fida e lo dimostra: i conti e le riforme promesse da Atene verranno monitorate di continuo a partire dal 16 marzo. Seconda visita di controllo il 16 maggio e poi via alle analisi ogni tre mesi. «La Commissione - ha promesso Almunia - controllerà molto da vicino e regolarmente l'esecuzione delle riforme, la cui attuazione è molto complessa e richiede quindi i
l rafforzamento dei sistemi di controllo comunitari».
E qui arriviamo ad un altro punto sollevato da questa vicenda. Il deficit greco che vola a due cifre non è infatti solo il frutto della crisi e di una politica di bilancio poco virtuosa, ma anche il risultato di una falsificazione durata anni, quella dei dati statistici inviati da Atene a Bruxelles. E per questo ieri Almunia ha anche lanciato una procedura di infrazione per i dati fasulli.
Atene ha mentito, è l'accusa, ma, e questo è il corollario, Eurostat, che basa le sue analisi sulle cifre fornite dagli Stati membri, non aveva gli strumenti per accorgersene. Una falla non da poco nel sistema. «Eurostat dovrà avere più poteri di controllo in futuro sulle informazioni trasmesse dagli stati membri - ha detto Almunia - li avesse avuti in passato forse non ci sarebbero stati i problemi che stiamo vivendo adesso».


In ogni caso, va detto che la Banca Centrale Europea teme come la morte (sua) l’uscita dall’euro di qualche Paese, e così, il 19 gennaio scorso, ha emanato una «nota giuridica» che minaccia fulmini a chi osasse staccarsene. La minaccia della BCE consiste in questo: L’uscita dell’euro significa l’espulsione immediata dall’Unione Europea ( nota giuridica qui).

Si noti che nulla di questo è previsto nel Trattato di Maastricht; se mai, a decidere l’espulsione dovrebbe essere il parlamento europeo, poveretto. E’ la prova che sono i banchieri in Europa a dettare legge, e a cambiarla come fa loro comodo.

La BCE, del resto, lo conferma con aperta arroganza nella sua «nota giuridica»: «50 anni di costruzione europea», dice, «hanno creato un nuovo ordine giuridico» che supera «il concetto largamente obsoleto di sovranità», ed impone «una limitazione permanente al diritto degli Stati».

Se è diventata «obsoleta» la sovranità, lo spazio in cui si esplica la democrazia, è diventata obsoleta la democrazia: è dunque ovvio che comandino i banchieri e le lobby finanziarie, come oligarchia irresponsabile e incontrollabile.

Dunque siamo schiavi di lorsignori. E la BCE agita il bastone: «Nessuno Stato può sperare in un trattamento speciale»: nè la Grecia col suo 22% di disoccupati, nè gli altri PIGS*, avranno alcun aiuto. Taglino i salari e le spese sociali. E non provino ad uscire
http://www.marianne2.fr/Incroyable-la-BCE-prevoit-un-scenario-de-rupture-%20%20avec-l-euro_a183589.html
*
(PIGS: Portogallo, Italia (spesso sostituita con Irlanda), Grecia e Spagna. Ovviamente, in inglese, «pigs» significa maiali.)

martedì 2 febbraio 2010

Villaputzu 30.01.2010

I pacifisti chiedono la chiusura della base e l'avvio di una vera bonifica

La Gatti: «In certe zone del poligono non cresce più l'erba»

Lunedì 01 febbraio 2010
Dieci allevatori morti in pochi anni. La consulente della Difesa, Antonietta Gatti, sostiene che si possa ancora porre rimedio ai danni.
PAOLO CARTA
unionesarda
VILLAPUTZU
Dieci pastori di Quirra malati tutti di leucemia, loro che avevano sempre condotto una vita sana all'aria aperta, sono un indizio. Aver scoperto poi che in una zona del poligono militare non cresce più l'erba, ha rafforzato i dubbi di Maria Antonietta Gatti, bio-ingegnere dell'Università di Modena. La prova di un inquinamento grave capace di causare tumori e morti è arrivata dopo: «Con il super microscopio elettronico ho trovato polveri
sottilissime di metalli nelle foglie di lentischio prelevato a Quirra e nelle scarpe che avevo adoperato durante un sopralluogo nella base, e poi nei linfo nodi, nel fegato, nei reni, nello sperma dei soldati e dei civili malati. Le stesse che avevo scoperto nei tessuti dei militari reduci della missioni nell'ex Jugoslavia. Nanoparticelle che per forma e dimensione possono essere causate solo da combustioni a certe temperature e da esplosioni: ci sono metalli combinati tra loro che non esistono sui libri». L'uranio impoverito sarebbe il mandante, non il killer: «Ma io non l'ho mai trovato nei reperti. Le mie ricerche hanno comunque dimostrato il nesso tra le guerre (anche simulate) e l'insorgenza dei tumori».
Per Maria Antoniett
a Gatti, Quirra è un laboratorio a cielo aperto, «dove tutto non è ancora compromesso, a patto di studiarlo. L'ho detto davanti la commissione parlamentare, l'ho ripetuto, restando inascoltata, alla Regione. Utilizzando certi accorgimenti, evitando certe sperimentazioni, adottando certe procedure, l'attuale rischio per civili e militari possa essere tenuto sotto controllo. Un po' come è successo con l'Aids: si è scoperto che con un preservativo ed evitando il contatto con il sangue si poteva evitare il contagio».
L'occasione per parlare di tutto questo è stata la presentazione di un libro, "Il pettine senza denti" di Eugenio Campus, organizzata dall'associazione culturale Orrea di Elisabetta Pitzurra e Massimiliano Meloni a Villaputzu. Romanzo-denuncia, ha spiegato l'autore, con uno sguardo nel futuro, nel 2032: «Nella storia - dice Campus - la zona militare in quegli anni sarà chiusa con tutti i suoi veleni».

Quei veleni sono attua li anche oggi. Antonio Pili, medico oncologo ed ex sindaco di Villaputzu, il primo che ha denunciato i casi sospetti di tumori nella frazione di Quirra, ha lanciato la proposta di un referendum popolare: «Forse negli anni '60 il poligono è servito sia ai militari che alla popolazione civile, adesso è il tempo di proporre questa domanda agli abitanti: è giusto barattare un posti di lavoro n cambio della vita propria o di un familiare?».
Mariella Cao, del comitato Gettiamo le basi, ha contestato il monitoraggio ambient
ale in corso del Ministero della Difesa: «Serve per l'acquisto di apparecchiature e per dimostrare che è tutto pulito, non per cercare la verità. La scoperta delle polveri di guerra cancerogene impone di chiudere immediatamente il poligono, come prescrive l'Onu, e di avviare la bonifica. I fondi stanziati nel 2007 sono spariti nel bilanci dello Stato, dirottati altrove».
Il fisico Massimo Coraddu dell'Università di Cagliari ha proposto un recente studio
epidemiologico fai-da-te del Comitato per la tutela ambientale del Sarrabus: «I casi di umore, considerando militari e civili che abitano e lavorano a Quirra, sono 10 volte superiori alle statistiche nazionali. Considerando solo le leucemie si arriva a dati choc (16 volte). In dieci anni dal 1998 al 2008 abbiamo contato 15 morti in una popolazione di 7-800 persone. C'è il sospetto che siano inquinate le falde d'acqua di Villaputzu e che ogni accensione di missili vicino a Torre Murtas sia una fabbrica di nano particelle». E la dottoressa Gatti annuisce.
I militari? Invitati e non pervenuti.


Subscribe to RSS Feed Follow me on Twitter!