martedì 27 aprile 2010


UN POMERIGGIO SOLATIO quello di Cagliari, una piazza con molti bimbi che giocano e madri prese dal guardare i loro bei bimbi.

Iniziamo ad appendere striscioni e bandiere, arrivano le forze dell'ordine, ci guardano e ci chiedono di cosa parleremo, abbiamo un buon dialogo con loro, nel mentre scarichiamo dal furgoncino di Mario le casse degli altoparlanti e tutta l'attrezzatura necessaria , tavoli compresi .. ed il cibo gentilmente donato da Mario e Margherita..

Si avvia la musica , arrivano gli ospiti, gli oratori che sono nella scaletta si avvicendano ad esporre i motivi per dire No al Nucleare e SI alla Vita!!







CHERNOBYL DAY A CAGLIARI 26 Aprile 2010

SI ALLA VITA NO ALLA MORTE NUCLEARE!!!

NON PERMETTIAMO DI RENDERE INVIVIBILE LA TERRA DEI NOSTRI FIGLI CHE DEVONO ANCORA NASCERE!!

Manifestazione sit-in lunedì 26 APRILE 2010 a Cagliari Piazza del Carmine dalle ore 17,00,

Relatore Sayli Vaturu (Valter Erriu)
portavoce NO NUKE,

intervengono
Prof Luciano Burderi Fisico.

Michelangelo Saba Fisico

Paola Alcioni Poeta

partecipa il cantautore
FRANCO MADAU

hanno dato il loro contributo
Giacomo Meloni, Paolo Pisu , Savatore Cubeddu, Andrea Olla, Mariella Cao, Paola Alcioni, Aurora Pigliapochi, Marco Loi, Luciano Serra, Bustianu Cumpostu, Mario Flore, Valter Erriu.


hanno aderito:
CSS Confederazione Sindacale Sarda, Tavola Sarda della Pace, Sardigna Natzione Indipendentzia, Cagliari Socialforum, Gettiamo le Basi, Carovana della pace CA, Emergeny CA, Ass. Volontari di Sardegna, Sa Defenza Sotziali, Si ses de acordu ... movidi. NO al nucleare, Sperantzia de Libertadi, ARKA (H.C.E.) Associazione Culturale Intermediale

Per dire no alle centrali nucleari ed allo stocaggio delle scorie prodotte dall'idiozia di certa umanità, tutti/e coloro che vogliono costruire e rivendicare la sovranità territoriale la libertà da situazioni a rischio, e sostenere le situazioni di produzione non invasiva di energie pulite..

GRAZIE A TUTTI/E I/LE PARTECIPANTI ED ATTORI DI AZIONI PER LA VITA , MANIFESTE DALLA CONSAPEVOLEZZA DELLA MANIFESTAZIONE

giovedì 22 aprile 2010


CHERNOBYL DAY A CAGLIARI

NON PERMETTIAMO DI RENDERE INVIVIBILE LA TERRA DEI NOSTRI FIGLI CHE DEVONO ANCORA NASCERE!!

Vi invitiamo a partecipare alla manifestazione sit-in lunedì 26 APRILE 2010 a Cagliari Piazza del Carmine dalle ore 17,00

Relatore Sayli Vaturu (Valter Erriu)
portavoce NO NUKE,

intervengono:

Prof Luciano Burderi Fisico.

Michelangelo Saba Fisico

Paola Alcioni Poeta

partecipa il cantautore
FRANCO MADAU

hanno aderito finora:
CSS Confederazione Sindacale Sarda,Sardigna Natzione, Cagliari Socialforum, Tavola per la Pace, Gettiamo le Basi, Carovana della pace CA, Emergeny CA, Ass. Volontari di Sardegna, Sa Defenza Sotziali,Sperantzia de Libertadi, ARKA (H.C.E.) Associazione Culturale Intermediale

Per dire no alle centrali nucleari ed allo stocaggio delle scorie prodotte dall'idiozia di certa umanità, tutti/e coloro che vogliono costruire e rivendicare la sovranità territoriale la libertà da situazioni a rischio, e sostenere le situazioni di produzione non invasiva di energie pulite..



per proteggere le produzioni locali che non vogliamo vegano contaminate da radiazioni e per dire

SI alla Vita e NO alla Morte Nucleare .. ..

info: sayli@tiscali.it

comitato sardo No Nuke una risata sardonica vi seppellirà


CHERNOBYL: DAL DISASTRO AD OGGI

Il 26 aprile 1986 un grave incidente ha interessato il quarto reattore della centrale nucleare di
Chernobyl, in Ucraina – allora parte dell’Unione Sovietica. I tecnici della centrale avevano
intenzione di testare se le turbine sarebbero state in grado di fornire l’energia necessaria a
mantenere operative le pompe dell’impianto di raffreddamento del reattore, nel caso di una perdita
di energia e senza ricorrere al generatore diesel di emergenza. Qualcosa andò storto. Appena
incominciò il test il reattore andò fuori controllo. I sistemi di sicurezza erano stati disattivati. Si
verificò una violenta esplosione che fece saltare la struttura di 1000 tonnellate che sigillava
l’edificio del reattore. Le barre di uranio si fusero quando la temperatura incominciò a superare i
2000 °C. Anche la copertura in grafite del reattore prese fuoco. Il rogo andò avanti per nove giorni,
rilasciando in atmosfera cento volte tanto la radioattività sprigionata dalle bombe atomiche
sganciate su Hiroshima e Nagasaki.


Le conseguenze dell’incidente di Chernobyl

La maggior parte della radiazione venne rilasciata nei primi 10 giorni, contaminando milioni di
persone e una vasta area. Nei giorni successivi all’incidente, a causa di perturbazioni meteo, la
contaminazione arrivò fino in Europa centrale, Germania, Francia, Italia, Grecia, Scandinavia, e
Regno Unito. In Bielorussia, Russia e Ucraina furono contaminati tra i 125mila e 146mila chilometri
quadrati di territori a livelli tali da richiedere l’evacuazione della popolazione.
Gli impatti più seri nel lungo periodo si devono al Cesio-137, i cui livelli di contaminazione si
riducono significativamente solo dopo 100 anni. Livelli di radioattività significativi da Cesio-137
possono ancora essere riscontrati in Scozia e in Grecia. Oltre a questo, anche gli impatti sulla
popolazione locale continuano a persistere per decenni ed oggi, a 24 anni di distanza, si
continuano ad avere nuove vittime. Uno studio di scienziati dell’Accademia delle Scienze ucraina e
bielorussa, pubblicato da Greenpeace nel 2006 (in coincidenza del 20° anniversario del disastro),
stima che nel lungo periodo si potranno raggiungere 100 mila vittime1.


La situazione attuale a oltre 20 anni dall’incidente

I segnali di miglioramento sono pochi. La popolazione sta incominciando a tornare ad abitare nei
villaggi abbandonati, nonostante si tratti di aree ancora a rischio. Nel 2006 Greenpeace ha raccolto
campioni nel villaggio di Bober, fuori dalla zona di esclusione. Le analisi hanno rivelato che i livelli
di contaminazione erano 20 volte superiori ai limiti fissati dall’Unione Europea per i rifiuti radioattivi
pericolosi. Un altro problema consiste nel fatto che, mano a mano che il tempo passa, molte delle
persone che rischiarono la vita per spegnere l’incendio e molte delle vittime colpite ricevono
sempre meno cure e assistenza sociale.
Le stime sulla mortalità derivante dall’incidente di Cernobyl variano a seconda dei parametri presi
in esame. La più recente ricerca epidemiologica, pubblicata in collaborazione con l’Accademia
Russa delle Scienze, mostra che gli studi precedenti erano stati troppo cauti. Per esempio, l’AIEA
nel 2005 parla di soli quattromila morti, ma le statistiche più recenti stimano invece in duecentomila
le morti dovute all’incidente di Cernobyl, tra il ’90 e il 2004 prendendo in esame solo Ucraina,
Bielorussia e Russia.
La seguente tabella indica i risultati di diversi studi effettuati, e mostra quanto sia ampio il margine
di incertezza sull’impatto reale del disastro e come le statistiche ufficiali dell’industria nucleare
abbiano sottostimato sia l’impatto locale che quello internazionale dell’incidente.
Quattro gruppi di popolazione sono stati maggiormente colpiti dalle maggiori ripercussioni
sanitarie: i lavoratori impiegati nella bonifica, i cosiddetti ‘liquidatori’, inclusi i militari che hanno
costruito il guscio protettivo del reattore; gli evacuati dalle aree fortemente contaminate nel raggio
di 30 chilometri dalla centrale, i residenti delle aree meno contaminate e I bambini nati da famiglie
appartenenti a questi tre gruppi.

Cosa sta succedendo ora presso il sito dell’incidente?

Esistono piani per trasformare Chernobyl in un sito temporaneo per lo stoccaggio di scorie
nucleari. L’industria nucleare si riferisce a questo sito come “zona di sacrificio” e intende scaricare
rifiuti nucleari altamente pericolosi dove la gente continua a vivere e a subire gli effetti della
contaminazione. Otto mesi dopo l’incidente, nel novembre 1986, un “sarcofago” di cemento armato
di oltre 400mila metri cubi venne costruito attorno al reattore collassato. La sua vita era stimata tra
20-30 anni, ma il rapido deterioramento potrebbe farlo precipitare sul reattore, producendo una
seconda fuga di radioattività nell’ambiente. Attualmente si prevede quindi la realizzazione di un
nuovo sarcofago per un costo di circa 1,2 miliardi di dollari.


Ci sono stati altri incidenti nucleari dopo Chernobyl?

Incidenti nucleari gravi continuano a capitare ancora ai giorni nostri, sebbene per fortuna non ne
sono successi della stessa entità di Chernobyl. Per esempio nel 1999 una reazione nucleare
incontrollata ebbe luogo nell’impianto di produzione del combustibile nucleare di Tokai-Mura, in
Giappone. Morirono due lavoratori e la radiazione si sprigionò nell’area circostante. Nel 2006 si
sfiorò l’incidente nucleare presso un reattore a Forsmark, in Svezia, quando i generatori di back-up
si incepparono, lasciando la centrale senza elettricità. Nel 2007 un terremoto in Giappone ha
costretto a bloccare sette reattori nella centrale di Kashiwazaki-Kariwa per un anno, con forti
problemi per la città di Tokio. Anche in Svezia, in seguito a problemi di sicurezza, furono fermati
quattro reattori nel 2006, e venne perso il 20% della produzione elettrica del Paese.


I reattori di ultima generazione sono più sicuri?

I principali reattori di ultima generazione sono l’AP1000 della Westinghouse e l’EPR della francese
AREVA. Il primo è ancora in fase autorizzativa, mentre per l’EPR ci sono due cantieri in Europa,
uno in Finlandia a Olkiluoto e uno in Francia a Flamaville. Reattori di questo tipo sono dotati di
nuovi sistemi di sicurezza “passivi”, tuttavia diversi problemi sono stati riscontrati in fase di
costruzione sia a Flamaville che a Olkiluoto. Dopo due anno dall’inizio dei lavori a Olkiluoto,
l’Autorità finlandese per la Sicurezza Nucleare (STUK) ha segnalato circa 1.500 non conformità,
molte delle quali non risultano essere state corrette, che possono aumentare seriamente il rischio
di un incidente grave. Più recentemente, l’Agenzia Francese per la Sicurezza Nucleare ha
scoperto che a Flamaville le fondamenta di cemento armato del reattore erano state gettate in
modo scorretto, che il basamento del reattore aveva delle crepe e che un quarto circa di tutte e
saldature erano difettose. In entrambi i casi, per cercare di ridurre i costi, erano stati dati subappalti
dei lavori a società senza le competenze necessarie.
Il nucleare è una soluzione al problema dei cambiamenti climatici?

Visto che il nucleare ha basse emissioni di gas serra (prodotti prevalentemente in fase di
estrazione dell’Uranio), i fan dell’atomo cercano di presentare l’opzione nucleare come l’unica
alternativa credibile e realistica ai combustibili fossili. In realtà il nucleare è una falsa soluzione al
contenimento delle emissioni di gas serra. Nel mondo sono presenti 440 reattori che forniscono
circa il 6,5% dell'energia primaria globale. Per raddoppiare il numero dei reattori occorrerebbe
inaugurare una centrale nucleare ogni due settimane da qui al 2030. Un'ipotesi irrealizzabile, che
permetterebbe di ridurre le emissioni globali di gas serra di appena il 5%. Troppo poco, troppo in
ritardo e con costi esorbitanti oltre i 2.000 miliardi di euro. Inoltre, l’Uranio estraibile a costi
valutabili è meno di 3,5 milioni di tonnellate e, agli attuali livelli di consumo, basterà per altri 50
anni appena.
Greenpeace ha presentato nel 2008 il Rapporto “Energy [R]evolution” in cui si mostra come il
crescente fabbisogno mondiale di energia può essere soddisfatto da fonti rinnovabili e misure di
efficienza energetica, facendo a meno del nucleare al 2030. Grazie a misure di efficienza
energetica, sarebbe possibile stabilizzare i consumi mondiali di energia ai livelli attuali. In questo
modo le rinnovabili potranno coprire circa la metà del fabbisogno energetico mondiale al 2050.
(www.greenpeace.it/energyrevolution).
1
The Chernobyl Catastrophe: Consequences on Human Health, Greenpeace, Aprile 2006 (http://www.greenpeace.it/cernobyl)
2
Minatom (Russian Ministry of Nuclear Energy ), Branch report on safety for 2001, Moscow, 2002
3
IAEA (2005) Chernobyl: The True Scale of the Accident. http://www.iaea.org/NewsCenter/PressReleases/2005/prn200512.html
4
Chernobyl Forum Expert Group “Health” (EGH) Report “Health Effects of the Chernobyl Accident and Special Health Care Programs”,
Working Draft, August 31, 2005
5
Mousseau T, Nelson N, Shestopalov V (2005). Don’t underestimate the death rate from Chernobyl. Nature 437, 1089
6
Anspaugh LR, Catlin RJ, Goldman M. (1988) The global impact of the Chernobyl reactor accident. Science 242:1514-1519.
6
Shcherbak Y. (1996). Ten Years of the Chornobyl Era. Scientific American. 274(4): 44-49Sinclair, W.K. (1996) The international role of
RERF. In: RERF Update 8(1): 6-8
7
Malko, M.V. (2006) In: Estimations of the Chernobyl Catastrophe (on the base of statistical data from Belarus and Ukraine), Publ:
Centre of the Independent Environment Assessment of the Russia Academy of Sciences, ISBN 5-94442-011-1
8
Khudoley et all. (2006) Attempt of estimation of the consequences of Chernobyl Catastrophe for population living at the radiation-
polluted territories of Russia. Publ: Centre of the Independent Environment Assessment of the Russia Academy of Sciences,
Consequences of the Chernobyl Accident: Estimation and prognosis of additional mortality and cancer deseases. ISBN 5-94442-011-1
9
Gofman J. (1990),. Radiation-Induced Cancer from Low-Dose Exposure: an Independent Analysis. ISBN 0-932682-89-8.
10
Bertel R. 2006. The Death Toll of the Chernobyl Accident. In: Busby C.C., Yablokov A.V. (Eds.). ECRR Chernobyl: 20 Years On.
Health Effects of the Chernobyl Accident. Documents of the ECCR, N 1, Green Audit, Aberystwyth, pp. 245 – 248.
11
ECRR 2003 Recommendations of European Commission on Radiation Risk, Green Audit Press, 2003, UK, ISBN 1-897761-24-4

venerdì 16 aprile 2010

Ovvero, come trasformare le traversie in opportunità

Paola Alcioni


gentilmente concesso
a sa defenza


La concezione antropologica moderna presenta la cultura come quell'insieme complesso che include il sapere, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, gli atteggiamenti, i valori, gli ideali e ogni altra competenza e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società.
Concerne sia l’individuo, che la collettività di cui fa parte.
Viene supposta l’esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l’appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un’identità culturale.
In antropologia l'insieme di queste norme sociali vengono definite modelli culturali ideali.
La cultura è dunque un complesso di modelli (idee, simboli, azioni, disposizioni) PER e modelli DI.
In tutte le culture esiste un modello di (es. di sviluppo, comportamento, pulizia, decoro, legge), un modello attraverso cui si pensa qualcosa.
I modelli di generano modelli per, modelli guida al modo di agire, perché la cultura non è solo generatrice di modelli teorici, ma è OPERATIVA, permette cioè di passare dall’ideale del modello all’operatività, attraverso una serie di strumenti intellettuali e pratici, selezionando, tra i tanti che trova al suo interno, quei modelli che sono funzionali al presente.
La cultura è dinamica: interagisce con altre culture, accettando e provocando cambiamenti, perché è basata sulla comunicazione: la cultura nasce infatti da uno scambio costante. Questo provoca continui sconfinamenti tra le culture ed è difficile definire un vero limite, un vero confine tra esse.
C’è un rapporto strettissimo tra i processi mentali e il complesso dei valori, dei significati, dei discorsi, delle pratiche e degli artefatti attraverso i quali le persone concretamente si relazionano tra loro e con il mondo.
In altre parole il modo in cui pensiamo dipende dalla cultura che abbiamo (non dalla quantità, intendiamoci, in senso umanistico, ma dal tipo di cultura): due appartenenti a diversi gruppi etnici è probabile che, dinanzi ad uno stesso problema, elaborino soluzioni differenti.

Simon Mossa aveva individuato le ragioni per le quali il popolo sardo poteva considerarsi una Comunità etnica.
Queste ragioni le trovava nella storia, nella posizione geografica, nella struttura sociale, nell’economia. Ma ancor più nelle caratteristiche della cultura, della lingua e delle tradizioni.
In questi ultimi elementi individuava il patrimonio ancestrale della Comunità sarda.
Storicamente assistiamo, però, ad un’opera di spersonalizzazione e snazionalizzazione, a vantaggio di un nazionalismo colonialistico tendente ad imporre un modello culturale distruggendo l’altro.
Si è tentato un genocidio. Questo termine non significa l’eliminazione fisica di tutti i componenti di un popolo, ma significa uccidere l’anima di un popolo. E l’anima della nazione sarda risiede in questi tre elementi: cultura, lingua e tradizione.

Con tutto ciò che ha subito, la Comunità etnica sarda è ancora viva.

La cultura altra che le è stata imposta, le ha gravato addosso – come un giogo – MODELLI DI che hanno generato MODELLI PER sostanzialmente estranei alla cultura ancestrale.
Sradicare questa cultura, per imporre un’altra cultura diversa, senza lasciare spazi riconosciuti alla stratificazione ed alla sovrapposizione, significa involuzione culturale, crollo di un mondo, senza un sostitutivo, o con un sostitutivo meno valido.
Una persona che subisce questa violenza, entrando in un modello culturale che gli è estraneo, perde la fiducia in se stesso, non ha spirito di iniziativa autonoma, sgretolati i legami comunitari che costituivano la sua forza di individuo in quella società, preferisce essere comandato, servire, perché è l’unica maniera di azzerare i conflitti. Se il suo tozzo di pane è assicurato, non chiede più nulla, svende i suoi sogni, ascoltando solo le ragioni della propria pigrizia e della propria paura.
Se perde il pane ed il lavoro, di dispera, si sorprende senza risorse, senza soluzioni.
La Cultura, infatti, non è un apparato esterno ad ognuno di noi. E’qualcosa di legato all’esperienza individuale, perciò i modelli che vengono solo dall’esterno, proprio perché si pongono come modelli, sono passivizzanti: se ci danno l’illusione di aver trovato il significato e il fine da perseguire, ci tolgono la ricerca dinamica di miglioramento. Ci seducono, ma lo stimolo trova scarso o nullo spazio. Ci disabituano ad elaborare soluzioni.
Accettando dunque passivamente e perdendo il suo spirito critico, l’uomo perde il suo più affilato strumento per incidere nella realtà, che gli consentiva di essere regista della sua sorte, trovando strade anche dove apparentemente non ce n’erano.

Così, non potendo essere parte della soluzione il popolo sardo è diventando parte del problema.

Quando parlo di svendere i sogni, parlo di abdicare alla capacità immaginativa e dunque creativa anche di prospettive nuove.
La creatività è quella facoltà che consente di conciliare gli opposti, in un terzo termine che li supera, operando la sintesi dei contrari non come mera somma degli elementi, ma nella creazione di un novum.
E’ la creatività che consente quel processo trasformativo all’interno della nostra piccola storia di individui così come all’interno della grande storia dei popoli.
La creatività potenzia le risorse individuali, induce a scoprirsi abitati dalla dimensione del possibile.
La immaginazione (fantasia) produce immagini anticipatrici, incontri con il NON ANCORA, presentificando il futuro e dandogli, per il fatto solo d’essere pensato, un principio di realtà. (esempio della casa)
Queste anticipazioni sono i progetti, segno di qualcosa di non ancora realizzato ma progettato.
All’etimo greco poiein, che esprime l’attività prerogativa dell’homo sapiens et faber di fare, plasmare creare e progettare, si lega sia l’arte del poeta, che quella attraverso la quale progettiamo e plasmiamo la nostra vita.
I meccanismi poetici attraverso i quali si fa letteratura, hanno molto in comune con la nostra attività poetica quotidiana attraverso la quale tutti noi costruiamo i nostri sistemi di significato, la nostra stessa identità.
Noi, vivendo, ci narriamo a noi stessi e agli altri.

Narrare è una modalità di percepire e organizzare la realtà rendendola realtà interpretata, cioè filtrata dai nostri sistemi rappresentazionali (uditivo, visivo, cenestesico - tatto, olfatto gusto).
I racconti dunque sono una versione della realtà vissuta dal punto di vista esperienziale.
Dunque la mia realtà è quella che le mie parole descrivono.
Non esiste una realtà oggettiva, ma solo pratiche discorsive intorno ad una esperienza che ognuno di noi fa della realtà.
Il linguaggio polisemico della narrazione permette inoltre di guardare la realtà contemporaneamente da più punti di vista. Ha il meraviglioso potenziale di ri-figurare la realtà e di trasformare la nostra visione del mondo.

Ma cosa ha a che fare, tutto questo con il problema Sardegna?
Per esempio i sardi, che spesso hanno cercato la propria identità nei racconti dei viaggiatori del 700/800 invece che in se stessi, ora si descrivono spesso come li definì un dominatore: Pocos, locos y malunidos.
Dal narrarlo ad assumerlo come copione, il passo è breve.
Questa è quella che in psicologia si chiama “una narrazione patogena o disfunzionale”.
Cosa fa il terapeuta, quando ha davanti un paziente che si racconta in modo patogeno?
Non fa altro che “perturbare” la fissità del racconto, innescando la riorganizzazione dei significati legati all’esperienza del paziente. Aiuta il paziente a cercare altri “possibili” sviluppi di una storia patogena, che crea dolore e cristallizza in una fissità senza uscita. Il terapeuta propizia il cambiamento.
Perché un cambiamento?
Perché non è il passato a produrre disagi nella persona, ma il presente, i modelli di interazione e di comunicazione che usiamo con noi, con gli altri, con il mondo. Essi sono spesso disfunzionali, quando c’è un disagio. È il momento in cui noi comunichiamo con noi stessi attraverso una sorta di autoipnosi che produce una narrazione patogena (io sono sfortunato, non me ne va mai bene una...)
Il passato, nella sua dimensione problematica e patologica, impedisce la nascita di nuove idee ed ostacola l’originarsi di nuove possibilità. Sopprime la flessibilità del sistema, rendendolo rigido, lineare, irreversibile.
Il linguaggio della narrazione situa invece gli eventi in un orizzonte più vasto di possibilità, facendo uso del linguaggio polisemico che consente di guardare la realtà contemporaneamente da più punti di vista. A quel punto si ha la sensazione di avere presa sul proprio destino, si comincia ad avere l’impressione di poter essere non più attori della nostra vita dal copione fisso e grigio, ma registi, con una gamma di possibilità diverse.

Ritornando alla Sardegna e ai suoi problemi, è il cambiamento che dobbiamo propiziare. Lo possiamo fare cambiando forma e contenuto dell’autonarrazione, per aprirci ad un orizzonte più ampio di possibilità, aumentando la nostra capacità di vedere il problema da più punti di vista contemporaneamente.

Io credo che la cultura sarda abbia in sé i germi di una evoluzione rapida nel mondo moderno.
In presenza di stimoli, il substrato culturale di ogni individuo, riaffiora ed elabora soluzioni sincretiche in una situazione di incontro di culture.
Quelle che finora si sono accumulate su di noi e sulla storia come traversie, possono essere rielaborate come opportunità.
La lingua che ho scelto per questa relazione, per esempio, ha gravato e grava sul mio popolo come un giogo, con tutto il suo peso di codice scelto e gestito dal dominatore.
Ma io la rendo ora strumento, veicolo di comunicazione di concetti pensati in quella lingua e, dunque, in quella lingua più immediatamente comunicabili. E la uso, per portare acqua al mulino della mia lingua e della mia cultura.
Traformo una traversia in opportunità. Faccio il lavoro che fa il Judoka quando, sfruttando la forza che l’avversario impiega nell’eseguire una tecnica di combattimento, lo sbilancia e lo atterra sfruttando l’impeto della sua stessa forza.

I sardi potranno essere collettivamente padroni del loro destino - sottrarsi dal giogo di una colonizzazione politica e culturale ed attuare una reale crescita economica - soltanto quando avranno acquisito i poteri di uno stato.
Ma intanto possono, ognuno per sé, provare a riprendere in mano le redini del proprio destino individuale, studiando e rivalutando ai propri occhi i modelli culturali che gli appartengono come membri di questa comunità etnica, e utilizzando le categorie mentali proprie – fino ad ora gravate del tabù del dominatore – come stimolo contrastivo con le culture altre e gli altri modelli per la creazione di un novum che possa realmente attribuire senso nuovo al nostro stesso essere al mondo qui, in questa terra, secondo le modalità del poter essere, e non più dell’essere dati dal dominatore o dallo sfruttatore di turno.
La razza, a differenza dell’etnia, si riferisce ad una classificazione dell’uomo in base a tratti fisici e genetici, tipici dell’etnia cui appartiene, mentre il gruppo etnico è tale per avere in comune cultura, lingua, religione e caratteristiche fisico-genetiche
Che significa più cose contemporaneamente.

sabato 10 aprile 2010

Sayli Vaturu
SA DEFENZA SOTIZIALI

Un pomeriggio un po uggioso ma proficuo, al Hotel Mediterraneo a Cagliari, oggi sabato 09 Aprile 2010 si svolge il convegno di Sardegna Democratica, il tema di tutto rispetto evoca nuovi
orizzonti nella sinistra sarda: AUTONOMIA, FEDERALISMO, SOVRANITA', INDIPENDENZA. QUALE STATUTO PER LA SARDEGNA?

Partecipano Antonello Cabras, Massimo Dadea, Pietrino Soddu, Renato Soru.

Coordina Giacomo Mameli

L'intervento del primo relatore Pietrino Soddu è di grande lucidità analitica della situazione attuale in Sardegna e dell'oltremare.
L'Onorevole Soddu ha esposto una cronistoria dei fatti dalla "Fusione Perfetta" del 1847 all'autonomia del 1948, ed ha evidenziato i vizi e difetti di tale autonomia , considerandola obsoleta e superata addirittura dalla "noia".



Dice l'Onorevole Soddu che è necessario un nuovo Patto Costituzionale, basato su una repubblica federale ove è si deve contrattare senza complessi di inferiorità , rivendicando la propria storia e autorità nazionale.


L'On. Massimo Dadea ha posto l'accento sulle parole come sovranità popolo nazione, significanti il valore della Sardegna, esponendo la sincronicità della sinistra sarda e l'uso degli aggettivi della istituzione nazionale sarda , un conosciuto ove non vi è alcuna contraddizione nei termini.




L'On. Antonello Cabras ha esposto il suo progetto di legge su autonomia e federalismo, trattando l'argomento nella sua premessa con il giusto valore per la patria sarda , avendo a cuore esporre la richiesta di sovranità del popolo sardo, cosa che allude alla futura natzione sarda indipendente, speriamo noi.

Renato Soru ha preso atto delle relazione ed ha chiesto che si sentisse prima le idee degli indipendentisti presenti invitati al dibattito.



La segretaria di iRS Ornella Demuru ha raccontato dell'importanza della sardità come centro delle ipotesi statuali sarde, ed ha posto l'accento sulla necessità di raggiungere la
nostra aspirata indipendenza.




Il Rossomoro Gesuino Muledda ha fatto la storia del sardismo rivendicando la loro piena adesione agli ideali sardisti e la piena sintonia con il padre fondatore Emilio Lussu


Il Coordinatore nazionale di Sardigna Natzione Bustianu Cumpostu ha rievocato i fatti della fusione perfetta e ha posto l'accento sulla denuncia di quei fatti che assoggettarono la Sardegna ai Savoia, ha anche ribadito il valore delle idee indipendentiste




Il Presidente di iRS Gavino Sale, ha incentrato al pericolo della divisione nel movimento per la sovranità ed ha accentuato la necessità dell'unità tra le forze presenti in campo rinforzando l'idea del percorso atto alla costituente sardo indipendentista con annessa festa popolare di acclamazione alla nostra libertà



Il portavoce di NO NUKE Sayli Vaturu (Valter Erriu) ha incentrato la sua diretta azione e attenzione al fattore migranti, un popolo che ha per il mondo un quarto dei suoi figli/e che aspira a tornare nella sua patria sarda, ecco la necessità di creare lavoro e felicità, ha anche posto l'accento sulle curatorie situazioni di governo locale , che sono già in "su connotu" del popolo sardo che hanno un diretto filo con la popolazione e può ascoltare e attuare i piani locali cosa molto difficile da fare dalle province, che dovrebbero essere abolite.

Sayli ha anche fatto appello alle coscienze dei presenti a partecipare al sit-in del 26 aprile a Cagliari sul nucleare per dire no ad un futuro di morte , il Chernobyl Day.

Quale soluzione sia più appropriata, la si capirà dalle prese di posizione future degli intervenuti al simposio di oggi, siamo fiduciosi che ciò , partendo dal simposio di Santa Cristina , porti all'autodeterminazione del popolo sardo libero in una Europa libera e rispettosa della dignità dei popoli europei tutti quelli con stato e quelli semplicemente nazioni!



mercoledì 7 aprile 2010

Benito Saba
de "Sardigna, Pàtria amada!"
Oggi finalmente è stato acquisito pacificamente da tutti i Sardi nella travagliata maturazione della nostra cultura politica democratica che la non statualità della Sardegna non sopprime la Nazione Sarda come soggetto di diritti naturali prestatuali (l'identità etnica, la memoria storica - ed in essa quella delle passate statualità, quelle vissute non nella soggezione di "occupati" o colonizzati, ma nella partecipazione attiva alla cittadinanza nella parità dei diritti e doveri - la lingua, la cultura, l'integrità del territorio, il diritto ad usufruirne da parte delle comunità, l'autogoverno in tutto ciò che riguarda direttamente la Sardegna, la salvaguardia dell'ambiente, della sua salubrità e peculiarità, la precedenza dei residenti nel godere dei benefici derivanti dall'utilizzo non distruttivo delle risorse primarie dei territori ecc.). Ne consegue che il Popolo Sardo, anche soggetto politico-istituzionale nell'ordinamento statuale italiano (v. ad es. Statuto Sardo art. 28), poiché incarna detta Nazione, si pone anche e prima di tutto come soggetto portatore ed espressione di questa peculiare identità nazionalitaria che non solo esso Popolo ha diritto di rivendicare e proclamare, ma che lo pone - anche per la volontaria rinuncia alla precedente statualità - in parità morale con il Popolo "Italiano" (con cui è ora unito nella statualità e con il quale, insieme ad altre etnie, costituisce il Popolo della Repubblica Italiana) in quanto la sua soggettività non nasce con l'ordinamento statuale italiano, ma è preesistente ad esso ordinamento, che appunto non la costituisce, ma soltanto la riconosce ai fini dell'attività politico-istituzionale.
Oltre al richiamo fondamentale dell'art. 28 dello Statuto Sardo - che è legge costituzionale - mi sia consentito ricordare che la Costituzione non parla mai di "Popolo Italiano", es
pressione riassuntiva più "facile" invalsa almeno da un secolo e mezzo nella vita politica anche per una chiara volontà di integrazione e unificazione di tipo omogeneizzante. La Costituzione parla sempre e soltanto di "Popolo" (artt. 1, 71, 101, 102). Ed infatti l'"Italia" dell'art. 1 non è realtà geo-politico-istituzionale soltanto degli appartenenti alla espressione storica della etnia italiana, o, più precisamente, italica (se mai ne esista una sola), ma di quanti sono cittadini entro i suoi confini riconosciuti; è questa "Italia" che "è Repubblica democratica" e pertanto il "Popolo" di cui al 2° comma - cui "appartiene la sovranità" - non è soltanto il Popolo "Italiano" stricto sensu, bensì il Popolo della Repubblica Italiana, che non coincide con il primo, come riconosciuto indirettamente dalla stessa Costituzione all'art. 6: le "minoranze linguistiche" - tra cui è ufficialmente compresa quella sarda, ai sensi dell'art. 2 della L. 15-12-1999, n. 482 (pur chiamate intenzionalmente in tutta la legge "popolazioni" per rimanere nell'ambito esclusivamente della politica culturale e linguistica) - sono espressione inequivocabile di una pluralità di soggetti etnico-nazionali (cioè di comunità presenti "da sempre" con cultura e coscienza identitaria particolare non riconducibile alla nazione "stricto sensu" italica e radicate in territori definiti all'interno dei confini della Repubblica), anche se di diverso peso demografico, tutti costituenti il Popolo della Repubblica Italiana.
Purtroppo - alla luce di quanto testè illustrato - del tutto improprio ed equivoco è l'uso dei termini "Nazione/i" e "nazionale/i" nel testo della Costituzione, come anche - per trascinamento terminologico dei riferimenti al primo - in quelli dello Statuto speciale per la Sardegna (L. Cost. 26 febbraio 1948 n. 3 e succ. mod.) e della L. n. 482/1999 richiamata.
In tutti i casi in cui ricorrono (Costituzione: artt. 9, 11, 16, 49, 67, 87, 98, 99, 117, 120, 126 e
Disp. trans. III e XIII) (Statuto Sardo: artt. 3, 7, 33, 50, 53, 54) (L. n. 482/1999: artt. 4, 5, 9) questi termini non hanno mai la significanza propria etimologica di una particolare identità etnico-culturale, matrice demologica ed etico-politica della soggettualità storica dello Stato italiano, il quale di conseguenza ne sarebbe espressione univoca; essi invece nella loro significanza testuale e contestuale sono un chiaro portato di aspetti ineludibili della cultura politica post-rivoluzionaria francese e poi in continuità di quella risorgimentale protesa alla unificazione statuale dell'Italia (aspetti culturali purtroppo esasperati in seguito a mitizzazione sacrale e fanatica nel ventennio fascista). Fatto sta che in tutti quegli articoli i termini in esame possono essere sostituiti tout court con "Stato/i", "dello Stato", "statale/i", "Repubblica", "della Repubblica", "repubblicano/i" "generale pubblico" ed equivalenti.
Non esiste pertanto, a mio avviso, alcuna norma costituzionale che sancisca l'unicità di una "Nazione italiana" di cui sia espressione il Popolo della Repubblica, o sancisca la non compatibilità di altra Nazione, oltre a quella italica, all'interno della Repubblica Italiana. In altre parole ritengo fermamente che la Rep
ubblica Italiana sia costituzionalmente uno Stato plurietnico e perciò plurinazionale (ovviamente, lo ripeto, mi riferisco all'esistenza di etnie non italiche costituite in comunità "storiche" radicate in territori definiti all'interno dei confini della Repubblica).
Il diritto ad un Inno Nazionale Sardo - come anche quello a definire
la Sardegna Patria nazionale del Popolo Sardo - è pertanto non una concessione retorica ad una tradizione popolare decaduta a valenza di tipo folkloristico, ma un diritto inalienabile, pur nella unitarietà dell'ordinamento statuale italiano di cui la Sardegna e il suo Popolo fanno parte integrante nell'attualità storica, peraltro protesa ad evoluzione federalista nel quadro italiano e nazionalitaria nel quadro dell'unità europea.(1)
Più controversa è la questione se si possa parlare di "sovranità" del Popolo Sardo.
Mi sia consentito un accenno, data l'ultima strofa del mio Inno.
Come è
risaputo la Legge della Regione Sarda del 23 maggio 2006, n. 7, (1) aveva riconosciuto e sostenuto questa tesi - largamente condivisa in sede scientifica e politica in Sardegna - sia nel titolo ("Istituzione, attribuzioni e disciplina della Consulta per il nuovo statuto di autonomia e sovranità del popolo sardo), sia nell'art. 1, comma 1, che nell'art. 2, comma 2, lett. a), e comma 3. Si sa che a seguito di ricorso del Governo (2) la Corte Costituzionale con sentenza n. 365 del 7-11-2007 ha dichiarato l'illegittimità di queste espressioni giudicate in contrasto con gli artt. 1, 5 e 114 della Costituzione e con l'articolo 1 dello Statuto Speciale della Sardegna (3).
Mi sia consentito di far presente sommessamente che, al di là del
legittimo e doveroso dibattito sulla sentenza richiamata e le sue motivazioni (4), ciò che interessa a noi in questa sede non è la sovranità del Popolo sardo soltanto in quanto soggetto dell'ordinamento italiano, sovranità non accolta dalla Corte Costituzionale, ma soprattutto in quanto soggetto nazionalitario, cioè incarnazione ed espressione della Nazione Sarda. E, ad avviso di quanti non si stancano di richiamare la fondazione antropologica del diritto naturale, la sovranità di una nazione è analoga alla libertà e dignità della persona umana, anzi ne è la proiezione collettiva. E se all'art.1 della "Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo",adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948, leggiamo che "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti", analogamente tutte le nazioni nascono libere ed eguali in dignità e diritti, cioè sovrane, perchè la nazione non è altro che l'insieme nativo storico particolare di quegli esseri umani associati naturalmente per appartenenza etnico-culturale, convivenza geograficamente delimitata e caratterizzata da comuni interessi socio-economici. Le vicende storiche possono far venir meno o attenuare considerevolmente detta sovranità nel diritto positivo, ma essa non può essere soppressa eticamente e sussiste come connotazione costitutiva inscindibile di diritto naturale.
La sovranità della Nazione Sarda è pertanto innegabile, a meno di sostenere che la Sardegna si trovi in una condizione di dominazione esterna, di "occupazione" straniera, di sudditanza coloniale, di impossibilità di esprimersi democr
aticamente.
Tale sovranità non è certamente oggi di tipo statuale, di rilevanza formale internazionale, ma è reale, perché morale (cioè consistente in una stabile tensione etico-culturale basata sull'autocoscienza dell'identità nazionale) e quindi p
olitica e pertanto oggettivamente, pur non formalmente, rilevante anche per l'ordinamento italiano sia statale che regionale e indirettamente per l'ordinamento internazionale.
Le espressioni di tale sovranità coincidono oggi con quelle della volontà democratica del Popolo Sardo in quanto soggetto dell'ordinamento italiano, ma il loro "peso" morale e politico va al di là di quelle espressioni derivanti dalla sola soggettività di diritto positivo; esse esprimono prima di tutto il rinnovarsi nel tempo e l'attualizzarsi dell'adesione della Nazione Sarda allo Stato italiano, adesione che è frutto di una rinuncia volontaria alla statualità sarda e di un patto morale di solidarietà totale e che pertanto si attua nella reciprocità dei sacrifici e benefici equamente partecipati. Il "sentire nazionale" (cioè la coscienza della propria identità nazionale sarda) non è dunque oggi in alternativa a quello di italianità, ma questa è stata acquisita per le circostanze storiche intervenute e per la conseguente reciproca "convenienza" (nella più ampia accezione, anche morale) storica, non è nativa e pertanto indismiss
ibile qualunque siano le situazioni, cioè anche se si dovessero determinare condizioni ritenute democraticamente inaccettabili, o non convenienti strategicamente sul lungo periodo storico, per la Sardegna ed i Sardi.
Guardando in positivo, il Popolo Sardo attraverso il circuito democratico partecipa, come parte attualmente integrante ed integrata, alla sovranità costituzionale del Popolo della Repubblica Italiana nelle forme e nei modi sanciti dall'attuale ordinamento statuale; ma insiem
e e prima di tutto è soggetto espressivo della originaria naturale sovranità della insopprimibile Nazione Sarda e come tale è sempre responsabile - mediante la pacifica espressione democratica - delle sorti della Sardegna, oggi nella adesione attiva e leale allo Stato italiano, come un domani, forse non molto lontano, nella partecipazione istituzionalmente più diretta all'ordinamento europeo, magari anche attraverso la transizione di configurazioni costituzionali federaliste dello Stato Italiano che consentano per molte "materie" un rapporto appunto più diretto con le istituzioni europee.
Il fatto che la predetta adesione sia rinnovata tacitamente con la partecipazione alla vita statuale democratica italiana non significa che sia stata data una volta per tutte in termini non più discutibili, sempre nella pacifica dialettica democratica.
Certamente l'unità statuale italiana è sempre più "com-promettente" man mano che passa il tempo, ma è anche vero che fortunatamente oggi è venuta meno la cultura della statualità "sacrale" ed il conseguente suo culto acritico e fanatico. E ciò vale soprattutto oggi che si affaccia all'orizzonte storico (magari per la sua attuazione passerà qualche decennio) il progetto dell'Europa non degli Stati ex ottocenteschi, ma dei Popoli, cioè dei soggetti nazionalitari portatori di valori e culture per un Europa non semplicemente federazione di Stati preesistenti, ma più riccamente risultanza dinamica di un crogiolo unitario di Nazioni. In tale crogiuolo le Nazioni europee, ponendosi al di là delle gabbie statuali del passato, devono essere disposte a dare e a ricevere, pur custodendo gelosamente la propria identità come patrimonio di ciascuna e di tutte per una sintesi culturale e geopolitico-istituzionale nuova e più alta, proiettata verso la governance della globalizzazione dei processi economici, culturali, sociali e politici che, soltanto se guidati fuori dagli egoismi e antagonismi degli Stati tradizionali, possono salvare il pianeta dal collasso ecologico e/o dall'autodistruzione per guerre disperate di sopravvivenza o di difesa o acquisizione prepotente di materie o risorse primarie.
In questo quadro dinamico la sovranità del Popolo Sardo - in quanto soggetto nazionalitario - sulle sorti della Sardegna e dei Sardi è e sarà allo stesso tempo la risultanza e la prospettiva storica dei processi richiamati, non per contrastare in negativo alcunché di valido nell'interesse concreto dei Sardi nell'attualità, ma, al contrario, per promuovere con coraggio una Sardegna, un'Italia, un'Europa ed un mondo più capaci di dare risposte nuove, "a misura d'uomo" ai nostri figli, fuori e oltre le culture ottocentesche.
Saremo "all'altezza" della situazione storica e sapremo misurarci con questa sfida del terzo millennio?

Sassari, 8 settembre 2008





(1) Sui rapporti tra Nazione Sarda e Popolo Sardo e Nazione Italiana e Popolo Italiano v. la Relazione, il Preambolo e la parte dispositiva del Disegno di Legge Costituzionale n. 352 del Sen. F. Cossiga - Senato della Repubblica - del 15 maggio 2006 "Nuovo Statuto della Regione Autonoma della Sardegna - Costituzione della Comunità Autonoma di Sardegna e Noa Carta de Logu de sa Comunidade Autonoma de Sardigna", in http://www.consregsardegna.it/ACRS/NuovoStatuto/Meterialeedocumentazione/Sardegna/Progetto%20di%20Legge%20Cossiga%20per%20un%20Nuovo%20Statuto%20Speciale%20Sardo.pdf").
(2) v. http://consiglio.regione.sardegna.it/XIIILegislatura/Leggi%20approvate/lr2006-7.asp
(3) v. http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_22_20060911101639.pdf
e l'impugnativa del Consiglio dei Ministri in
http://www.federalismi.it/ApplOpenFilePDF.cfm?dpath=document&dfile=26092006073600.pdf&content=Corte+Costituzionale,+Impugnativa+Impugnativa+della+L.R.+Sardegna+n.+7/2006,
+'Istituzione,+attribuzion
i+e+disciplina+della+Consulta+per+il+nuovo+statuto+di+autonomia+e+sovranit%C3%A0+del+popolo+sardo'+-+regioni+-+documentazione+-+
(4)v. http://www.cortecostituzionale.it/informazione/rassegna_stampa/rassegnastampaquestionidecise/schedaDec.asp?sez=seguito&Comando=LET&NoDec=365&AnnoDec=2007&annopubblicazione=2007
(5) v. per una sintesi i saggi di
- P. Caretti in
http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/documenti_forum/giurisprudenza/2007/0010_caretti_nota_365_2007.pdf
- di O. Chessa in
http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/documenti_forum/giurisprudenza/2007/0004_chessa_nota_365_2007.pdf
- di P. Passaglia in
http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/documenti_forum/giurisprudenza/2007/0021_nota_365_2007_passaglia.pdf
- di A. Mangia in
http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/documenti_forum/giurisprudenza/2007/0018_nota_365_2007_mangia.pdf
- di Adele Anzon Demmig in
http://www.associazionedeicostituzionalisti.it/dottrina/autonomie/anzon.html

martedì 6 aprile 2010













Figli dell' officina

o figli della terra

gia l' ora si avvicina
della più giusta guerra

la guerra proletaria

guerra senza frontiere

innalzeremo al vento

bandiere rosse e nere


Avanti
siam ribelli

fieri vendicator

un mondo di fratelli

liberi
dal lavor


Dai monti e dalle valli

giù giù scendiamo in
fretta

con queste man dai calli

noi la farem vendetta

del
popolo gli arditi

noi siamo i fior più puri

fiori non
appassiti

dal lezzo dei tuguri


Avanti siam ribelli

fieri
vendicator

un mondo di fratelli

liberi dal lavor


Noi
salutiam la morte

bella e vendicatrice

che schiuderà le porte a
un' era più felice

ai morti ci stringiamo

e senza impallidire

per
l' anarchia pugnamo

o vincere o morire


Avanti siam ribelli

fieri
vendicator

un mondo di fratelli

liberi dal lavor



Vieni
o Maggio t'aspettan le genti
ti salutano i liberi cuori

dolce
Pasqua dei lavoratori

vieni e splendi alla gloria del sol


Squilli
un inno di alate speranze

al gran verde che il frutto matura

a
la vasta ideal fioritura

in cui freme il lucente avvenir


Disertate
o falangi di schiavi

dai cantieri da l'arse officine

via
dai campi su da le marine

tregua tregua all'eterno sudor!


Innalziamo
le mani incallite

e sian fascio di forze fecondo

noi
vogliamo redimere il mondo

dai tiranni de l'ozio e de l'or


Giovinezze
dolori ideali

primavere dal fascino arcano

verde maggio
del genere umano

date ai petti il coraggio e la fè


Date
fiori ai ribelli caduti

collo sguardo rivolto all'aurora

al
gagliardo che lotta e lavora

al veggente poeta che muor!


Testo
Pietro Gori



giovedì 1 aprile 2010

PALESTINA - Ucciso un bambino durante le commemorazioni

Michele Giorgio
ilmanifesto.it
GERUSALEMME
Dalla Galilea al Neghev, da Gaza alla Cisgiordania. Decine di migliaia di palestinesi ieri hanno partecipato a raduni e manifestazioni per il «Giorno della Terra», in ricordo dei sei palestinesi (con cittadinanza israeliana) uccisi il 30 marzo 1976 dalla polizia che fece fuoco contro i cortei di protesta per le confische di terre arabe in Galilea.
La mobilitazione palestine
se di ieri - parte anche delle iniziative internazionali, molte delle quali a Roma e nel resto d'Italia, per la campagna Bds (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) di boicottaggio totale di Israele - si è bagnata a Gaza del sangue di Mohammed al Faramawi, un ragazzo di 15 anni ucciso dall'esercito israeliano perché si era avvicinato alla linea di confine nel tentativo (forse) di entrare nello stato ebraico e per protestare contro la «zona-cuscinetto» creata dalle forze armate israeliane all'interno di Gaza alla fine della devastante offensiva militare «Piombo fuso» (1.400 palestinesi uccisi) nel gennaio 2009.
In questa fascia di territorio (circa il 20% di Gaza), larga oltre 300 metri e che corre lungo il confine con Israele, i palestinesi non possono entrare e chi osa sfidare il di
vieto rischia la vita. I soldati, con l'aiuto delle tecnologie di osservazione più sofisticate, sparano a vista non solo sui combattenti delle fazioni armate palestinesi che lanciano azioni di guerriglia e nascondono mine nel terreno - la scorsa settimana nel più cruento degli scontri a fuoco avvenuto da un anno a questa parte sono rimasti uccisi quattro palestinesi e due militari israeliani - ma anche sui contadini che intendono raggiungere i terreni nella zona «proibita» e i civili disarmati che provano ad infiltrarsi nello stato ebraico in cerca di lavoro. Ieri almeno una ventina di palestinesi sono rimasti feriti a Khan Yunis, Khouza, al Maghazi, Beit Hanun, Beit Lahiya e Rafah - tra questi, in modo grave, anche un bambino di 9 anni - nelle sei manifestazioni per il Giorno della Terra organizzate dal neonato «Comitato popolare contro la fascia di sicurezza» ( Cpcfs, composto da forze della sinistra palestinese). «Dobbiamo mobilitate la popolazione su obiettivi concreti, come il recupero di quel 20% di territorio di Gaza che Israele ha trasformato in terra di nessuno. Quelle terre sono le più fertili e possono sfamare tante famiglie», ha spiegato Mahmoud al Zaeq, un fondatori di Cpcfs, convinto che Gaza debba prendere esempio dalle lotte popolari in Cisgiordania.
Il principale raduno per il Giorno della Terra, come vuole la tradizione, si è svolto in Galilea, a Sakhnin, dove erano presen
ti assieme a migliaia di persone che sventolavano bandiere palestinesi e scandivano slogan contro il governo Netanyahu, anche alcuni parlamentari arabo israeliani. Tra questi, Mohammed Barakeh, presidente di Hadash (comunisti), che ha protestato contro «uno stato che ci ha preso le nostre terre e ora vuole ritirarci le carte d'indentità». Il suo collega, Ahmed Tibi, ha espresso forte preoccupazione per «un clima generale nei confronti della minoranza araba, uguale se non peggiore di quello del 30 marzo 1976». In serata si è svolta la manifestazione nel Neghev, a sostegno dei diritti dei beduini. In Cisgiordania le marce di protesta sono sfociate in scontri con i soldati a Budrus, uno dei villaggi palestinesi che assieme a quelli di Bilin e Naalin si battono contro il muro israeliano. Momenti di tensione si sono vissuti anche a Qarawat Bani Hassan, nel distretto di Salfit, dove alcune centinaia di dimostranti palestinesi, israeliani e stranieri, in buona parte attivisti della campagna Bds, hanno protestato contro la confisca delle terre di questo villaggio circondato da colonie israeliane e situato in area «C» (il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo di Israele). Presente anche il premier dell'Anp Salam Fayyad, che ha indossato per l'occasione una maglietta da attivista, che rivolgendosi agli abitanti ha ribadito l'intenzione di costruire entro il 2011 le fondamenta di quello stato palestinese indipendente entro che, invece, un numero crescente di esperti ed analisti ritengono ormai irrealizzabile di fronte ai progetti attuati da Israele sul terreno.


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