lunedì 31 maggio 2010

Astrit Dakli
ilmanifesto.it

Unità israeliane hanno attaccato all'alba di stamane il convoglio “Flotta della Libertà” che portava aiuti umanitari da Cipro a Gaza. Commandos sono saliti a bordo di una delle navi, la turca “Marmara”, sparando e uccidendo molte persone: le prime notizie parlavano di almeno due morti, poi saliti a dieci e addirittura a diciannove secondo gli ultimi aggiornamenti, che parlano anche di una trentina di feriti. La maggior parte delle vittime sarebbero di nazionalità turca: il governo di Ankara ha già presentato una formale protesta diplomatica, altri governi lo stanno facendo in queste ore. A bordo delle navi attaccate c'erano anche cinque italiani, non risulta che siano tra le vittime.
Il governo israeliano ha giustificato il sanguinoso attacco, avvenuto in acque internazionali a circa 80 miglia da Gaza, da un lato semplicemente con un “vi avevamo avvertiti, non lasceremo arrivare a Gaza queste navi”, dall'altro affermando che la violenza sarebbe stata iniziata dagli equipaggi delle navi abbordate, con “armi di vario tipo, come coltelli, accette, bastoni e anche due pistole”. I pacifisti negano di aver usato la violenza in alcun modo: la loro è stata soltanto una resistenza passiva, simbolica, per bloccare l'accesso alla sala macchine della “Marmara” e alla cabina di comando. Ma i commandos invece hanno usato senza alcun ritegno armi automatiche sparando e facendo una strage.
Un video girato a bordo durante l'attacco – un vero e proprio atto di pirateria – è stato postato su YouTube; anche se è molto confuso, si vedono chiaramente numerosi feriti, grandi chiazze di sangue e i soldati israeliani che minacciano e sparano. A bordo delle navi attaccate si trovavano anche reporter di al-Jazeera e della televisione turca Ntv, che hanno confermato telefonicamente le notizie dell'attacco e del massacro.
Le navi del convoglio, sotto la minaccia delle armi, stanno ora raggiungendo il porto israeliano di Ashdod, da dove i membri dell'equipaggio verranno deportati verso Cipro, da dove sono partite le navi. Gli aiuti umanitari, circa 10.000 tonnellate, saranno fatti pervenire a Gaza, affermano le autorità israeliane, che pretendono di avere il controllo assoluto su tutto quel che entra nella Striscia.
Molti paesi come detto hanno presentato proteste diplomatiche a Israele. La Ue ha chiesto l'apertura di un'inchiesta, la Grecia ha cancellato la partecipazione a manovre militari congiunte con Israele. Ma la reazione più aspra è venuta da Ankara, che ha parlato di “attacco inumano contro civili innocenti” e ha avvertito Israele che la vicenda odierna avrà “conseguenze irreparabili” nei rapporti tra i due paesi; alla protesta si è aggiunta la richiesta di una convocazione urgente del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Finora la Turchia è stata l'unico paese islamico alleato degli israeliani, ma i rapporti sono andati deteriorandosi negli ultimi tempi e dopo l'attacco di oggi la situazione potrebbe precipitare. Le autorità israeliane hanno chiesto ai loro cittadini che si trovano in Turchia di lasciare immediatamente il paese; manifestazioni anti-israeliane sono in corso in molte città turche, a Istanbul c'è stato un tentativo di attacco al consolato.



Le città dove sono state organizzate delle proteste:
Arezzo: ore 19 davanti alla Prefettura
Benevento: ore 18 - davanti alla Prefettura
Bergamo ore 18.00 Piazza Vittorio Veneto
Bologna: ore 17.00 in piazza Maggiore
Cagliari: 01.06.2010 ore 18:00 al Bastione Saint Remy
Empoli : ore 18:30 in Piazza della Vittoria
Ferrara: ore 18:30 Piazza Trento Trieste
Firenze ore 17.00 davanti a prefettura
Genova: ore 18.00 davanti alla Prefettura
Grosseto: ore 18 davanti a prefettura
L'Aquila ore 18.00 rotonda della Guardia di Finanza
Lecce ore 18:30 in Piazzetta De Pace
Lecco ore 18.00 davati al comune
Livorno ore 18.00 Piazza Grande
Mantova ore 18 davanti alla prefettura
Milano: ore 18.00 in piazza San Babila
Modena ore 17 sotto la Ghirlandina
Napoli: ore 17 piazza Plebiscito
Novara: ore 17.30 alla prefettura
Padova: ore 17:30 davanti alla prefettura
Parma ore 18.00 in Piazzale della Pace
Perugia: ore 18 Piazza Italia
Pisa: ore 17.00 in piazza xx Settembre
Pesaro - ore 18.30 davanti al Comune
Reggio Emilia - ore 19 Piazza Prampolini
Treviso - ore 18.00 davanti alla Prefettura
Roma, ore 17.00 piazza San Marco
Salerno: ore 18 corso Vittorio Emanuele (ex cinema
Savona ore 18:00 piazza Mameli
Siena ore 18:00 davanti alla prefettura
Torino: ore 17.00 davanti a palazzo Nuovo
Trieste, 17.30 in Piazza Unità
Urbino ore 18:00 Piazza della Repubblica
Varese ore 17 davanti alla prefettura
Venezia ore 17.00 - Ponte di Rialto
Viareggio ore 17 davanti al comune
Vicenza - ore 18.30 davanti alla Prefettura

venerdì 28 maggio 2010



Le navi della campagna internazionale per rompere l'assedio israeliano pronte a salpare verso la Striscia

Manolo Luppichini
ilmanifesto.it

Una si chiama «8000», l'altra «Eleftheri Mesogeios» (Mediterraneo Libero) e navigano verso la Striscia di Gaza sotto assedio. Le due imbarcazioni fanno parte della «Freedom Flotilla» organizzata dal Free Gaza Movement, dalle associazioni che compongono la Campagna Ecesg (European campaign to end the Siege of Gaza), da Ship to Gaza (Grecia e Svezia) e dalla Ihh (Fondazione di Soccorso umanitario turco).
Con i suoi nove battelli provenienti da Irlanda, Svezia, Grecia, Algeria e Turchia, «Freedom Flotilla» è la più grande flotta civile che abbia mai tentato di forzare un assedio militare. La «8000» (numero che corrisponde ai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane) è una vecchia ma solida imbarcazione da turismo che trasporta una sessantina fra parlamentari, giornalisti, medici e artisti provenienti da 40 diverse nazioni. Dal porto commerciale di Keratsini, a pochi chilometri da Atene, ha preso il largo «Eleftheri Mesogeios», un grosso cargo battente bandiera svedese. La stiva ospita interi prefabbricati ad uso abitativ
o (50), medicinali, attrezzature sanitarie e materiali didattici. Tutto destinato alla Striscia.
Altre navi sono già in viaggio. La «Rachel Corrie», partita il 14 Maggio dal porto irlandese di Dundalk, si è fermata in pieno Mediterraneo. Problemi al motore stanno rallentandone la marcia. Tutti i vascelli stanno convergendo verso Cipro, da dove salperanno alla volta di Gaza. A completare il convoglio umanitario altre tre navi provenienti dalla Turchia, due cargo e una passeggeri che trasporta 600 persone, determinate a rompere l'embargo.
In tutto si stima un volume di aiuti di circa 10.000 tonnellate: un'impresa titanica. I paesi di provenienza dei passeggeri hanno già ricevuto pressioni da Israele affinché impediscano l'imbarco dei propri cittadini, ma le minacce di usare la mano pesante non sortiscono gli effetti desiderati. Sono infatti circa 800 le persone che hanno deciso di partecipare a quest'avventura, tra cui oltre venti parlamentari di differenti paesi e una dozzina di ebrei americani e svedesi.
Il carico è costituito principalmente da generi di prima necessità. Una lista di aiuti, raccolti grazie a donazioni provenienti da tutto il mondo, compilata secondo le richieste pervenute da Gaza. L'edilizia nella Striscia soffre delle conseguenze del lungo embargo imposto da Israele, che impedisce da un anno la ricostruzione o la riparazione delle 6.400 case danneggiate e distrutte durante l'aggressione dell'inverno 2008/2009. Sono 3500 le famiglie senza più una casa, a fronte di una popolazione in continuo aumento.

Quindici ospedali su 27 risultano distrutti o gravemente danneggiati, altri 43 edifici sanitari sono fuori uso. Ad appesantire il lavoro di pronto soccorso si aggiungono le tragiche conseguenze di decine di incidenti domestici, come gli incendi, connessi alla mancanza di elettricità che costringe all'uso di combustibili tra le mura di casa. I medicinali per far fronte a questa emergenza scarseggiano. Una parte del carico della «Freedom Flotilla» è costituito proprio da farmaci.
Gli organizzatori ci spiegano come sia importante verificare con scrupolo questo genere di donazioni. Spesso si tratta di medicinali «offerti» perché prossimi alla scadenza, che rischiano di trasformarsi in spazzatura giacendo per mesi in magazzini e container. Problemi simili sorgono in caso di donazioni di attrezzature sanitarie obsolete.
Anche la sete attanaglia la Striscia. Le falde sotterranee non sono potabili e la vicinanza al mare rende l'acqua salata. La missione comprende perciò due macchinari per la desalinizzazione delle acque per renderle potabili. Oltre ai potabilizzatori «Eleftheri Mesogeios» contiene nella sua stiva 160 carrozzine elettriche per disabili, nuove fiammanti, acquistate in Olanda. In centinaia di scatoloni è stipato invece materiale scolastico.
Il fatto che alcune imbarcazioni siano partite dalla Grecia strozzata dalla crisi pare quasi un controsenso. E ancora più spiazzante è apprendere che il porto di Atene ha ospitato gratuitamente le navi della «Flotilla» così come i lavoratori portuali si sono prestati volontariamente nell'opera di allestimento e stivaggio del carico.
Il Governo israeliano ha già annunciato di voler bloccare prima dell'arrivo a destinazione la «Freedom Flotilla», spiegando navi da guerra e i più agili gommoni Zodiac. Contemporaneamente alcune associazioni «pacifiste» israeliane, coordinate dal dottor Guy Bechor, stanno organizzando una sorta di «contro flotilla» che partirà dal porto di Herzelya, con l'obiettivo di contestare la «Freedom Flottilla» con azioni eclatanti. Nessuno può prevedere l'esito si questa complicata vicenda, ma è certo che i prossimi giorni il mare Mediterraneo sarà un crocevia di speranze e conflitti che lasceranno il segno.
a bordo della Freedom flotilla


AUTORE: Ghassan Charbel غسان شربل

Tradotto da Giorgioguido Messina

Gli americani sono arrivati in Iraq da un altro pianeta. Questa parte del mondo vive una fase storica diversa. Immaginavano di poter operare chirurgicamente e profondamente nella regione eliminando il regime di Saddam Husseyn.

Il politico iracheno sorride. L'esperienza ha dimostrato che gli americani hanno commesso un'errore nel leggere le istanze del popolo ed i loro sentimenti. Ritenevano che la caduta di Saddam avrebbe permesso loro di ricostruire l'Iraq come fecero in Germania e Giappone. Hanno dimenticato le differenti condizioni e il grado di sviluppo economico e sociale, nonché le diversità religiose e culturali.

Nei loro uffici distanti gli “architetti” inseguono un sogno ingenuo. Credevano che la democrazia fosse il solo sogno che avessero i popoli della regione. E che semplicemente aprendo la finestra questo avrebbe incoraggiato gli iraniani e gli arabi ad invadere le strade seguendo l'esempio iracheno.

Non sapevano che noi, con le nostre etnie, sette e dottrine, ci trasciniamo appresso una storia di scontri, paure e tentativi di annientamento e cancellazione. Non sapevano che la nostra vera identità, come i sentimenti di lealtà, riduce i confini nazionali ma li oltrepassa. Non hanno capito che la nostra vera patria sono le nostre dottrine o le regioni che ci assomigliano.

Ho ascoltato funzionari, politici ed intellettuali convenire sul fatto che il ruolo americano è diventato secondario. L'invasione è riuscita a rovesciare il regime di Saddam ma ha fallito nel costruire un modello democratico attraente che stimolasse la gente della regione ad impegnarsi in un progetto di democrazia e di cambiamento di stile di vita all'ombra del pluralismo e dello stato di diritto. E' chiaro che gli americani non sono un ente di beneficenza puro.

Anche il semplice visitatore in Iraq sente le confessioni amare di politici ed intellettuali. Il racconto del fallimento americano gettato a volte come una coperta sul fallimento degli iracheni stessi, il loro fiasco nell'approfittare rapidamente dell'opportunità e fare proprio un Paese con delle istituzioni ed uno stato di diritto.

Uno dei politici include gli iracheni stessi nella lista di chi ha profanato l'Iraq. Racconta gli orrori della violenza nelle strade ed il saccheggio dei patrimoni storici, dei ministeri e delle istituzioni. Il politico denuncia le lobbies straniere che continuano a saccheggiare il suo Paese, ma vede la catastrofe nel contributo delle forze irachene al festival di questo saccheggio perenne.




Il futuro dell'Iraq è oscuro. Si sente fare questo discorso da molti. L'iracheno sente che da che era giocatore è diventato terreno di gioco. Era una nazione ed è diventato un campo. Il sogno che un Iraq forte torni ad essere la porta orientale del mondo arabo non è un sogno prossimo a realizzarsi. Il restauro del lato iracheno del triangolo che unisce Turchia ed Iran richiederà molto tempo ed il ritorno ad un Iraq forte sembra impossibile a causa della sua composizione e dei cambiamenti che lo hanno investito.

All'ingresso della regione curda aumentano le bandiere regionali al fianco di quelle irachene. Un grande cambiamento nella vita dei curdi e dell'Iraq. Per la prima volta nella storia i curdi dormono all'ombra della loro bandiera e del potere che hanno eletto. La “Repubblica di Mahabad”, formatasi nei territori iraniani durante gli anni quaranta del secolo scorso, non visse che pochi mesi. Il Kurdistan iracheno è un'altra storia. Non è possibile inserire la leadership curda nella lista dei perdenti.

Domani partiranno gli americani. Partirono decenni fa dal Vietnam. L'Impero ha la capacità di sopportare il fallimento e superarlo. L'importante è non consolidare l'insuccesso e non rendere ogni appuntamento elettorale una miccia per guerre civili e sommosse. La regione non può sopportare il fallimento iracheno a lungo.

http://www.daralhayat.com/portalarticlendah/144695





جاء الأميركيون الى العراق من كوكب آخر. فاتهم ان هذا الجزء من العالم يعيش في مرحلة تاريخية مختلفة. توهموا ان في استطاعتهم إجراء جراحة عميقة للمنطقة عبر اقتلاع نظام صدام حسين.

يبتسم السياسي العراقي. أظهرت التجربة ان الأميركيين اخطأوا في قراءة مطالب الناس ومشاعرهم. اعتقدوا ان إطاحة صدام ستتيح لهم اعادة بناء العراق على غرار ما فعلوا في المانيا واليابان. تناسوا اختلاف الظروف ودرجة التطور الإقتصادي والاجتماعي والفوارق الدينية والثقافية.

في مكاتبهم البعيدة ارتكب المخططون حلماً ساذجاً. اعتقدوا ان الديموقراطية هي الحلم الوحيد لدى شعوب المنطقة. وان مجرد فتح النافذة العراقية سيشجع الايرانيين والعرب على التدفق الى الشوارع اقتداء بالنموذج العراقي.

لم يعرفوا اننا أعراق وطوائف ومذاهب نجرجر وراءنا تاريخاً من الإشتباكات والمخاوف ومحاولات الشطب والإلغاء. وان هويتنا الحقيقية، كما الولاءات، تقل عن مساحة الوطن او تفيض عنه. لم يفهموا ان أوطاننا الحقيقية هي مذاهبنا او المناطق التي تشبهنا.

استمعت الى مسؤولين وسياسيين ومثقفين وقد اتفقوا على ان الدور الاميركي في العراق صار ثانويا. وان الغزو نجح في إطاحة نظام صدام لكنه فشل في بناء نموذج ديموقراطي جاذب يغري أهل المنطقة بالانخراط في مشروع الديموقراطية والتغيير للعيش في ظل التعددية ودولة القانون. ثم ان الأميركيين ليسوا جمعية خيرية اصلا.

يسمع زائر العراق ايضا اعترافات مريرة من سياسيين ومثقفين. الحديث عن الفشل الأميركي يرمي احيانا الى تغطية فشل العراقيين أنفسهم. فشلهم في اغتنام الفرصة واللقاء سريعا في دولة المؤسسات وتحت حكم القانون.

احد السياسيين يدرج العراقيين انفسهم في لائحة من استباحوا العراق. يحكي عن أهوال العنف في الشوارع. وعن نهب الثروات والوزارات والمؤسسات. يندد السياسي بالأطراف الخارجية التي استباحت العراق ولا تزال لكنه يرى الكارثة في مساهمة القوى العراقية في مهرجان الإستباحة الطويل.

مستقبل العراق غامض. تسمع هذا الكلام من كثيرين. وتسمع انه كان لاعبا وصار ملعبا. وكان دولة وصار ساحة. وان الحلم بعودة العراق القوي عند البوابة الشرقية للعالم العربي لم يعد حلماً قابلاً للتحقيق. وان ترميم الضلع العراقي في المثلث الذي يضمه الى تركيا وايران سيحتاج الى وقت طويل فضلا عن ان عودة العراق القوي تبدو متعذرة بسبب تركيبته والتحولات التي ضربته.

على مدخل إقليم كردستان يرتفع علم الإقليم الى جانب العلم العراقي. تغيير كبير في حياة الاكراد والعراق معا. للمرة الاولى في التاريخ ينام الأكراد في ظل علمهم وفي ظل سلطة انتخبوها. «جمهورية مهاباد» التي اعلنت في الاراضي الايرانية في أربعينات القرن الماضي لم تعش سوى شهور. اقليم كردستان العراق قصة اخرى. لا يمكن إدراج القيادة الكردية في لائحة الفاشلين.

غداً يرحل الاميركيون. رحلوا قبل عقود من فيتنام. تملك الأمبراطورية القدرة على احتمال الفشل وتخطيه. المهم الا يتكرس الفشل العراقي ويصبح كل استحقاق انتخابي محفوفاً بمخاطر الحرب الاهلية والفتنة. لا تستطيع المنطقة احتمال فشل عراقي طويل.

mercoledì 26 maggio 2010



AUTORE: Jorge ALTAMIRA
http://www.argenpress.info/2010/05/grecia-la-ultima-etapa-de-la-crisis.html
Tradotto da Curzio Bettio
visto dall'Argentina

Paradosso crudele. È bastato che l’operazione di salvataggio, talmente reclamizzata, della Grecia venisse resa nota che, nel giro di poco più di 24 ore, appariva come evidente che il default (il crollo con la conseguente cessazione dei pagamenti) della Grecia fosse inevitabile. Il raddoppio della somma assegnata al salvataggio, da 60 a 120 miliardi di euro, causava l’effetto opposto a quello che ci si attendeva, dato che la dimensione dell’operazione metteva in rilievo l’insolvibilità dello Stato greco.

La ripercussione internazionale del naufragio ellenico è stata impressionante: il crollo delle Borse di Madrid o di Milano è stato catastrofico, ma nemmeno quelle di New York, di Shangaï o di San Paolo sono state risparmiate

Il crollo della Grecia traccia una linea di separazione nei percorsi della bancarotta capitalistica mondiale: la prima fase va dalla crisi della banca d’investimenti usamericana Bear and Stern, nel luglio 2007, fino al fallimento della Lehman Brothers, nel settembre 2008; la seconda fase si estende da questa data all’incombente default della Grecia che è andato a svilupparsi in questi giorni.

Ciò che gli analisti anglo-sassoni denominano come counterparty risk, vale a dire la minaccia di bancarotte finanziarie, ritorna sul palcoscenico del teatro, fatto che si pensava superato grazie alle emissioni massicce di denaro da parte delle banche centrali, specialmente negli Stati Uniti ed in Cina.



Un “aggiustamento” criminale


La causa fondamentale del fallimento del piano di salvataggio, addirittura prima che questo venga messo in opera, deriva dall’aggiustamento mostruoso che viene imposto al popolo greco.

La gigantesca limitazione del potere di acquisto della popolazione, a causa delle riduzioni dei salari e delle pensioni; degli aumenti siderali delle tasse sui generi di consumo; dei tagli enormi alle spese sociali; presagisce un acuto inasprimento della recessione economica, che non può se non aggravare l’incapacità da parte dell’erario ad onorare il debito pubblico.

Precisamente per questo, si stima che il debito dovrebbe aumentare nel periodo dell’aggiustamento, non solamente in proporzione al PIL ma anche in valore assoluto (come conseguenza della necessità di dovere pagare dei tassi di interesse molto superiori rispetto alla media dei mercati internazionali). Detto altrimenti, la miseria sociale si accompagnerà ad una accentuazione della vulnerabilità fiscale e finanziaria. La parte essenziale del debito pubblico della Grecia si trova nelle mani delle banche nazionali, quantunque dominate dalle banche francesi e tedesche. Questa situazione ha già provocato una corsa al ritiro dei depositi e alla fuga dei capitali (verso il paradiso fiscale di Cipro).

In Argentina, nel 2001, quando il titolare del ministero dell’Economia era López Murphy, questo ministro aveva tentato una simile operazione deflazionista, benché in proporzioni infinitamente minori. Grazie alla resistenza popolare, il suo fallimento ha suonato la fine del “prima-dell’ultima fase-della crisi” e comunque ha dato la stura all’“ultima” fase, quella di Cavallo.

(N.d.tr.: Domingo Cavallo, è noto per il piano di convertibilità che ha stabilito il rapporto di parità tra il dollaro americano e il peso argentino tra il 1991 e 2001. Tale piano ha ridotto l’inflazione da oltre il 1300% nel 1990 a meno del 20% nel 1992 fino a quasi lo zero nel resto degli anni Novanta, salvo poi provocare l’insolvenza del debito pubblico argentino. Nel 2001 chiamato dal presidente De la Rúa a fare il ministro dell’economia, rinegozia il debito estero con il FMI. La crescita del rischio-paese e la pressione degli investitori internazionali provocano una corsa al ritiro dei capitali dalle banche e alla fuga all’estero dei capitali. Nel novembre 2001, Cavallo introduce una serie di misure per limitare l’uso dei contanti, note come corralito (“financial fence”), per cui si limitavano i prelievi dai conti bancari. La politica economica di Cavallo è da molti considerata tra le principali cause di deindustrializzazione e dell’aumento di disoccupazione e povertà durante gli anni Novanta, come anche della crisi economica e dell’insolvenza del debito pubblico argentino.)

Il piano di salvataggio per la Grecia arriva ad assolvere la medesima funzione di “blindatura” organizzata da Cavallo con le banche internazionali, quella di utilizzare il denaro pubblico per finanziare la fuga dei capitali, e così le banche venivano messe al riparo dall’inevitabile default dell’Argentina.

Non c’è alcun dubbio che l’innesco decisivo al salvataggio-aggiustamento della Grecia è stato provocato dalla colossale mobilitazione delle masse della Grecia, che tutti i circoli finanziari davano per scontata e che si è manifestata con lo sciopero generale del 5 maggio.

Nella Grecia ipermilitarizzata, paese che spende per gli armamenti più di tutti nell’Unione Europea, la crisi ha fatto schierare nelle strade il personale della polizia e dell’esercito.



La bancarotta dell’Europa


Tuttavia, nello stesso modo con cui ha messo in piena luce l’inevitabilità del collasso della Grecia, il piano di salvataggio ha messo a nudo il fatto che l’epicentro della bancarotta non si trova proprio in Grecia, ma in Germania e in Francia.


L’evidenza che la crisi greca minacciava l’equilibrio delle banche pubbliche tedesche (Landesbank), ha costituito ciò che ha indotto precipitosamente la Cancelliera Merkel a decidersi per il piano di salvataggio, che fino a quel momento aveva respinto con ostinazione. Questo non è dovuto solamente al fatto che le banche tedesche sono fortemente esposte in Grecia: insomma, la Germania è soggetta ad un tasso di disoccupazione dei più elevati al mondo e ad un abbattimento impressionante di ore di lavoro e il suo debito pubblico arriva già al limite massimo consentito dagli accordi dell’Unione Europea. La Germania ha bisogno di denaro, in primo luogo, per se stessa.

Un altro indice della disperazione che ha determinato l’annuncio del piano di salvataggio è stata la decisione della Banca centrale europea di accettare i titoli “spazzatura” del debito greco (detenuti dalle banche locali) come garanzia per accordare dei prestiti in maniera diretta.

Si tratta chiaramente di una operazione di drenaggio del debito greco a beneficio delle banche locali e straniere che sono i creditori.

Il piano di salvataggio non è proprio un’operazione congiunta dell’Europa, ma si fonda su una collezione di prestiti alla Grecia da diversi paesi, fra cui la Spagna, Stato anch’esso in default (tanto sul piano pubblico che, specialmente, sul piano privato), che tuttavia appare nella lista dei salvatori della Grecia. È chiaro che un’operazione di questa natura non ha la possibilità di ripetersi nel caso in cui si rendesse necessaria per altri paesi; è per questo che assomiglia molto al colpo unico nel caricatore. Questo piano ha provocato una corrida speculativa contro i debiti pubblici di qualche altro paese.

L’Unione Europea è stata incapace di finanziare il salvataggio tramite il collocamento del suo proprio debito sui mercati, come hanno fatto, per esempio, gli Stati Uniti.

In altri termini, l’Europa manca degli strumenti di un salvataggio, una carenza che mette a nudo l’impotenza politica dell’Unione Europea. I Tedeschi ricorrono alle banche pubbliche per far fronte alla loro parte del prestito alla Grecia, e queste banche cercheranno di essere finanziate dalla Deutsche Bank e dalla Commerzbank, anche se in termini di precarietà.

Come abbiamo visto, in questa fase, la bancarotta della Grecia ha posto in pieno rilievo la portata della crisi del capitalismo in Europa nel suo complesso.



Ciao, Keynes


Tuttavia, noi abbiamo ben compreso che la crisi, in questa fase, ha già una portata molto più larga. L’Europa è rimasta divisa in due gruppi di paesi, con la prospettiva che gli antagonismi fra essi possano via via esasperarsi.

I paesi che flirtano con il default avranno, da qui a poco, un prezzo da pagare in crescendo a causa dei finanziamenti, che li allontanerà dagli Stati più solidi nelle ulteriori fasi dello sviluppo capitalistico. L’Unione Europea entra in una fase centrifuga.

L’altra questione è non meno impressionante: si sta imponendo un programma deflazionista, come è successo nella crisi degli anni Trenta, rovinando le illusioni di una specie di kirchnerismo [la politica dei presidenti argentini Nestor e Cristina Kirchner] mondiale, che avrebbe dovuto assicurare che il capitalismo ritornava ad una fase di interventismo statalista e di keynesianesimo.

Benché qualsiasi giudizio a riguardo sia prematuro, la caduta della quotazione dell’oncia d’oro di questi ultimi giorni potrebbe solamente spiegarsi in funzione di una prospettiva deflazionistica.

Per alcuni osservatori più qualificati, noi staremmo assistendo ad un piano di parziale smantellamento dell’Unione Europea sotta la bacchetta direttiva della Germania, che avrebbe guadagnato alla sua causa la Francia.

Sotto la pressione degli interessi delle esportazioni dell’industria tedesca, il governo della Germania promuove, in primo luogo, indirettamente attraverso il rifiuto del salvataggio dei Paesi del sud dell’Europa, una svalutazione dell’euro che consentirebbe agli esportatori tedeschi una migliore posizione competitiva rispetto agli Stati Uniti e alla Cina.

In secondo luogo, starebbe organizzando un’uscita nell’assetto delle nazioni sud-europee, che potrebbe anche includere l’Irlanda e il Belgio.

Pur avvenuto il dissolvimento dell’Unione Sovietica, lo smantellamento dell’Unione Europea si trasformerebbe nella testimonianza della disfatta capitalista.


La lotta per il mercato mondiale ha sempre più peso nella crisi, come viene dimostrato dalla controversia cino-statunitense sulla quotazione dello yuan cinese. Malgrado le misure assunte da Obama per potenziare le esportazioni usamericane, queste non riescono a decollare e il deficit commerciale degli Stati Uniti (e per il medesimo motivo il suo debito con l’estero) non cessa di crescere.

In realtà, per numerosi osservatori, la Grecia non è altro che una metafora degli Stati Uniti, di cui il deficit fiscale, l’indebitamento pubblico e il debito nazionale sono, in termini relativi ed assoluti, i più elevati al mondo. Secondo un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, non pubblicato, gli USA dovrebbero essere costretti, per non subire il default, ad applicare un taglio di bilancio equivalente al 9% del loro PIL, vale a dire di 1,3 miliardi di dollari.
In mancanza di una tale amputazi
one, gli USA non potrebbero regolarizzare la loro situazione finanziaria, ossia aumentare i tassi di interesse (che attualmente sono a zero) senza condurre il settore pubblico al fallimento. Ecco la spiegazione del crollo di Wall Street durante tre giornate di seguito, sotto la pressione del fallimento della Grecia. Per dipingere un quadro ancora più fosco, gli analisti sono d’accordo sul fatto che i guadagni annunciati dalle banche usamericane nel primo trimestre del 2010 testimoniano di una situazione del tutto simile a quella che ha provocato la bancarotta, a partire dal 2007, poiché questi guadagni provengono da operazioni speculative sostenute in una proporzione enorme dai debiti.

Da un lato, l’aumento del debito usamericano e, dall’altro, quello di emissione di moneta hanno prosciugato in gran parte le risorse e gli strumenti per far fronte alla spinta della tendenza deflazionista che è apparsa con la bancarotta europea.

Una breve osservazione: la speculazione al ribasso contro il debito inglese è già cominciata.

La caduta del prezzo delle materie prime si è accompagnata con la caduta della quotazione dell’oro, fatto che pone un punto interrogativo sul “ricupero” del Sud dell’America Latina. D’altro canto, si è prodotto un forte ritiro di capitali, testimoniato dal crollo delle borse di Buenos Aires e di San Paolo.

Il fatto che, addirittura prima che la Grecia vada in pezzi, sia in corso in Cina ed in Asia una tendenza finanziaria negativa, come conseguenza del freno che il governo cinese tenta di imporre ai prestiti bancari, alla speculazione immobiliare a borsistica.

Il fatto che i prestiti inesigibili delle banche, che sono stati accordati per contrastare la recessione (che si era brutalmente manifestata all’inizio del 2009), superino il 25% degli attivi, la percentuale più alta al mondo.

Le virate e i contraccolpi della crisi capitalista sono la prova del franare delle relazioni sociali esistenti.

Ed ora, che fare? Come proclamato da uno striscione issato sull’Acropoli, curiosamente dal partito che meno si poteva pensare, il partito stalinista greco: “Peoples of Europe – RISE UP” Popoli di Europa – SOLLEVATEVI!


martedì 25 maggio 2010

NUCLEARE - 1975: lo stato ebraico offrì armi atomiche al Sudafrica
Lo rivelano documenti segreti dell'epoca dell'apartheid

Michele Giorgio

ilmanifesto.it

GERUSALEMME
Il capo di stato israeliano Shimon Peres nega. Ma il documento ufficiale sudafricano, su cui di recente è stato tolto il segreto e scoperto da uno studioso statunitense, Sasha Polakow-Suransky, offre una ulteriore conferma alle voci circolate per anni sulle relazioni segrete avute da Israele e il Sudafrica razzista, inclusa una collaborazione in campo nucleare.
Israele provò a vendere al Sudafrica testate atomiche, ha scritto il quotidiano britannico The Guardian citando il documento ritrovato da Polakow-Suransky e altri fascicoli rimasti segreti per decenni, firmati da Peres e dall'allora ministro della difes
a sudafricano Botha. I testi sono un resoconto di una serie di incontri cominciati nel marzo 1975 tra alti rappresentanti dei due paesi, tra cui il comandante delle forze armate sudafricane, RF Armstrong, che in un memo successivo parlò dell'interesse di Pretoria per missili con testata nucleare. Il Guardian riporta che, nel loro primo colloquio, i funzionari dello Stato ebraico offrirono di vendere al Sudafrica alcuni missili a lunga gittata del tipo «Gerico» con capacità nucleare. Successivamente il progetto «Gerico» prese il nome in codice «Chalet». Il 4 giugno del 1975 Peres e Botha si videro a Zurigo. Botha espresse interesse «in un certo numero di unità Chalet, a patto che sia disponibile il carico corretto», ossia la testata atomica. Peres disse che lo era «in tre taglie», un riferimento a convenzionale, chimico e nucleare. I due politici firmarono anche un'intesa che ampliava la collaborazione militare tra i due paesi. La vendita però non avvenne mai, per una questione di costi.
Israele smentisce seccamente. «Si tratta di informazioni infondate, senza alcun collegamento alla realtà» ha protestato la portavoce di Peres, Ayelet Frisch. «È riprovevole che il Guardian non abbia trovato opportuno rivolgersi al presidente prima della pubblicazione per ascoltare i suoi commenti», ha aggiunto Frish. Ma gli esperti non sono di questo avviso. Molti ricordano il cosiddetto «Incidente Vela»,
il 22 settembre 1979 quando i satelliti statunitensi Vela (appositamente progettati per il rilevamento di esplosioni nucleari) registrarono un lampo di luce, di origine ignota, tra l'Atlantico e l'Oceano indiano a sud del Sudafrica, nelle vicinanze dell'Isola del Principe Edoardo. Si trattava di un test atomico di 2-3 kilotoni ma gli Stati Uniti lo coprirono, provando a spiegare quel rilevamento con un guasto del satellite, per non imbarazzare gli alleati israeliani e i razzisti sudafricani, buoni amici di Washington ma nel mondo malvisti a causa dell'apartheid. Nel febbraio 1994 un ex alto ufficiale della marina sudafricana, in carcere come spia sovietica, dichiarò che l'«Incidente Vela» era il risultato di un esperimento congiunto israelo-sudafricano che non avrebbe dovuto essere scoperto, che costrinse gli Stati Uniti a turare la falla. Il 20 aprile 1997 il quotidiano israeliano Haaretz, citando il ministro degli esteri sudafricano, confermò il lampo nel sud Atlantico come un test sudafricano. Poco dopo lo stesso ministro smentì dicendo di essere stato frainteso mentre riportava solo voci che circolavano da anni.
In piena crisi internazionale sul programma nucleare dell'Iran, che nega di volersi dotare della bomba atomica, i documenti declassificati dal Sudafrica e portati alla luce da Polakow-Suransky e dal Guardian, offrono ulteriori conferme del
potenziale atomico di Israele - descritto nel 1986, con le rivelazioni fatte al britannico Sunday Times, da Mordechai Vanunu che aveva lavorato come tecnico per 10 anni nell'Istituto 2, bunker sotterraneo segreto costruito per fornire le componenti vitali della produzione di armi nell'impianto di Dimona, il centro di ricerca nucleare nel deserto del Neghev. Vanunu ha pagato quelle rivelazioni con 18 anni di carcere (di cui 11 in isolamento) e domenica è tornato in prigione per aver violato i termini della sua scarcerazione avvenuta nel 2004. «Vergognati Israele - ha urlato Vanunu, 55 anni, ai giudici - le spie del Mossad e dello Shin Bet (i servizi segreti, ndr) mi riportano in carcere dopo 24 anni in cui ho solo detto la verità».

video di al jazeera che espone l'accordo segreto tra il Sud Africa razzista e Israele

http://www.youtube.com/watch?v=eVIWvnsUzNQ



PASSAPORTI FALSIFICATI
L' Australia espelle diplomatico israeliano
L'Australia reagisce in modo duro con Israele per lo scandalo dei passaporti falsificati dal servizio segreto dello stato ebraico, il Mossad, per assassinare lo scorso gennaio a Dubai un leader di Hamas, Mahmoud Mabhouh. Canberra ha espulso un diplomatico israeliano, dopo aver concluso che il Mossad ha falsificato 4 passaporti australiani. Il «diplomatico» con ogni probabilità è il capostazione del servizio segreto presso l'ambasciata israeliana.

martedì 18 maggio 2010

IL MINISTRO RONCHI:
«Il referendum può far saltare tutto»
A settembre saranno pronti i regolamenti attuativi della riforma dei servizi pubblici. Lo ha spiegato ieri in un'intervista al Sole24ore il ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi, che se l'è presa con la «grande mistificazione ideologica sulla gestione dell'acqua, che rischia di far saltare il banco». Secondo il ministro, infatti, la raccolta delle firme per il referendum non è altro che «un pretesto», poichè il decreto «non privatizza l'acqua» e «la battaglia ideologica serve per bloccare le liberalizzazioni vere che sono previste da quel provvedimento». Ma come si fa a rilanciare la liberalizzazione? «Prima di tutto puntando con più decisione sulla creazione di una Authority indipendente che vigili sull'intero processo e possa anche sanzionare le distorsioni. Non deve essere un carrozzone - ha aggiunto Ronchi - non mi interessano i nomi, mi interessa che il mercato ne ha bisogno e la liberalizzazione anche». Quanto ai decreti attuativi, il titolare delle Politiche comunitarie ha assicurato: «Ci stiamo lavorando», anche se «provvedimenti come questi, che devono armonizzare le discipline dei diversi settori, limitare il regime di esclusiva e precisare le regole degli affidamenti, toccano temi delicati e hanno bisogno di una concertazione ampia, perché una volta approvati devono funzionare al meglio», ha concluso.

Raggiunto il quorum in appena un mese. Il pienone alla Perugia-Assisi
Andrea Palladino
ilmanifesto.it
ROMA
La firma numero cinquecentomila ha un nome importante. È un nome collettivo, fatto da migliaia di persone che nell'ultimo - e decisamente burrascoso - fine settimana si sono messi in fila davanti ai banchetti del referendum per l'acqua pubblica. Forse la mano che ha materialmente fatto raggiungere - in un terzo del tempo - il numero minimo per la presentazione dei tre quesiti referendari era di una coppia di Assisi. Con il loro figlio piccolo erano alla marcia della pace e quando hanno visto i manifesti "L'acqua non si vende" del Forum per l'acqua non hanno esitato. Solo qualche giorno fa la Umbria Acqua Spa gli aveva staccato l'acqua, raccontano da Assisi. Una dimenticanza, una bolletta lasciata troppo tempo tra le carte di casa e l'acqua non scorre più dai rubinetti. Ai privati - Acea possiede il 40% di Umbria Acqua - non importa il perché, poco interessa se hai un figlio piccolo che ha bisogno di essere lavato anche più volte al giorno. Alle corporation interessa quella formula magica del liberismo, «l'equilibrio economico finanziario». Ovvero i bilanci, le quotazioni in borsa e i flussi finanziari.
Quella della coppia di Assisi è solo una delle tante piccole storie che i militanti dell'acqua pubblica si raccontano il giorno dopo il fine settimana che ha permesso di attraversare il guado delle cinquecentomila firme. È un successo clamoroso, forse mai raggiunto da altri referendum. Solo quattro anni fa furono necessari diversi mesi per raccogliere poco più di quattrocentomila firme per la proposta d'iniziativa popolare sulla ripubblicizzazione dell'acqua, che ancora oggi è ferma in Parlamento. È dunque profondamente cresciuta la mobilitazione, ma soprattutto si è diffusa la consapevolezza sul peso che ha la gestione dei beni comuni nella democrazia italiana. In quattro anni gli italiani hanno capito che non c'è bisogno di privatizzare l'acqua, perché - in realtà - già viviamo da diverso tempo la gestione delle corporation. In italiano si chiamano società per azioni e, a prescindere dalla composizione del capitale sociale, hanno per legge e per statuto la missione di fare profitto, a qualsiasi costo. Per la coppia di Assisi poco importa se la Umbria Acqua Spa è oggi posseduta al 60% dai comuni, perché poi, alla fine, chi stacca l'acqua è lo stesso soggetto che intasca gli utili. E i cinquecentomila che fino ad oggi hanno firmato per i tre quesiti referendari hanno in mente il vero peso detenuto dai soci privati. È lo stesso meccanismo - ampiamente raccontato - di Acqualatina (51% in mano ai comuni, 49% controllato da Veolia), di Acea (51% controllato dal Comune di Roma, 49% diviso tra Caltagirone, Suez e azioni scambiate in borsa) e di tante altre società miste, dal nord lombardo fino alla Calabria e alla Sicilia. E sta in questa consapevolezza la differenza vincente dei tre referendum dei movimenti per l'acqua con quello presentato da Di Pietro e con la proposta di legge degli ecodem del Pd: la privatizzazione è già arrivata alla fine degli anni '90, quando i privati iniziarono a gestire all'interno delle Spa miste. Quando i cittadini umbri, laziali, toscani, calabresi, lombardi e di tante altre regioni dove i privati sono entrati nelle gestioni idriche firmano hanno davanti agli occhi gli aumenti delle bollette e la volatilizzazione degli investimenti. È il caso, ad esempio, di Trieste, dove l'efficienza della rete è diminuita dopo il passaggio da azienda pubblica a società per azioni. O della provincia di Pescara, dove proprio ieri l'Ato ha comunicato l'aumento record del 30% in un solo anno delle tariffe. Anche in questo caso il gestore - l'Aca - è divenuto società di diritto privato ed oggi solo il 3,6% delle voci di costo va in investimenti sulla rete.
Il peso di questo primo risultato raggiunto era ieri visibile nella sede del Forum italiano dei movimenti per l'acqua. «Il risultato è straordinario, mezzo milione di firme in appena un mese - commenta Corrado Oddi, del coordinamento del Forum - Questa è la dimostrazione non solo che sul tema dell'acqua c'è una grande sensibilità, ma che si intercetta una domanda più profonda e più radicale, che va in contrasto con la mercificazione dei beni comuni e di tutti gli aspetti della vita in generale». E non è solo una questione di contenuto, ma di una mobilitazione in grado di coinvolgere al di là della crisi della sinistra: «D'altro canto l'impostazione data dal Forum - prosegue Oddi - fa emergere una domanda di nuova politica».
La strada ora da percorrere non è finita. Nei prossimi due mesi sarà necessario blindare i tre quesiti con un numero molto alto di firme. Gli ostacoli intermedi sono l'eventuale concorrenza con il quesito di Di Pietro - anche se in pochi hanno visto i banchetti dell'Idv in giro nelle piazze italiane - e il vaglio della Corte Costituzionale. L'ostacolo principale è però il quorum. Su questo punto batte da tempo il gruppo degli ecodem e il circolo più legato a Bersani all'interno del Pd. Ma, numeri alla mano, le previsioni dei democratici sembrano essere decisamente perdenti.



RICCI SCIO'
Un video dedicato al nostro presidente di Nuove Acque SpA, colui che ritiene il Referendum nazionale sull'acqua pubblica una pagliacciata all'italiana.
Report, Le Iene, Presa Diretta, TV7, Buongiorno regione TG3 sono solo alcune delle trasmissioni che hanno visto interventi di Paolo Ricci. Noi aretini lo conosciamo bene l'ex-sindaco di Arezzo che ha contribuito in maniera determinante alla stipula dei patti parasociali. Arezzo, la prima società misto pubblica-privata nella gestione del servizio idrico, studiata da numerose università come il modello da non imitare. Perché si scrive acqua, ma si legge democrazia. La cosa più preoccupante viene detta da chi detiene pieni poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione: NOI ATTINGIAMO DALLE BANCHE SENZA RIMBORSARE E RIMBORSEREMO IL GIORNO IN CUI SAREMO IN GRADO DI FARLO.... andate a vedere chi c'era e cosa è successo a Buenos Aires per esempio.

lunedì 17 maggio 2010


Business dell’eolico.

I pm: 5 milioni versati al piduista Carboni E quegli 800mila euro finiti a una società di Verdini

di Marco Lillo
ilfatto.com

Cinque milioni di euro. A tanto, secondo quello che risulta al Fatto Quotidiano, ammonta il flusso impressionante che parte da alcune società emiliane impegnata nel business dell’energia eolica in Sardegna e che finisce su conti riferibili, secondo l’accusa, al piduista Flavio Carboni. Nello stesso periodo, un collaboratore dell’imprenditore sardo 78enne coinvolto nel caso Calvi, versa alla società editoriale del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, circa 800 mila euro in buona parte in assegni circolari. Per questa ragione sono stati perquisiti sia il Credito Cooperativo di Firenze che il Giornale di Toscana, le ali del sistema Verdini nell’editoria e nella finanza. Il collaboratore di Carboni versa una serie di assegni circolari nel 2009, con un’accelerazione nell’autunno. I soldi finiscono alla Società Toscana di Edizioni Srl, che ha come azionista importante Denis Verdini. Nello stesso periodo le società emiliane che hanno generosamente finanziato Carboni cercano in tutti i modi di convincere la Regione Sardegna a dare il via libera al primo parco eolico off-shore d’Italia. Proprio in quel periodo, annotano gli investigatori, Verdini chiede al presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, di nominare alla presidenza dell’Arpas, l’agenzia ambientale regionale che si occupa di energia, un amico di Carboni: Ignazio Farris. Nelle conversazioni telefoniche intercettate Carboni dice esplicitamente che la sua nomina è una condizione fondamentale per l’attività del gruppo. Tra l’estate del 2009 e i primi mesi del 2010 i carabinieri del Nucleo operativo di Roma, su delega della Procura di Roma, ascoltano in diretta le conversazioni tra i protagonisti dell’inchiesta. E scoprono così che Marcello Dell’Utri si interessa insieme a Verdini alla lobby eolica di Flavio Carboni. Secondo l’ipotesi investigativa del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, e dei pm Ilaria Calò e Rodolfo Sabelli, quei flussi milionari tra le società del nord e Carboni devono essere letti insieme agli assegni circolari che arrivano al giornale di Verdini dall’amico di Carboni. Le due operazioni vanno inquadrate in una tela che include gli incontri tra Verdini e Carboni, le raccomandazioni del coordinatore del Pdl a Ignazio Farris e soprattutto la predisposizione da parte degli uffici della Regione Sardegna di un piano che, va detto, poi non è stato portato avanti da Cappellacci. Anche se gli investigatori non si spiegano il perché di quei progetti che poi non si concretizzeranno ma che avevano illuso la lobby eolica prima dello stop. I protagonisti della trama sono indagati. Oltre a Flavio Carboni e Denis Verdini, ci sono l’ex giudice tributario Pasquale Lombardi e il costruttore ed ex politico Arcangelo Martino. È finito sul registro degli indagati anche il presidente Cappellacci che ha ammesso di avere parlato con Carboni di energia eolica ma ha sempre sostenuto di avere risposto picche alle sue richieste. Intanto gli indagati attraverso i giornali fanno giungere agli inquirenti segnali sulle rispettive posizioni difensive. Il presidente Cappellacci, consapevole dell’esistenza di intercettazioni telefoniche che lo riguardano, ha ammesso di avere nominato Ignazio Farris su precisa indicazione di Denis Verdini. Il coordinatore del Pdl, rischia di restare così con il cerino in mano e tramite il suo avvocato Marco Rocchi spiega i flussi che lo riguarderebbero: “I soldi versati al Giornale di Toscana sono circa 800 mila euro e sono stati versati da due persone che i giornalisti denominano ‘collaboratore di Carboni’”, spiega Rocchi, “ma che per noi è un soggetto autonomo. Gli assegni provengono da questo signore, del quale non ricordo il nome, e dalla signora Pau”. Per l’avvocato Rocchi, “si trattava di un versamento per entrare nella società e non certo di un pagamento a Verdini. I due nuovi soci del giornale”, continua il legale di Verdini, “avevano siglato un preliminare. Le dirò di più: entro la fine del 2010 dovranno versare ancora fino a una cifra di circa 2 milioni”. Altro che prestanome, insomma, siamo davanti a due imprenditori che, in un momento nero per l’editoria, investono su un giornale in crisi. La società editrice vanta debiti per 11 milioni di euro nel 2008, dei quali 2,3 milioni verso i fornitori. Su 3,2 milioni di fatturato presenta un margine operativo lordo negativo per 1,7 milioni e una perdita di 217 mila euro. Eppure gli amici di Carboni hanno scelto di versare 2 milioni proprio per entrare in società con Verdini. Nelle visure camerali ovviamente non risulta nulla ma l’avvocato Rocchi spiega: “il preliminare non è stato registrato e non c’è nulla di male. Se gli investigatori sono convinti che si tratti di un’operazione fatta apposta per coprire il versamento di una tangente si sbagliano”.

sopra, il coordinatore Pdl Denis Verdini e sotto il presidente sardo Ugo Cappellacci (FOTO ANSA)


Denis Verdini è indagato per corruzione in un'inchiesta riguardante l'attività di un presunto comitato d'affari che coinvolge anche l'imprenditore Flavio Carboni nonché altre quattro persone. A condurre l'inchiesta, i pubblici ministeri romani Rodolfo Sabelli e Ilaria Calò.

L'inchiesta coinvolge oltre a Verdini e Carboni il costruttore Arcangelo Martino, il consigliere provinciale di Iglesias Pinello Cossu, il magistrato tributario Pasquale Lombardo e il consigliere dell'agenzia ambiente (Arpa) Ignazio Farris. L'indagine riguarderebbe tra l'altro la creazione di un polo eolico in Sardegna, ma sulla natura degli appalti, viene mantenuto il massimo riserbo.

Intanto, nellambito della stessa inchiesta, ieri, a Firenze, è stato perquisito il Credito Cooperativo Fiorentino, istituto bancario presieduto da Verdini. Gli investigatori inviati dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dai Pm romani erano alla ricerca del passaggio di un certo numero di assegni dei quali gli inquirenti intendono accertare la provenienza e la destinazione. Ma anche su questo filone d'indagine, in procura, c'è un grande riserbo sulla natura delle indagini in corso.

Gli accertamenti su quello che si ritiene essere stato un giro di appoggi e di promesse per favorire alcuni imprenditori sono stati avviati nel 2008 nel quadro di un'altra indagine avviata dalla Direzione distrettuale antimafia.



giovedì 13 maggio 2010

Bernard Maris

France Inter

tradutzioni de sa defenza


Con France-Inter, la cronaca di Bernard Maris, giornalista e scrittore.

Per pagare 42 miliardi di € di interessi sul debito, lo Stato dovrà fare un taglio di bilancio. La soluzione: rivedere il sistema fiscale!

(photo: zigazou76 - flickr - CC)
(Foto: zigazou76 - Flickr - CC)
Lo Stato è una buona presa per il risparmio e il debitore onesto. Essi dicono che è una mucca da mungere per la rendita, sì, perché ogni rivoluzione borghese, erede del potere regio completamente impecuniario o senza soldi, è stato quello che ha trasformato lo stato in buon debitore onesto, e il mercato del risparmio è stato versato e non rimborsato. Il potere Reale ha a sua disposizione la reale possibilità di cancellare il fallimento e i debiti. I sovietici si rifiutarono di rimborsare i loro finanziatori, che è una forma di fallimento di stato. Oggi lo Stato ha più volte detto che è un buon pagatore, onesto, rispettoso degli investitori. Alla vigilia del 1914, gli affitti e le rendite ha rappresentato circa il 10% del PIL. Durante il periodo dei gloriosi anni trenta , 1-2%. Oggi, affitto, interessi, rendite, dividendi -senza computare le pensioni e le pensioni, ovviamente - rappresentano oltre il 10% del PIL.

E negli interessi del debito pensionistico

Interessi sul debito pubblico rapprésenta 42,5 miliardi di €. Secondo il Dipartimento Bilancio, citato da Les Echos i costi del personale dello Stato (pensioni escluse) rappresentano l'82 miliardi di euro. Ti freghi gli occhi. Su conciliare queste due figure, constati, inorridito, che gli interessi del debito rappresentano più della metà delle spese del personale. In altre parole, date a delle persone che non fanno nulla più della metà di ciò che si dà alle persone che lavorano, funzionari di polizia, e altri funzionari, ecc. e per continuare a pagare queste persone che non fanno nulla, avete bisogno di tagliare altri posti di lavoro.

Il piano di austerità Matignon

Il piano di austerità non acettato, che prevede come sostituire uno staff di due, e molte economie qua e là, come la riduzione di 1,5% all'anno del numero dei cosiddetti 'operatori', che vale a dire, Meteo France, il CNRS, un polo impiegatizio diviso ecc. Lei rigira gli occhi e dice: aspetta, sarà il numero dei posti CNRS a pagare gli interessi? Dal cervello di quel Harpagon(1) è uscita questa grande idea? Oltre, questi 42 miliardi di interessi sul debito, i due terzi del territorio francese!

Come fare a cambiare?

Tutto questo è l'intelligenza dei Giapponesi: i Giapponesi sono indebitati con loro al 200% del PIL. Salvo che il debito del Giappone è il 95% giapponese! I giapponesi finanziano i giapponesi, il pagamento di interessi è una tassa per i ricchi, ma il denaro rimane in Giappone. Si può dire di sì, ma i francesi sono anche creditori di paesi esteri, l'esempio greco, in modo che a livello europeo, grosso modo gli europei pagano gli europei. Salvo che il pagamento di interessi è una tassa nascosta che colpisce la popolazione mentre invece deve essere trasferita ai più ricchi.

Soluzione chirurgica?

Semplice: a rivedere il sistema fiscale. Recuperi sul reddito da capitale, da coloro che hanno redditi da capitale la tassazione. Non si tratta di far pagare i ricchi ma di cessare di far pagare la classe media. Sapendo che le classi medie sono la spina dorsale della democrazia, questo che diciamo, non è una brutta cosa!

(1)Molière è stato trovato in Euclion (La Marmite, Plauto), il modello del concetto di avaro. Chiamandolo Harpagon, dà un nome agli insegnanti con insulto ai rapaci.

mercoledì 12 maggio 2010

Emmanuel Lévy
marianne2.fr
tradutzioni de sadefenza

Jean Claude Trichet ha detto a radio Europe 1 che l'acquisto diretto del debito da parte della Banca centrale europea non è stato un allontanamento dalle norme della BCE, ma una diversa lettura della legge. Ha detto Quick , come evidenziato da una analisi giuridica effettuata dalla banca Natixis.

cc: World Economic Forum
cc: World Economic Forum

Prima ha affermato che il Trattato di Lisbona (ex articolo 125 articolo 103 TCE), vieta l'uso di prestiti agli Stati?

"L'Unione non risponde degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, regionali o dalle autorità locali, altre autorità o altri organismi o imprese pubbliche di qualsiasi Stato membro, né di reciproco sostegno, fatte salve le garanzie finanziarie fondi comuni di investimento per la realizzazione in comune di un progetto specifico. Uno Stato membro non risponde degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, enti locali o regionali, pubbliche amministrazioni o altri organismi o imprese pubbliche di un altro Stato membro, né di reciproco sostegno, fatte salve le garanzie finanziarie fondi comuni di investimento per la realizzazione in comune di un progetto specifico ".

Il trattato di Lisbona ha stabilito eccezioni ...

Bene, ora, è chiaro: ogni paese corre solo per se stesso, non ci può essere solidarietà finanziaria tra loro. A meno che il vulcano islandese fa cadere tutte le sue ceneri sul continente, non una questione di girare attorno agli Stati, come confermato dall'art 122 (ex articolo 100,2 TCE) che recita:

"Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà causate da calamità naturali o eventi eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può, in determinate circostanze, dare l'assistenza dell'Unione a sostegno finanziario allo Stato membro interessato. Il presidente del Consiglio informa il Parlamento europeo della decisione presa".

Per ora nessun vulcano quindi . Non più "eventi eccezionali che sfuggono" al controllo dello Stato greco, ciascuno pur sapendo che le cifre per la Grecia sono stati deliberatamente truccati.


... ma lo statuto della BCE vieta prestiti ai paesi membri
" Il trattato di conseguenza nello statuto della BCE,risulta così come segue (articolo 21.1 si riferisce all'articolo 123): "E 'vietato alla BCE e alle banche centrali nazionali di concedere scoperti di conto o di altri istituti di credito o organi comunitari, dai governi centrali, autorità regionali, locali o altri enti pubblici, altri organismi o imprese pubbliche degli Stati membri, e acquistare direttamente da questi ultimi da parte della BCE o delle Banche centrali nazionali, è anche vietato rilevare strumenti di debito . "

È per questo che Trichet è fuori di sé quando si tratta di acquistare il debito di Stati membri della zona poiche è totalmente contro la sua natura. Ma per salvare la faccia, il Presidente della BCE può sempre contare su una interpretazione meno restrittiva, come il richiamo Broyer Sylvain, uno degli autori della nota di Natixis, "Questo chiarimento per l'acquisto diretto, ha spesso portato ad una frettolosa interpretazione del trattato, speculando su un acquisto indiretto attraverso il mercato secondario dei titoli di debito pubblico. "Indirettamente, tramite banche. Proprio ciò che la BCE sta per fare. Per la gioia delle istituzioni finanziarie europee che possono prendere in prestito all'1% dalla BCE per poi prestare questo denaro al 3,5% al 6,5% in Francia e Grecia, senza alcun rischio in quanto la BCE continuerà a comprare queste carte di debito in caso di problemi ...



... come il Consiglio europeo

Ma questa facoltà di riscatto chiamata indiretto non è chiaro. I tedeschi hanno sempre avuto paura del lassismo dei loro partner in materia monetaria e hanno sempre fatto in modo di bloccare la banca centrale e limitare i paesi da eventuali tentazioni che ieri hanno bloccato per ancora un po di tempo, i Paesi del Club Med. Così il regolamento (CE) 3603/93 del 13 dicembre 1993, che precisa le definizioni per l'applicazione di interdizione di cui al punto 123 del Trattato, egli ritiene che "gli acquisti sul mercato secondario non dovrebbero essere utilizzate per aggirare lo scopo di questo articolo. "

E' un chiaro:NIET . Divieto di qualsiasi finanziamento di titoli pubblici.

E 'su questa base è stata introdotta una seconda denuncia alla Corte costituzionale tedesca. Markus Kerber, de l'Università di Berlino e professore a Sciences Po a Parigi, segue alla prima denuncia presentata dai suoi amici della Scuola di Friburgo, una scuola di pensiero in linea con gli ayatollah della scuola monetarista di Chicago. Una bellissima battaglia di avvocati in prospettiva .


Resta una domanda. Perché le agenzie di rating agiscono come se nulla fosse accaduto? Esse sono una nuova minacciata di derubricazione del rating a paese insolvente della Grecia, anche se il piano di salvataggio garantisce il rimborso del debito di questo stato. "Dieci anni fa, le agenzie di rating si sono sentite soddisfatte con una semplice dichiarazione del ministro del Tesoro USA. A quel tempo, aveva dato la sua garanzia implicita Freddy Mac e Fannie Mae, che le agenzie sono state immediatamente integrate restituendo a queste due istituzioni finanziarie la stessa nota, AAA, come loro garante il governo degli Stati Uniti. E poi, tutto è stato detto da parte delle più importanti autorità europee per assicurare che la Grecia non si muoverà di un pollice", la sorpresa Sylvain Broyer.

martedì 11 maggio 2010

Lorenzo Torrisi

ilsussidiario.net

L’Europa sembra essere riuscita a respingere l’attacco della speculazione. Il piano da 600 miliardi di euro varato nel fine settimana (cui si aggiungono i 100 miliardi del Fondo monetario internazionale) ha riportato ieri l’euro a quota 1,29 dollari (con punte superiori all’1,30). Anche le borse europee hanno reagito bene: Milano ha guadagnato l’11,3%, Madrid il 14,4%, Parigi il 9% e Berlino (che sconta anche la sconfitta della Merkel nelle elezioni regionali) il 4,7%.

Tutto risolto allora? Non ancora, come ci spiega Franco Debenedetti: restano infatti i problemi strutturali dell’Europa e per risolverli occorreranno interventi politici. Il rischio, altrimenti, è quello di non riuscire a resistere a un’eventuale prossima ondata di speculazione.

Ingegner Debenedetti, il piano anti-crisi varato dall’Ue ha funzionato?

Il mercato finanziario, che qualcuno chiama speculatori, mette alla prova le banche centrali. Attacca una moneta o perché pensa che nessuno verrà a soccorrerla o perché ritiene che gli aiuti non saranno in grado di modificare una situazione strutturale di debolezza. Contro l’euro c’erano tutte e due le cose: c’é la debolezza ormai cronica dell’economia greca e l’incapacità fino a ieri dei paesi dell’euro di montare una difesa credibile. Con un atto, prima che partisse l’attacco in grande stile contro la Spagna, si è fatto capire che si era determinati a difendere la moneta. Si sono stanziati fondi per oltre 600 miliardi di euro e la Bce ha dichiarato che, se necessario, acquisterà titoli di stato dei paesi che avessero difficoltà a rinnovare i propri titoli di debito, vendendo parte delle sue riserve.

Perché è importante questa possibilità data alla Bce?

In teoria una banca centrale ha sempre la possibilità di stornare un attacco stampando moneta. La Bce, per nostra fortuna, non può farlo: le è proibito dal suo statuto che le impone di tenere sotto controllo l’inflazione. In questo modo la Bce è importante perché può raggiungere l’obiettivo di sostenere l’euro senza stampare moneta.

Possiamo dire che per l’euro il pericolo è scampato?

Assolutamente no: rimangono i dati delle economie dei paesi, la bassa crescita e soprattutto il divario di produttività rispetto ai Paesi efficienti. Da qui vengono gli squilibri finanziari interni all’area dell’euro.

Come vede la situazione di Portogallo e Spagna?

Spero che non si considerino al sicuro e facciano le riforme di cui hanno parlato. Ricordiamo cos’è successo all’Italia nel ‘92, quando i mercati l’hanno obbligata a uscire dallo Sme. Abbiamo svalutato la lira e per mettere a posto i conti c’è stata la manovra di Amato da 97 mila miliardi e il prelievo dai conti correnti bancari. Ma anche la privatizzazione delle banche e l’azzeramento dei vertici delle aziende a partecipazione statale, primi passi sulla strada delle privatizzazioni. Respingere un attacco ha senso solo se si mettono le cose a posto: se no non si resisterà al secondo. La relativa maggiore tranquillità che è arrivata per Spagna, Portogallo e anche Italia deve spingerci a fare riforme.

L’Italia cosa deve fare?

In Italia il problema è che non cresciamo. Quando il Pil cresce, cresce meno degli altri, e quando cala, cala di più. La produttività è ferma da 10 anni. Tremonti è stato bravo a contenere le spese, è stato bravissimo giorni fa a bloccare tempestivamente gli attacchi impegnandosi a una manovra biennale non irrilevante. Ma è chiaro che le manovre deprimono l’economia e riducono la crescita.

Occorrono quindi delle riforme strutturali?

Bisogna fare le riforme che possono portare ad avere più crescita, più flessibilità e più investimenti, soprattutto nel capitale umano. Quando si dice che l’Italia non cresce, questo non vuole dire che tutte le imprese singolarmente non crescano: ve ne sono alcune che riescono e altre no. Le prime sono quelle che hanno fatto investimenti in nuovi prodotti o in nuove reti commerciali. Bisogna allora facilitare il passaggio dei lavoratori dalle imprese che non crescono a quelle che crescono. Serve maggiore mobilità, mentre l’unico ammortizzatore sociale che abbiamo, la cassa integrazione, si limita a congelare la situazione. Servirebbero strumenti che incentivino i lavoratori a trovare una nuova occupazione. La crescita in capitale umano richiede tempi più lunghi: ma da quanti lustri si parla di far sì che le nostre università premino il merito nella selezione degli studenti e dei professori?

Qualcuno fa però notare che l’Italia non cresce proprio da quando è entrata nell’euro.

Era facile illudersi di crescere con le svalutazioni, provvedimenti ingiusti che fanno pagare il costo dell’aggiustamento a chi non riesce a difendersi (i cittadini). Come anche per la successiva inevitabile inflazione.

L’Europa è riuscita a respingere l’attacco della speculazione. Lei pensa che dovrà comunque cambiare qualcosa per non trovarsi più in questa situazione?

L’euro si regge sul Patto di stabilità e crescita, che ha dimostrato di non funzionare. Anche per colpa di Germania e Francia che, quando gli ha fatto comodo, hanno modificato le regole. Quindi bisogna dare maggiori responsabilità a Eurostat che deve validare i bilanci. Ma anche delle misure ex ante, come l’approvazione delle leggi di bilancio da parte del Consiglio. Lo accetteranno i cittadini dell’euro? Anche quelli che hanno bocciato referendum che prevedevano forma di unione economica molto più blande? Chi valuterà, con quali poteri, con quali maggioranze? Chi ha votato contro aveva paura di perdere propri privilegi locali o non aveva fiducia nella capacità dei vertici europei di dettare le politiche giuste? L’Europa tornerà a essere quella che ci ha dato il mercato unico liberalizzato, che ci ha aiutato a smantellare i monopoli statali, oppure sarà l’Europa di questi ultimi anni, che fa la faccia feroce all’America, ma in casa propria protegge i campioni nazionali? E se non chiarisce che cosa è che cosa vuole, come si può pensare di cederle sovranità?

Secondo lei come cambierà l’Europa dopo questa crisi?

Se, come penso e spero, l’attacco all’euro sarà sventato, qualcosa nella direzione di un più stretto coordinamento si farà di certo. Quelli che da anni lo reclamavano senza ottenere alcun risultato apprezzabile dovrebbero almeno rivedere i loro preconcetti sulle funzioni dei mercati e riconoscere che se non ci fosse stata la speculazione a dimostrarne le necessità, avrebbero continuato per anni a predicare nel deserto. Anche questo sarebbe un risultato non disprezzabile.







2010, QUANDO I BRICS SALVARONO I PIIGS

FONTE: CHEN-YING.NET

Eurolandia salva? Niente affatto. I 750 miliardi (720 per altri) del piano salva-euro o anti-speculatori, come è stato ribattezzato, salveranno semplicemente la faccia – e non solo quella – dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) a scapito di altri partner Ue più virtuosi, Germania su tutti. E così facendo, riprodurranno errori e incongruenze di un’Europa nata male e fragile. Fino alla prossima crisi.
Ma non solo: i voracissimi PIIGS parassitari riescono a mettere le mani in tasca perfino ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), le economie emergenti più dinamiche, per interposto Fondo Monetario Internazionale.
Che disastro. Meglio rinunciare alla moneta unica e sancire un’Europa a doppia velocità, con i “cinque porcellini” messi di fronte alle loro responsabilità: che si arrangino.



La tesi provocatoria non viene da un tedesco, da un americano o da un cinese, bensì da un italiano: Michele Boldrin, che scrive su noisefromamerika.org e di mestiere fa l’economista alla Washington University.
In buona sostanza, l’Europa “stabile” decide di prestare soldi a quella “ instabile“. Come? Attraverso il prelievo fiscale nei singoli Paesi.
Così un contribuente “virtuoso” di Berlino, Amsterdam, Copenaghen, Parigi (Londra no, i britannici si sono già chiamati fuori), pagherà di fatto per la scarsa virtù (in termini economici) di un contribuente di Lisbona, Roma, Dublino, Atene o Madrid.
La Bce emetterà anche titoli di debito pubblico “europei” sempre per finanziare i PIIGS: si creerà di fatto un ministero del Tesoro europeo, qualcosa che va molto al di là del trattato di Lisbona. Ed è stato tutto deciso in un week-end.

Ma il punto che riguarda più da vicino questo blog è che tra i vari soldi raccolti “vi sono 250 (220 in altre versioni) miliardi di euro di provenienza FMI. Questa è una cifra alta, a naso mio, per il Fondo quindi suppongo che sia possibile solo con un’approvazione (di fatto) del G-20: BRICS rescuing PIIGS, non male come svolta storica e segnale che il mondo è cambiato!”
E sì, il cambio è epocale: il baricentro economico si sposta dal Mediterraneo verso Oriente e verso l’emisfero australe. Noi, inventori del capitalismo finanziario, facciamo la questua presso nuovi player che ora ci danno lezioni di efficienza economica.

I meccanismi di finanziamento del Fmi sono da tempo sotto la lente d’ingrandimento. Già durante il G-20 di Washington del novembre 2008 – il G-20 della crisi - i Paesi del G-7 chiesero ai BRICS di contribuire di più al Fondo Monetario Internazionale e al Financial Stability Forum. In pratica, gli Stati Uniti chiesero alla Cina di aprire il portafoglio. Ma dall’altra parte si rispose che era per prima cosa necessario riformare il sistema finanziario e i processi decisionali in seno al Fmi.
In sostanza i BRICS chiedono più potere decisionale nelle sedi che contano. La crisi del sogno europeo realizzerà il loro?
Intanto, Wen Jiabao si è già espresso a favore del piano europeo.

Fonte: www.chen-ying.net













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