domenica 20 febbraio 2011

FORUM SOCIALE MONDIALE

Immanuel Wallerstein
ilmanifesto

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Il Forum sociale mondiale (Fsm) è vivo e gode di buona salute. Si è appena tenuto a Dakar, in Senegal dal 6 all'11 Febbraio. La stessa settimana in cui, per una coincidenza imprevedibile, il popolo egiziano è sceso in piazza contro Hosni Mubarak, riuscendo finalmente a detronizzarlo proprio mentre si teneva l'ultima seduta dell'Fsm. Al Forum l'intera settimana era trascorsa tra gli incoraggiamenti agli egiziani e le discussioni sul significato della rivoluzione tunisina e della loro per il progetto di creazione di un altro mondo possibile. Possibile, non certo.

Al Forum hanno partecipato tra le 60.000 e le 100.000 persone, un numero di per sé notevole. Per tenere un evento del genere l'Fsm richiede la presenza di forti movimenti sociali locali (che in Senegal ci sono) e un governo disposto almeno a tollerarlo. Il governo senegalese di Abdoulaye Wade infatti era pronto a tollerare l'FSM, anche se tre mesi fa era già tornato indietro del 75 per cento rispetto alla promessa iniziale di finanziamento.

Poi però ci sono stati i sollevamenti tunisini e quelli egiziani e il governo ha cominciato a tremare. E se la presenza dell'Fsm avesse ispirato analoghi moti in Senegal? Cancellare l'incontro non era possibile in considerazione dell'arrivo annunciato di Lula dal Brasile e di Morales dalla Bolivia, nonché dei numerosi presidenti africani previsti. E così il governo ha deciso di optare per il male minore. E ha cercato di sabotare il Forum. Lo ha fatto licenziando, quattro giorni prima dell'apertura dei lavori, il rettore della principale università nella quale il Forum si doveva tenere, e nominando un nuovo rettore che si è affrettato a ritirare il provvedimento con cui il suo predecessore aveva deciso di interrompere le lezioni in modo da rendere disponibili le aule. Il risultato è stato un gran caos organizzativo, almeno per i primi due giorni. Alla fine il nuovo rettore ha concesso 40 delle 170 aule necessarie. Intanto gli organizzatori avevano alzato le tende in tutto il campus, e l'incontro era andato avanti malgrado il sabotaggio.

Ma il governo senegalese aveva ragione ad essere tanto spaventato? L'FSM stesso si è interrogato sulla propria rilevanza rispetto ai sollevamenti popolari nel mondo arabo e altrove, portati avanti da gente che proababilmente del Forum non aveva mai sentito nemmeno parlare. La risposta dei partecipanti rifletteva l'eterna divisione tra di loro. C'erano quelli che ritenevano che dieci anni di incontri dell'Fsm avessero contribuito significativamente a delegittimare il processo di globalizzazione neoliberale e che quel messaggio fosse penetrato ovunque. E poi c'erano quelli che ritenevano che i sollevamenti dimostrassero come le trasformazioni politiche si consumino altrove e non nell'Fsm.

Quanto a me, nell'incontro di Dakar sono stato colpito da due cose notevoli. La prima, che nessuno o quasi abbia mai accennato al Forum economico mondiale di Davos. Quando fu fondato l'Fsm nel 2001, fu proprio in funzione anti-Davos. Nel 2011, Davos sembrava ormai così privo di importanza politica che i presenti si sono limitati a ignorarlo.

La seconda cosa che mi ha colpito è stato fino a che punto tutti sottolineassero la forte interconnessione dei temi sul tappeto. Nel 2001, l'Fsm era preoccupato soprattutto delle conseguenze economiche negative del neoliberismo. Ma in ogni incontro successivo ha aggiunto nuove preoccupazioni: le problematiche di genere, l'ambiente (in particolare i cambiamenti climatici), il razzismo, la salute, i diritti delle popolazioni indigene, le lotte operaie, i diritti umani, l'accesso all'acqua e la disponibilità di risorse alimentari ed energetiche.

E improvvisamente a Dakar, indipendentemente dal tema dell'incontro, è balzata in primo piano l'interconnessione tra tutte quelle questioni. E questa, direi, è stata la grande conquista dell'Fsm: abbracciare un numero sempre maggiore di problematiche e diffondere tra la gente la consapevolezza della loro profonda interdipendenza.
Tuttavia era avvertibile un rammarico di fondo tra i presenti. Giustamente è stato osservato che tutti sapevamo bene contro cosa ci schieravamo ma che avremmo dovuto mettere sul tavolo più chiaramente ciò per cui vogliamo combattere. E questo potrebbe essere il nostro contributo alla rivoluzione egiziana e alle altre che verranno, dappertutto.

Il problema è che rimane un disaccordo irrisolto tra coloro che vogliono un mondo diverso. Ci sono quelli che credono che sia necessario maggiore sviluppo e modernizzazione per permettere una più equa distribuzione delle risorse. E ci sono quelli che credono che sviluppo e modernizzazione siano la maledizione della civiltà capitalista, e che si debbano ripensare le premesse di base del mondo futuro, per quello che definiscono un cambiamento di civiltà.
Quelli che si battono per il cambiamento di civiltà lo fanno sotto vari ombrelli. Ci sono i movimenti indigeni delle Americhe (e non solo) che dicono di volere un mondo basato sul «buen vivir» - definizione latino-americana -, ovvero un mondo basato su valori buoni, un mondo che chiede di rallentare una crescita economica illimitata che, argomentano, il pianeta è troppo piccolo per sostenere.

Se i movimenti indigeni incentrano le loro richieste sull'autonomia per controllare i diritti sulla terra nelle loro aree, in altre parti del mondo ci sono i movimenti urbani che sottolineano come la crescita illimitata stia portando al disastro climatico e a nuove pandemie. E poi ci sono i movimenti femministi che sottolineano come la crescita illimitata sia legata al mantenimento del sistema patriarcale.

Questo dibattito sulla «crisi di civiltà» ha grandi implicazioni per il tipo di azione politica che sottoscrive e per il ruolo che i partiti della sinistra che vogliono andare al governo dovrebbero svolgere nella trasformazione globale in discussione. Non sarà facile trovare una soluzione, ma si tratta certamente di un dibattito di importanza cruciale per il prossimo decennio. Se la sinistra non sarà in grado di risolvere il disaccordo su un tema chiave come questo, allora il collasso dell'economia capitalistica mondiale potrà portare al trionfo della destra nel mondo e a un nuovo sistema-mondo ancora peggiore di quello attuale.

Al momento, tutti gli occhi sono concentrati sul mondo arabo, per capire fino a che punto gli sforzi eroici degli egiziani trasformeranno la politica in quel mondo. Ma la scintilla della ribellione può scoppiare ovunque, anche nelle regioni più ricche d'Europa. Dunque per ora un qualche ottimismo è giustificato.

(Traduzione di Maria Baiocchi.
Copyright by Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global)

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