giovedì 21 aprile 2011

Éric Toussaint
cadtm.org/
Tradotto da Curzio Bettio

Il CADTM, il Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo, fondato in Belgio il 15 marzo 1990, è una organizzazione internazionale costituita da membri e comitati locali con sede in Europa, Africa, America Latina e Asia. Agisce in coordinazione con altre organizzazioni e movimenti che lottano per il medesimo obiettivo ( “Jubilé Sud” e altre campagne operanti per l’annullamento del debito e l’abbandono delle politiche di aggiustamenti strutturali). Il suo impegno principale: l’elaborazione di alternative radicali miranti al soddisfacimento universale di bisogni, di libertà e dei diritti umani fondamentali.

La crisi scuote l’Unione Europea fino alle sue fondamenta. Per diversi paesi, il nodo scorsoio del debito pubblico li ha costretti e sono stati afferrati alla gola dai mercati finanziari.
Con la complicità attiva dei governi in carica, della Commissione europea, della Banca Centrale europea e del Fondo Monetario Internazionale, le istituzioni finanziarie all’origine della crisi si stanno arricchendo e speculano sui debiti dello Stato.

Il padronato approfitta della situazione per lanciare un’offensiva brutale contro tutta una serie di diritti economici e sociali della maggioranza della popolazione.
La riduzione dei disavanzi pubblici deve essere necessariamente attuata, però non riducendo la spesa pubblica sociale, ma attraverso maggiori entrate fiscali, combattendo la grande evasione fiscale e tassando maggiormente i capitali, le transizioni finanziarie, i patrimoni e le rendite dei grandi benestanti.

Inoltre, per ridurre il déficit, bisogna ridurre radicalmente le spese per gli armamenti, e tutte quelle altre spese socialmente inutili e pericolose per l’ambiente. Nel contempo, è indispensabile aumentare la spesa sociale, in particolare per compensare gli effetti della depressione economica. Ma al di là di tutto ciò, bisogna considerare questa crisi come una possibilità di rompere con la logica capitalista e di realizzare un cambiamento radicale della società.
La nuova logica da costruire deve rompere con il produttivismo, incorporare la distribuzione di servizi ecologici, sradicare le differenti forme di oppressione (razziale, patriarcale, ecc.) e promuovere i beni comuni.
Per questo, bisogna costruire un fronte anticrisi, tanto su scala europea che locale, in modo da riunire le energie per creare un rapporto di forza favorevole alla messa in attuazione di soluzioni radicali centrate sulla giustizia sociale e ambientale.
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Nell’agosto 2010, il CADTM ha formulato otto proposte rispetto all’attuale crisi in Europa[1].

L’elemento centrale resta la necessità di procedere all’annullamento della parte illegittima del debito pubblico. Per pervenire a questo, il CADTM raccomanda la realizzazione di una revisione del debito pubblico da effettuarsi sotto il controllo dei cittadini.
Questa revisione, in particolari circostanze, dovrà combinarsi con una sospensione unilaterale e sovrana del rimborso del debito pubblico. L’obiettivo della revisione è quello di giungere ad un annullamento/ripudio della parte illegittima del debito pubblico e ad una forte riduzione della parte residua del debito.
La riduzione radicale del debito pubblico è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per fare uscire dalla crisi i paesi dell’Unione Europea. Bisogna completare la manovra attraverso tutta una serie di misure di varie dimensioni nei diversi settori.

Realizzare una revisione del debito pubblico al fine di annullarne la parte illegittima

Una parte importante del debito pubblico degli Stati dell’Unione Europea è illegittima, in quanto risultato di politiche deliberate da governi che hanno deciso di privilegiare sistematicamente una classe sociale, la classe dei capitalisti e degli altri strati favoriti, a detrimento del resto della società. La diminuzione delle imposte sui redditi alti delle persone fisiche, sui loro patrimoni, sugli introiti delle società private ha indotto i poteri pubblici ad aumentare il debito pubblico per colmare il buco lasciato da questa riduzione fiscale.
Inoltre, i poteri pubblici hanno fortemente aumentato il carico delle imposte sui redditi delle famiglie più modeste, che costituiscono la maggioranza della popolazione.
A tutto ciò, dal 2007-2008, è andato a sommarsi il salvataggio delle istituzioni finanziarie private, responsabili dirette della crisi, che è costato molto caro alle finanze pubbliche e che ha fatto esplodere il debito pubblico.
L’abbassamento delle entrate provocato dalla crisi causata dalle istituzioni finanziarie private ha dovuto essere ancora una volta compensato da massicci prestiti.
Questo quadro generale assegna chiaramente il marchio di illegittimità ad una parte importante dei debiti pubblici.

A questo si aggiungono altre fonti evidenti di illegittimità in un certo numero di paesi soggetti al ricatto dei mercati finanziari.
I nuovi debiti contratti a partire dal 2008 si sono prodotti in un contesto in cui i banchieri (e altre istituzioni finanziarie private) hanno utilizzato ed utilizzano il denaro fornito a bassi tassi di interesse dalle banche centrali per speculare, e costringere i poteri pubblici ad aumentare le rimunerazioni che a queste banche private i governi devono versare.
Di più, nei paesi come la Grecia, l’Ungheria, la Lettonia, la Romania o l’Irlanda, i prestiti accordati dal Fondo Monetario Internazionale sono stati accompagnati da condizioni che costituiscono una violazione dei diritti economici e sociali delle popolazioni. A peggiorare le cose, queste condizioni favoriscono una volta di più i banchieri e altri istituti finanziari.
Sono anche queste le ragioni che marchiano di illegittimità le condizioni imposte.
Infine, in alcuni casi, la volontà popolare viene schernita: per esempio, quando, nel febbraio 2011, gli Irlandesi hanno votato a larga maggioranza contro i partiti che avevano fatto dei regali ai banchieri e avevano accettato le condizioni imposte dalla Commissione europea e dal Fondo Monetario Internazionale, la nuova coalizione di governo ha perseguito grosso modo la medesima politica dei precedenti governanti.

Più generalmente, in alcuni paesi si assiste ad una marginalizzazione del potere legislativo a favore di una politica dei fatti compiuti imposta dal potere esecutivo, che sottoscrive accordi con la Commissione europea e il Fondo Monetario Internazionale. Poi, il potere esecutivo presenta al Parlamento questi accordi che hanno la caratteristica del « prendere o lasciare ». Si arriva perfino a dibattiti senza votazione, organizzati su argomenti di primaria importanza. Si rafforza la tendenza del potere esecutivo di trasformare l’organo legislativo in un ufficio del Registro.
In questo contesto estremamente inquietante, con la consapevolezza che una serie di Stati, prima o poi, dovrà confrontarsi con il rischio concreto di insolvenza per mancanza di liquidità, e che il rimborso di un debito illegittimo è per principio inaccettabile, è opportuno pronunciarsi in modo chiaro per l’annullamento dei debiti illegittimi. Annullamento, i cui costi devono essere sostenuti dai responsabili della crisi, vale a dire dalle istituzioni finanziarie private.
Per paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo o alcuni paesi dell’Europa dell’Est (e per paesi come l’Islanda, esterni all’Unione Europea), vale a dire per quesi paesi sottoposti al ricatto degli speculatori, del Fondo Monetario e di altri organismi come la Commissione europea, è opportuno ricorrere ad una moratoria unilaterale del rimborso del debito pubblico.
Questa proposta assume crescente popolarità nei paesi più toccati dalla crisi.

A Dublino, alla fine di novembre 2010, in una inchietsa di opinione realizzata per telefono su un campione di 500 persone, il 57% degli Irlandesi interrogati si è pronunciato a favore di una sospensione del pagamento del debito (default, in inglese), piuttosto che ricevere l’aiuto d’urgenza da parte del Fondo Monetario Internazionale e di Bruxelles.
«Default! say the people – Default ! afferma la gente » (la gente per la sospensione del pagamento), titolava il Sunday Independent, principale quotidiano dell’isola.
Secondo il CADTM, una moratoria unilaterale di questa natura deve combinarsi con la realizzazione di una revisione dei prestiti pubblici (con la partecipazione e sotto controllo dei cittadini).
La revisione deve permettere di fornire al governo e all’opinione pubblica le prove e gli argomenti necessari all’annullamento/ripudio della parte del debito identificato come illegittimo.
Il diritto internazionale e il diritto di ogni Stato offrono una base legale per una tale azione suprema unilaterale di annullamento/ripudio.

Per i paesi che ricorrono alla sospensione del pagamento, il CADTM, data l’esperienza maturata sulla questione del debito dei paesi del Sud del mondo, mette in guardia contro una misura insufficiente, come può essere la semplice sospensione del rimborso del debito, che può rivelarsi controproducente. È necessaria una moratoria senza l’aggiunta di interessi per il ritardo sulle somme non rimborsate.
In altri paesi come la Francia, la Gran-Bretagna o la Germania, non è necessariamente obbligatorio decretare una moratoria unilaterale durante la realizzazione della revisione.
Naturalmente, anche in questi casi la revisione deve essere condotta in modo da determinare l’entità dell’annullamento/ ripudio al quale si deve procedere.
In caso del deteriorarsi della congiuntura internazionale, può venire di attualità una sospensione del pagamento anche per quei paesi che si ritengono al riparo dai ricatti dei prestatori privati.
La partecipazione dei cittadini è l’imperativa condizione per garantire l’obiettività e la trasparenza della revisione.
Nello specifico, la commissione delegata alla revisione dovrà essere composta dai rappresentanti delle istituzioni dello Stato interessate, così come da esperti della revisione delle pubbliche finanze, da economisti, da giuristi, da costituzionalisti, dai rappresentanti dei movimenti sociali…

La commissione permetterà di determinare le diverse responsabilità nei processi di indebitamento e di esigere che i responsabili nazionali ed internazionali rendano conto alla giustizia.
In caso di atteggiamento ostile del governo in carica nei confronti della revisione, diventa necessario costituire una commissione di revisione civica senza partecipazione governativa.
In ogni caso, è legittimo che le istituzioni private e le persone fisiche con redditi elevati, che detengono titoli di questi debiti, sopportino il fardello della cancellazione dei debiti sovrani illegittimi, in quanto portano in modo largo la responsabilità della crisi, da cui per di più hanno tratto largamente profitto.

Il fatto che essi debbano sopportare l’onere della cancellazione è appena un giusto ritorno verso una maggiore giustizia sociale. È importante istituire un registro dei possessori di titoli in modo da potere indennizzare fra costoro i cittadini con redditi bassi e medi.
Se la revisione dimostra l’esistenza di reati connessi all’indebitamento illegittimo, gli autori di questi crimini dovranno essere severamente condannati a pagare riparazioni e non dovranno sfuggire alle pene della carcerazione, in proporzione alla gravità delle loro azioni. Bisogna chiedere conto nei tribunali a quelle autorità che hanno lanciato i prestiti illegittimi.
Per quanto riguarda i debiti che non sono oggetto di illegittimità, sarebbe opportuno imporre uno sforzo ai creditori in termini di riduzione dei tassi di interesse su azioni e obbligazioni, accompagnando questo con uno spostamento della scadenza del rimborso.

Inoltre, sarebbe giusto effettuare una distinzione positiva in favore dei piccoli detentori di titoli del debito pubblico, che converrà rimborsare normalmente.
Inoltre, l’importo a carico del bilancio statale per il rimborso del debito dovrà essere limitato a seconda dello stato dell’economia, della capacità dei poteri pubblici a rimborsare e del carattere incomprimibile delle spese sociali.
Tutto questo sull’esempio di ciò che è stato fatto per la Germania dopo la Seconda guerra mondiale.

L’Accordo di Londra del 1953 relativo al debito tedesco, che in modo specifico consisteva nel ridurre del 62% l’ammontare del debito, stipulava che il rapporto fra il servizio del debito e le rendite dalle esportazioni non doveva andare oltre il 5 %[2].
Per meglio definire un rapporto di questa natura: l’importo destinato al rimborso del debito non può superare il 5% delle entrate statali.
Allo stesso modo, bisogna adottare un quadro di legalità, al fine di evitare il ripetersi della crisi che ha visto il suo inizio nel 2007-2008: proibizione di socializzare i debiti privati, obbligo di organizzare una revisione permanente delle politiche di indebitamento pubblico con la partecipazione della società civile, imprescrittibilità dei reati collegati con l’indebitamento illegittimo, dichiarazione di nullità dei debiti illegali…

2. Bloccare i piani di austerità, che sono ingiusti e approfondiscono la crisi.

In accordo con le esigenze del Fondo Monetario Internazionale, i governi dei paesi europei hanno fatto la scelta di imporre ai loro popoli politiche di rigorosa austerità, con tagli netti alle spese pubbliche: licenziamenti nel pubblico impiego, congelamento o riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, limitazione all’accesso a determinati servizi pubblici vitali e alla protezione sociale, innalzamento dell’età pensionabile.
Al contrario, le imprese pubbliche reclamano – e ottengono – un aumento delle loro tariffe, e nel contempo i costi per l’accesso alla sanità e all’istruzione sono rivisti verso l’alto. Il ricorso ad aumenti di imposte indirette particolarmente ingiuste, in particolare dell’IVA, è in crescita.
Le Aziende di Stato, competitive nei loro settori con le imprese private, vengono fortemente privatizzate.
Le politiche di rigore attuate sono spinte ad un livello che non si vedeva dalla Seconda guerra mondiale. Gli effetti della crisi sono anche amplificati da quei pretesi rimedi, che principalmente mirano a tutelare gli interessi dei detentori del capitale.

In breve, i banchieri bevono, i popoli sono i capri espiatori!
Ma la gente sopporta sempre meno l’ingiustizia di queste riforme caratterizzate da una regressione sociale di grandi dimensioni.
In termini relativi, sono i lavoratori dipendenti, i salariati, i disoccupati e le famiglie a basso reddito che sono i più sfruttati, in modo tale che gli Stati continuino ad ingrassare i creditori.
E fra le persone più colpite, sono le donne ad occupare il primo posto, in quanto l’organizzazione attuale dell’economia e della società patriarcale fa pesare su di loro gli effetti disastrosi della precarietà, del lavoro parziale e sottopagato. Direttamente interessate dalle degradazioni dei servizi pubblici sociali, sono le donne a pagare il prezzo più alto. La lotta per imporre un’altra logica è indissociabile dalla lotta per il rispetto assoluto dei diritti delle donne.

3. Stabilire una effettiva giustizia fiscale europea e un’equa ridistribuzione della ricchezza. Impedire e vietare le transazioni con i paradisi fiscali e giudiziari. Lottare contro la fraudolenta e massiccia evasione fiscale delle grandi imprese e dei più ricchi.

Dal 1980, le imposte dirette, per i redditi più alti e per le grandi imprese, non hanno mai smesso di abbassarsi. Così, nell’Unione Europea, dal 2000 al 2008, i tassi superiori di imposta sul reddito e le imposte sulle società hanno visto una diminuzione rispettivamente di 7 e 8 punti. Quelle centinaia di miliardi di euro in sgravi fiscali sono state in gran parte orientate verso la speculazione e l’accumulazione di ricchezza per i più abbienti.
Bisogna combinare una profonda riforma della fiscalità, ai fini della giustizia sociale (riduzione dei profitti e dei patrimoni dei più ricchi per aumentare quelli della maggioranza della popolazione) con una sua armonizzazione a livello europeo per impedire il dumping, la sperequazione, fiscale[3]. L’obiettivo è un aumento delle entrate pubbliche, in particolare attraverso le imposte progressive sul reddito delle persone fisiche più ricche (il tasso marginale sulla quota più elevata dei redditi deve essere portato al 90 %[4]), attraverso l’imposta sui patrimoni a partire da un certo ammontare e l’imposta sulle società.
Questo aumento delle entrate deve andare di pari passo con una rapida riduzione del prezzo di accesso ai beni e servizi di prima necessità (alimenti di base, acqua, elettricità, riscaldamento, trasporti pubblici, materiale scolastico…), in modo particolare con una decisa riduzione dell’IVA tutta concentrata sui beni e i servizi essenziali. Allo stesso modo, si tratta di adottare una politica fiscale che favorisca la protezione dell’ambiente, tassando in maniera dissuasiva le industrie inquinanti.
L’Unione Europea deve adottare una tassa sulle transazioni finanziarie, specialmente su quelle che avvengono nel mercato dei cambi, così da aumentare le entrate dei pubblici poteri.
I diversi G20 hanno rifiutato, nonostante le loro dichiarazioni di intenti, di affrontare efficacemente le problematiche derivanti dai paradisi legali e fiscali.
Una semplice misura da adottare da ogni Parlamento per contrastare questi paradisi fiscali (che fanno perdere ogni anno ai paesi del Nord del mondo, ma questo vale anche per quelli del Sud del mondo, risorse vitali per lo sviluppo delle popolazioni) consiste nel vietare a tutte le persone fisiche e a tutte le imprese presenti sul loro territorio di mettere in atto qualsiasi transazione attraverso i paradisi fiscali, pena un’ammenda di un ammontare equivalente.
Al di là di questo, è necessario sradicare questi buchi neri della finanza, i traffici criminali, la corruzione, la criminalità in giacca e cravatta.
L’evasione fiscale priva di mezzi consistenti la collettività e gioca contro l’occupazione. Ingenti risorse pubbliche devono essere destinate a finanziare i servizi per una la lotta efficace contro queste frodi. I risultati devono essere resi pubblici e i colpevoli devono essere pesantemente sanzionati.

4. Mettere ordine nei mercati finanziari, soprattutto con la creazione di un registro dei proprietari di titoli, con la proibizione di vendite allo scoperto e di speculazioni in tutta una serie di settori. Creare un’agenzia pubblica europea di valutazione dei titoli.

La speculazione su scala mondiale rappresenta molte volte la ricchezza prodotta sul pianeta. Il montaggio sofisticato della meccanica finanziaria rende la speculazione totalmente incontrollabile. Gli ingranaggi messi in moto dalla speculazione destrutturano l’economia reale. L’opacità sulle transazioni finanziarie è la regola. Per tassare i creditori alla fonte, è necessario identificarli.
Deve cessare la dittatura dei mercati finanziari !
Deve cessare la speculazione in tutta una serie di settori. È necessario proibire la speculazione sui titoli del debito pubblico, sulle monete, sugli alimenti[5].
Allo stesso modo, devono venire vietate le vendite allo scoperto[6] e i Credit Default Swaps devono essere strettamente regolamentati.
[N.d.t. : Uno swap è un baratto, e in questo caso il baratto consiste in questo: la parte A paga periodicamente una somma alla parte B, e la parte B in cambio si impegna a rifondere alla parte A il valore facciale di un titolo C, nel caso il debitore C vada in bancarotta. Insomma, A ha comprato l’obbligazione emessa da C, ma A vuole esser sicuro che C rimborsi il capitale alla scadenza. La finanza ha creato questo strumento di copertura del rischio, e il credit default swap (cds) è in effetti come una polizza di assicurazione. Se, per esempio, il valore dei titoli acquistati è di 100mila euro (facciali), e il cds è di 120 punti base, vuol dire che A deve pagare ogni anno 1200 euro per essere sicuro del rimborso. Se il costo dovesse balzare, mettiamo, a 800 punti base, vuol dire che il mercato teme che il debitore C avrà difficoltà a far fronte ai propri impegni.]
Bisogna chiudere i mercati a trattativa privata dei prodotti derivati che sono dei veri e propri buchi neri, che sfuggono a qualsiasi regolamentazione e controllo.

Il settore delle agenzie di valutazione (rating) deve essere strettamente riformato ed inquadrato. Lungi dall’essere lo strumento di una valutazione scientifica oggettiva, queste agenzie sono strutturalmente beneficiarie della mondializzazione neo-liberista e hanno scatenato a più riprese delle catastrofi sociali.
In buona sostanza, il declassamento della valutazione di un paese implica l’innalzamento dei tassi di interesse sui prestiti che vengono accordati. Quindi, la situazione economica del paese preso di mira si deteriora ancora di più. Il comportamento del gregge degli speculatori moltiplica le difficoltà riscontrate che incideranno ancor più pesantemente sulle persone.
La forte sudditanza delle agenzie di valutazione agli ambienti finanzari nord-americani rende queste agenzie di valutazione attori principali a livello internazionale, la cui responsabilità dello scatenamento e dell’evoluzione delle crisi non è proprio messo in luce dai mezzi di informazione. La stabilità economica dei paesi europei è stata posta sulle mani di queste agenzie di valutazione, senza garanzie, senza mezzi di controllo serio da parte dei pubblici poteri.
Per rompere questa situazione di imbroglio, è essenziale la creazione di una agenzia pubblica di valutazione.

5. Trasferire al settore pubblico le banche, sotto controllo dei cittadini.

Dopo decenni di abusi finanziari e di privatizzazioni, è giunto il momento di trasferire il settore bancario sotto pubblico dominio. Gli Stati devono riacquistare la loro capacità di controllo e di direzione delle attività economiche e finanziarie. Inoltre, devono disporre di strumenti per realizzare gli investimenti e finanziare la spesa pubblica, riducendo al minimo il ricorso al prestito da istituzioni private e /o da altri paesi.
È necessario espropriare senza indennizzo le banche e trasferirle al settore pubblico sotto il controllo dei cittadini.
In alcuni casi, le espropriazioni delle banche private possono rappresentare un costo per lo Stato in ragione dei debiti che queste banche hanno potuto accumulare. Il costo in questione deve essere recuperato dal patrimonio generale dei grandi azionisti. In effetti, le società private che detengono le azioni delle banche, e che le hanno condotte nel baratro realizzando comunque lauti profitti, impegnano una parte dei loro patrimoni in altri settori dell’economia. Quindi, diventa necessario un salasso sulla ricchezza patrimoniale degli azionisti. Questo, per evitare al massimo la socializzazione delle perdite. L’esempio dell’Irlanda è emblematico, la maniera con la quale è stata effettuata la nazionalizzazione della Irish Allied Bank è inaccettabile. Bisogna trarne una lezione !

6. Riportare al pubblico le numerose imprese e i servizi privatizzati dopo il 1980.

Una caratteristica di questi ultimi trent’anni è stata la privatizzazione di molte imprese e servizi pubblici. Dalle banche al settore industriale, per non parlare dei servizi postali, delle telecomunicazioni, dell’energia e dei trasporti, i governi hanno trasferito ai privati tratti interi dell’economia, e in questo passaggio hanno perso qualsiasi capacità di regolamentazione e di controllo della stessa economia. Questi beni pubblici, frutto del lavoro collettivo, devono ritornare nelle mani del dominio pubblico. Si tratterà di creare nuove imprese pubbliche e di adattare i servizi pubblici ai bisogni della popolazione, per dare risposte soprattutto alle problematiche dei cambiamenti climatici, per esempio con la creazione di una agenzia pubblica che si interessi dell’isolamento termico delle abitazioni.

7. Ridurre radicalmente l’orario di lavoro per creare occupazione e aumentare i salari e le pensioni.
Distribuire in modo diverso la ricchezza è la migliore risposta alla crisi. La quota parte della ricchezza prodotta destinata a favore dei lavoratori è diminuita significativamente da diversi decenni, mentre i creditori e le imprese hanno accresciuto i loro profitti per destinarli alla speculazione.
L’aumento dei salari non solo permette alle persone di vivere con dignità, ma rafforza anche i mezzi che servono per il finanziamento della protezione sociale e del regime pensionistico.
Riducendo l’orario di lavoro senza riduzione del salario e creando occupazione, si migliora la qualità della vita dei lavoratori e si fornisce un impiego a tutti coloro che lo cercano. Inoltre, la riduzione drastica dell’orario di lavoro offre la possibilità di mettere in pratica un diverso ritmo di vita, una maniera differente di vivere la società con il ripudio del consumismo. Il tempo guadagnato in favore di momenti di libertà consentirà l’aumento della partecipazione attiva delle persone alla vita politica, al rafforzamento della solidarietà, alle attività di volontariato e alla crescita culturale.

8. Riformare democraticamente un’altra Unione Europea, fondata sulla solidarietà.

Moltissime disposizioni dei trattati che disciplinano l’Unione Europea, la zona euro e la Banca Centrale europea devono essere abrogate. Per esempio. Occorre sopprimere gli articoli 63 e 125 del Trattato di Lisbona, che impediscono qualsiasi controllo sul movimento dei capitali e il soccorso ad uno Stato in difficoltà. Allo stesso modo, bisogna abbandonare il Patto di Stabilità e di Crescita. Inoltre, è necessario sostituire gli attuali con nuovi trattati, in un quadro di un effettivo processo costituente democratico, in modo da conseguire un Patto di Solidarietà fra i popoli in favore dell’occupazione e dell’ecologia.
Si deve rivedere completamente la politica monetaria, lo status e le pratiche della Banca Centrale europea. Risulta una limitazione molto pesante l’incapacità del potere politico di imporre alla Banca Centrale Europea la creazione di moneta. Ponendo questa Banca al di sopra dei governi, e dunque dei popoli, l’Unione Europea ha compiuto una scelta disastrosa, quella di sottomettere l’interesse delle persone all’interesse della finanza, tutto il contrario di come dovrebbe essere.
Al culmine della crisi, mentre molti movimenti sociali denunciavano le regole troppo rigide e profondamente inadeguate, la Banca Centrale europea è stata costretta a cambiare rotta, modificando con urgenza il ruolo che le era stato assegnato. Disgraziatamente, la Banca ha consentito di adeguarsi solo per ragioni opportunistiche: non per prenderei in considerazione gli interessi della gente, ma per preservare gli interessi dei creditori.

Ciò dimostra che le carte devono essere rimescolate e ridistribuite: la Banca dovrebbe agevolare il finanziamento diretto a quegli Stati interessati a conseguire obiettivi sociali ed ambientalisti, che incorporano completamente i bisogni fondamentali delle popolazioni.
Attualmente, con queste modalità, vengono finanziate invece attività economiche molto diversificate, come l’investimento nella costruzione di un complesso ospedaliero o un progetto puramente speculativo. Il potere politico deve almeno pensare di imporre costi molto diversi agli uni e agli altri: bassi tassi di interesse dovrebbero essere riservati agli investimenti socialmente giusti ed ecologicamente sostenibili, tassi molto alti, quasi proibitivi, come lo richiede la situazione, per quelle operazioni di natura speculativa, a cui comunque sarebbe opportuno imporre un divieto puro e semplice in alcuni settori.
Un'Europa fondata sulla solidarietà e la cooperazione dovrebbe voltare le spalle alla concorrenza e alla competizione, che trascinano « verso il fondo ». La logica neo-liberista ha prodotto la crisi e ha rivelato il suo fallimento. Ha spinto al ribasso gli indicatori sociali: meno protezione sociale, meno occupazione, meno servizi pubblici.
I pochi che hanno approfittato di questa crisi hanno di fatto calpestato i diritti della maggioranza.
I colpevoli hanno guadagnato, le vittime pagano!

Questa logica, che sottende a tutte le norme fondanti l’Unione Europea, Patto di Stabilità e di Crescita in testa, dovrebbe essere demolita: questa logica non è più sostenibile.
Un’altra Europa, fondata sulla cooperazione fra Stati e la solidarietà fra i popoli, deve divenire l’obiettivo prioritario. Per questo, le politiche fiscali e di bilancio non dovrebbero venire uniformate, in quanto le economie europee presentano forti disparità, ma coordinate in modo che emerga finalmente una soluzione « verso l’alto ».
Su scala europea, devono imporsi politiche globali, comprendenti massicci investimenti pubblici per la creazione di occupazione pubblica nei settori essenziali, nei servizi contigui ed affini alle energie rinnovabili, alla lotta contro il cambiamento climatico, nei settori sociali di base.

Questa diversa Europa resa democratica deve, per il CADTM, operare per imporre principi non negoziabili: rafforzamento della giustizia fiscale e sociale, scelte orientate verso l’innalzamento del livello e della qualità della vita dei suoi abitanti, disarmo e riduzione drastica delle spese militari, compreso il ritiro delle truppe europee dall’Afghanistan e lo smantellamento della NATO, scelte energetiche durevoli senza il ricorso al nucleare, rigetto degli organismi geneticamente modificati (OGM).
Infine, l’Europa deve risolutamente mettere termine alla sua politica di fortezza assediata contro i candidati all’immigrazione, per diventare un partner leale e veramente solidale nei confronti dei popoli del « Sud del mondo ».

[1]Vedi http://www.cadtm.org/Juntos-para-imponer-otra-logica In questo nuovo documento, vengono riprese queste otto proposte, attualizzandole e sviluppandole.
[2] Vedere Éric Toussaint, Banque mondiale : le Coup d’État permanent, CADTM-Syllepse-Cetim, 2006, capitolo 4.
[3] Pensiamo all’Irlanda che pratica un tasso del solo 12,5 % sui profitti delle società.
[4] Sottolineamo come questo tasso del 90 % sia stato imposto ai ricchi sotto l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Franklin Roosevelt negli anni ‘30.
[5] Vedere Damien Millet e Éric Toussaint, La Crise, quelles crises ?, Aden-CADTM-Cetim, 2010, capitolo 6.
[6] Le vendite allo scoperto permettono di speculare sul ribasso di un titolo, vendendo a termine questo titolo senza disporre dello stesso. Le autorità tedesche hanno vietato le vendite allo scoperto, mentre le autorità francesi e quelle di altri paesi si sono opposte a questa misura.




Per concessione di CADTM
Fonte: http://www.cadtm.org/Huit-propositions-urgentes-pour
Data dell'articolo originale: 19/04/2011
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=4601
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