domenica 17 aprile 2011

Ian Buruma
The Wall Street Journal

Non è la prima volta che Shintaro Ishihara – scrittore, politico e attuale governatore di Tokyo (di fatto, il sindaco della città) – commette una gaffe. Ishihara ha definito il terremoto dell’11 marzo un “castigo divino” per l’“egoismo” dei giapponesi. È un chiodo fisso della destra giapponese l’idea che le giovani generazioni pensino solo a se stesse, siano troppo individualiste e abbiano perso il vecchio spirito collettivo dei giapponesi obbedienti e disciplinati che apparentemente hanno sempre anteposto l’interesse nazionale al loro.

Questa volta le parole del governatore non sono passate sotto silenzio. Ishihara è stato immediatamente subissato di critiche ed è stato costretto a chiedere scusa per la mancanza di solidarietà nei confronti delle innumerevoli vittime del terremoto, dello tsunami e del disastro nucleare. Non solo: i giapponesi, giovani compresi, hanno dimostrato in queste settimane quanto possano ancora essere disciplinati e altruisti.

Ishihara, nella sua insensibilità, non ha fatto altro che cedere a un’abitudine primitiva quanto diffusa nella storia dell’uomo, quella di attribuire un’intenzionalità alle forze impersonali della natura. Nell’antica Cina un terremoto o un qualsiasi altro disastro stro naturale veniva considerato un cattivo presagio, il segno che una dinastia imperiale stava per terminare. Anche in Giappone c’erano credenze simili. Tradizionalmente i terremoti venivano attribuiti ai sussulti di un pesce gatto gigante. Sempre nella tradizione, il pesce gatto era considerato come una divinità da adorare e placare.

In quale altro modo degli esseri umani indifesi possono dare un senso al fatto di vivere ai piedi di un vulcano o nel mezzo di una faglia tettonica? Un attimo prima bevono tranquillamente il tè o preparano il pranzo; e un istante dopo tutto il loro mondo può essere spazzato via da una gigantesca ondata di lava o dall’acqua. Ovviamente non c’è un perché, ma per l’uomo è diicile vivere senza dare un senso alle cose. Questo non riguarda solo i cinesi e i giapponesi. La reazione del giornalista statunitense ultraconservatore Glenn Beck al terremoto è stata altrettanto risibile di quella del governatore Ishihara: secondo lui si sarebbe trattato di un invito di Dio a seguire i dieci comandamenti.
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I giapponesi fanno da sempre i conti con la forza distruttrice della natura. In passato, tuttavia, questa forza è stata anche benevola. Quando nel 1274 una lotta di quasi sedicimila guerrieri mongoli, cinesi e coreani tentò di attaccare il Giappone, uno spaventoso tifone face naufragare le navi, scongiurando l’invasione. Di qui il termine kamikaze, vento divino. In quella circostanza la natura venne in soccorso del Giappone.

Non per niente nel 1944, quando il paese si trovò in una situazione altrettanto disperata, i piloti suicidi furono ribattezzati kamikaze. I soli sforzi militari non erano più sufficienti a evitare la sconfitta. Si invocava qualcosa di più sacro e spirituale: il sacrificio dei giovani migliori e più brillanti. Solo così le superiori forze americane si sarebbero piegate. O almeno, quella era la speranza.

C’è una terribile ironia nel fatto che il Giappone, dopo il terremoto, si trovi ad affrontare un disastro nucleare. Il Giappone, come tutti sanno, è stato il primo paese (e finora l’unico) a subire un attacco atomico.

Anche quello fu considerato da qualcuno come un castigo divino. Vedere Tokyo in fiamme sotto le ondate di bombe incendiarie dei B-29, che provocarono quasi centomila vittime in poche notti, fu terribile.

Non si conosce ancora la portata esatta della catastrofe che ha colpito il Giappone. Sicuramente il paese reagirà, come ha fatto in passato. Anzi, tornerà più forte di prima, scrive Ian Buruma in un certo senso comprensibile. Il fatto che un’intera città venisse rasa al suolo in pochi secondi da un’unica bomba, invece, era paragonabile solo a una calamità naturale.

In effetti non si trattava più di qualcosa di assimilabile a una “normale” operazione di guerra. Il nemico era invisibile. Non c’erano difese possibili. Questo, probabilmente, convinse anche i più irriducibili del comando militare nipponico a firmare la resa incondizionata. La bomba atomica, nelle parole dell’imperatore Hirohito, era “un’arma nuova e terribile” capace di portare alla “totale estinzione della civiltà umana”. Non era considerato un disonore arrendersi per salvare la civiltà umana.

Sotto l’ombra del fungo atomico Oltre ai tremendi costi umani delle esplosioni atomiche, i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki hanno avuto altre conseguenze nefaste. Hanno messo in una prospettiva distorta la questione della responsabilità giapponese nella guerra. Le bombe hanno fatto apparire l’intero disastro bellico come una calamità naturale, una specie di gigantesco terremoto, invece che una storia di follia umana di cui tutti i giapponesi erano stati complici.
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Molti giapponesi, in buona fede, considerarono la bomba atomica come un castigo divino, una sorta di lavacro della coscienza. La descrizione più famosa del bombardamento di Nagasaki fu quella di una delle vittime, il dottor Takashi Nagai, un esperto di radiologia che poi sarebbe morto di leucemia. Ai suoi occhi la bomba fu come una benedizione, una catastrofe capace di portare l’umanità alla redenzione. Nagai era cattolico, come molti cittadini di Nagasaki. Ma tanti giapponesi hanno creduto nel suo messaggio. La casa di Nagai è diventata una specie di santuario. Proprio in quanto vittime della bomba atomica, da allora in poi i giapponesi si sarebbero trasformati in salvatori della civiltà umana, rifiutando la guerra e pregando per la pace eterna.

In questo nuovo atteggiamento pacifista, i giapponesi si sono comportati come hanno fatto sempre di fronte alle forze della natura: hanno cercato di placarle ricorrendo a formule magiche. Nel frattempo le responsabilità della seconda guerra mondiale sono state quasi completamente dimenticate. La responsabilità della sicurezza militare è stata aidata al vecchio nemico, gli Stati Uniti, e il principale garante della sicurezza è diventato l’ombrello nucleare americano.
Nagai, pur consapevole della potenza distruttiva dell’energia atomica, la considerava anche “un trionfo della fisica”, un passo da gigante nel progresso dell’umanità.

Fin dall’inizio i giapponesi hanno avuto un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’energia nucleare. Il fatto che varie componenti dell’ombrello atomico americano entrino ed escano a piacimento dai portil’istituzione più criticata nell’ultimo disastro nucleare sia la Tokyo electric power company (Tepco), nota per aver più volte coperto le pericolose avarie dei suoi reattori nucleari. Eppure, come sappiamo, il Giappone dipende dall’energia nucleare più di qualsiasi altro paese del mondo.

La costante consapevolezza che la calamità può colpire in qualsiasi momento ha segnato la cultura giapponese. Questo vale soprattutto per la cultura postbellica, che ha prodotto la famosa serie dei film di Godzilla. Godzilla non era stato concepito solo come una specie di King Kong gigante. Il personaggio nacque in seguito a un incidente nucleare del 1954, quando gli Stati Uniti fecero esplodere una bomba all’idrogeno e un membro dell’equipaggio di un peschereccio giapponese rimase ucciso dalle radiazioni. Godzilla, il distruttore del Giappone, veniva fatto saltare in aria da una serie di esplosioni nucleari sottomarine.

Tra l’altro, il creatore degli efetti speciali per i film di Godzilla, Eiji Tsuburaya, era stato anche l’autore degli spettacolari effetti di un altro film, Sea battle from Hawaii to Malaya (Battaglia in mare dalle Hawaii a Malaya), girato nel 1942 per festeggiare il primo anniversario della vittoria di Pearl Harbor. In Giappone, dunque, i pericoli dell’energia nucleare creata dall’uomo vengono strettamente associati alle catastrofi naturali, come è accaduto durante l’ultimo grande terremoto. Questa sensazione di pericolo costante ha lasciato il segno sulla cultura del paese. La prima religione originaria del Giappone, lo shinto, letteralmente “la via degli dei”, si basa su una serie di rituali volti a placare le forze della natura, considerate divine. Poiché la natura può essere allo stesso tempo irata e benevola, queste divinità devono essere continuamente gratificate con offerte, cerimonie e sacrifici. Gli dei shinto, a differenza del Dio cristiano o ebraico, non impongono leggi o regole morali, né dogmi. Esigono solo rispetto.

Anche il buddismo, con la sua profonda consapevolezza della natura effimera della vita e il suo ciclo di morte e rinascita, si addice particolarmente a un popolo costretto a vivere sotto la costante minaccia di una catastrofe naturale. “Fatalismo” è la parola che spesso viene usata per descrivere il tipico atteggiamento dei giapponesi. Essere rassegnati ai capricci della natura e del destino, tuttavia, non vuol dire considerare la vita priva di valore. Al contrario, può far apprezzare ancora di più il poco tempo a di morte aspirando a una sorta di immortalità: se non per se stessi, almeno per le loro opere. I monumenti all’uomo (per esempio, Manhattan o Chicago) sono costruiti per durare in eterno, almeno idealmente, e lo stesso vale per i monumenti a Dio come le grandi cattedrali europee. I giapponesi, che vivono ai piedi di vulcani e su faglie tettoniche, non costruiscono per l’eternità. L’architettura tradizionale, che utilizza materiali lessibili come carta e legno per resistere alle scosse, non è pensata per durare in eterno. Il più famoso santuario shinto in Giappone, talmente sacro che solo i membri della famiglia imperiale possono esercitarvi la funzione di alti sacerdoti, si trova a Ise, nel Giappone centrale. È stato fondato quindici secoli fa, ma in un certo senso è nuovissimo, perché viene abbattuto e ricostruito ogni vent’anni. L’unica continuità è nella discontinuità.

I fiori di Edo
Oggi a Tokyo e in altre moderne città giapponesi ci sono grattacieli di cemento e vetro progettati per resistere ai terremoti, ma si tratta di uno sviluppo recente. Anche se gli edifici non vengono più costruiti in legno (troppo costoso e difficile da mantenere), le città hanno tuttora un aspetto precario, simile a un set cinematograico, quasi fossero consapevoli della loro transitorietà. In questo, ricordano più Los Angeles che Manhattan.

In effetti, nel ventesimo secolo Tokyo è stata quasi totalmente distrutta per ben due volte: la prima durante il terribile terremoto del 1923 e la seconda nel 1945, quando fu ridotta in cenere dalle bombe incendiarie statunitensi. E per ben due volte gli abitanti di Tokyo, in modo rapido, energico e perino entusiastico, hanno ricostruito la loro capitale. Quando Tokyo era ancora chiamata Edo, prima del diciannovesimo secolo, i suoi abitanti erano orgogliosi della loro stoica accettazione di terremoti e incendi, noti come “i fiori di Edo”.


È l’altra faccia del fatalismo, la capacità di reagire al disastro ovunque esso colpisca, a Tokyo o sulla costa nordorientale. Gli osservatori stranieri hanno sottolineato la disciplina e la solidarietà dei giapponesi in quest’ultima circostanza. Niente saccheggi, niente rivolte, niente violenza. Non sempre è stato così. Subito dopo il terremoto del 1923, quando si sparse la voce che i cittadini coreani stavano avvelenando le riserve d’acqua, la folla entrò nel panico e cominciò Non stavolta. La disciplina ha tenuto.

Forse per il conformismo sociale imposto a tutti i giapponesi in dalla più tenera età, o forse per il dovere di prendersi cura delle proprie cose, o per il timore di mettere in difficoltà il prossimo. Ma forse anche per la consapevolezza, maturata dopo secoli di convivenza con i disastri, che tutto ciò che crolla può essere ricostruito. I giapponesi hanno un’espressione: “traboccare con l’acqua”. È un modo di dimenticare ciò che è passato. Può essere un difetto – non assumersi le responsabilità del passato – ma anche un pregio, se si traduce nella capacità di guardare al futuro.

Ancora non conosciamo la portata esatta dell’attuale catastrofe giapponese, però possiamo essere certi che il paese non solo reagirà ancora una volta, ma tornerà più forte di prima. Il fatto che il governo non abbia esitato ad accettare l’aiuto dei paesi stranieri, a differenza di quanto avvenne nel 1995 dopo il terremoto di Kobe, è un segno che il Giappone di oggi è più aperto verso il mondo ed è meno sensibile al tema dell’orgoglio nazionale. Per la prima volta i coreani e i cinesi hanno prestato aiuto al Giappone, e questo contribuirà senz’altro a migliorare le relazioni fra i tre paesi, in passato compromesse da odi e spargimenti di sangue. La mobilitazione delle forze armate e lo sforzo straordinario compiuto dai soldati per soccorrere i loro concittadini gioverà all’immagine dei militari giapponesi e restituirà la fiducia a un paese che, dopo una guerra disastrosa, non era ritenuto in grado di difendersi da solo.

Il segnale più importante, tuttavia, è il comportamento dei cittadini comuni, che con la loro reazione tranquilla hanno dimostrato che le parole sprezzanti del governo a Ishihara non erano solo sciocche e rozze, ma sbagliate. I cittadini stanno prendendo sul serio le loro responsabilità, non solo nei confronti di se stessi e delle loro famiglie, ma anche del prossimo. E se questo contrasta con gli stereotipi sui giapponesi, ben venga: andavano demoliti da tempo.

Nuove scosse
Il 7 aprile una scossa di magnitudo 7,4 ha colpito il nordest del Giappone provocando quattro morti ma lasciando apparentemente illesi i due reattori della centrale nucleare di Fukushima. L’11 aprile, un mese dopo il terremoto del Tohoku, l’area è stata colpita da una scossa di magnitudo 7,1 che ha temporaneamente messo fuori uso l’impianto elettrico esterno dei reattori 1 e 3 dell’impianto Fukushima 1, rallentando i lavori di rafreddamento tramite il pompaggio di acqua. La scossa ha provocato almeno una vittima. Zona di evacuazione L’11 aprile le autorità hanno deciso di estendere la zona di evacuazione obbligatoria ad alcuni comuni che si trovano a più di 20 chilometri dalla centrale di Fukushima. A Katsurao, Iitate e Kawamata – che si trovano oltre la zona di evacuazione volontaria, compresa tra i 20 e i 30 chilometri – gli abitanti rischiano di assorbire una quantità di radioattività ritenuta pericolosa. Per questo entro un mese dovranno lasciare le loro case. Greenpeace, dopo aver fatto delle misurazioni, ha chiesto di allontanare le donne incinte e i bambini anche dall’area metropolitana di Fukushima, giudicata “altamente pericolosa”. Il 12 aprile il governo ha alzato il livello di gravità della crisi nucleare portandola a 7, il più alto, equivalente all’incidente di Cernobyl.

Giappone/ Manifestazioni a Tokyo e Nagoya contro il nucleare Dopo incidente Fukushima cresce protesta contro impianti atomici


Manifestazioni
Il 10 aprile 17.500 persone sono scese in piazza a Tokyo contro gli impianti nucleari.
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