domenica 22 maggio 2011

“Non siamo una merce in mano a politici e banchieri”
Un fantasma si aggira per la Spagna...


Javier Fernández Retenaga

Per concessione di Tlaxcala

Tradotto da Aurora Santini

Alla vigilia delle elezioni autonomiche e municipali, migliaia di giovani stanno occupando le piazze delle principali città della Spagna. Seguendo l'esempio delle rivoluzioni arabe, giovani e meno giovani si sono organizzati attraverso diverse piattaforme internet ed hanno deciso di scendere in strada per mostrare la propria indignazione.


“La chiamano democrazia e non lo è”, “Non è la crisi, è una truffa”, “Non siamo una merce in mano a politici e banchieri” sono alcuni dei loro motti. Si mobilitano senza sigle né dirigenti, delusi dai tradimenti delle grandi organizzazioni politiche e sindacali e dal frequente settarismo di quelle piccole. Nonostante abbiano sempre agito in modo pacifico, la stampa dominante ed i politici professionisti hanno cercato di tacciarli come "violenti", dapprima per guadagnarsi il consenso dell'opinione pubblica e poi per giustificare la repressione. Non ci sono riusciti e le mobilitazioni si stanno guadagnando le simpatie della gente. Ora, timorosi, i politici del regime dicono di “comprendere” la rabbia popolare.

La Giunta elettorale centrale, per un risultato stretto di cinque voti contro quattro e dopo un po' di polemiche, ha deciso di proibire le mobilitazioni di sabato e domenica. Successivamente, la Giunta elettorale provinciale di Madrid ha proibito la manifestazione di oggi (venerdì), per la quale era stato richiesto un permesso. Va messo in evidenza che la convocazione di manifestazioni al di fuori delle giornate di riflessione è tutelata dalla Legge. Di fronte a queste risoluzioni ufficiali, i manifestanti, che evitano espressamente di esporre messaggi di nessun partito, dichiarano di non voler chiedere il voto per nessuna formazione politica, ragion per cui ritengono che la risoluzione della Giunta non sia giustificata e si propongono di proseguire con le mobilitazioni.

La rivolta inizia adesso ad estendersi ad altre città d'Europa e del mondo (Ecco qui sotto l'immagine ed il link al mappamondo delle mobilitazioni: http://www.thetechnoant.info/campmap/):


La crescente impopolarità dell'Unione Europea


Vicenç Navarro

Tradotto da Alba Canelli
Editato da Aurora Santini

L'Unione europea ha un problema serio. Stanno emergendo movimenti popolari anti-Unione Europea (UE) in quasi tutti i paesi membri di quest'entità politico-amministrativa. E' vero che l'UE non è mai stata un concetto popolare. In realtà, nacque per iniziativa di alcune élite che volevano creare un mercato comune per il quale c'era bisogno di una moneta, l'euro, che andò a sostituire le monete nazionali della maggior parte dei paesi dell'UE. Solo nel Sud Europa quei paesi che hanno sofferto dittature fasciste o fascistoidi (Spagna, Grecia e Portogallo), l'UE ha generato un certo entusiasmo, poichè l'Europa rappresentava per la popolazione di questi paesi la speranza di sfuggire alle odiate dittature e realizzare il sogno democratico comune assunto nel resto d'Europa. Ancora oggi, l'UE è il sogno di alcuni movimenti secessionisti, come il movimento indipendentista catalano, che vede nell'Europa il modo di rendersi indipendente dallo stato spagnolo. Ma, del resto, l'UE non è mai stata molto popolare e ora è fortemente contestata da vasti settori delle classi popolari. Perché?

LA SPIEGAZIONE DELLA CULTURA IDENTITARIA
Una delle spiegazioni più frequentemente date a questo fatto è l'esplicazione dell'identità culturale secondo cui questo distanziamento (supponendo erroneamente che vi fosse in precedenza una vicinanza) dall' Europa, è una conseguenza della disgregazione di un'identità comune - quella europea – la quale è andata via via svanendo con i movimenti migratori che hanno caratterizzato l'istituzione di tale entità. Inutile dire che le migrazioni che hanno avuto luogo tra i paesi dell'UE e tra l'UE ed i paesi in via di sviluppo (ed in particolare il mondo islamico) hanno accentuato delle tensioni sociali che hanno ravvivato il senso di appartenenza e d’identità, essendo considerata l'immigrazione una minaccia all'identità nazionale, ed essendo attribuita l'immigrazione all'istituzione dell'UE, con il suo impegno per la mobilità delle persone al suo interno.

Foto Francesco Cascioli

Questa spiegazione culturale-identitaria, tuttavia, è chiaramente insufficiente, poiché evita la questione del perché questo rifiuto accade ora e non prima. Tale spiegazione non risponde nemmeno al perché s'identifica l'immigrazione con l'istituzione dell'UE. In realtà, come sottolineato da Goran Therborn, uno degli analisti più acuti della realtà europea, l'Europa è un continente basato sull’immigrazione, caratterizzato da una varietà etnica maggiore persino degli Stati Uniti, considerati come il paese basato sull'immigrazione per eccellenza. L'immigrazione di per sé, quindi, non è la principale causa di rigetto dell'UE da parte di ampi settori delle classi popolari. Per comprendere questo rifiuto dobbiamo recuperare categorie analitiche che sono cadute in disuso, come le classi sociali, il potere di classe e la lotta di classe, categorie usate da due tradizioni esistenti nelle scienze sociali occidentali, tanto quella marxista quanto quella weberiana, categorie praticamente scomparse nelle analisi attuali. Quando analizziamo l'UE da questo prisma analitico (delle scienze sociali tradizionali) possiamo vedere che la costruzione dell'UE è stata realizzata principalmente a beneficio del capitale (in particolare del capitale finanziario) e a spese del mondo del lavoro. I dati sono chiari e forti. Vediamoli.
COSA STA ACCADENDO NELL'UNIONE EUROPEA?
Dal momento in cui l'Unione Europea e la sua Eurozona sono state stabilite, abbiamo visto i seguenti fatti:
  1. In ogni paese dell'UE (e ancor di più in ogni paese dell'Eurozona), il reddito del lavoro, come percentuale del totale del reddito nazionale, è calato (passando dalla media UE-15 del 68% di reddito nazionale al 56%) mentre i redditi da capitale (soprattutto, i redditi del capitale finanziario) sono aumentati.
  2. La disoccupazione è aumentata nella maggior parte dei paesi dell'UE, la cui media è diventata più alta in Europa che negli Stati Uniti, invertendo una posizione precedente (1950-1980) in cui la disoccupazione era stata più bassa in Europa che negli Stati Uniti.
  3. Le condizioni di lavoro sono peggiorate, con l'aumento della percentuale di lavoratori che riferiscono di essere stressati sul lavoro, che ha raggiunto nel 2009 la cifra del 52% del totale della forza lavoro media dell'UE-15. Inoltre, e in relazione con ciò, l'incidenza delle malattie professionali correlate allo stress è aumentata significativamente.
  4. Il tasso di crescita della spesa pubblica per trasferimenti e servizi pubblici dello stato sociale è calato, mentre i tassi di crescita dei bisogni sono aumentati.
  5. I diritti dei lavoratori e i diritti sociali sono stati ridotti.
È logico, quindi, che l'UE stia creando maggior rifiuto tra ampi settori delle classi popolari. L'immigrazione accentua solo ciò che esiste già in questi paesi: il deterioramento dei servizi sociali e della qualità della vita della classe operaia e degli altri settori delle classi popolari. In realtà, l'immigrazione è stata utilizzata dalle imprese per abbassare il prezzo della manodopera e consentire il deterioramento delle condizioni di lavoro. La negazione di questo fatto, verificabile mediante i dati empirici esistenti, da parte di settori della sinistra, ha contribuito alla sua perdita di popolarità tra queste classi popolari. In realtà, il forte calo della socialdemocrazia nell'Unione Europea si deve al fatto di essere percepito da queste classi popolari come protagonista nella costruzione di un'Unione Europea di questo tipo. Non solo i partiti socialdemocratici che governano in Europa, ma anche la governance dell'UE, in cui i personaggi della socialdemocrazia (come i Commissari degli Affari Economici e Monetari, Pedro Solbes e Joaquin Almunia) hanno giocato un ruolo chiave nello sviluppo dell'UE e delle sue politiche.
LA CRISI ATTUALE E COME L'UE CERCA DI USCIRE DA ESSA
Questa realtà discriminatoria nei confronti del mondo del lavoro e in favore del capitale si è accentuata ancora di più nel modo in cui si vuole uscire dalla crisi. Le stesse forze finanziarie, economiche e politiche (e anche gli stessi personaggi) che ci hanno condotto alla crisi, stanno ora cercando di uscirne a condizioni molto favorevoli al capitale e sfavorevoli al mondo del lavoro. Vediamo i dati.
Il paese che ha subito il più grande collasso della propria economia in Europa è stata la Lettonia, la quale è stata costretta ad apportare modifiche estremamente favorevoli ai redditi da capitale e molto dannose per il mondo del lavoro, come condizione per l'ingresso nell'UE e nell'Eurozona.
Tali cambiamenti, imposti dall'Unione Europea e dall'allora Commissario Europeo per gli Affari Economici e Monetari, Joaquín Almunia (figura di spicco del socialismo spagnolo), hanno incluso un taglio del 30% dei salari dei dipendenti pubblici, una diminuzione del 20% della spesa pubblica, una riduzione dei salari in tutti i settori dell'economia (con l'argomento di rendere l'economia più competitiva), e altri cambiamenti che hanno prodotto come conseguenza una diminuzione (nel 2008-2009) non inferiore al 25% del suo PIL. Si stima che le classi popolari non raggiungeranno il tenore di vita che avevano nel 2007 fino al 2016, il che impone dieci anni di enormi sacrifici. I tagli alla sanità, all'istruzione, alla sicurezza sociale e al pubblico impiego sono stati enormi, ed hanno smantellato lo stato sociale.
Anche la Grecia è stata un paese in cui le politiche di austerità stanno creando una grande mobilitazione popolare (che i mezzi di comunicazione trasmettono appena) ed hanno allarmato la borghesia greca (complice con l'UE nello sviluppo di tali politiche), perché contano sulla simpatia da parte delle forze dell'ordine, come su quella della polizia, la quale si è opposta a reprimere tali disordini. Il futuro della Grecia è un punto interrogativo.
In Irlanda, la politica di austerità ha portato a una mobilitazione popolare contro la classe politica. Giammai l'Irlanda aveva avuto un rifiuto così marcato (e meritato) verso la sua classe politica. In Portogallo, il capitale finanziario (compresa la banca portoghese) ha costretto a un "salvataggio" di enorme austerità, che sta danneggiando lo stato sociale e il tenore di vita della maggioranza della popolazione.
E in Spagna, com’è successo prima in Germania con il governo socialdemocratico guidato dal Cancelliere Schroeder, il governo di Zapatero è uno dei governi più impopolari che siano esistiti in questo paese durante la democrazia, come risultato delle politiche di austerità del suo governo.
UN FANTASMA SI AGGIRA NELL'UE
Anche se questi paesi sono i casi più estremi, la realtà è che uno spettro si aggira per l'Europa ed è la rabbia verso "questa" Europa, che non è l'Europa dei popoli, ma l'Europa del capitale. Contro quest'Europa del capitale, dev'essere stabilita l'Europa delle Nazioni, con l'alleanza delle classi popolari. È importante per l'intera UE, ad esempio, che la classe operaia tedesca recuperi i salari che le consentono la sua elevata produttività, in modo che il consumo (e non solo le esportazioni) contribuisca a rilanciare la domanda interna a livello europeo. È importante inoltre che il lavoratore finlandese si allei con il lavoratore spagnolo, affinché la borghesia, la piccola borghesia e le classi medie spagnole paghino le tasse che oggi non pagano. Scriveva un cittadino finlandese, in una lettera al Financial Times, che "mentre noi finlandesi paghiamo diligentemente le tasse, giacché l'onestà è considerata un pilastro della società, mi risulta difficile vedere come gli euro delle mie tasse vengano spesi per sostenere paesi che hanno mentito sulle loro economie (Grecia) e in cui l'evasione fiscale è un hobby nazionale (Spagna) ". E il cittadino finlandese aveva in parte ragione, anche se dobbiamo aggiungere due importanti sfumature.
Una è che il lavoratore spagnolo paga le tasse a livelli simili a quelli del lavoratore finlandese. Leggermente inferiori, ma non molto differenti. Il lavoratore meglio pagato, un operaio dell'industria manifatturiera, in Spagna già paga circa il 72% delle tasse pagate dal suo omologo in Finlandia. In Spagna, sono il mondo imprenditoriale e finanziario ed i redditi superiori quelli che pagano molto meno dei loro omologhi in Finlandia. Un ricco in Spagna paga di tasse solo il 23% di quello che paga un ricco in Finlandia.
La seconda precisazione è che il presunto aiuto finlandese alla Spagna, in caso di "salvataggio", non andrebbe al lavoratore spagnolo, ma alle banche spagnole e straniere, soprattutto tedesche e francesi, che riceverebbero i soldi che lo Stato spagnolo otterrebbe per pagare il debito. E questo è importante. L’operaio finlandese e quello spagnolo (e l'operaio greco, tra gli altri) hanno molti interessi in comune. Tutti loro vogliono che i redditi superiori, le banche e le grandi imprese, sia in Finlandia sia in Spagna, paghino le tasse. E che i loro soldi vadano ad aiutare le persone in difficoltà e non le banche. Sicuramente, se si chiedesse il parere delle classi popolari della Finlandia e della Spagna (e della maggior parte dei paesi UE) su quest’argomento, questi risponderebbero positivamente e sarebbero d'accordo. Da qui la sfida per le forze progressiste dell'UE di mostrare gli elementi e gli interessi in comune con altre nazioni e popoli esistenti in questo continente. E costruire su questi interessi un'Europa del mondo del lavoro diversa da quella che si sta costruendo a vantaggio del capitale. Molte proposte sono state fatte in questa direzione. (Vedi il mio articolo "Il fallimento del neoliberismo nel mondo e nell'UE ).
So che una risposta immediata a questa proposta è privarla di merito giudicandola utopica e mostrando e difendendola situazione attuale come l'unica possibile. E qui c'è precisamente il potere dell'establishment europeo così come quello del mondo finanziario, mediatico e politico: hanno eliminato ogni possibilità di creare un'alternativa. Ma che sia o no un’alternativa dipenderà dalla mobilitazione sociale. Quello a cui oggi stiamo assistendo è una tensione sociale mai vista dagli anni sessanta, agitazione che sta accadendo in questo continente. La storia non è finita. Il futuro della sinistra europea è quello di facilitare tali mobilitazioni di protesta contro questa Europa, per creare un'alternativa.




Per concessione di Vicenç Navarro
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