lunedì 5 settembre 2011

Mario Platero e Massimo Donaddio
ilsole24ore

Le radici della crisi nel crollo delle Torri

In agosto, nel contesto di un anno difficile per l'America, il nostro giornale ha lanciato una prima inchiesta sulla crisi politica ed economica americana. Nella settimana del decimo anniversario dell'attentato alle Torri Gemelle, l'obiettivo di questa seconda inchiesta a puntate è la ricerca di un percorso che consenta all'America di chiudere con quell'attacco: per farlo occorre risalire alle radici. Molti tra i problemi americani di oggi derivano dall'11 settembre. Ma quali e quanti sono i costi morali e materiali che l'America sta ancora scontando? Quali furono le complicità in termini di politica monetaria, fiscale e militare? Qual è il salatissimo conto, nei suoi dettagli, che si deve ancora pagare? Noi proponiamo una tesi: la crisi del 2007/2009 e l'incapacità di oggi di riprendersi sono dovuti alle conseguenze di quell'attacco, dal punto di vista dell'impatto macroeconomico e dei costi materiali e morali.

dal nostro corrispondente Mario Platero
NEW YORK - Gli americani riflettono profondamente da qualche settimana: il decimo anniversario dell'11 settembre arriva in un momento molto difficile. Si accorgono che oltre alle guerre, alle body bags, alla convivenza con il terrorismo, il costo più serio che si deve scontare oggi per scrollarsi di dosso il passato resta quello economico. Archiviata l'euforia per l'uccisione di Osama bin Laden e per le molte vittorie contro il terrorismo, resta una vulnerabilità diffusa. Dieci anni fa, ci furono i morti, le Torri gemelle distrutte, il Pentagono bruciato, il territorio continentale violato.


Oggi ci sono un modello di crescita, di vita e di leadership, un'economia e una finanza in crisi, sfide più evanescenti di quella che si aprì dopo l'attacco, contro il terrorismo. Le due cose, l'attacco di allora e la crisi di oggi sono lo specchio l'uno dell'altra. Se l'evento storico è stato metabolizzato, non è stato esorcizzato. Del resto, ci vollero 20 anni per esorcizzare il Vietnam. Ci vorranno 20 anni per chiudere il capitolo 11 settembre. E i tempi coincidono: ogni economista ricorda che per uscire dalla stagnazione attuale ci vorranno dieci anni. Siamo dunque a metà del guado, perché i costi macroeconomici di quell'attacco, principalmente una politica monetaria e fiscale che girano a vuoto, oggi non sembrano avere soluzione.

Non che bin Laden lo avesse previsto, ma lo aveva intuito. Dalle fonti di intelligence raccolte subito dopo l'11 settembre, dai messaggi diretti e da intercettazioni di conversazioni di Osama, emerse chiaro il suo disegno: trascinare l'America in un conflitto con il mondo islamico che avrebbe perduto; dare vigore all'idea di un nuovo califfato e stremare l'America economicamente. Dieci anni dopo il califfato non c'è, sulle guerre è presto per giudicare, ma l'obiettivo di un affossamento economico è quello che ha dato maggiori risultati. Bin Laden, sapeva che l'esplosione della Internet Bubble nel marzo del 2000 avrebbe portato una debolezza congiunturale. E calcolò i tempi per l'azione: con l'America debole economicamente il suo attacco avrebbe fatto esplodere i mercati e portato una depressione economica. Nel breve fallì. Ma attraverso un percorso tortuoso il suo attacco ha portato i risultati previsti. Complice ignara, la Federal Reserve.

Fra il mese di gennaio e il 21 agosto del 2001, in reazione alla debolezza congiunturale, Alan Greenspan porta i tassi sui Fed funds dal 6,5 al 3,5%. Dopo 21 giorni bin Laden attacca. La confusione sui mercati è al massimo. Il 17 settembre la Fed, con tassi già molto bassi, reagisce e li riduce di altri 50 punti base, al 3%, e spiega che «continuerà a fornire inusuali volumi di liquidità ai mercati, fino a che non si tornerà a condizioni di mercato più normali». La riduzione dei tassi continua aggressiva, a ottobre si va al 2,5%. Il 7 di quel mese comincia la guerra in Afghanistan e aumentano le incertezze geopolitiche. La Fed le menziona. George W. Bush promette una guerra anche contro l'Iraq. A novembre 2001 i tassi sono al 2% a dicembre all'1,75%. Fra il 18 marzo del 2002 e il novembre del 2002 si continua a parlare nelle dichiarazioni della Fed di «grandi incertezze geopolitiche». A novembre i tassi scendono all'1,25%. Poi, nel giugno del 2003 all'1%. Ce n'era davvero bisogno a quel punto? In effetti la Fed comincia a prendere atto del rischio che «una necessaria riallocazione delle risorse in termini di politica fiscale possa diminuire a breve le prospettive di produttività».

È fra il 2002 e l'inizio del 2003 che ci si rende conto come la politica fiscale sia cambiata in modo ormai strutturale per garantire la sicurezza nazionale. Greenspan reagisce come può. Punta sul settore immobiliare per un recupero della crescita. Nonostante le critiche che giungono da ogni parte per un accomodamento troppo prolungato, non vuole abbassare la guardia per evitare rischi possibili per la rielezione di George W. Bush nel novembre di quell'anno. Questo per dire che ci furono componenti anche di politica interna nei processi decisionali. Ma è stato con i tassi su quei livelli che hanno cominciato a formarsi la bolla immobiliare, le erogazioni di prestiti subprime, la bolla dei derivati e l'impacchettamento di rischi altissimi in strumenti opachi. La crescita esponenziale di quegli strumenti e di quei rischi proprio tra il 2002 e il 2005. A questo hanno contribuito gli eccessi del mercato, le banche, alla ricerca di profitti sempre più facili, le non banks bank, la mancanza di regole ferree, la deregolamentazione e molti altri fattori. Ma la radice resta da una parte nella decisione della Fed di tenere i tassi bassi troppo a lungo e dall'altra da una politica fiscale che nel momento in cui si andava in guerra concedeva aggressivi riduzioni delle tasse. Politiche figlie entrambe dell'attacco dell'11 settembre.

Poi, fra il 2005 e il 2006 i tassi tornano al 5,25% dove resteranno fino al 2007. Ma ormai è troppo tardi. Nel 2007 esplodono le contraddizioni di mercato, nel 2008 fallisce Lehman e nel 2011, per arrivare ai giorni dell'anniversario, la politica fiscale e quella monetaria girano a vuoto. Il tasso di disoccupazione resta al 9,1%. «Il rischio di una nuova recessione è forte», dichiara l'economista Nouriel Roubini. Barry Bosworth ex consigliere economico di Jimmy Carter, economista a Harvard e ora alla Brookings Institution, osserva: «Non c'è dubbio che l'attacco di al-Qaida ha causato una reazione forse eccessiva della Fed, ma non possiamo ignorare anche le conseguenze delle guerre sulla politica fiscale. Sono le due cose che hanno contribuito alla crisi del 2007-2009, dalla quale non ci siamo ancora ripresi». Il rischio fiscale viene in effetti menzionato dalla Federal Reserve. Uno studio condotto dalla Brown University stima in 4mila miliardi di dollari il costo complessivo legato all'attacco dell'11 settembre fra guerre, assistenza, costi per la sicurezza (lo studio è sul sito www.costsofwar.org).

La manovra di austerità su cui non si è poi trovato il compromesso lo scorso agosto è guarda caso proprio pari a 4mila miliardi. «La mancanza di risorse dal punto di vista fiscale resta oggi il problema più serio», dichiara Cary Leahy, economista alla Decision Economics. E il futuro? Difficile. Ci vorrà una lunga convalescenza con altre contraddizioni che si accumulano: la politica di austerità per il rientro del disavanzo avrà effetti restrittivi proprio quando l'America è vicina al double dip. «Per assorbire queste contraddizioni ci vorranno forse dieci anni, nel frattempo la crescita sarà debole», aggiunge Leahy. I conti tornano, dunque. A dieci anni dal suo attacco bin Laden è morto. La sua macchina del terrore «è strategicamente distrutta», come ha detto il segretario al Pentagono Leon Panetta. Ma l'America resta appunto a metà del guado, con tutte le conseguenze del caso in termini di leadership, proprio su uno dei fronti centrali che Osama Bin Laden voleva colpire, quello economico.




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