domenica 4 settembre 2011


di Orazio Licandro
ilfattoquotidiano



Italiani terrorizzati, manovra lacrime e sangue, attacco ai diritti, alle pensioni, ai servizi… Insomma un caos inaccettabile, e grottescamente c’è chi si appassiona alla legge elettorale per un bipolarismo maturo o chi dopo un protagonismo esagerato e reiterati appelli alla concordia tace. Non si sa cosa accadrà, quali misure adotterà questo governo e quale dibattito parlamentare ne verrà fuori, e soprattutto quali conseguenze deriveranno.

Allora, poiché è insopportabile il gioco della critica senza proposte, mi permetto di indicarne qualcuna con cifre tratte dai rapporti in mano a tutte le istituzioni:

* 120 miliardi di euro di evasione fiscale;
* 24 miliardi di euro di spese militari;

* 44 miliardi di euro di sostegno alle imprese;
* 60 miliardi di euro di costo della corruzione e del malaffare;

* 135 miliardi di euro di fatturato 2010 della Mafia Spa.


Totale: 383 miliardi di euro.


Appena un quarto di questo totale è circa il doppio della cosiddetta manovra anticrisi che però devasterà l’Italia e gli italiani. Si tratta di indicazioni semplici, che non meriterebbero nessun dibattito e non dovrebbero procurare nessun distinguo tra forze politiche, eppure non si intende prendere in considerazione, se non a chiacchiere, queste voci. Perché? Perché le grandi autorità morali e politiche di ciò che resta di questo Paese cincischiano? Possibile che in ciò che residua della classe dirigente non sia maturata la consapevolezza di riporre ipocrisia, opportunismi e tatticismi?

Sul Fatto Quotidiano oggi in edicola è stata pubblicata una lettera aperta dei partecipanti al 69° Corso di studi cristiani organizzato dalla Cittadella di Assisi, che rivolgono al presidente della Repubblica (e per conoscenza ai presidenti dei due rami del Parlamento) un appello per salvare il patrimonio storico e paesaggistico dalla svendita ai privati, dagli abusi edilizi e dalla cementificazione.

Condivido e sottoscrivo quest’appello, come condivido pienamente il lucido monito lasciatoci da José Saramago quattro giorni prima della morte. Dinanzi alla moglie e agli amici più fidati quella sera affermò: “Non viviamo una crisi economica, è una crisi morale, per questo sarà tanto più difficile uscirne“.

Sì, Saramago, un grande intellettuale che ci mancherà, aveva proprio ragione: la nostra è innanzitutto una crisi morale e se non si imbocca subito la strada giusta a pagare saranno sempre i più deboli, mentre privilegi e diseguaglianze cresceranno a dismisura. Parli presidente, parli!
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