sabato 8 ottobre 2011

Roberto Schiattarella
ilmanifesto

Rossana Rossanda, con l’articolo che ha aperto il dibattito su “La rotta d’Europa”, ha in qualche modo costretto coloro che sono intervenuti ad affrontare una questione generale, e cioè se la politica europea sia oggi in grado di affrontare i problemi che si stanno ponendo e quali siano le linee lungo le quali occorra intervenire. Questione che, se ci poniamo da un punto di vista più strettamente italiano, diventa: può l’Europa sviluppare le politiche necessarie a fare fronte ai problemi che incombono sul nostro paese vista la sostanziale incapacità del nostro governo, ma anche i limiti di politiche sviluppate a livello nazionale?

Guardando ai diversi contributi se ne può concludere che la risposta a questa domanda dipende da come si risponde ad altre tre questioni. La prima può essere così formulata. La politica europea può ritrovare la capacità di guardare al di là degli egoismi nazionali dando una risposta alta ai problemi che stanno dietro le tensioni sui titoli governativi dei paesi deboli? Quasi tutti gli interventi, correttamente, hanno individuato nella debolezza della politica uno tra i principali ostacoli al rafforzamento della capacità di intervento delle istituzioni europee; ma nel loro insieme sembrano immaginare, o quanto meno auspicare, che le sfide poste dalla crisi possano costituire un incentivo sufficiente per aprire una nuova fase di integrazione europea. L’argomento ha evidentemente una sua consistenza ma, a giudizio di chi scrive, purtroppo potrebbe non essere conclusivo.

Il progetto con il quale si è avviata l’integrazione economica in Europa è stato una espressione piena della cultura politica del dopoguerra. E’ vero che il processo è stato favorito dal bisogno degli Usa di rafforzare il blocco dei paesi occidentali contro l’Europa del socialismo reale – e questo spiega perché la sinistra italiana sia stata così a lungo contraria – ma è anche vero che si è trattato di una scelta che ha espresso soprattutto la consapevolezza di una parte importante della classe dirigente europea della necessità di avviare un percorso politico di superamento di nazionalismi i cui risultati devastanti erano ancora sotto gli occhi di tutti. Alta politica dunque. Così come alta politica è stata quella che ha determinato l’accelerazione dei processi che si è avuta con la svolta del 1992 della moneta unica; un passaggio che non può essere compreso senza avere in mente gli straordinari problemi che l’improvvisa unificazione tedesca poneva alla politica europea. E’ possibile dunque che l’aver privilegiato la dimensione economica possa essere stato un approccio riduttivo ma non si deve dimenticare che questo approccio va visto come l’espressione di una politica consapevole dei problemi che si stavano ponendo (certamente più consapevole rispetto alle opinioni pubbliche europee), che ha usato lo strumento dell’economia per avviare processi che volevano poi portare ad un superamento delle posizioni nazionali e nazionalistiche. E, occorre ammetterlo, con qualche successo, se non altro sul piano del sentire comune. Il problema sta nel fatto che la spinta a tutelare gli interessi nazionali è stata sempre presente nella politica europea, e che quanto sta succedendo rappresenta qualcosa di qualitativamente diverso. Con la speculazione sui titoli dei paesi europei in difficoltà, il mercato si sta in qualche modo riappropriando di quella sovranità che la politica aveva delimitato (tassi di interesse politici e “non giustificati” dalle condizioni di mercato) e che ora non ha più la capacità (volontà) di difendere. Quanto sta accadendo altro non è che la certificazione che quella stagione politica è finita e che un’altra se ne sta aprendo. Tutto questo per dire che solo una riflessione meno impressionistica sul perché quella stagione politica si sia andata esaurendo potrebbe permetterci di rispondere alla prima domanda che ci siamo posti e di avviarci lungo la strada desiderata.

La seconda questione implicita posta da una parte non trascurabile degli interventi riguarda un possibile secondo ostacolo allo sviluppo di politiche europee capaci di misurarsi con i problemi posti dalla crisi; ostacolo individuato nella cosiddetta cultura del mercato, almeno per come si è delineata negli ultimi decenni. La domanda è: è realistico pensare a un profondo cambiamento nella cultura economica che avvii la politica di intervento lungo direzioni diverse dalle attuali? E’ possibile pensare che le voci sempre meno isolate che mettono in discussione la cultura del mercato degli ultimi decenni siano l’espressione del fatto che i paradigmi non sopravvivono al mondo per il quale erano funzionali. E che dunque segnalano la fine di quella che Kuhn ha definito una fase di scienza “normale”. D’altra parte gli esiti di due decenni di “riscoperta” del mercato sono sotto gli occhi di tutti coloro che li vogliono vedere. Sul piano interno di ciascun paese, società sempre più ingiuste e quindi con minor capacità di crescita nel lungo periodo, indebolimento delle società civili come effetto di uno schiacciamento della politica sugli interessi, istituzioni che si muovono con logiche che con la crisi appaiono sempre più inconsistenti. Istituzioni che appaiono sempre meno come gli strumenti di risoluzione dei problemi e sempre più espressione dei problemi con i quali ci si deve misurare. Quello che si vuol dire, ancora una volta, è che è assolutamente ragionevole pensare che l’avvitarsi su se stessa della crisi costituirà un fattore di accelerazione del cambiamento. Anzi è del tutto probabile. Ma questo non vuol dire affatto che la risposta alla seconda domanda debba essere positiva. Quanto è avvenuto negli anni trenta non sembra infatti supportare l’idea che questi processi possano svilupparsi in tempi brevi per l’ovvia presenza di interessi consolidati e per le inevitabili inerzie culturali. In altre parole, ammesso che vi sarà un cambiamento del paradigma, non si può certo escludere che i tempi con cui questo cambiamento si svilupperà si rivelino non compatibili con le sfide urgenti poste alla politica europea.

La terza domanda a cui occorre dare una risposta per comprendere il possibile ruolo delle istituzioni europee nella crisi è la seguente: le istituzioni internazionali e in particolare le istituzioni politiche dei paesi più importanti, nel contesto attuale, sono in grado di condizionare il comportamento dei mercati finanziari? La crisi segnala una rottura importante degli equilibri internazionali che da un lato si è manifestata in problemi di sottoconsumo e, dall’altro, in quella che potremmo definire una crisi di regime internazionale proprio perché è l’intero sistema di regole che è stato messo in discussione. Il declino relativo del paese che dal dopoguerra è stato il centro del sistema economico, gli Usa, ha finito con l’indebolire il sistema monetario internazionale, ridimensionando il ruolo del dollaro. La crescente volatilità dei cambi e le politiche di svalutazioni competitive tra le aree sono altrettante espressioni di questi indebolimento. Dunque stiamo entrando in una fase di instabilità il cui significato può essere colto con un paragone, anche se questi sono sempre difficili, soprattutto nelle scienze sociali. La situazione attuale potrebbe essere considerata non troppo diversa da quella della fine dell’ottocento. Come il “gold standard” aveva creato l’ambiente all’interno del quale la Gran Bretagna ha imposto le sue regole nella seconda metà di quel secolo, così gli Usa hanno costruito un modo, o meglio, due modi successivi di essere del sistema economico coerenti con i propri interessi. Il risultato è stato in entrambi i casi una relativa stabilità dello sviluppo economico, un forte allargamento geografico dei mercati e, nella fase finale un ampliamento del ruolo della finanza. Sul piano culturale queste fasi si sono accompagnate con il prevalere di una cultura iper liberista (non a caso l’elaborazione dell’approccio ingegneristico all’economia è proprio degli ultimi decenni dell’ottocento). Questa stabilità viene messa in discussione quando gli equilibri politici cambiano perché i meccanismi economici attivati non solo finiscono con l’essere non più funzionali allo sviluppo del paese leader, ma, al contrario, fanno emergere antagonisti strategici. Gli Usa e la Germania cento anni fa; oggi in primo luogo la Cina. Se questa lettura di quanto sta accadendo può essere accettata ne derivano due implicazioni: la prima è che i tempi di un’uscita dalla instabilità potrebbero non essere brevi; la seconda è che la questione del rapporto tra politica e affari non si può porre in termini scontati. E’ indubbiamente vero che storicamente, soprattutto negli Usa, il potere politico ha mostrato una forte capacità di condizionare le scelte del sistema finanziario. Ma non si possono trascurare segnali che fanno pensare che questo legame stia diventando meno forte. E dunque che le tentazioni di una più completa emancipazione dei mercati possano portare ad esiti indesiderati da parte della politica in generale e dalla politica europea in particolare.

La consapevolezza che gli esiti della partita che si sta giocando in Europa incideranno profondamente sul nostro futuro sta spingendo tutti noi, in maniera più o meno cosciente, a prefigurare scenari coerenti con il progetto politico all’interno del quale siamo vissuti. Scenari che prevedono un superamento di quegli ostacoli politici, tecnici e culturali che ne hanno condizionato lo sviluppo. Impegnarsi in questa direzione è doveroso, ma questo non ci deve impedire di ragionare su altre possibilità, sconosciute e forse per questo preoccupanti.



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