giovedì 17 novembre 2011

16 novembre 2011


Stefano Deliperi

manifestosardo.org


La vicenda del progetto di gasdotto Algeria – Sardegna – Toscana proposto da Galsi s.p.a. rappresenta proprio un caso emblematico di come le cose nascano e siano gestite in Sardegna. A cavolo. O a membro di segugio, come preferite.

C’è una società di infrastrutture (Galsi s.p.a.) direttamente o indirettamente riconducibile a Stati e regioni europei (Italia, Regione autonoma della Sardegna) o magrebini (Algeria) che intende realizzare un’infrastruttura energetica definita “strategica” dall’Unione Europea. L’obiettivo è portare miliardi di metri cubi di gas naturale dai giacimenti algerini alla rete europea. La Sardegna, poi, è l’unica regione italiana non servita da una rete di distribuzione di gas naturale. Senza dimenticare che, in un’ottica di medio periodo, il gas naturale può essere una fonte energetica di transizione dalle fonti fossili “tradizionali” (olio pesante) e finto-alternative (es. Targas) verso le fonti energetiche rinnovabili.

A questo punto, essendo fondamentale sul piano economico il passaggio sulla terraferma sarda, la Regione autonoma della Sardegna, azionista di Galsi s.p.a. attraverso la società finanziaria Sfirs s.p.a. (detiene l’11,6% del capitale sociale), avrebbe dovuto giocare il suo ruolo da protagonista, dettando condizioni temporali e infrastrutturali irrinunciabili per la realizzazione dell’opera in progetto.

In parole povere, il tracciato, i tempi di realizzazione e le opere di connessione alle aree industriali e urbane le avrebbe dovute decidere la Regione autonoma della Sardegna, attraverso il coinvolgimento delle comunità locali e i soggetti sociali interessati (imprenditori, agricoltori, associazioni ecologiste, ecc.).

Le varie Amministrazioni regionali che si sono succedute dalla proposta dell’opera (Pili, Masala, Soru, Cappellacci) non hanno fatto niente di tutto questo, non hanno fatto praticamente nulla per minimizzare l’impatto ambientale e per massimizzare l’utilità dell’opera per l’Isola.

Il tracciato l’ha progettato Galsi s.p.a. e le uniche variazioni sono state quelle imposte dal provvedimento conclusivo del procedimento di valutazione di impatto ambientale – V.I.A., il decreto DVA DEC – 2011 n. 64 del 24 febbraio 2011, con gli allegati (parere della Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale V.I.A. e V.A.S. CTVA – 2011 n. 174 del 25 gennaio 2011; parere del Ministero dei beni e attività culturali – Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee n. 25241 del 25 agosto 2010; parere Regione autonoma della Sardegna – Assessore della difesa dell’ambiente n. 28308 del 17 dicembre 2010). Risultato ottenuto soprattutto grazie alla battaglia disperata di associazioni ecologiste come Gruppo d’Intervento Giuridico, Amici della Terra e Lega per l’Abolizione della Caccia e appassionati disinteressati come l’ornitologo Giuseppe Floris e la biologa marina Paola Turella.

Per anni l’interesse mostrato da amministrazioni locali e popolazioni interessate è stato piuttosto scarso fino a queste ultime settimane, quando in modo caotico e poco ragionato le tifoserie del “si”, del “no”, del “nì” e del “boh” si sono improvvisamente destate. Le associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico, Amici della Terra e Lega per l’Abolizione della Caccia avevano in proposito presentato uno specifico atto di “osservazioni” (20 febbraio 2010) indicando varie modifiche del tracciato per la salvaguardia di aree di rilevante interesse ambientale e naturalistico, nonché attività economiche e sviluppando sinergie con il solo Comune di S. Antioco, comitati, semplici cittadini, pur essendovi stati anche incontri pubblici di sensibilizzazione a S. Antioco e Portoscuso (a fine gennaio 2010 e a fine febbraio 2010).

Ma dove passa il tracciato del gasdotto Galsi? Interessa la prateria di posidonia del Golfo di Palmas, vero e proprio polmone d’ossigeno per il mare e la pesca locale, le zone umide litoranee del basso Sulcis, i vigneti del Carignano (Sulcis) e del Vermentino (Gallura), zone agricole del Campidano e dell’Arborea, numerosi siti di importanza comunitaria, allevamenti di cavalli (Gallura), boschi (in varie parti della Sardegna), zone turistiche (Olbia). Eppure le proposte alternative non sono mancate. Il tracciato dovrebbe esser diverso – con l’approdo nella zona industriale di Portovesme (e non nel Golfo di Palmas), lungo aree già pubbliche del tracciato dismesso delle Ferrovie Meridionali Sarde, lungo i tratti dismessi e le fasce di rispetto della S. S. n. 131 e di altra viabilità pubblica – come abbiamo formalmente chiesto nell’atto di intervento del procedimento di V.I.A. – e l’impatto ambientale e socio-economico sarebbe infinitamente minore. Inoltre, come abbiamo analogamente formalmente richiesto, dovrebbero esser previsti e finanziati i collegamenti e le connessioni con le reti di distribuzione delle aree urbane e industriali sarde (es. con i fondi comunitari 2007-2013). Altrimenti, ci dovremo tenere chissà fin quando impianti inquinanti e depredatori di soldi pubblici come il Targas (gruppo Saras s.p.a.) e quelli di Portovesme e Porto Torres.

Perché di questo non parlano l’on. Mauro Pili, il Presidente della Provincia di Carbonia-Iglesias Tore Cherchi e tutti gli altri sfegatati tifosi del gasdotto? Dove stanno i progetti e – soprattutto – i soldi per le connessioni con le aree urbane e industriali?

Ora siamo agli ultimi atti della lunga procedura: il 25 luglio 2011 sul quotidiano La Nuova Sardegna è stato pubblicato l’avviso + elenco particelle catastali e proprietari di avvio del procedimento di esproprio (art. 52 ter del D.P.R. n. 327/2001 e s.m.i.) delle aree interessate dal tracciato in Sardegna e a Piombino, in Toscana. Inoltre, il Ministero dell’ambiente, pur imponendo solo minime modifiche di tracciato (soprattutto nella parte a mare: la prateria di Posidonia oceanica interessata è di 78.700 mq. rispetto ai 175.800 della versione progettuale Galsi, con una riduzione di circa 97.000 mq.), ha disposto ben 112 prescrizioni vincolanti (65 da parte del Ministero dell’ambiente, 17 da parte del Ministero per i beni e attività culturali, 30 da parte della Regione autonoma della Sardegna) e rimane necessario il parere della Commissione europea (art. 5, comma 10°, del D.P.R. n. 357/1997 e s.m.i.), nonostante le modifiche di tracciato imposte, in quanto “comunque persista un’incidenza negativa sull’habitat tutelato ai sensi della Direttiva europea 92/43 Habitat e dei D.P.R. n. 357/1997 e 120/2003”.

Rimangono inoltre da acquisire i pareri sul vincolo idrogeologico (regio decreto n. 3267/1923 e s.m.i.) da parte dei competenti Ispettorati del Corpo forestale e di vigilanza ambientale, l’autorizzazione integrata ambientale–A.I.A. sulla centrale di compressione di Olbia, l’approvazione del piano di caratterizzazione per l’attraversamento di aree minerarie dismesse, eventuali ulteriori prescrizioni da parte della Direzione generale protezione della natura del Ministero dell’ambiente per l’attraversamento del “Santuario dei Cetacei”, il parere sull’immersione in mare dei materiali di escavo marino (art. 109 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.).

Allo stato attuale, senza alcuna distribuzione locale immediata del metano, il gasdotto Galsi s.p.a. è solo portatore di danni ambientali e socio-economici, ma di nessun beneficio per la Sardegna. L’ennesima speculazione, grazie all’insipienza della Regione autonoma della Sardegna e della sua classe politica, buona solo a parlare per slogan.


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