lunedì 28 novembre 2011

Giampaolo Meloni | 

Soru Milis
La Nuova Sardegna,
21 novembre 2011.
Milis. I grandi valori dell'Autonomia coniugati con un progetto di sviluppo costruito sui pilastri delle risorse locali sfruttate con sapienza e modernità. Una Sardegna fondata sulle proprie forze ma coniugata con Italia, Europa e mondo da uno Statuto che dica chi comanda. Puntare a fermare gli sprechi di risorse, salvare e coltivare la terra non soffocarla con valanghe di metri cubi.
La Sardegna «che deve bastare a se stessa», nell'impostazione politica di Renato Soru è quella che «saremo capaci di costruire, sapendo che siamo più soli del passato». Il malato che entra nell'ambulatorio del Palazzo Boyle di questo paese dell'Oristanese profumato d'agrumi, ne esce senza ricetta e medicine ma con le idee molto chiare su anamnesi, patologie e terapia. C'è la grande cornice, c'è l'idea del mosaico che ci deve andare dentro. Si tratta di ricostruire ma ci deve essere la piena coscienza che si tratta di lavorare in uno scenario difficile che deriva dalla crisi internazionale, dalla delicatezza politica del governo Monti, dalle scelte dolorose che dovrà fare. Ma anche da scelte sbagliate e subalternità imposte alla Sardegna, in passato e di recente. Con qualche sfumatura interpretativa e di prospettiva che li distingue, ma a mettere insieme la lettura di ciascuno è questo il verdetto dei tre So: Pietro Soddu, padre dell'Autonomia regionale e più volte presidente della giunta sarda, Antonello Soro, parlamentare e uomo di punta del Pd e traghettatore della parte più riformista della Dc nel tragitto verso il centrosinistra, Renato Soru, governatore della Sardegna nell'esperienza più forte e delicata del centrosinistra nell'isola.
Riuniti da Sardegna Democratica, l'associazione che ispira l'azione politica di Soru e da qualche giorno guidata da Massimo Dadea, con il proposito di seminare nuovamente la passione politica nella società isolana, i tre esponenti chiudono due giorni di puntigliosa radiografia della Sardegna.
Ora il punto è: quale futuro? La scrittrice Michela Murgia stimola con efficacia e punzecchia gli interlocutori che coordina attribuendo loro qulche deficit d'indipendentismo nelle loro iniziative. Per esempio, il Piano di Rinascita degli anni Sessanta-Settanta non fu forse una cura d'importazione, una medicina imposta? Soddu, che quella programmazione sostenne con molta determinazione, non ci sta: «In quel Piano di Rinascita è mancata l'idea del futuro». Ma la valutazione autocritica non annulla il valore «di modernizzazione che ebbe nel processo di affinacamento della società sarda a quella nazionale». E formò anche la classe operaia sarda, non dimentica di segnalare Antonello Soro. Restano tracce tutt'altro che trascurabili, anche nell'impostazione di una Sardegna rinnovata: il valore dell'industria, la sciagura di non avere saputo costruire un sistema produttivo di seconde e terze lavorazioni che andrebbe invece sostenuto nella prospettiva. «Tutto ciò va fissato in uno Statuto di pchi articoli, che dica chi comanda e come, che stabilisca la dinamica dei rapporti con Roma e Bruxelles». E che sia sostenuto da un'impostazione politica che dica chiaro e tondo quale è la società che distingue il centrosinistra da Berlusconi.
C'è piena concordia di vedute. Soro mette in allerta: non si può costuire il nuovo salvando tutto il vecchio. Perchè non tutti i tasselli sono coerenti, dice. Allora: si deve dice chiaro che le Province vanno abolite, che le università diffuse come i funghi alimentano ignoranza e false aspettative, deprimono la voglia di conoscenza dei giovani, non ci possono essere condizioni di monopolio nelle politiche del latte e del formaggio, deve essere corretta e governata la spesa pubblica sarda. «Non è possibile che l'agricoltura sarda abbia sempre gli stessi problemi», sottolinea poi. Il passo avanti si fa con un piano che punti sull'agroalimentare e il turismo.
Conoscenza e industria come elementi di sapienza e crescita, dice Soru. Ricette importate? «E perchè non dovrei volere un grande stabilimento della Apple nella piana di Sanluri? Come sardo non mi sentirei sminuito». È la risposta per tutto e per tutti: «Costruire lavoro e poterlo generare con i tanti che dovrebbero riempire le case vuote dei paesi dell'isola».
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