venerdì 23 dicembre 2011


Marcello Madau

Un po’ a Cagliari, al Museo Archeologico Nazionale; e a Cabras, nei locali in allestimento (ma non ci stanno tutte); qualcosa nel Centro regionale di Restauro a Li Punti, presso Sassari. E’ la spartizione di uno dei più impressionanti gruppi scultorei dell’antichità mediterranea, quello di Monti Prama nel Sinis, databile fra l’ottavo e gli inizi del settimo secolo a.C.
Mi domando se non sia la classica occasione perduta questa rinuncia a progettare in maniera ineccepibile, e con la pazienza necessaria, una fruizione ed una gestione ottimale di una delle più importanti risorse archeologiche del mondo antico. L’idea del bene archeologico come bene comune non mi sembra si realizzi efficacemente nelle modalità con le quali l’intervento si sta profilando: neppure nel recente affidamento ‘nazionale’.
Dei venticinque guerrieri nuragici solo alcuni portano l’arco. Ma dopo la convenzione (settecentomila euro su Monti Prama e Tharros) tra la Direzione generale dei beni culturali della Sardegna e il Ministero per i Beni e le Attività culturali, tutti saranno con l’Arcus.
E’ il nome della molto discussa Società per Azioni, istituita nel 2003 entro il MiBAC ma con fondi al 100% del ‘Tesoro’, per la promozione ed il sostegno tecnico-organizzativo di restauro, recupero e valorizzazione dei beni e delle attività culturali. Molti l’hanno letta come cassaforte per lobbies politiche. La Corte dei Conti ha espresso più di una censura: a iniziare dalla richiesta di istruttoria sui lavori per il restauro del palazzo romano della Propaganda Fide, in Piazza di Spagna, per continuare con le osservazioni del rapporto 2010 (delibera 42_2011). L’accordo per Monti Prama e Tharros è stato presentato un mese fa, eppure un foglio elettronico dei suoi interventi in tutta Italia vede le somme già stanziate, 300.000 euro nel 2010, 400.000 euro nel 2011 (Allegato ARCUS-2010-2012).
Quanti di noi si sono formati negli studi avendo come faro non negoziabile il concetto dell’inscindibilità di un gruppo artistico, e di esso dal suo contesto, rimpiangendo le dispersioni in luoghi diversi! In questi giorni si decide il contrario, con distinzioni di sapore retrò e dalle impreviste sonorità antiquarie:
“A Cagliari saranno esposti i pezzi capaci di descrivere meglio il lato artistico, mentre riteniamo che la parte archeologica trovi il suo naturale inserimento a Cabras” / “A Li Punti sarà conservata la documentazione riguardante l’intero complesso di Monti Prama”.
Così il Soprintendente Archeologo di Cagliari e Oristano Marco Minoja in una recente conferenza stampa, mentre il governatore Cappellacci parla di una loro spedizione all’Expò coreana del 2012 e magari alle Olimpiadi di Londra (si preoccupa sui rischi del trasporto, ma quello peggiore è proprio culturale: la natura commercialissima dell’Expò coreana).
Che eroi questi nuragici! Recuperati e poi abbandonati nel secondo Novecento dopo millenni di oblio, a restauro non ancora concluso evitano il G8 e resistono ai tentativi di mandarli all’Expò di Pechino (una velleitaria idea di Mario Resca). Ma rischiano di non poter fare nulla contro il virus letale della spartizione e del localismo; di quella dimensione cantonale criticata da Giovanni Lilliu e che avrebbe dovuto lasciare il passo all’unità….
Il localismo non sta nella destinazione a Cabras. Come abbiamo più volte sostenuto, essa è la più giusta: il bene archeologico, importante bene comune, esprime in sé la natura stessa di ‘bene comune’ del territorio. Ma questa maniera affrettata non c’entra nulla, con alcune statue che ci vanno in fretta e furia, in spazi provvisori e non adeguati (si faranno…), perché in quelli che velocemente si approntano non ci stanno tutte….
Sarebbe stato meglio tenerle tutte a Li Punti sino alla messa in opera di un congruo spazio museale radicato nel territorio stesso di provenienza, con atti formali a sua garanzia.
Vedo in questa ‘par condicio’ istituzionale un danno rilevante alla ricerca e soprattutto al godimento di un bene comune. L’ancora controverso racconto si legge, e si può provare a cogliere, compiutamente solo in presenza di tutte le sue parti: sia che prevalga la lettura della spedizione dei Tespiadi guidati da Iolao, sia quella di antichi eroi-costruttori, con i loro simboli architettonici e memoriali, il gruppo parla solo se al completo.
Ma torniamo ai nostri arcieri, anzi, ad Arcus. Creatura tremontiana entro un quadro ben noto: fare cassa dal patrimonio pubblico per finanziare Infrastrutture S.p.A. e, a sua volta, le grandi opere. E Arcus percepisce il 3% dai lavori nelle infrastrutture. Meraviglie della finanza creativa e forme molto sofisticate di centralismo. Secondo molte critiche, e gli stessi rilievi dell’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici, con i rischi connessi alla costruzione di entità da un lato fuori controllo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, e dall’altro operante nelle commesse senza la necessità di gare e pubblicità.
Vogliamo sperare che si recuperi quella “mission” di animazione dei soggetti locali, e non di esecutore, richiamata dalla Corte dei Conti. Potrebbe essere un segno di discontinuità, ma la vigilanza è d’obbligo.
Per ora le statue di Monti Prama sono un bene comune trattato con logiche di spartizione, obiettivi commerciali, cassaforte per la ‘casta’, ansia di realizzazione di una politica regionale prima che si verifichi il crollo (da noi le onde centrali arrivano sempre con un po’ di ritardo, e lasciano il tempo per qualcosa).
Andate a vederle a Li Punti, dove sono esposte. Un’occasione preziosa e speriamo non rara per esercitare una lettura unitaria.
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