martedì 20 dicembre 2011


Per gentile concessione dell'editore proponiamo la prefazione e un brano dal libro "Danza con il secolo", l'autobiografia di Stéphane Hessel da ieri in libreria per i tipi della ADD editore.

di Stéphane Hessel

Repubblica

Ho chiuso questa «danza» quattordici anni fa, fermamente convinto che la mia vita, già lunga – avevo ottant’anni – si sarebbe conclusa con il secolo. Ma ora eccomi al termine di una nuova tappa, tanto prodiga di militanze quanto quelle che l’hanno preceduta. Ci sarebbe dunque ancora molto da raccontare su ciò che è stato per me il primo decennio del nuovo secolo.

Anzitutto mi ha dato modo di conoscere meglio le tragedie del Vicino Oriente. Tra il 2002 e il 2010 sono stato cinque volte in Cisgiordania e a Gaza, dove un gruppo di israeliani dissidenti mi aveva chiamato a osservare l’umiliazione inflitta da governi sanguinari ai valori umani del giudaismo. Ne sono tornato persuaso che Israele sarà il Paese sicuro e prospero che merita di essere solo quando accanto a sé avrà dato vita a uno Stato palestinese che con esso condividerà, come capitale di entrambi gli Stati, una Gerusalemme a vocazione internazionale.

Il mio primo decennio del XXI secolo è stato poi segnato da altre due avventure.
La nascita e i primi passi del Collegio internazionale, etico, politico e scientifico, presieduto congiuntamente da Michel Rocard e dal presidente sloveno Milan Kučan, ambizioso pioniere di sfide future, e la pubblicazione di una «trilinguilogia poetica» intitolata Ô ma mémoire. La poésie, ma nécessité. Accolta da Laure Adler presso le Éditions du Seuil, l’opera è stata pubblicata a Düsseldorf nel 2009, nella traduzione di Michael Kogon, figlio di Eugen Kogon, cui devo l’essere scampato all’impiccagione nel campo di Buchenwald.

Ma il coronamento di questo decennio, nel corso del quale la mia famiglia si è arricchita di cinque pronipoti – Jeanne, Louise, Solal, Basil e Timur –, è il vertiginoso successo di un piccolo libro che la casa editrice Indigène di Montpellier ha dato alle stampe con il titolo accattivante di Indignez-vous! [Indignatevi!]. In quel libro consegnavo a un pubblico che immaginavo ristretto la mia convinzione che, in un’epoca in cui trionfano l’economia capitalista neoliberale, il disprezzo delle popolazioni più deboli e l’impoverimento delle risorse del pianeta, i valori della Resistenza rischino di essere dimenticati o trascurati.

Ed è accaduto questo: l’indignazione un po’ avventatamente invocata a sostegno dell’azione di cui il Collegio voleva farsi guida ha trovato una risonanza prodigiosa.
È evidente che nel primo decennio del nuovo secolo il mondo ha subìto cambiamenti spettacolari. Il quesito che pone l’ultimo capitolo dei miei ricordi: «Le nostre società vedranno una nuova alba o un crepuscolo definitivo?» oggi sembra più scottante che mai.

Per quanto breve sia il tempo che mi rimane, sono felice di poterci ancora riflettere. E il piacere che mi ha procurato ripercorrere, in queste pagine che state per leggere, un lungo cammino intrapreso con fervore, sotto la guida di due genitori che mi hanno generosamente tramandato la cultura, esposto a una serie di esperienze arricchenti di cui nessuna, neanche la più crudele, ha mai intaccato la mia gioia di vivere, questo piacere sono quindi felice di tornare a condividerlo con i miei lettori.

***

Un ex deportato non può sottrarsi alle domande. Le più toccanti mi furono poste più di quarant’anni dopo gli eventi dagli allievi di seconda e dell’ultimo anno delle superiori candidati al concorso annuale della Resistenza indetto dal ministero dell’Educazione nazionale. Ai professori di storia di quelle classi era stato chiesto di raccogliere testimonianze dirette, le poche che rimangono. Faccio parte di quei sopravvissuti cui gli adolescenti chiedono il come e il perché dei campi.
Cerco di liberarmi dell’immagine stereotipata e diffusa dal cinema che coglie il fenomeno all’apice, proprio prima dell’arrivo degli Alleati, quando il sistema concentrazionario era affondato e gli ammassi di cadaveri facevano della figura del deportato un assoluto negativo cui non si aveva il coraggio di fare domande.

Insisto sul quotidiano interminabile dei lager, su quell’insidioso e progressivo avvilimento dell’uomo; nel campo di concentramento per sopravvivere si diventava lupi, chimerici per rimanere sani. Non è facile da descrivere.
Jorge Semprún mi ha aiutato a comprendere quella difficoltà di scrivere senza deformare, di spiegare senza perdersi. Il suo primo libro, Il grande viaggio, mi aveva sconvolto. Poi c’è stato Quel beau dimanche! in cui figura il mio nome: uno choc sottile. E adesso, con La scrittura o la vita, il cerchio attraverso cui lo incontro si chiude, ci allontana e ci avvicina di pagina in pagina lasciandomi irritato o entusiasta, e faccio fatica a liberarmene [1]. Perché parla dei «miei» campi. Nel libro Les jours de notre mort [2], David Rousset invece tace. L’autore più commovente di tutti, almeno per me, è Primo Levi, che dà conto di una realtà così distruttiva da contenere in nuce il suo stesso annientamento.

Ciò che facciamo più fatica a comprendere, come una vittima che scruta il proprio carnefice, è che tutto questo sia stato concepito dal cervello e dal cuore umano. Come ho già detto, un solo libro mi ha dato accesso a quell’approccio, L’État SS di Eugen Kogon. Poiché è stato lui a salvarmi la vita non ho potuto evitare di leggerlo, superando la mia ripugnanza a ingoiare quel chicco marcio. Smonta il funzionamento della meccanica concentrazionaria con precisione chirurgica; e nell’introduzione presenta un’efficace interpretazione dell’ascesa dell’ideologia nazista nella Germania di Weimar. Analizza lo sbocciare dell’orribile «ideale» delle SS fatto di arroganza, di disprezzo e di una brutalità che, esacerbata, diviene furia.

La mia deportazione fu del tutto atipica. Non feci il viaggio in mezzo a duecento compagni ammucchiati in un carro bestiame. A Buchenwald non conobbi gli orrori del «piccolo campo». Non fui scortato a Ellrich o a Harzungen. E, soprattutto, non partecipai alla presa di Buchenwald da parte dei deportati, né alle marce della morte dell’aprile del 1945, e nemmeno all’ultima irruzione nel campo di Bergen-Belsen da parte delle migliaia di evacuati moribondi provenienti dai campi del centro e dell’est. Guardando Notte e nebbia di Alain Resnais, la vista dei pezzi di cadaveri con gli occhi fuori delle orbite mi ha scosso quasi quanto può sconvolgere lo spettatore che non ha mai messo piede in un lager.

Che cos’hanno in comune quegli uomini e quelle donne colpiti in modo tanto diverso dalla deportazione? Forse il fatto che innanzitutto siamo sempre meno numerosi. Allora, quando ci incontravamo – mi è capitato spesso, e inopinatamente – c’era come un segnale che scattava: non tanto l’orgoglio di essere sopravvissuti quanto la vergogna di aver permesso che l’orrore ricominciasse, qua e là, in questo mondo che pensavamo non avrebbe mai più visto niente del genere. E lo stesso segnale ci fa provare collettivamente l’immediata percezione di un senso di responsabilità verso la società di domani. Ma, al di là di ciò che ci unisce, al di là della singola storia che ognuno racconta agli altri, volgiamo a noi stessi uno sguardo forzatamente ambiguo.

Non sono più sicuro di capire quel giovane degli anni Quaranta, francese per scelta, patriota per le circostanze, imprudente per l’età, particolarmente fortunato, plurisopravvissuto, poliglotta, vanitoso, egoista.
Egoista soprattutto per aver lasciato Vitia senza notizie, anche dopo la mia evasione e i contatti con l’esercito statunitense, per aver preferito «battermi» con gli americani piuttosto che correre da lei il prima possibile.

Non sapevo più nulla di lei dalla mia partenza dall’Inghilterra. E lei non sapeva molto di me. O forse sapeva troppo. Alcuni nostri amici che ad aprile avevano potuto consultare gli archivi di Buchenwald avevano trovato una scheda a mio nome: «Hessel, Stéphane, F., abgesetzt, den 20 X 1944». In sostanza il mio certificato di morte. André Manuel si era incaricato di prepararla il più delicatamente possibile a quella notizia. Il giorno dopo Jean Baillou, segretario generale dell’École normale nel 1939, era tornato da Buchenwald «come un uccellino spiumato», mi raccontò Vitia. Allora le aveva parlato di un complotto di cui sapeva soltanto che forse era riuscito. Vitia mi conosceva abbastanza da credere che non fossi morto. Non era nel mio stile. Tre giorni dopo Madame Mamy la chiamava al telefono: «Il tuo Hessel è ad Amiens».

Quella vita restituita, andava spesa con impegno. Ero tentato dall’insegnamento della filosofia. Ma sarei stato in grado di superare l’agrégation, l’esame per diventare professore universitario?
Erano passati cinque anni dalle mie ultime letture serie. I miei insegnanti e i miei compagni avevano esplorato i percorsi del pensiero fenomenologico e dell’Esistenzialismo. Sarei stato capace di raggiungerli senza restare senza fiato? Quel fiato che mi teneva in vita, non valeva la pena metterlo piuttosto al servizio dell’azione? Lo stesso cosmopolitismo dei campi di concentramento mi spingeva verso la diplomazia che avevo già sognato a Londra nel 1934. Ma ci sarei riuscito? Francese da poco e senza formazione giuridica, non avevo altra carta che la prestigiosa École normale e la deportazione, che mi avrebbe permesso di presentarmi ai concorsi speciali dell’immediato dopoguerra.

Qualche giorno dopo il mio arrivo a Parigi feci un incontro tanto decisivo quanto fortuito. Uscendo da rue Saint-Dominique, dove lavoravo al ministero del generale De Gaulle, m’imbattei in Jean Sauvagnargues, un ex compagno di Saint-Maixent. Aveva passato l’importante concorso del Quai d’Orsay nel 1942 e fatto parte del gruppetto di resistenti che insieme a Chauvel preparava in segreto la liberazione del Paese. Mi incoraggiò: «Abbiamo bisogno di giovani che durante la carriera non abbiano avuto a che fare con Vichy».
Decisi dunque di presentarmi al concorso speciale aperto agli ex combattenti, ai resistenti, ai prigionieri o deportati, ultima via d’accesso al Quai d’Orsay prima della creazione dell’École nationale d’administration, che da lì in poi avrebbe formato la maggior parte dei nostri diplomatici.

Tornato dalla Germania l’8 maggio mi rimanevano soltanto cinque mesi per prepararmi alle prove, il cui inizio era fissato per il 15 ottobre. Cinque mesi che si sarebbero rivelati incredibili. Helen e Uli erano rientrati dalla Savoia e io mi prodigavo perché ottenessero una naturalizzazione che sarebbe stata loro concessa soltanto due anni dopo. Vitia, tornata da Londra poco dopo la Liberazione, aveva vissuto l’ebbrezza e lo sconforto di quella fase un po’ folle della storia parigina: l’epurazione, la caccia agli appartamenti, i confronti tra francesi di Londra e resistenti di Francia, ma anche quelle amicizie profonde e febbrili strette intorno a Jean-Paul Sartre, Juliette Gréco, Sidney Bechet, Boris Vian. Io arrivai euforico, pronto a trovare i luoghi e le persone in pieno fiorire, deciso a rendere proficui i giorni e le notti per vivere… e per lavorare.

La Dger (Direction générale des Études et de la Recherche) ereditaria dei nostri servizi segreti di Londra, affidò a Vitia e a Daniel Cordier la redazione di un libro bianco del Bcra. Al mio ritorno fui coinvolto nella stesura del testo, ma si trattava di un’opera prematura, perché gli archivi erano ancora dispersi. In cambio ci prestarono una vecchia Ford Mercury dell’esercito americano con cui viaggiammo fino in Alta Savoia per trascorrere un mese in un hotel di Menthon-Saint-Bernard riservato ai deportati, dove avremmo dovuto riprendere le forze. Condividevamo quel privilegio con André Boulloche e le sue due sorelle, che erano state compagne di Vitia al liceo Molière.

André era tornato solo dai campi, dove il fratello Gilbert e i genitori avevano trovato la morte. Ma erano cose di cui non si parlava. Parlavamo invece del futuro, della ricostruzione, del referendum costituzionale. Soprattutto approfittavamo di ogni giornata di bel tempo per passeggiare in montagna, arrampicarci al colle des Aravis, raccogliere le genziane sulle colline, andare in giro con la Mercury lungo le strade dissestate. Eravamo sereni, loquaci, innamorati, immersi nello studio.

NOTE

[1] Jorge Semprún, Il grande viaggio, Einaudi, Torino 1990; Quel beau dimanche!, Grasset, Paris 1980; La scrittura o la vita, Guanda, Milano 2005 [N.d.T.].
[2] David Rousset, Les jours de notre mort, Pavois, Paris 1947 [N.d.T.].
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