giovedì 29 dicembre 2011




 
 
 
 
Cresce la tensione fra Washington e Tehran: il pericolo di un prossimo attacco militare israelo-americano contro l'Iran incombe dopo le "intollerabili" minacce di chiusura dello stretto di Hormuz in caso di nuove sanzioni - che dall'Europa vengono confermate, nonostante le ripercussioni che ciò avrebbe sui nostri approvvigionamenti energetici
 

Maurizio Matteuzzi -
 
Bloccare lo stretto di Hormuz per dove passa il 40% del petrolio mondiale per l'Iran «è più facile che bere un bicchier d'acqua»; gli Stati uniti «non tollereranno che si chiuda lo stretto di Hormuz».
Tira una brutta aria, anche senza voler indulgere al catastrofismo e prendere per oro colato le parole di ieri che pure non sono di qualche scalmanato irresponsabile. La minaccia di chiudere Hormuz viene dal capo della Marina iraniana, l'ammiraglio Habibollah Sayyari, la minaccia di una risposta militare Usa (più appendici israeliana-europea) viene dal portavoce della quinta flotta, di stanza nel Bahrein.
Se il 2011 è stato l'anno delle primavere arabe, il 2012 sarà l'anno dell'Iran? Ci sono crescenti sintomi che dai ripetuti round di sanzioni anti-iraniane, dall'escalation delle parole e delle minacce, prima o poi qualcuno finirà per passare «la linea rossa». E allora non si sa cosa potrà accadere. Perché l'Iran non è l'Iraq di Saddam o l'Afghanistan dei taleban e neanche la Libia di Gheddafi o la Siria di Assad.
Un attacco militare che abbia l'Iran come obiettivo non si fermerà solo all'Iran, questo è sicuro.
Per l'occidente - con la sua appendice israeliana - la linea rossa è il programma nucleare iraniano che Tehran continua a giurare sia solo a scopi pacifici ma che altrove viene visto come diretto alla bomba. Per l'Iran la linea rossa, esplicitamente dichiarata martedì dal vice-presidente della repubblica Mohammad Reza Rahimi, sono nuove sanzioni - annunciate da Washington e auspicate anche, in Europa, da quel piromane di Sarkozy - che tocchino l'export del petrolio iraniano.
Lo stretto di Hormuz è quel braccio di mare che collega il golfo Persico - e i petro-stati arabi dell'Arabia saudita, Bahrain, Kuweit, Qatar, Emirati arabi uniti con l'oceano Indiano. Di lì, sulle grandi petroliere (13 al giorno di media), passano ogni giorno fra i 15 e i 17 milioni di barili di greggio, fra il 33 e il 40% del petrolio che si commercia per via marittima, di cui il 75% va verso l'assetato mercato asiatico: Cina, Giappone, India, Corea del sud.
Il blocco di quella via d'acqua farebbe schizzare il prezzo del barile, che è già sotto stress per via dei sommovimenti arabi, ben oltre i 100 dollari e passa toccati in questi giorni.
Ma sono gli effetti «geo-politici» di una mossa del genere che spaventano.
Una risposta militare con obiettivo Iran come quella minacciata dal portavoce della quinta flotta Usa aprirebbe scenari sconosciuti. Ma sicuramente tremendi.
Possibile che nel mezzo di una crisi economica globale peggiore di quella della Grande depressione, gli Usa e l'Europa siano pronti ad aprire un altro fronte di guerra? Possibile che un paese come gli Usa già (e ancora) impelagato in un paio di guerre quali quelle d'Iraq a Afghanistan; alle prese con summovimenti inquietanti e dall'esito per nulla scontato nei paesi arabi (Tunisia, Egitto poi la Libia, ora la Siria) vada a cacciarsi in un'altra e ben peggiore avventura? Secondo la teoria classica il capitalismo in difficoltà risponde con le guerre, anche perché in una crisi economica come quella che sta investendo tutto l'occidente, l'unica industria che «tira» è quella bellica (e gli Usa hanno un bilancio militare che è maggiore di quelli di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme). Possibile, però, che fra la recessione, l'austerità, i tagli, l'indignazione, l'impoverimento delle grandi masse (il famoso 99%) ci sia qualche irresponsabile che per una rielezione sia pronto a simili pazzie? E Obama è sotto rielezione, Sarkozy (vedi attivismo sfrenato in Libia, legge sul genocidio armeno...) è sotto rielezione.
Sembrerebbe impossibile. Ma non bisogna mai porre limiti alla pazzia del potere.
L'Iran è stato fin dall'inizio il vero obiettivo delle rivolte arabe. La primavera araba, fiorita in Tunisia e in Egitto, è finita in Libia, quando le petro-monarchie del golfo Persico sono riuscite nell'intento di smuovere le vecchie potenze occidentali per farle correre in soccorso prima che il vento della rivolta popolare, una volta travolto Gheddafi, arrivasse dritto fino a loro: in Qatar, Bahrain, Kuwait e, la madre di tutti gli obbrobri, l'Arabia saudita.
Ora l'obiettivo è l'Iran, senza neppure considerare che la minaccia militare esterna di Usa e Israele o delle petro-monarchie del golfo non faranno che azzerare, anziché approfondire, le crepe che nell'establishment iraniano si sono aperte in questi anni contro l'oltranzismo sciita degli Ahmadinejad e dei Khamenei.
L'obiettivo finale è l'Iran. Non solo di Israele, a cui Obama si è dato senza decenza dopo qualche frivolo giro di valzer iniziale. Negli Stati uniti è in corso una violenta campagna di vecchi falchi neo-con o neo-lib per l'attacco militare contro l'Iran. Il direttore del Weekly Standard William Kristol solo poche settimane fa scriveva che il Congresso dovrebbe approvare una risoluzione che autorizza Obama all'uso della forza contro l'Iran considerandolo responsabile per gli attacchi contro le truppe americane in Iraq e Aghanistan e anche per il suo «programma per le armi nucleari». Responsabile di tutto. Ora c'è la minaccia di chiudere Hormuz, «facile come bere un bicchier d'acqua». Chi e quando passerà «la linea rossa»?
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