lunedì 26 dicembre 2011

Con il rifiuto opposto al salvataggio delle banche i cittadini islandesi hanno dimostrato al mondo che la democrazia può ancora salvarsi dalle spietate leggi del capitalismo internazionale.

rejkyavik-tdi Miguel Ángel Sanz Loroño - publico.es.
"Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo", scriveva Oscar Wilde. L'Islanda è passata da portabandiera del capitalismo tardivo a progetto di democrazia reale. Dunque possiamo tranquillamente affermare che una carta che non contiene Utopia non soltanto è indegna di uno sguardo, ma oggi sarebbe anche inesatta. Il faro di Utopia, che piaccia o meno agli onnipotenti mercati, ha cominciato a inviare segnali d'allarme al resto d'Europa.  
L'Islanda non è l'isola di Utopia. Come sappiamo fin troppo bene, non c'è posto per i regni di libertà nell'impero del necessario creato dal capitalismo. Ma è comunque il segno di un'assenza, nonché la prova che il capitale non è depositario della verità inconfutabile, anche se aspira a controllare tutte le carte geografiche del mondo.
Con la decisione di porre fine alla spirale tragica dei mercati, l'Islanda ha creato un precedente in grado di minacciare il dominio del capitalismo tardivo. La piccola isola nordica, sul punto di realizzare qualcosa che credevamo del tutto inimmaginabile, non è ancora sprofondata nel caos, almeno non ancora. Anche se le informazioni arrivano col contagocce: dell'Islanda non sappiamo pressoché nulla, mentre siamo bombardati dai dettagli sul caos che ha travolto la Grecia e sui prestiti che è stata costretta a chiedere.  
Perché l'Islanda non interessa ai media? In fondo il loro compito dovrebbe essere quello di raccontarci ciò che accade nel mondo.
Fino a oggi è sempre stato il potere a decidere ciò che è reale e ciò che non lo è, ciò che possiamo e non possiamo pensare e fare. Nelle mappe cognitive che ci aiutano a conoscere il mondo ci sono sempre stati spazi oscuri dove si trova la barbarie che consolida il domino delle élite. L'esistenza di queste zone cieche sulle carte va di pari passo con l'eliminazione dell'avversario, l'isola di Utopia. Come scriveva Walter Benjamin, "Non c'è mai documento di cultura che non sia, nello stesso tempo, documento di barbarie".  
Le élite, assecondate dai teologi e dagli economisti, definiscono ciò che è reale e ciò che non lo è. Indicano ciò che è realista e in accordo con la loro definizione di realtà, e bandiscono ciò che non lo è, definendolo un'aberrazione del pensiero. In sostanza ci ordinano cosa fare e pensare. Questa è la loro missione, e l'hanno sempre portata avanti grazie allo strumento fondamentale del potere e della violenza: il concetto di necessità. Bisogna fare sacrifici, ci ripetono con aria sofferente. Altrimenti sarà la catastrofe. La logica del capitalismo tardivo ha in sé qualcosa di perversamente hegeliano: tutto ciò che è reale è necessariamente razionale, e vice versa.  
Nel gennaio del 2009 il popolo islandese si è ribellato contro questa logica. Gigantesche manifestazioni pacifiche hanno provocato la caduta del governo conservatore di Geir Haarde. La sinistra, minoritaria in parlamento, è tornata al potere e ha convocato nuove elezioni per il mese di aprile. L'Alleanza socialdemocratica di Jóhanna Sigurdardóttir e il Movimento sinistra verde hanno ottenuto la maggioranza assoluta.
Nell'autunno del 2009, in seguito a un referendum d'iniziativa popolare, l'Islanda ha affidato alle assemblee cittadine la redazione di una nuova costituzione. Nel 2010 il governo ha proposto la creazione di un consiglio nazionale costituente, i cui membri sarebbero stati eletti a sorteggio. Due referendum (il secondo nell'aprile 2011) hanno respinto il piano di salvataggio per le banche e il rimborso del debito estero. Nel settembre 2011 l'ex primo ministro Geeir Haarde è stato processato per le sue responsabilità nella crisi economica.  

Punto di fuga

Immaginare che il mondo sia una tragedia greca, dove la ruota del destino (o del capitale) continua a girare senza tenere conto del fattore umano, significa negare la realtà. Non possiamo dimenticare che questa ruota è manovrata da esseri umani. Tutto ciò che possiamo concepire come possibile è reale, tanto quanto lo è ciò che i mercati ci impongono. Ritrovando l'immaginazione e l'arte del possibile, l'Islanda ci ha mostrato che esiste un'alternativa alle necessità pantagrueliche del capitalismo. Non ci resta che rispondere all'appello, e vedremo chiaramente la trappola che ci è stata tesa. Dicono che non c'è alternativa. Ma tutta questa gente che ci chiede di fare sacrifici ha almeno dato un'occhiata alla mappa del mondo?
L'Islanda è la prova che la nostra cartografia è più complessa di quanto ci dicono, che è possibile dominare il reale, e che in questo dominio risiede il principio di libertà e di necessità. L'Islanda non è un modello, ma una delle possibilità del diverso. Il tentativo del popolo islandese di costruire l'avvenire con la volontà e l'immaginazione ci mostra la luce dell'alternativa. E la possibilità di un'alternativa sostenuta da una moltitudine è reale tanto quanto la necessità tanto cara al capitale.
Gli islandesi hanno deciso di impedire al futuro di seguire la ruota tragica della necessità. Gli altri popoli sono ancora disposti a tollerare che la realtà venga decisa dal capitale? Davvero vogliamo che il futuro, l'immaginazione e il possibile siano ostaggio delle banche, dei grandi gruppi e dei governi che continuano a dire che stanno facendo tutto il possibile?
Tutte le mappe dell'Europa dovrebbero avere nell'Islanda un punto di fuga, e dovrebbero essere costruite con la certezza che il possibile è reale tanto quanto il necessario. La necessità è solo una delle opzioni. Esistono alternative. L'Islanda ce l'ha ricordato proclamando che l'immaginazione fa parte della ragione. È alla moltitudine che spetta definire ciò che è reale e realista, utilizzando gli strumenti della possibilità e della differenza. In questo modo non ci limiteremo a consolare i sognatori, ma faremo parte di quella parte del mondo che il capitale vuole cancellare. L'esistenza di Utopia dipende da questo. E con essa il concetto di una vita degna di essere vissuta. 

Fonte:  http://blogs.publico.es/dominiopublico/4414/sobre-islas-y-utopias/.
Traduzione per presseurop.eu a cura di Andrea Sparacino.
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