mercoledì 28 settembre 2011

dipinto di Moreno Cotza


di Gian Luigi Deiana

Si apre una nuova pagina nel percorso di Sinistra Critica Sarda. Il coordinamento sardo dell’organizzazione - riunito il 10 settembre a Ghilarza - ha deciso all’unanimità di formalizzare la scelta di una posizione politica indipendentista. Il documento costituisce il frutto e allo stesso tempo la base di un lavoro politico di analisi e di pratica che è stato condotto in questi anni e che sarà approfondito, sviluppato e articolato nei prossimi mesi.

1: PERCHE’ UNA POSIZIONE INDIPENDENTISTA. - L’assunzione di una posizione indipendentista non viene da una valutazione di fase ma si fonda sulla realtà di un processo storico e sul suo esito attuale. In particolare: prima il rapporto tra la Sardegna e il Piemonte, poi il rapporto tra la Sardegna e il regno d’Italia, poi il rapporto tra la Sardegna e la repubblica italiana e infine il rapporto tra la Sardegna e l’assetto italo-europeo del neoliberismo. In termini cronologici si tratta di quattro distinte statuizioni del rapporto coloniale: 1719-1861; 1861-1945; 1945-1991; 1991-2011. Per tutto il corso del processo, che si avvia ormai a toccare i tre secoli, il filo conduttore è stato ed è e nel caso sarà il colonialismo interno, una specie di colonialismo straccione sia per chi lo ha imposto che per chi lo ha subìto. Tuttavia questo tri-secolare cordone ombelicale con l’Italia non si è condotto da solo, si è bensì svolto e nutrito svolgendo e nutrendo insieme il rapporto di classe interno alla Sardegna: prima il privilegio feudale, poi le sotto-borghesie mediatrici del regno, poi i ceti amministrativi e dirigenti locali della repubblica, e infine gli attuali replicanti regionali del neoliberismo.

2: POSSIAMO NON DIRCI ITALIANI? - Dentro questo particolare modello di subalternità la Sardegna oltre ad avere perso ha anche guadagnato, nel senso che per questa via, nel bene e nel male, è entrata nella modernità. Ha sperimentato, anche se a singhiozzo, una stagione di riformismo piemontese che ha contribuito a generare lo spirito della rivoluzione antifeudale (1770-1800); ha maturato una capacità popolare ed intellettuale reattiva rispetto al cedimento di classe rappresentato dalla “fusione perfetta” (1848-1878); non si è lasciata penetrare dal fascismo mentre ha dato un grande contributo alla resistenza e alla costituzione (1920-1950); ha maturato in forme nuove una coscienza critica anticapitalista e anticoloniale nella fase imperialistica del neoliberismo (1970-2011). In sintesi, la società sarda ha reimparato dall’Italia quella modernità del “diritto” e quella necessità della “cultura” che essa aveva perduto con la sconfitta dei Giudicati, e che i ceti parassitari sardi avrebbero volentieri soffocato ad ogni passo. Certo questo è avvenuto in modo contorto e contraddittorio, ma si può allo stato attuale, e solo in quanto sardi, disconoscere per esempio il valore della resistenza italiana e il significato della costituzione italiana, e ripudiare il contributo dei sardi alla loro storica realizzazione? E’ rinunciabile la comune vicenda storica passata nel fuoco delle trincee, nell’emigrazione, nelle università e soprattutto nelle fabbriche e nella lotta di classe? Può non dirsi italiano il Gramsci dei Consigli operai o degli scritti del carcere? E tuttavia l’ingresso della Sardegna nella modernità, di cui siamo involontari debitori nei confronti dell’Italia, è stato certamente un ingresso prigioniero, tenuto costantemente per mano e quindi costantemente sotto bastone: e questo oggi non lo si può subire più.

3: INDIPENDENTISMO DOGMATICO ED AUTONOMISMO AMMINISTRATO. - La storia recente della Sardegna ha riproposto ad ogni generazione il tema dell’indipendenza e della sovranità, e parallelamente ha riproposto l’autonomismo e il regionalismo come sua risoluzione concreta. Il risultato è sempre stato il gemellaggio fra un indipendentismo dogmatico e un autonomismo empirico, velleitario e puro il primo e subalterno e corrotto il secondo. Il punto più tragicomico e più surreale di questa ricorrente gemellatura si produce quando essa esibisce una specie di rapporto incestuoso tra il culto dell’indipendenza pura e la pratica dell’autonomia corrotta, cosa che riguarda quasi tutta la storia del Psdaz, le prediche dell’ultimo Cossiga e praticamente tutte le varie esercitazioni di funambolismo dei presidenti dei Consigli regionali, delle segreterie regionali dei partiti ecc. Bene, per questa via è chiaro che non si va da nessuna parte. Vi è una e una sola possibile alternativa: la costruzione attuale di un indipendentismo empirico.

4: LA COSTRUZIONE DI UN INDIPENDENTISMO EMPIRICO. - Nonostante la lunga vicenda di soffocamento coloniale e di alterazione storica che i sardi hanno subìto nei secoli “italiani” l’indipendenza non è necessariamente una via obbligata: in presenza di una “radicale” lotta anticapitalistica in Italia infatti non avremmo alcuna fretta di essere necessariamente indipendenti. Tuttavia l’indipendenza diventa una via obbligata quando diventa evidente che questo vecchio stato padrone e questa sua economia degli squali non può più tornare indietro dalla sua marcia di distruzione, e cioè quando non può più fare a meno di scaricare sulla colonia storica la sua più sporca fisiologia futura: occupazione militare, produzioni inquinanti con elevatissima componente di capitale e bassissima componente di forza lavoro, colonizzazione turistica a piena devastazione ambientale ecc. La necessità strutturale della colonizzazione è drammaticamente peggiore della volontà ideologica o della opzione politica della colonizzazione: siamo quindi ad un salto di qualità rispetto al quale l’innocuo adattamento gemello di indipendentismo dogmatico e di autonomismo amministrativo cessa di essere un gioco politico e diventa un fattore di distorsione grave. Si tratta quindi di scegliere il traguardo dell’indipendenza ed insieme di segnarne analiticamente le tappe in termini empiricamente praticabili. Debito pubblico, tenuta finanziaria, beni comuni, relazioni internazionali, unione europea, sistema bancario, rating, disarmo, riconversioni, ecc. E’ un compito da giganti che probabilmente non potrà nemmeno prendere avvio al di fuori di una grande trasformazione italiana ed europea: e questo è il motivo per cui la questione dell’indipendenza sarda va comunque tenuta all’interno della lotta anticapitalista internazionale, senza limitarsi con questo ad esserne una semplice appendice.

5: L’INDIPENDENTISMO EMPIRICO E LE ORGANIZZAZIONI ANTICAPITALISTE IN ITALIA. - L’idea di depurare l’indipendentismo sardo dalla condivisione di strutture organizzative anticapitaliste italiane (ovvero il comandamento di rompere organizzativamente con i partiti “italianisti”) è come tale un’idea religiosa; ma anche la liquidazione della questione da parte delle organizzazioni antagoniste italiane come vezzo “nazionalitario” è a sua volta un pregiudizio religioso. Poiché il problema è reale (è reale nella struttura, oppure non lo è affatto) è sbagliato sia vederlo in modo abbagliante (con la conseguenza che poi non si vede il contesto che lo genera) sia vederlo dal rifugio visuale dei congressi politici italiani (con la conseguenza che poi lo riduce a birdwatching). Di conseguenza è necessario costruire un percorso attraverso il quale tutti i compagni sardi a vario titolo impegnati nelle diverse organizzazioni anticapitaliste italiane possano convergere in un’unica organizzazione anticolonialista sarda. Questa, proprio in considerazione della sua ragione “includente”, dovrebbe avere una articolazione orizzontale e quindi non gerarchizzata, una identità collettiva e non leaderistica, una pratica di movimento e non di burocrazia, una forma educativa di inchiesta e non di ideologia ecc.

6: L’INDIPENDENTISMO EMPIRICO E L’INDIPENDENTISMO STORICO. - Poiché è il movimento reale che decide del mutamento dello stato di cose presente, l’ultimo anno di conflitti in Sardegna ha chiarificato che vi sono significative esperienze di organizzazione anti-italianiste, degne anche di grande stima: è il caso soprattutto di A Manca, di Sardigna Natzione e di Irs. La scissione in Irs ha messo temporaneamente a nudo i limiti all’origine dell’orientamento assunto da questo movimento, il cui eclettismo ideologico e il cui interclassismo pratico non si sarebbero potuti affidare, all’atto del successo elettorale, ad altro che sublimazioni, personalistiche o intellettuali a seconda delle propensioni interne. Il successo politico sul referendum antinucleare non solo ha premiato Sardigna Natzione con pieno merito, ma la ha anche avvicinata positivamente al lavoro comune con le organizzazioni antagoniste in genere, e con organizzazioni antagoniste “italianiste” anche più che con organizzazioni indipendentiste “sarde”, e ha evidenziato definitivamente l’insostenibilità di fratellanze a destra in nome della “sovranità”. A Manca prosegue in un percorso radicale col quale ci siamo rapportati costruttivamente in situazioni diverse, ma che pure presenta forti connotati di a-manca-centrismo, antiitalianismo, pregiudiziale indipendentista ecc. che allo stato attuale rendono favorevoli convergenze su problemi specifici ma rendono difficile una convergenza sulla linea politica di fondo. In tutte queste organizzazioni, e ovviamente in quelle indipendentiste e nazionaliste minori, è presente una tentazione settaria che talvolta sembra costituirne persino il vero denominatore comune: la documentazione diretta presente sui blog ne è una testimonianza efficace. D'altronde va considerato il fatto che la percezione di analoghe manchevolezze è presente fondatamente anche nel giudizio che queste organizzazioni indipendentiste hanno maturato nei confronti delle varie formazioni antagoniste di matrice italiana presenti attualmente in Sardegna. La condizione speculare di questo punto pregiudiziale necessita di tutta la chiarezza e di tutta l'apertura di cui oggi si possa essere reciprocamente capaci.

7: CHE FARE ? LA PROSPETTIVA - Il primo passo (v. sopra, punto 6) è quindi quello di costruire il ragionamento partendo dal punto di avvio prodotto all’interno di Sinistra Critica Sarda e valutandolo insieme ad altri compagni per i quali il problema si pone in partenza nel medesimo modo. Non è irrealistico prospettare che da una situazione di discussione così costruita possa nascere a breve una realtà definita dotata di un minimo di massa critica e di riconoscibilità: con carattere antiliberista, anticapitalista e anticolonialista riguardo alla visione politica generale; ma anche antagonista rispetto al bipolarismo italiano e all’opportunismo di sinistra in esso presente; interna all’anticapitalismo italiano ed europeo e convergente con l’indipendentismo sardo nella prospettiva di un fronte ampio popolare e di classe. Questo soggetto politico che di fatto è già in gestazione può poi consentirsi di presentare le proprie credenziali a quelle che comunque ne sono state le organizzazioni politiche madri (Sinistra Critica, Rifondazione ecc.) e ridefinire i rapporti formali con le stesse alla luce dei risultati politici acquisiti nella fondazione e nella prospettiva.

8: LA SITUAZIONE PRESENTE - Sulla situazione politica presente pesa da molti anni la configurazione del bipolarismo italiano, che in realtà è a sua volta una protesi del bipolarismo europeo e che prevedibilmente continuerà a durare, in quanto è lo strumento istituzionale necessario al neoliberismo come macchina reale dell'organizzazione sociale. Il bipolarismo è apparentemente nei singoli stati la condizione “politica” della sovranità popolare, ma in generale e dunque sul piano europeo è la condizione “istituzionale” della sottrazione della sovranità popolare; il bipolarismo significa, costituzionalmente, che la sovranità non appartiene al popolo. La condizione italiana è in molti sensi la peggiore poiché essa presenta insieme il peggior centrodestra ed insieme il peggior centrosinistra della scena bipolare europea; questi schieramenti sono anzi talmente peggiori l'uno dell'altro che oltre a non poter far intravvedere alcun possibile contributo all'uscita dallo sprofondamento, e potendo solo reiterare la stagnazione, l'unico esito del gioco a loro appaltato sarebbe “la rovina comune di tutte le classi in lotta”, nonché l'imbarbarimento fatale delle situazioni coloniali. Per tale ragione, anche ammettendo la debolezza per la quale in situazioni contingenti si accetta di fissare un accordo politico su qualcosa (ad esempio temi referendari, campagne di interesse generale o anche lavoro comune fra i compagni) non deve essere possibile legare strutturalmente ed organicamente una organizzazione anticapitalista sarda al bipolarismo italiano, nemmeno in varianti regionali o locali di centrosinistra; come del resto non deve essere possibile legare strutturalmente e organicamente una organizzazione anticolonialista sarda alle espressioni classiste organizzate della stessa borghesia sarda (partiti, lobby, media ecc.).

domenica 25 settembre 2011



GHILARTZA

Stamane a Ghilarza si è sviluppata una tesi includente di tutti gli indipendentisti , gruppi politici, soggetività sparse, associazioni, il territorio diffuso nell'ambito di un'assemblea di base de l'indipendentismo sardo.

Una novità che chiama i vertici di tutte le situazioni, i movimenti e partiti indipendentisti a darsi una linea di svolta per aggregare tutte le realtà in un unico contenitore: punti condivisi e da sostenere dalle varie organizzazioni. Ma, il punto preponderante e che si sente fortemente condiviso è la orizzontalità dell'organizzazione politica, sia sul territorio che nella sua struttura politica. Una sorta di rifiuto del leaderismo e la richiesta di imboccare nuove strade che nulla hann a che fare con il conosciuto datato e superato verticismo.

Da un'analisi molto pragmatica esposta da Fulviu Seoni, ai vari interventi sostanziosi come la tesi esposta da Paola Alcioni, ai vari altri interventi che sostenevano la virtù principale condivisa da tutti gli astanti: il tema, orizzontalità e lavoro politico delle comunità.

Il tutto è da fare localmente, ma, con l'obiettivo di costruire una rete interconnessa con tutti i nodi delle varie situazioni di azione politica diffusa nel territorio, con un obiettivo politico di tipo federale alfine di porre tutti i soggetti sullo stesso piano, l'assemblea generale nazionale è il luogo decisionale per eccellenza, è lì che le parti convenute prendono le decisioni da portare avanti assieme, con diretzione convergente.

La richiesta emersa: è l'immediata convocazione di una assemblea generale degli indipendentisti nell'ambito della quale mettere a confronto e discutere idee, progetti e strategie per una programmazione politica unitaria che permetta appunto di superare la frammentazione e le divisioni attuali della miriade di movimenti, gruppi, associazione e singole individualità che si riconoscono negli ideali indipendentisti.


Documento di Ghilarza

A sintesi degli interventi che si sono susseguiti nel corso della riunione svoltasi il 25 settembre alla Torre Aragonese di Ghilarza, convocata in precedenza in modo reticolare ed informale all’interno di uno spazio di dibattito libero, orizzontale e inclusivo sviluppatosi nell'ambito indipendentista.

Alla presenza di militanti e di dirigenti di movimenti e partiti, di organizzazioni e di varie
individualità e sensibilità differenti è emersa la volontà di creare un’area di confronto, di azione e di elaborazione politica instaurando una innovativa rete di rapporti e relazioni orizzontali che porti le diverse anime dell'indipendentismo organizzato e non, ad una collaborazione nelle lotte e nei programmi per la realizzazione di un'efficace azione comune.

A questo proposito, sono emersi due livelli che si intersecano fra loro: Quello nazionale e quello locale.

Sul livello nazionale, con riferimento all’attuale dibattito interno all'indipendentismo riguardante la convergenza nazionale, è emersa fortemente l‘esigenza di allargarlo a tutte le componenti dell'area indipendentista.

Il livello locale, relativo l'esigenza di mettere in gioco tutte le nostre energie attraverso una
innovativa rete di rapporti politici, culturali e socio-economici che rendano protagoniste le basi, le associazioni, i comitati e le individualità in un processo di rinnovamento e di ricompattazione del movimento indipendentista.

Emerge inoltre una gran voglia di radicare l'unità della base e delle organizzazioni indipendentiste nella società civile sarda e di collaborare con essa intorno alle criticità e ai programmi in modo costruttivo e partecipato nell’interesse della nostra terra.

Fintzas à s’indipendèntzia!

Area di dibattito e confronto indipendentista.

Ghilàrtzi su 25 de Cabudanni de su 2011

PROPOSTA DI CONVOCAZIONE
DELL’ASSEMBLEA GENERALE DEGLI INDIPENDENTISTI
ALLE ORGANIZZAZIONI, ASSOCIAZIONI, GRUPPI E INDIVIDUALITÀ INDIPENDENTISTE

La situazione attuale della Sardegna, la crisi in cui versa tutto il sistema economico in primis e l’incapacità della classe politica unionista di difendere gli interessi del nostro Popolo, offrono le condizioni per aprire ad una voce alternativa, rappresentata dagli indipendentisti. Tuttavia la frammentazione del movimento in una galassia di organizzazioni sempre più vasta, formata da partiti, movimenti, associazioni, gruppi e tantissime individualità, non permette di influire sulla vita politica dell’Isola in modo tale da poterne condizionare le scelte e determinarne il futuro.

Il dibattito pubblico che ne scaturisce ha bisogno dunque di creare la necessaria sinergia tra tutti gli indipendentisti, siano essi organizzati o no, per pesare nelle vicende politiche sarde e costruire la vera alternativa agli schieramenti unionisti, un’alternativa capace di farsi interprete delle reali necessità delle
nostre comunità e di rispondere in maniera efficace e puntuale a tutte le problematiche che riguardano la nostra terra, avviando così un processo di emancipazione e di liberazione nazionale e sociale in grado di coinvolgere tutta la società sarda e di fornirgli tutti i poteri utili all’esercizio del diritto all’Autodeterminazione Nazionale e quindi alla costituzione di uno Stato Sardo Sovrano.

Pur non entrando nel merito delle proposte recentemente formulate (alle quali è auspicabile se ne aggiungano delle altre) e dei vari richiami all’unità che nel corso dell’ultimo decennio si sono susseguiti senza però mai vedere aperta una vera e propria discussione sui termini e sui contenuti di un percorso di programmazione politica unitaria, è oggi necessario avanzare la richiesta dell’immediata convocazione di una Assemblea Generale degli Indipendentisti (AGI), nell’ambito della quale sia possibile mettere a confronto e in condivisione idee, progetti e strategie da adottare nel medio-breve termine, che se ritenuti utili ed attuabili, possono diventare patrimonio comune di tutti e non solo di questa o quella organizzazione.

L’obiettivo è di imprimere una svolta significativa ad un dibattito entrato ormai nel vivo con la presentazione, ad aprile di quest’anno, della proposta di “convergenza nazionale” di aMpI, impostata sulla scrittura della Carta dei diritti della Nazione Sarda e l’avvio di un percorso minimo di condivisione.

La successiva e approfondita analisi di Frantziscu Sanna di questi giorni, indica poi un possibile percorso di ricompattazione e strutturale innovazione organizzativa del movimento indipendentista disegnando alcuni possibili scenari e suggerendo che il dibattito sia, fin da subito, allargato a tutte le componenti del movimento indipendentista.

L’assenza di uno spazio di discussione dove incontrarci e confrontarci, nell’ambito del quale dare un nuovo vitale impulso all'indipendentismo, non consente di rendere tutti partecipi e protagonisti di un percorso politico che finora è stato riservato alla considerazione che le sole dirigenze di questo o di quel partito hanno voluto riservargli, escludendo quindi la possibilità di dare vita ad una discussione che coinvolga realmente tutti in modo orizzontale, democratico e plurale.

Da alcuni mesi, la voglia di partecipazione, di pari passo alla continua disgregazione in mille rivoli dell’indipendentismo organizzato, ha dato seguito all’apertura di un ampio dibattito con incontri e discussioni susseguitesi non solo a livello virtuale, in grado di convogliare all’interno di uno spazio politico di confronto, indipendentisti che vivono o provengono da esperienze diverse ma accomunati dalla voglia di dar vita ad un processo inglobante, che dia risposte concrete alle reali problematiche sociali, culturali e politiche della Sardegna nei settori ove le organizzazioni indipendentiste si sono dimostrate fortemente in ritardo e talvolta incomprensibilmente non propense ad elaborare strategie comuni, non riuscendo a mettere da parte gli inutili personalismi, la tendenza negativa all’autoreferenzialità, la sterile e futile
contrapposizione e competizione fra loro.

Lo abbiamo visto in occasione della manovra anticrisi italiana, che in un primo momento, con un attacco violento alla nostra identità e alla nostra stessa sopravvivenza, prospettava l’eliminazione dei piccoli comuni sardi al di sotto della soglia dei mille abitanti, e a fronte della quale sono stati diffusi diversi comunicati tendenti tutti alla salvaguardia delle nostre peculiarità comunitarie, ma senza sortire l’effetto della convocazione di una assise indipendentista nella quale studiare un’eventuale strategia di azione comune, capace di andare ben oltre l’elaborazione e la divulgazione di una manciata di comunicati stampa.

L’area di dibattito che sta nascendo attorno e a sostegno dell’idea di convocazione dell’AGI, pertanto chiama indistintamente tutti gli indipendentisti ad aderire a questa iniziativa per dare concretamente avvio ad un percorso partecipato, nell’ambito del quale tutte le componenti abbiano pari dignità e legittimità ad esprimere le proprie idee e avanzare le proprie proposte.

Rispondendo fattivamente al bisogno di ricompattazione che resterebbe altrimenti incompiuto.
Oggi più che mai si ritiene giusto richiamare tutti ad un assunzione di responsabilità mirata all’apertura di una nuova fase politica, caratterizzata da una riorganizzazione programmatica e strutturale dell’indipendentismo, che possa garantire un effettivo ricambio generazionale e la formazione di una nuova classe dirigente Sarda. Condizioni senza le quali riteniamo impossibile perseguire una concreta politica di trasformazione della nostra società per avanzare progressivamente in direzione di una sovranità nazionale compiuta e conseguentemente verso la nostra totale Indipendenza Nazionale.
***
Quali scenari potrebbero aprirsi attraverso la convocazione dell’AGI:
Si da avvio ad una seria ed effettiva fase di convergenza politica capace di coinvolgere tutti gli attori indipendentisti sia livello locale che nazionale.
- Le organizzazioni politiche (movimenti e partiti) cominciano a porre in condivisione le lotte
formulando strategie e programmi unitari. Ciò contribuisce alla costituzione di un nuovo soggetto politico confederale o comunque di una nuova organizzazione che riunisca le attuali formazioni indipendentiste in un unico blocco.
- Un confronto ampio e inclusivo, capace di coinvolgere tutti gli indipendentisti (organizzazioni e
non), favorisce la nascita a livello locale di nuove associazioni, gruppi, circoli, comitati e così via, che intessono tra loro una fitta rete di relazioni attuando una metodologia operativa basata sulla
capacità di coinvolgimento delle basi indipendentiste nelle lotte politiche sia di rilevanza nazionale che locale. Questo favorisce un sempre più ampio radicamento degli indipendentisti sul territorio attraverso l’attuazione di una politica capace di rispondere alle aspettative e alle problematiche reali vissute dalle nostre comunità.
- Nell’ambito di un confronto politico che mira a far crescere il pluralismo e ad avvicinare nuove
persone all’indipendentismo, e nel quale sono coinvolte persone non iscritte ad alcun partito o
movimento, nascono nuove organizzazioni capaci di sviluppare una maggiore propensione al
dialogo e alla collaborazione e in grado quindi di arginare i contrasti e le sterili contrapposizioni che hanno contraddistinto la politica indipendentista nel corso dell’ultimo decennio.
- Il dibattito assembleare consente la possibilità al movimento indipendentista, nel suo insieme, di riorganizzarsi e attuare una programmazione politica efficace in base all’evolversi delle realtà socio-economiche dell’isola, elaborando quindi proposte politiche nuove e credibili agli occhi del nostro Popolo e garantendo all'indipendentismo un effettivo ricambio generazionale con l’applicazione di modalità d’azione, decisionali ed organizzative moderne, democratiche e inclusive.
***
Sottoscrivono:

Giovanni Fara
Giovanni Pili
Davide Corda
Gion Loi
Valter Erriu
Tonino Piras
Fabrizio Sarais
Daniela Piras
Edoardo Cossu
Giuseppe Asdrubale Puggioni
Silvia Priulla
Francesco Zolo
Mario Flore
Stefania Aversano
Gianfranco Cau
Matteo Memoli
Vanja Gregu Farnè
Caterina Madeddu
Francesco Zancudi
Marina Tozzo
Gemma Mattana
Marialuisa Pinna
Raimondo Manca
Marta Pillìu
Elisabetta Pili
Andrea Pili
Martino Orrù
Antonella Corda
Costantino Sanna
Giuseppe Irde
Alessio Niccolai
Alessandro Beccu
Gianmarco Serra
Matheu Cruccu
Valeria Pintus
Federico Giglio Coni
Giacomo Nurchis
Giogio Ladu
Fùlviu Michèli Seòne

Associazione Zirichiltaggia
Assotziu a sa Nuraxia
A FORAS IS BASIS MILITARIS DE SA SARDINYA
A FORAS SA MORTI CITIA DE SA TERRA NOSHTA!


sabato 24 settembre 2011

http://dai.ly/ma5Dx0

Fonte: http://www.debtocracy.gr


Katerina Kitidi Κατερίνα Κιτίδη - Aris Hatzistefanou Άρης Χατζηστεφάνου
Editato da TLAXCALA ΤΛΑΞΚΑΛΑ ТЛАКСКАЛА تلاكسكالا 特拉科斯卡拉

I cosiddetti "salvataggi" dei paesi non sono destinati, come ci si potrebbe aspettare, per soddisfare le esigenze di una popolazione in difficoltà, ma perché il Paese "salvato" affronti il pagamento d’interessi su un debito contratto con istituzioni finanziarie senza scrupoli. Questi "aiuti" sono condizionati da misure di adeguamento che soffocano ancora di più la popolazione, e anche, nel caso della Grecia, a compromessi, come l'acquisizione di armi, che non fanno altro che aumentare il deficit. Il denaro dei nuovi prestiti finisce così nelle mani di chi ha causato la crisi e dei fabbricanti di armi. Non sono salvataggi, sono truffe in piena regola.

Pubblichiamo qui questo eccellente documentario, realizzato con pochissime risorse, e che sta avendo una larga diffusione in Grecia.


Debtocracy International Version di BitsnBytes

Regia/Sceneggiatura

Katerina Kitidi

Aris Chatzistefanou

Ricerca scientifica Leonidas Vatikiotis
Animazione

Magda Plevraki

Sokratis Galiatsakos

Musica
Giannis Agelakas
Ermis Georgiadis
Aris RSN
Montaggio Aris Triantafillou
Telecamera

Aris Papastefanou

Julia Reinecke

Colori Thanos Tsantas
Pubbliche Relazioni Michalis Alimanis
Collaboratori

Aggeliki Gaidatzi

Fani Gaidatzi

Ioulia Kileri

Margarita Tsomou

Produzione

Costas Efimeros

2011 - BitsnBytes.gr

Un’intervista con Aris Hatzistefanou, ideatore di Debtocracy – Il documentario rivoluzionario e sovversivo sulla crisi finanziaria che ha sconvolto l’opinione pubblica della Grecia.

di Stanislas Jourdan, owni.eu, 6 maggio 2011

Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala



“Il nostro governo ci ha chiamato barboni, mangiapane a ufo, e coloro che ci hanno concesso prestiti ci hanno definito “PIIGS” *, proprio come tutti i paesi periferici dell’Unione europea. I nostri ministri hanno cercato di convincerci che ognuno di noi ha avuto una parte in questo”.

*La connotazione spregiativa è evidente dal fatto che pigs in inglese significa maiali, a suggerire il cattivo stato delle economie di tali paesi PIIGS (Portogallo-Italia-Irlanda-Grecia-Spagna).


Aris Hatzistefanou, 34 anni, ha l’abitudine di pubblicare documenti scomodi e fastidiosi. Giornalista fin dall’adolescenza, la sua trasmissione “infowar” in onda da lungo tempo su Sky Radio è stata sospesa subito dopo la pubblicazione del suo documentario Debtocracy, il cui contenuto e messaggio va decisamente contro-corrente rispetto al pensiero dominante.
Nato ad Atene, Hatzistefanou ha iniziato la sua carriera a Radio Sky, considerata la stazione radio più popolare in Grecia. Il suo ultimo progetto è stato visto da un milione di persone e ha suscitato una campagna che ha riscosso molti consensi a livello nazionale per lanciare un audit, una revisione contabile del debito pubblico del paese.
OWNI ha incontrato il creatore del documentario sovversivo che ha sconvolto l’opinione pubblica.

Qual è la storia che sta dietro a Debtocracy?
L’idea è nata durante una trasmissione di Radio Sky, su come il presidente dell’Ecuador aveva affrontato il massiccio debito del paese. Aveva dato luogo ad una semplice verifica finanziaria del debito sovrano, ed era giunto alla conclusione che altri paesi avevano usato l’Ecuador come “schiavo”, come prima l’Argentina e molti altri paesi. L’amministrazione imponeva ai suoi creditori un taglio del 70%.
Nel frattempo, in Grecia, alcune persone erano alla ricerca di un sostegno per una simile iniziativa, e il mio programma su Radio Sky ha avuto un’eccezionale influenza. Molte persone sembravano chiedersi se avremmo potuto fare la stessa cosa nel nostro paese.

Katerina Kitidi – capo redattore di TV XS – e il sottoscritto abbiamo deciso di produrre il documentario. Abbiamo dovuto far fronte ad un serio problema di finanziamenti ma, per ovvie ragioni, non abbiamo chiesto nulla a partiti politici, ad imprese o, cosa peggiore, a banche; così abbiamo fatto ricorso alla ricerca di finanziamenti presso la gente. La nostra raccolta di fondi ha avuto un buon esito, abbiamo raccolto 8.000 euro in soli 10 giorni, una cifra senza precedenti per un paese come la Grecia, di fronte ad una grave crisi economica.
All’inizio questo progetto doveva concretizzarsi in un semplice video YouTube. Ma, poiché tanti professionisti hanno offerto il loro aiuto (musicisti, editori video), e tante persone hanno donato i loro soldi, il lavoro è diventato un documentario vero e proprio. Il denaro avanzato è stato investito nella promozione del film. Abbiamo cominciato con due persone, ma alla fine almeno 40 persone hanno lavorato al progetto.

Aris Hatzistefanou & Katerina Kitidi




Com’è stato accolto finora Debtocracy?
Abbiamo avuto più di mezzo milione di visualizzazioni in meno di una settimana, e stiamo ora raggiungendo le 700.000 presenze. Nonostante il suo successo, i media greci non hanno riportato una sola parola su di esso. Quando hanno visto che abbiamo avuto mezzo milione di visitatori, non hanno potuto più far finta che il documentario non esistesse - alcuni giornali hanno cominciato ad attaccare e screditare il documentario. Finora non un canale TV ha fatto menzione di Debtocracy, nemmeno in negativo. Il giorno in cui i principali canali televisivi parleranno di noi, questo costituirà il gradino ultimo verso la vittoria.

In poche parole, di cosa tratta Debtocracy?
Noi sosteniamo che la situazione attuale fa parte di un problema economico mondiale, oltre a costituire un problema dell’euro-zona. Poiché la zona euro è suddivisa in centro e periferia, siamo condannati a soffrire per le perdite di competitività nell’economia globale, e non possiamo svalutare la nostra moneta.
Quello che è successo non può essere tutto addossato ai “PIIGS” - come ci chiamano - anche se noi abbiamo la nostra parte di responsabilità. Il problema è che la Grecia ha creato uno stato sociale senza tassare di più le imprese. Quindi, il disavanzo è cresciuto. Inoltre, abbiamo seri problemi di corruzione, ma questi sono solo dettagli. Anche se tutti i politici fossero messi in prigione, la crisi rimarrebbe irrisolta.
In più, noi sosteniamo che la Germania non è un modello da seguire – loro hanno congelato gli stipendi per un intero decennio! Questo non è un modello sostenibile per tutta l’Europa.

Alcuni sostengono che il vostro documentario non è equilibrato. Come rispondete a queste affermazioni?
Non abbiamo mai pensato di essere equilibrati, al contrario, dal momento che le nostre controparti hanno avuto abbastanza tempo e spazio nei media per esprimere le loro opinioni. E nemmeno loro sono tanto equilibrati! I critici sostengono anche che l’Ecuador non è un esempio opportuno, perché è un paese in via di sviluppo e ha petrolio. Ma il petrolio rappresenta solo il 25% del loro PIL. D’altra parte, anche noi abbiamo il nostro petrolio: il turismo. Si potrebbe considerare un qualsiasi paese diverso dall’Ecuador, e ci verrebbe detto ancora che si tratta di due paesi diversi, anche se ci trovassimo di fronte a una situazione simile, con un debito in crescita e “soluzioni” identiche proposte dal Fondo Monetario Internazionale. Alla fine, stanno solo cercando di deviare la discussione per evitare di parlare del tema principale del film: la necessità di una commissione di revisione del debito.

Secondo la vostra opinione, cosa dovrebbe fare ora la Grecia?
È chiaro che la Grecia non può rimborsare il debito – sia secondo le norme giuridiche o meno, indipendentemente dal tasso d’interesse. 350 miliardi di dollari non crescono di sicuro sugli alberi (ed ironia della sorte, il mercato è stato il primo a raggiungere questa conclusione). Il governo continua a dire che troverà i soldi, ma il mercato non è stupido. Il piano di salvataggio progettato dall’Unione Europea e il FMI non comporta il salvataggio della Grecia - si tratta di salvare solo le banche tedesche e francesi, che subirebbero un collasso se la Grecia dichiarasse bancarotta.
Così, il nostro punto di vista è che non dobbiamo aspettarci nulla da loro. Sarà troppo tardi se noi ci attendessimo da loro l’adozione delle misure necessarie. Siamo noi che dobbiamo trovare le soluzioni per noi stessi e creare iniziative.

Consideriamo questo: prima di tutto dobbiamo effettuare la verifica del debito al fine di distinguere ciò che è legale o illegale. Ci sono indicazioni come un’enorme quantità del nostro debito pubblico sia dannosa o illegale. Ma solo una commissione di controllo dovrebbe determinare e dimostrare questo. È per questo che appoggiamo completamente questa proposta. Tuttavia, questa commissione dovrebbe essere condotta in modo democratico e trasparente, e non da parlamentari.
Siamo più radicali di altri nell’avanzare questa proposta, in quanto riteniamo che dovremmo smettere di pagare il debito, uscire dalla zona euro, e nazionalizzare il nostro sistema bancario. Non è una cosa facile ottenere il sostegno su questi provvedimenti, in quanto possono dare l’impressione di essere troppo radicali - ma anche alcuni politici ed economisti di punta stanno cominciando a considerarli. Nazionalizzare le banche potrebbe suonare come un’idea comunista, ma il problema è tanto serio e dobbiamo proteggere il paese. Se usciamo dalla zona euro, il sistema bancario molto probabilmente crollerà, e quindi dobbiamo proteggerlo da una fuga di capitali fuori dal paese.

Siete collegati ad altre iniziative di questo tipo in Europa?
Siamo stati contattati da un certo numero di gruppi e ci è stato chiesto di mettere i sottotitoli sul nostro film. Al momento, stiamo lavorando per diffonderlo in diverse lingue. In sé, non stiamo collaborando con qualcuno, ma abbiamo diffuso il documentario sotto una licenza Creative Commons (in modo che chiunque può utilizzare il nostro prodotto). [N.d.tr.: Le Creative Commons Public Licenses (CCPL) sono delle licenze di diritto d’autore che si basano sul principio di “alcuni diritti riservati”. Le CCPL, infatti, rendono semplice, per il titolare dei diritti d’autore, segnalare in maniera chiara che la riproduzione, diffusione e circolazione della propria opera è esplicitamente permessa.]


Come immaginate il futuro della Grecia?
L’anno scorso esisteva tanto fermento contro il piano di salvataggio del paese ma ora i cittadini greci sono troppo sfiduciati. Negli ultimi dieci anni, l’opposizione non ha messo a punto una proposta decente che potesse raccogliere il sostegno popolare. Alcune persone credono che le agitazioni si siano placate quando l’Unione Europea ha introdotto tassi di interesse nel pacchetto di salvataggio. Ma sento che il fermento sta ancora crescendo sotto i nostri piedi. E può ravvivarsi in qualsiasi momento.
Vale la pena notare che nessun partito politico ha il controllo dei movimenti di protesta, e nessuno è in grado di indirizzare in un alveo opportuno questi sentimenti. Quindi ho paura che probabilmente il malcontento esploderà improvvisamente e in modo violento, anche se non possiamo prevedere quando e perché.

Quali sono le prospettive per Debtocracy?
Visto che tante persone hanno donato denaro, e dato che abbiamo raccolto fondi sufficienti per il film, abbiamo deciso di creare un conto speciale per depositare le donazioni, che saranno restituite se non usciremo con un progetto dettagliato e trasparente nei prossimi sei mesi. Non ci aspettavamo un tale successo con mezzi così modesti. Non è stato facile, ma abbiamo dimostrato a noi stessi che cose importanti possono essere realizzate con pochi mezzi - soprattutto quando si ha il supporto di persone di talento.
Internet ci ha aiutato molto, ma ora possiamo scorgere i suoi limiti. Anche se il nostro documentario è stato visto da quasi un milione di persone, dobbiamo raggiungere anche un pubblico che non ha una connessione Internet, soprattutto al di fuori di Atene. Abbiamo intenzione di distribuire DVD e di organizzare proiezioni di Debtocracy nei luoghi di spettacolo e nei cinema. Con Internet da solo, il nostro approccio finirebbe con l’essere elitario.
In definitiva, noi sicuramente vogliamo andare oltre, e affrontare i tabù che i più importanti mezzi di comunicazione della Grecia non osano denunciare. Se le persone non prendono parte alla produzione e alla diffusione delle informazioni, non troveranno mai qualcuno all’interno delle grandi corporazioni dei media disposto a parlare in loro nome.

Con il contributo di Federica Cocco & Stefanie Chernow
Credito foto: Debtocracy

venerdì 23 settembre 2011

SARDINYA LIBERA E INDIPENDENTI!!
A FORAS SU STADU ITALIOTA DE PATRIA NOSHTA!

mercoledì 21 settembre 2011

di Francesco Casula
sardegnaquotidiano


eliseo spiga
Eliseo Spiga scomparso recentemente, autore dieci anni fa del "Manifesto delle Comunità di Sardegna - per una economia felice e ricca di futuro"

Quotidianamente, su tutti i media, politici di destra sinistra e centro, economisti di ogni risma zenia e colore, ossessivamente ci ripetono la giaculatoria della “crescita”. Senza la quale non sarebbe possibile nessuna uscita dalla crisi che attanaglia l’Italia e non solo. Pena il fallimento. A tentare di liquidare tale mania, ci ha pensato nei giorni scorsi a Cagliari, al “Festival Marina Cafe noir”, il filosofo e sociologo francese Serge Latouche.

Ma quale crescita –ha sostenuto- quello che occorre, per uscire dalla crisi, è la “Decrescita felice”. Di cui non a caso è il principale teorico. Non crescerà il PIL ma aumenterà il FIL (Felicità interna lorda). Semplici provocazioni di un intellettuale eretico? Può darsi. Certo che è difficile non prendere atto del fallimento delle magnifiche e progressive sorti dello “sviluppo” e della produttività: nella duplice versione del socialismo reale e del capitalismo.


“Una parola tossica” - ha definito Latouche lo sviluppo. Alla base delle guerre, della fame, dello sconvolgimento planetario del clima (con l’iper produzione di CO2), della devastazione della natura, delle disuguaglianze economiche e sociali vieppiù accentuate negli ultimi decenni. Anche la Sardegna è stata vittima dello sviluppismo, con un intero ciclo fatto di promesse e di illusioni programmatorie, industrialiste e petrolchimiche, che ci ha consegnato un cimitero di ruderi industriali ma soprattutto disoccupazione e malessere.

Uno sviluppo che ha devastato e depauperato il territorio: la risorsa più pregiata che l’Isola detenga. Che ha degradato e inquinato l’ambiente e il mare: pensiamo solo a Sarrok e a Porto Torres, con danni incalcolabili per la pesca. Che ha sconvolto gli equilibri e le vocazioni naturali. Che ha distrutto il tessuto economico tradizionale e quel minimo di industria e di imprenditorialità locale. Che ha attentato alla cultura e all’identità nazionale dei Sardi, tentando di eliminare le diversità linguistiche, culturali, storiche, magari con il pretesto di combattere il banditismo: è il caso, soprattutto, di Ottana.

La narrazione del filosofo francese ci riguarda dunque da vicino. Per questo occorre cambiare radicalmente rotta. Magari iniziando a praticare scampoli del programma latouchiano: l’autoproduzione e lo scambio comunitario, conviviale e quindi non mercantile, per esempio.


eliseo spiga copertina libro


Eliseo Spiga ha partecipato a tutto il lavoro editoriale di preparazione della seconda edizione ma, per una beffa del destino, è scomparso a 80 anni per un malore
improvviso

martedì 20 settembre 2011

Francesco Casula

sardegnaquotidiano

COMITATO LU PUNTULGIU / IL GRIFONE

CSS CONFEDERAZIONE SINDACALE SARDA

Il 14 settembre 2005 il Comitato Lu Puntulgiu di Alghero, nella persona di Franco Masu, insieme alla CSS (Confederazione sindacale sarda) rappresentata dal segretario Giacomo Meloni, consegnavano al Presidente del Consiglio regionale i plichi delle 17.300 firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare, composta di tre scarni articoli, che prevedono il dimezzamento degli emolumenti dei Consiglieri regionali. A sei anni esatti di distanza, il 14 scorso, Masu e Meloni, -insieme alla consigliera regionale indipendentista Claudia Zuncheddu, sostenitrice della proposta tornano alla carica, con una Conferenza stampa, per dare la sveglia ai nostri Consiglieri. Tutto infatti è silente e niente è dato sapere di quella iniziativa popolare. Le firme giacciono in qualche polveroso cassetto del Consiglio regionale. Un silenzio bipartisan e trasversale: né il precedente Consiglio a maggioranza di centro-sinistra e con Soru Presidente né quello attuale a maggioranza di centro-destra con Cappellacci Presidente, ha avuto la sensibilità democratica di prendere in esame la proposta. A confermare ancora una volta che la “casta”, quando si tratta di difendere i propri privilegi, non ha colore né schieramento e si trova compatta e unita nel respingere chiunque ad essi attenti. Perché –come risulta dagli emolumenti principeschi che mensilmente ricevono- di privilegi si tratta non di semplici compensi. Ecco la composizione, tratta dal sito ufficiale della Regione: indennità di 4.062,23 €, al netto delle ritenute previdenziali; diaria di 4.003,11 € (integrata del 30 per cento per i consiglieri regionali la cui abitazione sia situata ad oltre 35 chilometri da Cagliari -€ 1.200). Per chi ha cariche sono previste ulteriori indennità: dai 3.288,63 € del Presidente del Consiglio ai 392,18 € dei vicepresidenti di Commissione. E non basta: a titolo di rimborso forfetario per le spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori, al consigliere è attribuita una somma mensile di 3.352,00 €. Inoltre al consigliere compete un rimborso forfetario annuo, erogato in tre quote, di 9.362,91 € per spese di documentazione, aggiornamento, stampa e strumentazioni tecnologiche. C’è da chiedersi: significa ridurli all’indigenza, se si dimezzano i loro compensi? In una Sardegna peraltro piegata e piagata dalla povertà e dalla disoccupazione?

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Pubblicato su Sardegna quotidiano del 18-9-2011

domenica 18 settembre 2011

Ugo Mattei
ilmanifesto.it




Tenere una rotta è possibile qualora si configurino due condizioni. Deve esserci un timoniere ed il timoniere deve tener presente un punto d’arrivo cui tendere in modo il più possibile coerente. Ne segue che la metafora della rotta mal si addice all’ Europa per mancanza dell’una e dell’altra condizione . Non si può escludere che nell’ immediato secondo dopoguerra i c.d. padri fondatori dell’ Europa, da Schumann a Spinelli da Monet ad Adenauer, avessero in mente un obiettivo, sostanzialmente quello di evitare rigurgiti di aggresività militare tedesca attraverso misure di mercato. Quello scopo, certo importantissimo, è stato raggiunto ma la sconfitta politica del manifesto di Ventotene (almeno nella sua interpretazione più ambiziosa ed avanzata) ha semplicemente tramutato la cifra dell’aggressività tedesca da militare ad economica, come ampiamente dimostrato inter alia dalla recente vicenda Greca. Conseguenza politica del prestigio dei “padri fondatori” è stata l’ideologia, diffusasi soprattutto a sinistra, del “meglio che niente”.

In tempi recenti Delors e Prodi sono stati gli esponenti più prestigiosi della nutrita schiera di quanti sostengono la desiderabilità intrinseca del lavoro politico rivolto all’obiettivo della maggior ntegrazione. Dall’Atto Unico Europeo al Trattato di Maastricht, dall’elezione diretta del Parlamento Europeo all’Euro, ci si è proclamati spesso con orgoglio “europeisti” senza mai davvero fare i conti con il problema di “quale integrazione”. Ben pochi si sono chiesti, con la necessaria autorevolezza, dove la politica del “meglio che niente”, trasposta in un dispositivo giuridico istituzionale complesso ed inarrestabile , diacronico e sincronico, quale quello della Comunità, dell’ Unione e del Consiglio d’ Europa, stesse portando i popoli europei.

Ben pochi si sono chiesti il significato sul piano della sovranità, non solo degli Stati membri ma degli stessi popoli europei, di un processo di integrazione ormai messo in moto e zelantemente perseguito dalle Corti Europee, dalla cultura giuridica e dall’ insegnamento accademico (processo di Bologna),senza che esistesse alcun modo di trasmettere in modo significativa una volontà popolare difforme. In efetti, non soltanto il Parlamento Europeo è un triste simulacro della rapresentanza (non ha alcun potere reale) ma l’ espressione della volontà popolare (utilizzando ancora il linguaggio sempre più fatuo della democrazia formale) si svolge all’ interno degli Stati membri su temi quasi esclusivamente nazionali. In più non si è immaginato alcun meccanismo volto all’ allineamento temporale delle elezioni politiche degli Stati che compongono l’ Unione, il solo accorgimento che avrebbe, almeno in teoria, potuto indicare la “rotta politica” all’ Europa. Infatti, ripercorrendo la storia Europea dal Trattato di Roma ad oggi, si nota che in nessun mometo partiti dello stesso colore politico sono stati nel pieno delle forze in un numero sufficientemente alto di paesi. I leaders europei si trovano sempre impegnati in momenti differenti del loro mandato politico, cosa che produce condizioni incompatibili con quel dibattito approfondito a livello continentale che almeno a periodi i partiti politici avrebbero potuto produrre qualora impegnati sulle medesime scadenze elettorali.

L’ istituzionalizzazione dell’impossibilità politica di tracciare una rotta, prodotta dalla retorica europeista del “meglio che niente” si trova alle scaturigini di tutti i problemi lamentati da Rossana Rossanda aprendo questo dibattito. In effetti è emerso un cocktail micidiale fra tecnocrazia, burocrazia, privatizzazione di ogni potere decisionale in capo ai c.d. poteri forti globali, velleitarismo , e realismo cinico che caratterizzano la “non rotta” europea di questi anni. Benvenuto è perciò il momento di interrogarsi, anche nell’ ambito di una sinistra radicale che rivendichi con forza la capacità di governare, se nelle attuali condizioni quella “maggior integrazione politica” che in tanti reclamano autorevolmente (da ultimo Amato nell’ intervista con la stessa Rossanda sul Manifesto) non sia che la traduzione attuale della solita politica del “meglio che niente”. Tale politica, come ben sappiamo, ha finito per tradursi nella autentica scomparsa della sovranità dei popoli europei a favore dei c.d. mercati (ossia dell’ oligopolio internazionale dei super-ricchi che spadroneggiano sul mondo). Non è troppo presto per asserire che gli esiti politici del processo di integrazione europea sono stati all’ insegna del progressivo trasferimento del potere in luoghi sempre più lontani dal popolo, con conseguente espropriazione della democrazia partecipativa. Non è troppo presto per dire che l’ Europa ha dato e sta dando un contributo politico ed ideologico molto forte nella trasformazione dei cittadini in consumatori (c’è una potente Direzione Generale dei consumatori che generosamente unge quei diabolici meccanismi di pacificazione sociele che sono le politiche per i consumatori) cui consegue passività, consumismo, isolamento e partecipazione nella retorica dominante. Non è troppo presto per dire che i dispositivi della rappresentanza politica che si sono venuti creando negli stati membri alla conclusione della guerra fredda, hanno prodotto un ceto politico europeo che è il principale responsabili del progressivo ed implacabile processo di trasferimento delle risorse “dai tanti ai pochi”, fino al punto che la forbice fra i ricchi (pochi) e gli altri (ossia i poveri attuali o potenziali) ha raggiunto portata tale da impedire qualsiasi straccio di coesione sociale.

In queste condizioni in cui non è presente alcuna rotta ed in cui anzi l’ Europa si fa trasportare e allo stesso tempo trasporta il sistema mondo verso la catastrofe ecologica e umnanitaria finale, proporre “più integrazione politica” senza nulla dire su quale direzione si intenda prendere costituisce l’ ennesima ipocrisia e mancanza di coraggio tanto diffusa anche a sinistra. La verità è che oggi l’ egemonia privatistica ed individualizzatrice, prodotta dagli effetti del “meglio che niente” non appena le condizioni al contorno sono mutate a fine Guerra Fredda, ha distrutto il welfare, ha aumentato le dispartà sociali, l’ arroganza culturale e l’imperialismo politico, respingendo la responsabilità storica dell’ attuale più grande “mercato saccheggiatorio” del mondo (l’attuale assalto alla Libia è da questo punto di vista particolarmente significativo) .

Una rotta va oggi trovata non solo per l’ urgenza imposta dall’ esser l’ Europa politica tutta “nave senza nocchiero in gran tempesta” ( e chi ha memoria ricorda il seguito della terzina del poeta). Più in profondità (e con i tempi necessari che non è prudente farsi imporre dalla shock economy) bisogna chiedersi se l’ Europa sia soltanto un problema o un ostacolo nel trovare una rotta rotta globale capace di portare in salvo l’ umanità o se possa divenire parte della soluzione. E qui il problema si fa complesso, perché il diritto e le istituzioni europee cristallizzano un ordine fortemente garantista del suddetto modello di capitalismo privatistico, individualizzante e strutturalmente volto al trasferimento progressivo di risorse dai tanti ai pochi, in una sorta di “accumulazione continuativa” che le trasformazioni cognitive del capitalismo non fanno che accentuare e rendrere ancora più visibile.

L’ Europa prodotta dal dominio del positivismo scientifico e del pensiero liberale ancor oggi egemonico perfino in una certa sedicente sinistra, ha strutturato un ordine fondato sulla tutela della proprietà privata come diritto fondamentale tanto delle persone fisiche quanto (ben più grave) di quelle giuridiche all’ accumulo illimitato di risorse. Questo modello, sostenuto da apparati repressivi che crescono in violenza e brutalità in modo direttamente proporzionale alla disparità sociale, irreggimenta ogni scambio sociale (e quindi l’ intera produzione e distribuzionbe della ricchezza) nella forma, falsamente neutrale, del contratto e dello scambio di mercato (che sono evidenti luoghi in cui vince sempre il più forte). Ciò comporta un processo forse già oggi irreversibile (in modo costituzionalmente rituale) di privatizzazione dei beni e degli spazi comuni non soltanto di natura fisica ( ambiente, terrirtorio, acqua ) ma anche relazionale (cultura, lavoro, servizi sociali, sanità, welfare) costituzionalizzato in ogni Stato membro (anzi condizionante la stessa partecipazione all’ Europa).

E’ questa la struttura profonda che travolge la stessa sovranità pubblica e rappresentanza politica ( a sua volta privatizzata) sottoposta al potere sempre più immenso della corporation(persona giuridica) che, essendo immortale, può esercitare il suo diritto proprietario all’ accumulo in modo infinito, crescendo (qualora vincitrice della lotta sempre più violenta con le altre) in dimensione ricchezza e potere senza alcun limite. Questi pochi “padroni artificiali” diventano così necessariamente più potenti, economicamente e politicamente, dell’ aggregato sociale delle persone fisiche che avevamo imparato a indicare come popolo sovrano e che invece è ridotto ad una posizione di servile impotenza riflessa dalle scelte dei propri rappresentanti e di tecnocrati sempre più apparentemente potenti.

Senza rompere questo meccanismo giuridico e costituzionale non ha senso neppure parlare di una rotta. Infatti, la struttura della persona giuridica corporation istituzionalizza la decisione razionale di brevissimo periodo (in particolare massimizzazione del valore delle azioni) che in quanto tale non può che essere speculativa. A ben vedere non ha neppure senso parlare di speculazione come se si trattasse del comportamento malvagio di qualche soggeto. Piuttosto, non siamo di fronte a nulla di “eccezionale” ma piuttosto affrontiamo ( e la crisi rende ciò del tutto evidente) le conseguenze strutturali della privatizzazione della sovranità. In questo quadro chi opera nei consigli di amministrazione delle corporation non può che comportarsi come se le proprie decisioni non avessero conseguenze sociali ma dovessero esser valutati soltanto dal punto di vista della massimizzazione razionale del valore della corporation medesima in lotta con le altre.

In altri termini, la corporation istituzionalizza la tragedia dei beni comuni, e chi ha spirito critico nota chiaramente, al di là della cortina fumogena prodotta dai lavori di Ostrom e dal suo premio Nobel, che il mondo è un gigantesco comune (con risorse finite) e che il WTO, colpendo la possibilità degli stati di controllare almeno in parte i flussi di capitale, ha reso davvero difficile evitare la tragedia. L’ impotenza del diritto globale dà ragione a Garret Hardin quando ci dice che il comune è “luogo di non diritto” e la corporation in questo comune pascola molto oltre il limite della sostenibilità.

Quasi superfluo è dire che tali potentissimi padroni fanno della “crescita infinita”, che è la loro apparente condizione strutturale, l’ ideologia dominante, proprio come le gramsciane ghiande, pur finendo in stragrande maggioranza nel ventre dei suini, se avessero un’ ideologia, si promuoverebbero a querce in potenza. Sembra quindi evidente che quanto manca oggi per tracciare una rotta sia una ideologia, capace di sostituire, l’ “ideologia della morte dell’ideologia” diffusasi come portato del meglio che niente dopo la caduta del muro di Berlino. Forse oggi la crescita della sensibilità per i beni comuni (commons), che in Italia forse più che altrove sta dando risultati politici, può offrire le prime basi di un’ideologia nuova che, lungi dal negare teoricamente la tragedia dei comuni attraverso esempi bucolici, se ne faccia carico mirando all’ elaborazione politica di struimenti adeguati. L’ideologia nuova deve motivare politicamente alla lotta contro le le cause della tragedia ed i suoi protagonisti, che come cellule cancerogene, crescono all’ eccesso finendo per uccidere se stessi insieme al corpo vivo che li mantiene.

La lotta per un diritto del comune e contro l’ accumulo istituzionalizzato della ricchezza deve tornare al centro della scena in Europa, smascherando gli apparati ideologici della vecchia egemonia. Non diritti dei cosumatori ma centralità della persona; rifiuto della proprietà privata come diritto fondamentale; basta alla retorica della “lotta alla povertà” che la disconnette rispetto alla necessaria “lotta alla ricchezza”; ripensamento della personalità giuridica e della sua protezione istituzionale; elaborazione politica e giuridica di uno spazio di comune, che funga da limite invalicabile all’estensione del mercato; impegno forte per la diffusione dell’ alfabetizzazione ecologica; piena consapevolezza dell’ artificialità e fatuità dei confini chiusi di fronte alle dinamiche demografiche, con ridirezionamento verso l’inclusione degli investimenti militari in esclusione… Sono queste pillole di un’ideologia nuova che, tramite tipologie di lotta molto diverse e legate a ciascun contesto, deve conquistare l’ egemonia fra i popoli d’ Europa tracciando per la prima volta una rotta consapevole.

 
方舟は何処へゆくのか?

venerdì 16 settembre 2011



Isidoro Davide Mortellaro*

ilmanifesto.it

MUNCHAUSEN E DINTORNI


«Mi salvò la mia destrezza e la mia sovrumana energia: afferrai il mio codino e mi tirai su. Proprio così, amici: con la sola forza del mio braccio destro, a rischio di strapparmi il codino, mi tirai su, me e il mio cavallo che stringevo saldamente fra le ginocchia ... tirai, tirai, e finalmente sentii la terra sotto i piedi. Intendo, sotto le zampe del cavallo. E questo vi dimostra l’importanza d’un codino ben fatto e robusto».

Irrefrenabile, mentre scorrono sotto gli occhi gli interventi sulla rotta d'Europa, il pensiero vola alle fantastiche avventure del barone di Münchausen, al magniloquente racconto di come, facendo forza solo sui propri capelli, si tirò su dal pantano, assieme al proprio «cavallo lituano». Intendiamoci: il manifesto e Sbilanciamoci hanno il merito di aver promosso, su impulso di Rossana Rossanda, una discussione tempestiva e di valore, uno scavo salutare in territori spesso solo distrattamente evocati a sinistra e perciò aperto a sviluppi di grande momento. A tratti, magari, si fatica a ritrovarsi negli orizzonti 'crollisti' disegnati da parole d'ordine quali quelle del «diritto alla bancarotta», al «default». Difficilmente precarietà e crolli salvano, il più delle volte perdono, fino all'impazzimento estremo. Soprattutto nella storia reale, dove nessuno ha mai avuto da perdere solo le proprie catene. Tanto meno ora che la globalizzazione sospinge e moltiplica sulla scena del mondo, fuori dall'abituale proscenio occidentale, nuovi ceti medi a centinaia di milioni: con le loro paure, casematte, trincee, e tanta precarietà condita però da stratificate gerarchie e miriadi di minuscoli privilegi. Né si può raccogliere rilassati l'invito di Giuliano Amato: «stare in apnea», «sopravvivere» fino al momento in cui, complici le elezioni, «probabilmente avremo un'Europa molto migliore». Salvo avvertire che «potremmo andare a sbattere prima». Su una prospettiva così attendistica e, soprattutto, incerta si poteva resistere un tempo. A balsamo v'era almeno la chiusa immortale di Eduardo: «Ha da passà 'a nuttata».

In realtà, Münchausen irrompe inquietante, con il suo codino, quando emergono i tratti disperatamente solitari delle nostre analisi, accomunate tutte dalla angosciosa assenza di una agenda, di un fronte visibile di resistenza o riforma possibile. Quando ci si sporge sull'Europa non mancano diagnosi e affreschi. Ma invertebrati, come disossati. Da tempo non mettono più capo a soggetti visibili, fronti in movimento. In Europa, la sinistra soprattutto - con le sue genti, le sue organizzazioni, le sue culture: i suoi mondi, insomma - è oggetto non soggetto di politica. Eppure nelle sue contrade e attorno ad esse, per tutto il Mediterraneo, non mancano, dilagano addirittura rivolte e indignazione. I tam tam della comunicazione globale convocano all'istante folle sterminate in piazze e corsi. Inducono a volte scossoni negli assetti politici. Qualche altra volta portano a sfasciare vetrine, finendo magari col rafforzare poteri, destre e maggioranze più o meno silenziose. In generale, un' Europa non doma ancora recalcitra e tien dritta la schiena sotto i colpi di riforme strutturali univocamente volte, da oltre un ventennio ormai, a segare quell'unico tronco - lo Stato sociale - su cui poter poggiare una reale cittadinanza europea, far vivere un possibile popolo europeo.


EURO E POLITICA


Fatto è che questo tumulto continentale non mette capo ad un adeguato fronte di resistenza e lotta, né ispira un ventaglio di riforme possibili. Un dato ancor più eclatante a fronte della crisi verticale attraversata dal neoliberismo e dal suo prodotto più organico ed ambizioso: l'euro, la moneta senza sovrano, senza stato. Prometteva stabilità e crescita. Crea instabilità, allarga e struttura asimmetrie, nutre populismi, qualunquismi e persino impazzimenti nichilistici. Autonomo per mandato costituzionale da ogni comando politico o istituzionale, nazionale o sovranazionale, l'euro s'accanisce bulimico a consumare istituzioni e politica. Doveva tenere a battesimo il gigante del XXI secolo, l'Unione Europea. In un ventennio ha scalzato e divorato classi dirigenti ed élites per tre generazioni. Quella dei padri fondatori: i Kohl, Mitterand, Andreotti, Gonzales, Chirac. La generazione di mezzo, quasi tutta - tranne Aznar - di centro-sinistra: D'Alema e Blair, Jospin e Schröder. Ora è la volta degli ultimi: Merkel e Sarkozy, Zapatero e Berlusconi, tutti a mal partito, tutti azzannati al polpaccio e appiedati, a dispetto dei giuramenti estremi sulla règle d'or, dei tentativi di salvarsi diffondendo a cascata - dall'UE in giù, agli Stati e persino alle istituzioni regionali e locali - la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio.

Di quest'impasse o inciampo è possibile rintracciare - per quel che adesso ci importa - la radice prima nella storica reciproca estraneità tra Europa e sinistra europea, e socialdemocrazia europea. Persi nel 1989 ancoraggi storici, bussola e in alcuni casi, persino avversari e nemici politici, il grosso della sinistra europea si accasò di botto in casa altrui, provando a mutuare linguaggi, parametri e riferimenti politici e istituzionali dell'europeismo, e proprio nel momento in cui esso subiva a Maastricht, con l'euro e l'UE, una rivisitazione e torsione genetiche di straordinaria profondità e latitudine. Ripercorrendo i vent'anni di vita ormai dell'UE è abbastanza semplice rintracciare le testimonianze - e in qualche caso persino sorriderne - di una sinistra divenuta spesso, con l'entusiamo e la semplicità dei neofiti, più realista d'ogni possibile monarca (e magari, andando ancora più indietro a Mitterand e alla sua subitanea conversione europea, si potrebbe scavare più a fondo e proficuamente in attitudini antiche). Di fatto questo atteggiamento ancor oggi perdura, contribuendo potentemente a quello iato tra crisi e politica che stringe alla gola e soffoca la sinistra europea tutta.


L'INCOMPIUTA


In questa sede, però, forse è più utile attirare l'attenzione sulla postura di alcuni settori progressisti più consapevoli e critici, più pronti ed aperti a misurarsi con gli imperativi di una politica ormai compiutamente determinata e disposta in forme, dimensioni e costrizioni comunitarie. In genere - e lo prova anche il dibattito finora sviluppato su queste colonne - prevale una sorta di sindrome dell' 'incompiuta'. Per molti, per tanti a sinistra l'Europa nata a Maastricht, l'euro, si muovono sbilenchi, afflitti da una tara congenita, divenuta storica: la mancanza di comando politico. Nel caso specifico dell'euro, l'assenza di un vero governo economico. Di qui la prevalenza in genere nell'analisi e anche nel dibattito in corso di espressioni come: «il passo che manca all'Europa» (Dassù, su la Stampa del 22 luglio); «è mancata l'altra metà delle politiche ... il patto di stabilità ora funziona solo come freno ... deve essere affiancato da un acceleratore (Pianta, Manifesto 19 luglio); «volemmo una moneta unica senza una politica economica unica», Amato, ivi, 30 agosto; «la storia dell'UE è una grande 'incompiuta'» (Frassoni, ivi, 3 settembre). Per carità, è proprio vero, c'è anche questo nella storia dell'UE. Ma si può parlare solo di mancanza, quando questo tratto originario si perpetua per un ventennio, passando non solo indenne, ma rafforzandosi con nuovi capitoli e divieti, attraverso tre conferenze intergovernative, una Carta dei diritti, una Costituzione mancata, svariati referendum popolari e infiniti processi statuali di ratifica, per gran parte promossi e gestiti da governi di centro-sinistra, giunti ad un certo punto ad essere ampiamente maggioritari in Europa?

Le conseguenze di questo privilegio accordato all'incompiuta sono di duplice natura. Da un lato si indulge a perpetuare una attidudine giacobina antica - il comando politico è tutto e lo Stato, le istituzioni solo una macchina che veloce deve rispondere e adeguarsi ai desiderata e ai comandi del pilota - e ci si dispone perciò, in favore di vento, ad ereditare la macchina strappata ai comandi degli altri. Dall'altro, fuorviati dall'incompiuta, si esagerano le mancanze altrui e si fissa l'occhio solo sui dati più eclatanti. Nei mesi scorsi si è finiti come abbagliati dall'esplosione della questione del debito pubblico e dalle divisioni in seno all'UE sul modo di fronteggiarlo e magari si è prestata poca, se non alcuna, attenzione alla nuova governance europea messa in cantiere dietro le quinte e di fatto varata nella disattenzione e nell'ignavia di quasi tutta la sinistra europea. Si corre così il rischio di amare sorprese. Nella migliore delle ipotesi, può accadere che ci si sieda davvero al comando di quell'auto. Salvo scoprire che quella creatura, supposta imperfetta, non abbisogna soltanto dell'alito divino della Creazione - un tocco magari di keynesismo aggiornato - per muovere a nuova vita. Ci si può accorgere che, soprattutto in età neoliberale, le macchine - con i loro obblighi costituzionali, il loro armamentario istituzionale, le complicazioni infinite delle stratificazioni nazionali e sovranazionali - non sono abilitate a muoversi a qualsiasi comando, ma sono state concepite per non commettere determinati 'errori', sono dotate magari di moderni servocomandi che abilitano solo ad un certo tipo di traffico, magari a senso unico e su corsie prestabilite, a determinate velocità e modalità. Si scopre infine che per cambiarne i codici di fabbrica c'è bisogno di procedure speciali, in pieno accordo con tutti gli altri guidatori e adottando determinate precauzioni. Nell'ipotesi peggiore, ci si accorge, assisi sulla classica sponda di fiume, di aver sottovalutato velocità e portata dell'acqua e, prima ancora di scorgere il cadavere altrui, di avere i piedi già bagnati o forse di essere già trasformati e trascinati via come fuscelli.


LA NUOVA GOVERNANCE EUROPEA


Fuor di metafora, come può accadere che a sinistra, tutti presi dalle tumultuose giravolte della finanza globale, non si sappia o non si dica nulla su quanto è stato deciso e approvato, tra marzo e luglio, dal complesso delle istituzioni comunitarie, fino al Parlamento europeo, in materia di nuova governance europea? Proviamo a colmare la lacuna servendoci, oltre che dei testi, degli studi dedicati al tema dalla Banca d'Italia, dal Servizio affari internazionali del Senato, dall'ISPI e dal certosino lavoro sviluppato meritoriamente dalla rivista e dal sito di «Progetto Lavoro».

L'antefatto è presto detto: bisognava metter riparo, soprattutto agli occhi tedeschi, alle incertezze e ai 'lassismi' originari del «patto di stabilità» e soprattutto alla breccia aperta nel 2005 dalla informale decisione di Francia e Germania di sospenderne le sanzioni. Bisognava altresì mettere in campo un meccanismo più efficace e cogente dell'European Financial Stability Facility (EFSF): il fondo con cui assistere i paesi attaccati dalla speculazione internazionale e con cui ancor oggi si è provato a prestar soccorso a Grecia, Irlanda e Portogallo. Si è decisa allora su suggerimento tedesco una piccola modifica ai Trattati, con una aggiunta all'art. 136: « Gli stati membri che adottano l’euro possono creare un meccanismo di stabilità da attivare solo in caso di necessità per salvaguardare la stabilità dell’euro. La concessione di qualsiasi aiuto finanziario richiesto nell’ambito di tale meccanismo sarà soggetta a una stretta condizionalità». Ogni paese è impegnato a ratificare il cambiamento entro il 1° gennaio 2013, in modo da far nascere, entro l'anno e sulle ceneri dell'EFSF, la nuova creatura: l'European Stability Mechanism - ESM. Il nuovo fondo potrà prestare assistenza tramite prestiti o eccezionalmente comprando obbligazioni sui mercati. Per operare, vi sarà bisogno di decisioni unanimi, a fronte di minacce alla stabilità dell'euro, ma a condizione di varare programmi di riforme strutturali e di alleggerimento dei bilanci ben precisi: insomma, una strada sicura rispetto alle traversie che hanno accompagnato soprattutto la vicenda greca. All'interno, allora, delle procedure dettate dal cosiddetto «semestre europeo» - sorveglianza preventiva dei bilanci affidata ad una task-force presieduta dal Presidente del Consiglio europeo - si avvia una forma concreta di coordinamento delle politiche economiche improntata essenzialmente a privatizzazione, flessibilità dei rapporti di lavoro, revisione della spesa pensionistica, sanitaria e sociale in senso lato.

Per dare sostanza a questi indirizzi viene varato l'Euro Plus Pact, in cui vengono associati ai paesi dell'euro: Polonia, Lettonia, Danimarca, Bulgaria, Lituania e Romania. In esso si dettagliano i piani di coordinamento delle politiche economiche nei settori più sensibili e di riforma anche legislativa: previdenza, flexicurity, rientro dal debito pubblico e misure di freno all'indebitamento da assumere nella legislazione nazionale (quella che poi diverrà su iniziativa di Merkel e Sarkozy la règle d'or, o legge costituzionale sul pareggio di bilancio). Sul piano generale, all'obbligo di rientro dal deficit o indebitamento netto, si affianca un rientro ferreo dai cieli del debito pubblico, calcolato al ritmo del 5% annuo sullo scostamento reale del debito pubblico dal valore di riferimento del 60% statuito nei trattati. Come se non bastasse, viene avanzata la proposta del cosiddetto Six Pack: sei misure legislative, prevalentemente rivolte a sorvegliare, indirizzare e anche sanzionare e multare la formazione dei bilanci e perciò il rientro da deficit e debito pubblico, con eventuali sforamenti. Tutte caratterizzate dalla cosiddetta regola del Reverse Mechanism (la Commissione decide anche preventivamente la sanzione o la multa, che viene sospesa solo da una decisione del Consiglio decisa a maggioranza). Quest'ultimo pacchetto di proposte, teso a trasferire l'essenza delle decisioni in materia di bilancio nelle sedi comunitarie, è stato votato - giusta l'indicazione data a marzo dal Consiglio - il 22 e 23 giugno dal Parlamento europeo. E' passato con i voti del centro-destra continentale e il voto contrario della sinistra GUE/NGL. Verdi e socialisti si sono differenziati nel voto, a volte dividendosi sulle singole misure oppure in maniera unitaria ma diversa secondo l'oggetto, con voti ora a favore ora contro. La necessità di precisar meglio alcuni aspetti del Reverse Mechanism e alcune attribuzioni automatiche della Commissione europea hanno fatto slittare a settembre il voto finale.

Di fatto, con questo insieme di misure si perfeziona un trasferimento decisivo di sovranità politica ed economica dagli Stati a Commissione e Consiglio europei. I paesi più esposti e deboli, per indebitamento e capacità di ripresa economica, vengono di fatto commissariati. Merkel e Sarkozy hanno provato con il meeting del 16 agosto a rafforzare ulteriormente la via intrapresa a marzo, privilegiando la presidenza del Consiglio come istanza di centralizzazione della decisione, la condizionalità degli aiuti, oltre che la costituzionalizzazione ulteriore del bilancio in pareggio: un vecchio pallino della Bundesbank, non a caso evidenziato nella Dichiarazione del 6 settembre 1990 con cui Buba indicava alle classi dirigenti tedesche ed europee le caratteristiche irrinunciabili dell'unione monetaria e dell'euro futuri.

Le successive esternazioni, fino ai giorni nostri, di Schaüble, Merkel, Schröder, Trichet o Draghi sugli ulteriori perfezionamenti dei Trattati per conquistare ad un «nucleo duro» - altra vecchia fissa di Schaüble e Lamers fin dai primi passi dell'UE - maggiori capacità di coordinamento e governo economico di stampo federalista poggiano sul terreno fin qui acquisito. Né si può trascurare il corposissimo richiamo al «pacchetto legislativo sulla governance economica» fatto nel messaggio al Forum di Cernobbio dal presidente Napolitano, dall'alto del ruolo conquistato nella crisi di un paese ridotto alla lettera dell'invettiva dantesca: «nave sanza nocchiere in gran tempesta, 
non donna di province, ma bordello». La stessa discussione sugli eurobond nella versione odierna - ad esempio la proposta Prodi e Quadrio Curzio, che li privilegia nettamente come strumento di governo dell'indebitamento rispetto all'originaria ispirazione di volano di crescita - dà per scontate le condizionalità fin qui acquisite con la nuova governance comunitaria. Del resto a ribadirle ha provveduto il recentissimo pronunciamento della Corte suprema tedesca sugli aiuti alla Grecia, permessi solo a patto che il Bundestag controlli preventivamente, con i suoi organi, la loro durata e soprattutto che non si attivino automatismi forieri di future perdite di controllo.

SOVRANITA' E DEBITO


In presenza di questo corpo di decisioni, così organicamente concepite - in un momento di crisi globale - nello stesso humus che ha tenuto a battesimo l'Europa di Maastricht, ha ancora senso soffermarsi sull' «incompiuta»? O non bisogna piuttosto lanciare l'allarme per l'erosione sistematica del principio democratico ad ogni livello istituzionale? Certo, tutto si può ancora fermare, può subire rovesci: una prospettiva invero poco allettante, visti i risultati nella storia dell'UE delle rinascite successive alle bocciature (il trattato di Lisbona dopo la Costituzione abortita, ad esempio). Ma da questa vicenda ultima, così poco conosciuta, non emerge forse con nettezza la sottolineatura che nel cantiere ventennale della nuova Europa non sono mai transitati idee o materiali altri da quelli generati in obbedienza al comandamento essenziale dell'UE di muoversi «conformemente al principio di un'economia di mercato aperta e in libera concorrenza»?

Per provare a muovere su un'altra strada, o quanto meno bloccare la deriva in corso, forse è il caso di riflettere meglio non sul «passo che manca», ma sul «passo negato», «vietato» all'Europa. Servirà allora ripensare alle vicende parallele di USA e UE dell'ultimo anno, spesso a torto accomunate nel rilievo superficiale di una comune esposizione sul fronte del debito pubblico e ai capricci di una politica impazzita.

E' noto lo stallo che sulla questione del tetto al debito pubblico ha a lungo appiedato la politica americana e contrapposto il presidente Obama, assieme a gran parte del partito democratico, ai repubblicani - in maggioranza alla Camera dei rappresentanti - egemonizzati dai chiassosi Tea Party. Quella battaglia, però, ha limpidamente sottolineato le prerogative sovrane del Congresso USA. Nell'ordinamento americano - grazie ad una legge votata non a caso quando gli USA decidevano nel 1917 di entrare in guerra, ovvero mutavano la loro postura nel mondo - spetta alla politica, al Congresso, decidere dell'esposizione debitoria del paese, ovvero individuare lo sforzo che si vuole compiere per raggiungere determinati obiettivi (come e quanto questa libertà debba poi oggi confrontarsi con le nuove costrizioni globali è altra questione). Nell'UE è vero esattamente il contrario. Ogni decisione sul debito è costituzionalmente sottratta alla politica, con l'insieme dei divieti che corazzano l'euro e la BCE e li fanno muovere nel mondo. Si potrebbe elencare la sfilza infinita di paletti e divieti che sostanziano questa scelta. Ma per capirsi forse è più utile soffermarsi su un inciso relativo all'euro e alla BCE, o meglio al Sistema Europeo delle Banche Centrali - SEBC (art. 127 del Trattato sul funzionamento dell'Unione): «fatto salvo l'obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nell'Unione». Ovvero, il sistema costituzionale europeo organato dai Trattati prevede non solo che la BCE e le banche centrali siano autonome dalla politica, ma autorizza e prescrive la 'sedizione' del SEBC nei confronti delle altre istituzioni, nel caso le politiche economiche perseguite da queste contrastino con l'obiettivo della stabilità dei prezzi di cui naturalmente le banche centrali sono interpreti e custodi di ultima istanza.


RATTOPPI E COSTITUENTI


Rispetto a questo sistema di regole e al suo perfezionamento - rigidamente ribadito, come si è visto, nonostante i terremoti che ci investono quotidianamente - anche le possibilità più piccole di mutamento, anche le aggiunte più modeste a «ciò che manca» - un po' di keynesismo del tempo andato - passano per una lotta capace di conquistare spazio e respiro ad una rifondazione dell'Europa. Nè è possibile pensare di ritornare al passato, fidando magari nelle forze di un risorto Leviatano o magari della lira del tempo che fu. Inutile e dannoso volgere lo sguardo all'indietro, pensare di rimettere nel tubetto il dentifricio schizzato fuori. Finiremmo, magari, fuori dall'euro e dispersi, ognuno con la propria moneta nazionale, a svalutare periodicamente il monte salari degli ultimi, per ricostruire i margini di competitività di lor signori (e contribuire così ad una straordinaria lievitazione delle diseguaglianze interne e globali).

Siamo in Europa e con l'euro e dobbiamo andare oltre. Magari ripensando al Bancor prefigurato da Keynes: una moneta figlia della decisione politica sovranazionale e ad essa completamente assoggettata. Come il Bancor, l'euro non è solo una moneta ma il cristallo, la pietra angolare del mondo che si vuole costruire. Oggi è il cuore della Costituzione europea esistente, fatta perciò di politiche, istituzioni, blocchi sociali (assurdamente comandata - unico caso al mondo - da un fondamentalismo mercatista che esclude ogni altra possibile politica economica).

Superarla significa attraversare questa Europa, questo complesso di casematte costruite ormai in un ventennio (e oltre, pensando anche alla storia e alle tappe della rivoluzione neoconservatrice). Lo stesso keynesismo ha bisogno di essere ripensato non solo rispetto ai vincoli o alle oppurtunità ambientali, ma a fronte della cogenza completamente nuova assunta dal debito pubblico sotto l'urto della fantasmagorica moltiplicazione di pani e pesci prodotta dalla finanza globale. Ovunque nel mondo oggi il debito cosiddetto sovrano rappresenta la plastica rivelazione - appena intravista un tempo da James O'Connor - che accumulazione e legittimazione si divaricano ormai in forme catastrofiche, sotto le spinte divergenti della competizione globale e di una vita ovunque ricca, come non mai, di scienza e voglia di contare.

Oggi anche il rattoppo più semplice non passa se non conquista spazio rispetto all'incombenza e al peso delle ricette conservatrici e se non si pensa in termini costituenti ad una nuova Europa. Si rattoppa l'UE, si può provare a darle un supplemento d'anima solo se si è in grado di ripensarla nelle fondamenta. Non v'è riforma possibile senza una prospettiva più ampia. Sarebbe già utile provare a indirizzare la nostra discussione per guadagnare orizzonti, spazio e alleati a questa prospettiva.

Intanto è meglio congedarsi scusandosi per lo spazio e il tempo rubati a vantare i meriti dell'ennesimo codino.


*Docente di Storia delle relazioni internazionali, Università di Bari

giovedì 15 settembre 2011

Tom Burghardt
http://antifascist-calling.blogspot.com

Tradotto da CURZIO BETTIO

Dimenticate i vostri diritti!

Quando i grandi feudatari delle imprese multinazionali si saranno impadroniti anche di quel poco che resta della rete di protezione sociale ormai ridotta a brandelli (adieu Servizio Sanitario Statale per la cura degli anziani e per i meno abbienti! Previdenza Sociale? Au revoir!), l’amministrazione Obama si sta muovendo a rotta di collo per espandere ed intensificare i programmi di stato di polizia in precedenza impostati dal governo Bush.


Dopo tutto, con le quotazioni azionarie preda di vortici selvaggi, occupazione e salari in una spirale mortale, e fondi pensione e patrimoni pubblici inghiottiti completamente dagli speculatori e dalla feccia dei possessori di rendite e dei grandi patrimoni, lo Stato rispolvera, migliorandoli, i piani di emergenza, per paura che il “contagio” dalla Grecia, Spagna o Gran Bretagna si estenda dai mitici lidi della “vecchia Europa” e vada ad infettare questo popolo timorato di Dio, qui nella sua Heimat, nella sua cara patria che sono gli Stati Uniti.

Niente paura, coloro che detengono il potere possiedono formule magiche, a cui hanno conferito entusiasticamente il titolo di Civil Disturbances: Emergency Employment of Army and Other Resources, (Disordini civili: impiego dell’esercito e di altre risorse in situazioni emergenziali), diversamente note come Disposizioni per l’Esercito 500-50, riguardanti alle “politiche, responsabilità, e direttive per il Ministero della difesa relative alla pianificazione di operazioni che vedono l’uso delle strutture dell’esercito in funzione del controllo di disordini civili in atto, o per la loro prevenzione.

Quando i politici della Gran Bretagna, sull’onda delle rivolte londinesi, esigono un clampdown, vale a dire provvedimenti restrittivi nei confronti dei mezzi di comunicazione sociali, e quando l’agenzia Bay Area Rapid Transit (BART) a San Francisco, nell’ultima settimana, ha interrotto in modo clandestino il servizio telefonico mediante cellulari per agevolare la repressione di una protesta contro la violenza della polizia, allora nelle cosiddette “democrazie occidentali” stanno diventando di norma tattiche di controllo autoritario, che scimmiottano quelle impiegate in Egitto e in Tunisia (che così tanto bene hanno funzionato!).

Legge segreta, programmi segreti

Intanto, sulla Collina del Campidoglio, il Congresso ha fatto la sua parte per difenderci da questa fastidiosa Carta Costituzionale dei diritti del cittadino; questo è avvenuto prima che 81 dei “nostri” Rappresentanti eletti – quasi un quinto dei Rappresentanti – se ne andassero in Israele per visite ufficiali pagate dall’AIPAC. (1)

Secrecy News ha riferito che la Commissione Servizi Informativi del Senato “aveva respinto un emendamento che avrebbe dovuto imporre al Ministro della giustizia e sovrintendente ai procuratori distrettuali, e al Direttore dei servizi informativi nazionali, di affrontare il problema della ‘normativa sulla segretezza’, per cui agenzie governative dipendono legalmente da autorità poco o nulla conosciute dall’opinione pubblica.”Ron Wyden (D-OR) e Mark Udall (D-CO) veniva respinto con voto espresso verbalmente, ed inoltre venivano assegnati rafforzati poteri di sorveglianza senza precedenti ad agenzie del Settore Esecutivo, come l’FBI e la NSA [Ufficio investigativo federale e Agenzia per la sicurezza nazionale].

Come precedentemente riportato da Antifascist Calling, la Electronic Frontier Foundation (Fondazione per la Frontiera Elettronica) ha intentato una causa al fine di ottenere un provvedimento legislativo sulla libertà di informazione contro il Ministero della giustizia, “per ingiungere la pubblicazione di un memorandum legale segreto volto a giustificare la possibilità di accesso dell’FBI alle registrazioni telefoniche degli Statunitensi, anche in assenza di un qualsiasi processo o di tutela di natura legale.”

Il Ministero della giustizia ha fatto opposizione ed ora si assiste ad un Senato che ha affermato come la “normativa sulla segretezza” dovrebbe stare all’interno dei principi-guida della nostra ex Repubblica.Inoltre, Secrecy News ha reso di dominio pubblico che la Commissione ha respinto un secondo emendamento per una norma di autorizzazione che avrebbe impegnato l’Ispettorato Generale del Ministero della giustizia “nella valutazione del numero degli Statunitensi che avevano avuto i contenuti delle loro comunicazioni sottoposti a controllo, in violazione del FISA Amendments Act del 2008 [FAA]. (2)

Come puntualizzato svariate volte, il FAA è un frammento pernicioso di quel detrito legislativo bushista che legalizzava i programmi segreti spionistici della passata amministrazione, da allora abbelliti dal nostro attuale Presidente “speranza e cambiamento”. Durante il periodo precedente l’approvazione del FAA, i Democratici del Congresso, compreso l’allora senatore Barack Obama, e i suoi colleghi Repubblicani di corridoio, avevano dichiarato che la legge costituiva un “compromesso” tra i diritti alla privacy dei cittadini degli Stati Uniti e le necessità delle agenzie per la sicurezza di “bloccare i terroristi” in procinto di aggredire il paese.Se questo era il motivo, perché il popolo usamericano non poteva rendersi consapevole se i suoi diritti erano stati compromessi?

Forse, come suggeriscono recenti documenti di Truthout ed altre pubblicazioni, l’ex “zar” del controterrorismo degli Stati Uniti Richard Clarke aveva sollevato “accuse esplosive contro tre ex funzionari al vertice della CIA -- George Tenet, Cofer Black e Richard Blee – imputando loro di non avere condotto, in tutta complicità, un’opportuna azione di intelligence …su due dei terroristi dell’11/9 che erano entrati negli Stati Uniti ben un anno prima degli attacchi.”Le accuse di Clarke seguivano strettamente l’inchiesta dei giornalisti di “Truthout”, Jeffrey Kaye e Jason Leopold.

“Sulla base di documenti ottenuti sotto l’egida del Freedom of Information Act Legge sulla libertà di informazione e di una intervista con un ex ufficiale di alto grado del controterrorismo,” Kaye e Leopold si erano resi conto che “una ristretta unità del servizio di intelligence militare, sconosciuta alle varie strutture investigative sugli attacchi terroristici, era stata comandata da funzionari governativi superiori di bloccare le ricerche su Osama bin Laden e i movimenti di al-Qaeda prima dell’11/9.”

Come i lettori sanno perfettamente, la provocazione dell’11/9" ha costituito il pretesto usato dallo Stato capitalista per intraprendere guerre aggressive per le risorse, e nel contempo imporre negli Stati Uniti norme repressive come il Patriot Act e il FISA Amendments Act, che avevano come obiettivo i diritti democratici del popolo usamericano.

Comunque, il FAA ha fornito legittimità a programmi illegali. Inoltre ha offerto immunità retroattiva e copertura economica a giganti delle telecomunicazioni come AT&T e Verizon, che hanno tratto comodi profitti effettuando controlli per il governo, e ottenendo schermature dallo stesso in caso di risarcimenti monetari, come risultato di un fiume di azioni legali come quella di Hepting v. AT&T (3)

Sorge una nuova questione: esistono altre compagnie negli Stati Uniti, ugualmente protette dall’essere indagate a fondo tramite allegati segreti presenti nel FAA o nel Patriot Act, che stanno cancellando la privacy negli Stati Uniti?

Echelon elevato al cubo

La settimana scorsa, Softpedia rivelava che “Google ha ammesso di avere accondisceso alle richieste da parte di agenzie di intelligence usamericane di accedere a dati conservati nei suoi centri dati europei, molto probabilmente in violazione alle norme dell’Unione Europea sulla protezione delle informazioni.”

Il reporter Lucian Constantin ha scritto: “Al centro di questo problema sta il PATRIOT ACT, che stabilisce che le compagnie registrate negli Stati Uniti devono consegnare le informazioni amministrate dalle loro filiali all’estero, se richiesto.”La pubblicazione ribadiva che “non si tratta solo di questo; le imprese possono essere costrette al segreto, in modo da evitare inchieste attive di denuncia e la messa in allerta di coloro che risultano obiettivo delle indagini.”

In altre parole, malgrado leggi che tutelano in modo stretto la privacy, che esigono che le compagnie che operano all’interno dell’Unione Europea conservino la riservatezza dei dati personali dei cittadini, documenti rivelano che le imprese statunitensi, che agiscono secondo un protocollo legale del tutto differente, secondo leggi statunitensi sullo spionaggio integrate da clausole di segretezza e consegne bavaglio, giocano le leggi e le norme di legge delle altre nazioni.

Dato lo spionaggio ampiamente esercitato dalle imprese, messo in atto secondo il programma ormai decennale di intercettazioni delle comunicazioni Echelon della National Security Agency (NSA), le compagnie degli Stati Uniti come Google, Microsoft, Apple o Amazon possono sicuramente essere divenute complici consapevoli delle agenzie segrete statunitensi, rovistando nelle informazioni riguardanti i cittadini europei, o statunitensi, con “un’azione di spionaggio sicuramente processabile”. Infatti, un decennio fa, l’Unione Europea emetteva un suo documento definitivo sulla struttura spionistica di Echelon e concludeva che il programma veniva usato per lo spionaggio industriale e di impresa, e che i dati sgraffignati alle imprese europee venivano girati alle compagnie statunitensi. Nel 2000, la BBC riportava che secondo investigatori europei “il buon esito in affari condotti dal Ministero del commercio degli Stati Uniti poteva essere attribuito ai poteri di filtraggio delle informazioni da parte di Echelon.”

Duncan Campbell, un giornalista britannico ed esperto di intelligence, assieme al giornalista della Nuova Zelanda Nicky Hager, contribuiva a fare saltare la copertura di Echelon, fornendo due esempi di spionaggio di compagnie statunitensi negli anni’90, quando l’amministrazione Clinton di nuova elezione dava seguito alle promesse di “aggressiva pubblica difesa” in favore delle imprese statunitensi “impegnate in contratti con l’estero”.

Secondo Campbell, la NSA “si era impossessata illecitamente di tutti i fax e le chiamate telefoniche tra Airbus, la compagnia aerea nazionale saudita e il governo saudita” per ottenere informazioni. In un secondo caso portato alla luce, Campbell documentava come “Raytheon usava informazioni raccolte dalla NSA, che spiava per assicurare un contratto da 1,4 miliardi di dollari per fornire un sistema radar al Brasile invece che alla francese Thomson-CSF.”

Come riportato da Softpedia, i centri di “cloud computing” di base negli Stati Uniti che operano oltremare hanno posto “le compagnie e le agenzie governative europee che stanno usando i loro servizi…in una posizione difficile.” (4)

Con l’avvento delle piattaforme di comunicazione a fibra ottica, programmi come Echelon hanno assunto una portata ben superiore, e molto più insidiosa. L’informatore AT&T Mark Klein metteva in evidenza il diffuso spiegamento da parte dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale NSA di splitter (5) e “secret rooms” a fibra ottica presso imprese statunitensi di telecomunicazioni:

“Quello che spicca quando si va ad esaminare in concreto questa organizzazione è che la NSA sta agendo come un ‘aspirapolvere’ su tutto ciò che scorre nel grande flusso Internet: e-mail, letture web, chiamate telefoniche Voice-Over-Internet, immagini, registrazioni video. Lo splitter non ha alcuna intelligenza nell’operare, può fare solo copie alla cieca.

Non dovrebbe essere possibile l’autorizzazione legale per tutto questo, dato che le autorizzazioni secondo il Quarto Emendamento devono essere specifiche ‘particolarmente nella descrizione del sito che deve essere ispezionato, e le persone e le cose che devono essere poste sotto sequestro.’… Siamo in presenza di una massiccia duplicazione alla cieca delle comunicazioni di milioni di persone, straniere e domestiche, mescolate insieme a casaccio.

Da un punto strettamente legale, non esiste giustificazione che si possa invocare per continuare le attività nelle “segrete stanze”, la violazione ha già superato il punto di rottura! (Mark Klein, Wiring Up the Big Brother Machine... And Fighting It – Installarsi nella macchina del Grande Fratello…e combatterla, Charleston, South Carolina: BookSurge, 2009, pp. 38-39.)

Qual è stata la risposta di Google?

In una dichiarazione alla pubblicazione tedesca Wirtschafts Woche un portavoce della compagnia Google affermava: “ Come compagnia rispettosa della legge, noi ci conformiamo con i procedimenti di legge, e questo – come per ogni compagnia con sede negli Stati Uniti – significa che i dati raccolti fuori degli Stati Uniti possono essere soggetti al legittimo controllo da parte del governo degli Stati Uniti.

Comunque, noi siamo impegnati a proteggere la privacy degli utenti quando ci troviamo ad affrontare istanze di imposizioni legali. Noi abbiamo una lunga storia di patrocini legali a difesa della privacy degli utenti a fronte di tali richieste, ed esaminiamo a fondo queste istanze per assicurarci che aderiscano alla lettera e allo spirito della legge prima di accondiscendere.” (traduzione per gentile concessione di Public Intelligence)

Il risoluto rifiuto da parte della Commissione Servizi Informativi del Senato a rendere pubblici documenti e comunicazioni segrete legali, che quasi certamente prendono di mira cittadini usamericani, allora costituisce un altro sfacciato esempio di eccezionalità intesa a proteggere dall’essere smascherate come spie aziendali che agiscono per conto del governo le imprese degli Stati Uniti che operano all’estero?

Come se la NSA non si fosse mai occupata di fare proprio questo all’interno dello Stato! Come riportava il The New York Times nel 2009, “in mesi recenti, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale ha intercettato privati messaggi e-mail e chiamate telefoniche di Statunitensi su una dimensione che va ben oltre i larghi limiti di legge stabiliti dal Congresso l’anno scorso.”Con riferimento a questa questione delle “superintercettazioni” e delle “difficoltà tecniche”, funzionari di intelligence e legali dell’amministrazione in modo anonimo dichiaravano ai giornalisti Eric Lichtblau e James Risen che “sebbene la pratica fosse significante e sistemica…era possibile fosse non-intenzionale.”

Una intelligence tanto… “non-intenzionale”, da costruire le motivazioni per scatenare una guerra di aggressione contro l’Iraq, gonfio di petrolio!

In un articolo seguente, il Times rivelava che la NSA “a quanto pare, ha tollerato una significativa raccolta di messaggi domestici e-mail, sottoposti ad esame senza autorizzazioni.” Un ex analista dell’NSA “documentato” sul programma illegale dichiarava a Lichtblau e Risen che lui e “altri analisti nel 2005 erano stati addestrati ad usare un database segreto, nome in codice Pinwale, per archiviare messaggi e-mail esteri e domestici.”

E-mail sollecitamente consegnate da Google, Microsoft o altre compagnie, “sottoposte ad accesso legittimo” da parte della satrapia spionistica del Pentagono? Una fonte anonima del Times ha affermato che “Pinwale permetteva agli analisti della NSA di leggere rilevanti volumi di messaggi e-mail, per-e-da Statunitensi, per quanto entro certi limiti – egli si ricordava non più del 30% per ogni ricerca database – e gli Statunitensi non venivano esplicitamente selezionati nelle ricerche.”

Comunque, non venivano nemmeno esclusi da queste pratiche illecite!

Come Jane Mayer ha pubblicato nel The New Yorker, “controlli della privacy” e “configurazioni assicuranti l’anonimato” di un programma denominato ThinThread (Filo Sottile), che avrebbe dovuto garantire l’osservanza della legge se le comunicazioni degli Statunitensi fossero state “scrutate” dalle gigantesche reti di intercettazione della NSA, venivano respinti in favore del “flop da 1,2 miliardi di dollari” denominato Trailblazer (Pioniere). (6)

E, come riferito in precedenza, quando Wyden e Udall hanno chiesto informazioni all’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI), proprio su quanti Statunitensi avessero avuto controllate le loro comunicazioni, il DNI si produceva in ostruzionismi dichiarando che “non è ragionevolmente possibile identificare il numero delle persone residenti negli Stati Uniti le cui comunicazioni potevano essere state sottoposte a controllo sotto autorizzazione.”

Perché? Precisamente perché tali programmi agiscono come una gigantesca spugna elettronica e assorbono, e i database scavano ed ispezionano immensi volumi delle nostre comunicazioni. Infatti, un responsabile della programmazione informatica della NSA e creatore del programma ThinThread, Bill Binney, ha dichiarato al The New Yorker, che “una piccola parte del programma…era stata modificata a diversa orientazione” e veniva “usata per intercettare comunicazioni di tutto il mondo.”Tre anni dopo che Barack Obama aveva promesso di mettere un freno agli “eccessi” dell’amministrazione Bush, i programmi di sorveglianza illegale continuano a svilupparsi sotto la sua vigilanza.

Uno “Stato di Eccezione” permanente

Nella nostra condizione politica attuale, gli “stati di eccezione” e le “emergenze” di sicurezza nazionale sono divenuti caratteristiche permanenti della vita sociale.Intere classi di cittadini e non-cittadini allo stesso modo vengono ora sospettati; anarchici, comunisti, immigrati, musulmani, attivisti sindacali, i dissidenti politici in generale, sono tutti soggetti a livelli di controlli minuziosi e di sorveglianza senza precedenti.Dai “rinforzati controlli di sicurezza” agli aeroporti, alla massiccia espansione di database privati e statuali che archiviano le nostre abitudini di spesa, con chi noi parliamo e dove andiamo, in maniera sempre crescente, quando il sistema capitalista sta implodendo e milioni di persone stanno di fronte alla prospettiva di una rovina economica, l’ex Repubblica usamericana sta assumendo le caratteristiche di uno stato di polizia corporativo.

Il ricercatore ed analista di questioni sulla sicurezza, tutti i nostri dati

privati sono pronti per essere afferrati. Il disegno di legge, secondo la Rappresentante Zoe Lofgren (D-CA), che ha guidato l’opposizione al provvedimento, se approvato, consentirebbe la creazione di “una banca dati di qualsiasi movimento digitale di ogni Usamericano, con la potenzialità di individuare quali siti Web ogni singolo Statunitense sia andato a visitare.”

Per rendere la vita più difficile agli oppositori di questo disegno di legge, a costoro è stata offerta una pillola avvelenata dai proponenti, che hanno denominato la legge, pensate un po’, “Protecting Children From Internet Pornographers Act of 2011 – Legge del 2011 per la protezione dei bambini dai pornografi in Internet”, sebbene, come la CNET ha sottolineato, “i registri obbligatori sarebbero accessibili alla polizia nel corso di indagini di natura criminologica, e forse ad avvocati impegnati in controversie civili in materia di divorzio, frode assicurativa, come pure in altri casi di tale natura.”

Come la Electronic Frontier Foundation (EFF) ha messo in luce lo scorso anno, nominati di parte politica presso il Ministero per la Sicurezza Nazionale e presumibilmente altre segrete satrapie di Stato, avevano ordinato “un ulteriore livello di revisione della normativa espressa dalla Legge sulla libertà di informazione. (FOIA)”.

EFF ha rivelato l’esistenza di un memorandum politico del 2009 emanato dal Direttore dell’ufficio responsabile dell’applicazione della Legge sulla libertà di informazione e Direttore dell’ufficio sulla privacy del Ministero della giustizia, Mary Ellen Callahan, per cui ai componenti del Ministero per la sicurezza interna (DHS) “era stato richiesto di riferire su ‘attività significative, nell’ambito della Legge sulla libertà di informazione’, in relazioni settimanali da inviare all’Ufficio sulla privacy, che le avrebbe integrate nella sua relazione settimanale all’Ufficio di presidenza della Casa Bianca.”

Fra le cosiddette “attività significative, nell’ambito della Legge sulla libertà di informazione” venivano comprese le richieste provenienti “da qualsiasi membro di un qualsiasi gruppo di attivisti, di organizzazioni di comitati di controllo, di gruppi di interesse speciali, ecc.”, e “la richiesta di documentazione, che avrebbe attirato l’attenzione dei media o stava ricevendo l’attenzione dei media.”

Nonostante l’apparenza di individuare situazioni di “emergenza”, spiando le richieste alle commissioni del Congresso, presumibilmente supervisionando segretamente le attività dello Stato (una assunzione generosa nella migliore delle ipotesi), “è chiaro” asserisce Soghoian, “che le statistiche del Ministero della Giustizia non riferiscono adeguatamente sulla portata di questa forma di sorveglianza” e “sottovalutano queste appropriazioni di dati di diversi ordini di grandezza.”

Come tale, “la legge attuale è in gran parte inutile.” Essa non si applica alle “forze dell’ordine statali e locali, che rivolgono decine di migliaia di richieste senza mandato agli Internet Service Provider ogni anno”, ed è inapplicabile nei confronti delle “agenzie federali per l’ordine pubblico, esterne al Ministero della giustizia.” “Infine,” Soghoian ribadisce, “la normativa non si applica alle rivelazioni, per motivi di emergenza, di informazioni non significative, come dati geo-localizzanti, informazioni su elenchi abbonati (come nome e indirizzo), o gli indirizzi IP utilizzati.”

E con il Congresso pronto ad emanare la normativa sulla conservazione dei dati con la possibilità in seguito di esaminarli a tappeto, dovrebbe essere chiaro che le “riserve” espresso da membri del Congresso sono semplici foglie di fico a copertura di una illegalità sancita dallo Stato

Guerra al terrorismo : saccheggio dell’economia globale.

Il comportamento criminale da parte delle agenzie incaricate della sicurezza interna è da collegarsi alle guerre di aggressione illegali degli Stati Uniti e allo stato di guerra economica del capitalismo contro la classe operaia, che ora viene posizionata accanto ai “terroristi islamici”, come una minaccia alla “sicurezza nazionale.”Nonostante gli sforzi da parte dell’amministrazione Obama e dei leader repubblicani del Congresso per far “quadrare i conti” sulle spalle del popolo usamericano attraverso tagli massicci di bilancio, come l’economista Michael Hudson ha sottolineato su Global Research, la crisi confezionata ad arte “di un debito alle stelle” costituisce un imbroglio enorme.

Il World Socialist Web Site ha affermato che “i timori per una recessione sempre più profonda negli Stati Uniti e la crisi del debito in Europa hanno fatto precipitare in un abisso i mercati globali – giovedì 4 agosto, l’indice Dow Jones Industrial Average ha visto una flessione mai così accentuata di 512 punti - analisti ed esperti di finanza nei mezzi di comunicazione di massa hanno sviluppato una nuova narrazione. La preoccupazione che a Washington manchi la “volontà politica” di tagliare di netto i programmi che assicurano diritti consolidati ha costituito la causa dell’esacerbazione dell’“incertezza del mercato”. (8)

Jerry Bianco, della sinistra critica, ha osservato che “in realtà, i nuovi tagli intensificheranno solamente la crisi economica, mentre i tagli dei buoni pasto, dell’indennità di disoccupazione, dell’assistenza sanitaria e dei finanziamenti all’istruzione pubblica elimineranno i programmi essenziali per la sopravvivenza, ora più che mai.”Infatti, come l’economista marxista Richard Wolff ha sottolineato nel The Guardian, mentre “la crisi del sistema capitalistico negli Stati Uniti, che ha avuto inizio nel 2007, può avere fatto piombare milioni di persone in una acuta sofferenza economica e nell’indigenza, del ‘recupero’, che ha avuto inizio nel 2009, ha beneficiato solo quella minoranza che è stata la maggior responsabile della crisi: banche, le grandi imprese e i ricchi che possiedono la parte preponderante dei capitali. La cosiddetta “ripresa” non ha nemmeno ‘lambito’ la maggioranza del popolo degli Stati Uniti, le persone che lavorano e che dipendono solo dal loro impiego e dal loro salario.”

E nonostante le dichiarazioni mendaci da parte di funzionari politici, e dei media allo stesso modo, il Pentagono se la passerà bene, anche quando gli Usamericani saranno costretti a sostenere l’onere finanziario delle avventure imperiali statunitensi in un futuro sempre più cupo.Il Washington Post riportava che il Ministro della difesa Leon Panetta “giovedì, ha messo in guardia per le terribili conseguenze se il Pentagono venisse costretto a effettuare tagli al suo bilancio, oltre i 400 miliardi di dollari di risparmi previsti per il prossimo decennio.”Il Post sottolineava come “alti funzionari del Pentagono hanno lanciato un’offensiva negli ultimi due giorni per convincere i legislatori che ulteriori riduzioni della spesa del Pentagono avrebbero messo in pericolo la sicurezza del paese”.

“Invece di tagli alla difesa”, Panetta ha esortato i legislatori a “fare riferimento su aumenti delle tasse e su riduzioni alle spese non ‘indispensabili’, come quelle per il servizio sanitario e la previdenza sociale, per ottenere il risparmio necessario.” Ma, come Michael Hudson puntualizza, “è stata la guerra la causa principale di un debito nazionale sempre crescente.”

Dopo tutto, è stata addirittura l’icona borghese Adam Smith a sostenere che “controlli dei parlamenti sulla spesa pubblica sono stati designati per impedire ai governanti ambiziosi di scatenare la guerra.”. Hudson scrive che “se la gente provasse sulla propria pelle l’impatto economico della guerra immediatamente - invece di procrastinare i suoi effetti con l’indebitamento finanziario - sarebbero probabilmente meno propensi a sostenere l’avventurismo militare.”Ma qui sta il guaio!

Dal momento che “l’avventurismo militare è l’unico settore in crescita” di un’economia capitalista che sta implodendo, comunque sarà tenuto aperto indefinitamente il rubinetto pubblico che finanzia tutto, dai jet da combattimento invisibili ai radar dal costo devastante, ai satelliti spia da molti miliardi di dollari, accanto ad un sistema nazionale di sorveglianza dalla spesa fuori controllo. Su questo punto, l’ipocrisia dei nostri governanti abbonda, soprattutto quando si tratta del mantra per cui “noi non dobbiamo vivere al di sopra dei nostri mezzi.”

Come Richard Wolff afferma, “quando mai si è sentita quella frase, quando Washington ha deciso di spendere per un esercito immenso (anche dopo essere diventata l’unica superpotenza nucleare), o di spendere per guerre sicuramente costose in Iraq, Afghanistan, Pakistan e Libia (ora tutte in corso allo stesso tempo)? No, allora il discorso era solo incentrato sulla sicurezza nazionale, necessaria per salvarci dagli attacchi.“Attacchi,” dovremmo debitamente prenderne atto, “che potrebbero aver avuto il permesso di accadere”, come il World Socialist Web Site recentemente riportava.

Enfatizzando l’argomento che la guerra, e non gli investimenti per il sociale e le infrastrutture, ha alimentato il deficit, Hudson ha ribadito che “l’attuale aumento del debito del Tesoro degli Stati Uniti è il risultato di due forme di stati di guerra.La prima è la ‘Guerra per il Petrolio’ manifestamente di natura militare nel Vicino Oriente, dall’Iraq all’Afghanistan (Pipelinistan), fino alla Libia ricca di petrolio. Queste avventure finiranno per costare tra i 3 e i 5 bilioni di dollari.

“La seconda, ancora più costosa”, ha osservato l’economista, “è la ‘Guerra Economica’, più segreta, ma ancora più costosa, di Wall Street contro il resto del sistema economico nel suo complesso, esigendo che le perdite delle banche e delle istituzioni finanziarie vengano trasferite sul bilancio di esercizio del governo (i contribuenti.) Il salvataggio finanziario e il ‘generoso pasto’ per Wall Street - non a caso, il numero uno dei contribuenti per la campagna elettorale del Congresso - costano 13 bilioni di dollari.”

Ancora, Michael Hudson ha scritto:“Ora che la finanza è la nuova forma di guerra, dove risiede il potere che potrà costringere il Tesoro e la Federal Reserve ad impegnare i contribuenti a salvare gli interessi finanziari al vertice della piramide economica? E poiché i tagli nella distribuzione delle entrate federali colpiranno duramente le amministrazioni delle città e degli Stati, costringendoli a vendere ancora più terreni, strade e altri beni del patrimonio pubblico per coprire i loro deficit di bilancio, allora l’economia usamericana sprofonderà ulteriormente nella depressione. Il Congresso ha appena aggiunto deflazione fiscale alla deflazione del debito, con il conseguente rallentamento dell’occupazione, ancora maggiore.”
Mentre l’economia globale sta prosciugando le risorse, con tagli sempre più dolorosi ai programmi “a difesa dei diritti” destinati ad attutire l’odierno crollo sul tagliere, i signori delle imprese e della politica che spadroneggiano stanno affilando i coltelli, per modellare strumenti di sorveglianza amministrativi e burocratici, per meglio nascondere a tutti noi la “mano invisibile” che ci schiaffeggia.
E chiamano tutto questo “Libertà”!


Note del Traduttore:
(1) - L’AIPAC, American Israel Public Affairs Committee, è un gruppo di pressione statunitense noto per il forte appoggio allo Stato di Israele. È considerato il più potente e influente gruppo di interesse a Washington. L’AIPAC si definisce “la lobby statunitense pro-Israele” ed è un'organizzazione di massa i cui componenti comprendono democratici, repubblicani e indipendenti. L'associazione è autofinanziata.

(2) - Questo FAA ha lo scopo di emendare il Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978, la legge sul controllo delle comunicazioni con metodi spionistici, che stabilisce un protocollo per autorizzare l’acquisizione di certe informazioni a scopi di intelligence e per altri intendimenti. Questa norma FAA è stata promulgata da George Bush

(3) - Hepting v. AT&T è un’azione legale “class action” intentata negli Stati Uniti nel gennaio 2006 dalla Electronic Frontier Foundation (EFF) contro la compagnia per telecomunicazioni AT&T, in cui la EFF asseriva che AT&T permetteva e dava assistenza alla NSA, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale, nel monitorare in completa illegalità le comunicazioni in tutti gli Stati Uniti, comprese quelle dei clienti dell’AT&T, delle imprese e di terzi le cui comunicazioni venivano inviate tramite la rete di AT&T, così come le chiamate telefoniche presso “Voice over IP” venivano trasferite via Internet. Questo caso è separato, ma è attinente alla controversia sui controlli senza autorizzazione messi in atto dalla NSA, per cui l’agenzia del governo federale bypassava i permessi dei tribunali nelle attività di controllo delle chiamate telefoniche negli Stati Uniti, senza fornire alcuna garanzia.

“Hepting v. AT&T” non prevedeva il governo federale come parte in causa.
Nel luglio 2006, la Corte distrettuale degli Stati Uniti per la California settentrionale, presso la quale la causa era stata intentata, respingeva una mozione del governo federale che invocava il rigetto del caso. La mozione di rigetto, che invocava lo “State Secrets Privilege”, il diritto statuale alla segretezza, argomentava che qualsiasi esamina del tribunale su una supposta collaborazione fra il governo federale e AT&T avrebbe creato pregiudizio alla sicurezza della nazione. Immediatamente, del caso veniva interessata la Nona Circoscrizione, che il 3 giugno 2009 rigettava la causa, citando retroattivamente la legislazione specifica del Foreign Intelligence Surveillance ACT (FISA).

(4) - Anni fa, Internet veniva spesso rappresentata nei diagrammi come una nuvola (cloud): una sorta di gigantesco etere nel cielo, ben al di là della propria residenza o ufficio. Si trattava di una metafora decisamente buona: attualmente i dati e i programmi non devono necessariamente risiedere all’interno del proprio PC; possono infatti essere “ospitati” (o memorizzati) su Internet o, come si suol dire, “in the cloud”.

Cloud computing significa semplicemente gestire esternamente (online) le applicazioni e le attività. I vantaggi non sono pochi. Per prima cosa, un “hosting service provider” esperto gestisce tutta l’architettura informatica. Ciò significa che tutto quello che bisogna fare è accedere ai propri documenti e programmi via Internet. Quindi, non è necessario investire ingenti capitali in tecnologia, i servizi in hosting consentono di beneficiare di servizi IT normalmente riservati solo alle grandi aziende a costi decisamente inferiori. Ci sono già versioni "cloud" (o in hosting) dei più diffusi programmi, quali CRM per la gestione delle relazioni con i clienti, Exchange per la posta elettronica, SharePoint per il portale aziendale e così via.


(5) - Un programma flop può consentire un controllo pressoché totale sulle attività sul Web degli utenti, trasformandosi in un vero e proprio strumento di censura online.

(6) - Un Internet Service Provider , un “fornitore di servizi Internet”, è costituito da una struttura commerciale o da un’organizzazione che offre agli utenti (residenziali o imprese), dietro la stipulazione di un contratto di fornitura, la fornitura di servizi specifici di Internet, come l’accesso allo stesso Internet e il servizio di posta elettronica.

(7) - L’indice Dow Jones (nome completo Dow Jones Industrial Average) è il più noto indice della borsa di New York (il NYSE – New York Stock Exchange) ed è stato creato negli Stati Uniti per valutare i ritmi di crescita dell’economia americana. Deve la sua paternità a Charles Dow, padre dell’analisi tecnica e fondatore del Wall Street Journal.
L’indice è calcolato, a differenza di altri indici che tengono conto della capitalizzazione (e quindi del peso relativo delle varie società), soppesando il prezzo dei principali 30 titoli di Wall Street.
Il Dow Jones Industrial Average, replica l’andamento di un portafoglio composto dalle maggiori 30 imprese industriali statunitensi, raggruppate in un rapporto pesato in base al loro prezzo.
La scelta di limitarne la composizione a solo 30 “Blue Chips” ha fatto sì che nel corso del tempo, l’indice abbia perso molta della sua importanza perché non è più in grado di riflettere l’intero andamento del listino azionario americano.

Tlaxcala
Fonte: http://antifascist-calling.blogspot.com/2011/08/as-economy-tanks-new-normal-police.htm
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