sabato 31 dicembre 2011



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>Michael X.

Tradotto da Anna Moffa
Editato da; Curzio Bettio


Il 2012 sarà l’anno in cui assisteremo al collasso economico dell’ Europa? Prima di licenziare il titolo di questo articolo come “allarmista”, leggete prima le informazioni elencate nel resto di questo articolo.
Nel corso degli ultimi mesi, vi è stata una sorprendente perdita di fiducia nel sistema finanziario europeo. In questo momento, effettivamente nessuno vuole prestare denaro alle nazioni europee in difficoltà finanziaria, e praticamente nessuno vuole prestare denaro alle grandi banche europee.
Ricordate, una delle ragioni principali della crisi finanziaria del 2008 è stata la pesante stretta creditizia che si è verificata qui, negli Stati Uniti. Questa strozzatura creditizia che sta fiorendo ora in Europa è solo un elemento della “tempesta perfetta” che si sta rapidamente avvicinando mentre ci apprestiamo ad entrare nel 2012. I segnali delle difficoltà sono ovunque.
In tutta Europa, i governi stanno applicando misure di austerità e riducendo drasticamente la spesa pubblica. Le banche europee stanno sostanzialmente tagliando l’attività creditizia, mentre cercano di soddisfare nuove ricapitalizzazioni che vengono loro imposte.
Nel frattempo, in tutta Europa, i rendimenti dei titoli di stato stanno andando alle stelle, dato che gli investitori non hanno più fiducia e chiedono rendimenti sempre più elevati per investire nel debito europeo. È ormai chiaro che, se non accade un miracolo, non pochi paesi europei e un numero significativo di banche europee non saranno in grado di ottenere dal mercato i finanziamenti di cui hanno bisogno nel 2012.
L’unica cosa che potrebbe evitare un crollo finanziario completo e totale in Europa è un’azione drammatica, di effetto, ma in questo momento i leader europei sono così impegnati a litigare tra loro che un piano coraggioso sembra fuori questione.
Quelle che seguono sono le 22 ragioni per cui potremmo assistere nel 2012 al collasso economico dell’Europa....
# 1 La Germania potrebbe salvare il resto d’Europa, ma questo richiederebbe un impegno finanziario senza precedenti, e il popolo tedesco non ha alcuna propensione a farlo. È stato stimato che il salvataggio in modo bastevole delle altre nazioni dell’Unione europea in difficoltà finanziaria costerebbe alla Germania il 7 per cento del PIL per diversi anni. Tale importo supererebbe di gran lunga le riparazioni incredibilmente pesanti che la Germania fu costretta a pagare in conseguenza della Prima guerra mondiale
Una serie di recenti indagini hanno dimostrato che il popolo tedesco è fermamente contrario al salvataggio del resto d’Europa. Per esempio, secondo un recente sondaggio, il 57 per cento del popolo tedesco è contro la creazione degli eurobond.
A questo punto, i politici tedeschi si oppongono fermamente a qualsiasi misura che imporrebbe un onere eccessivo sui contribuenti tedeschi, quindi, a meno di cambiamenti, questo significa che l’Europa non troverà salvezza al suo interno.
# 2 Gli Stati Uniti potrebbero salvare l’Europa, ma l’amministrazione Obama sa che questo sarebbe veramente duro da vendere al popolo statunitense nel corso della vicina stagione elettorale.
Ecco ciò che l’addetto stampa della Casa Bianca Jay Carney ha dichiarato oggi circa la possibilità di un piano di salvataggio dell’Europa da parte degli Stati Uniti ....
“È una cosa che devono risolvere e hanno la capacità di risolvere da soli, sia per capacità finanziaria che per volontà politica”
Carney ha anche affermato che l’amministrazione Obama non ha intenzione di impegnare “risorse aggiuntive” per salvare l’Europa ....
“Non crediamo in alcun modo che siano necessarie risorse aggiuntive dagli Stati Uniti e dai contribuenti americani.” 
# 3 In questo momento, le banche di tutta Europa stanno riducendo le speculazioni finanziarie con denaro preso a prestito, nel tentativo di soddisfare le nuove esigenze di ricapitalizzazione entro il prossimo giugno.
Secondo il noto giornalista finanziario Ambrose Evans-Pritchard, le banche europee hanno bisogno di ridurre la quantità di prestiti nei loro bilanci per circa 7.000 miliardi di dollari, al fine di portarsi su livelli di sicurezza ....
Le banche europee devono affrontare una contrazione di 7.000 miliardi di dollari di prestito per portare i loro bilanci in linea con Stati Uniti e Giappone, con l’incubo di intrappolare l’Europa in una strozzatura creditizia e nella depressione cronica per un decennio.
Cosa significa questo?
Questo significa che le banche europee diventeranno molto, molto avare con i prestiti.
Questo significa che in Europa sta per diventare veramente difficile acquistare una casa o espandere un’attività produttiva, in buona sostanza che l’economia europea sta per rallentare sensibilmente.
# 4 Le banche europee sono sovraccariche di “titoli tossici”, dei quali cercano disperatamente di sbarazzarsi. Proprio come abbiamo già visto con le banche degli Stati Uniti nel 2008, le grandi banche europee sono impegnate nel tentativo di scaricare montagne di titoli senza valore, comunque di un valore contabile pari a migliaia di miliardi di euro, che praticamente nessuno vuole comprare.
# 5 In tutta Europa, da parte dei governi stanno ora per essere imposti programmi di austerità. Ma i programmi di austerità governativi possono avere effetti economici molto negativi. Per esempio, abbiamo già visto cosa ha dovuto subire la Grecia per causa dell’austerità imposta dal governo:
100.000 aziende sono state costrette alla chiusura e un terzo della popolazione ora vive in povertà.
Ma ora i governi di tutta Europa hanno deciso che è l’austerità la strada da percorrere. Da un estratto di un recente articolo dell’Economist ....
I piani di bilancio della Francia stanno per essere approvati, sono probabili ulteriori tagli, che però saranno rimandati a dopo le elezioni di primavera. L’Italia deve ancora approvare un pacchetto di tagli più e più volte riesaminato. Il nuovo governo spagnolo ha promesso ulteriori tagli alla spesa, soprattutto alle spese regionali, al fine di raggiungere gli obiettivi di deficit concordati con Bruxelles.
# 6 L’ammontare del debito dovuto da alcune di queste nazioni europee è così grande che risulta difficile da comprendere. Per esempio, Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna, insieme devono al resto del mondo circa 3.000 miliardi di euro. 
Quindi cosa potrà fare mai una massiccia austerità governativa  per nazioni travagliate come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e l’Italia? Ambrose Evans-Pritchard è molto preoccupato di ciò che un ulteriore aumento della disoccupazione significherà per molti di questi paesi ....
Ad oggi, il tasso di disoccupazione giovanile in Giappone si aggira sul 10%. In Spagna è già al 46%, in Grecia al 43%, in Irlanda al 32%, e al 27%  in Italia. Scopriremo col tempo cosa produrrà su queste società un minor finanziamento derivato dal debito garantito dai loro titoli di stato.
# 7 L’Europa era in grado di salvare la Grecia e l’Irlanda, ma non c’è modo che l’Italia possa essere salvata, se richiederà un salvataggio definitivo.
Purtroppo, mentre leggete questo, l’Italia è nel bel mezzo di una crisi finanziaria enorme. Il rendimento dei titoli di stato italiani a due anni è circa il doppio di quello che si è verificato per la maggior parte dell’estate. Non c’è modo che sia sostenibile.
Sarebbe difficile quantificare in modo più pesante quanto di questa crisi l’Italia rappresenta.
Di seguito viene riportato come l’ex amministratore di fondi di investimento Bruce Krasting ha recentemente descritto la situazione attuale ....
A questo punto vi è zero possibilità che l’Italia possa rifinanziare una qualsiasi parte dei suoi 300 miliardi di dollari di debito in scadenza nel 2012. Se c’è qualcuno al tavolo che pensa ancora che l’Italia possa tirare fuori un miracolo, si sbaglia. Sono certo che i fantocci del sistema finanziario presso la BCE e la Banca centrale italiana lo capiscono. Ripeto, per l’Italia c’è una possibilità pari a zero per una soluzione di mercato.  
Krasting ritiene che, o l’Italia ottiene una gigantesca montagna di denaro da qualche parte, o farà “default” entro sei mesi, e questo significherà l’inizio di una depressione globale ....
Penso che la storia dell’Italia si compendi nel “risolvere o rovinare”. O si sistema questa situazione, o l’Italia farà default in meno di sei mesi. Effettivamente, non è che l’opzione di default sia nelle considerazioni dei responsabili politici. Se l’Italia non ce la fa, allora si sentirà un boato davvero tremendo. Finirebbe col tirarsi dietro la maggior parte dei prestatori globali, un discreto numero di paesi seguirebbe l’Italia nel vortice. A mio parere, un default dell’Italia causerà certamente una depressione globale, una di quelle depressioni che potrà comportare molti anni per venirne fuori.
# 8 Un default italiano può essere più vicino di quanto si possa pensare. Come il Telegraph ha recentemente riferito, solo per rifinanziare il debito esistente, il governo italiano deve vendere più di 30 miliardi di euro di nuovi titoli di stato entro la fine di gennaio ....
Il nuovo governo in Italia dovrà vendere più di 30 miliardi di euro di nuovi titoli di stato entro la fine di gennaio, per rifinanziare i propri debiti. Gli analisti dicono che nessuno garantisce che gli investitori compreranno tutte quelle obbligazioni, e questo potrebbe costringere l’Italia al default.
Ieri, il governo italiano ha comunicato che nei colloqui con la Cancelliera tedesca Angela Merkel e con il Presidente francese Nicolas Sarkozy, il Primo ministro Mario Monti avrebbe accettato il fatto che un crollo italiano “potrebbe significare inevitabilmente la fine dell’euro”.
# 9 Paesi europei, non nel novero dei “PIIGS”, stanno per affrontare un numero crescente di difficoltà. Per esempio, Standard & Poor’s ha recentemente declassato la posizione creditizia del Belgio ad AA .
# 10 Attualmente, declassamenti del credito stanno presentandosi incontrollati in tutta Europa. Si sta assistendo ad un nuovo declassamento quasi ad ogni settimana. Alcune nazioni sono state declassate diverse volte. Per esempio, Fitch ha declassato la posizione creditizia del Portogallo ancora una volta. A questo punto, si prevede che nel 2012 il PIL portoghese si ridurrà di circa il 3 per cento.
# 11 Il crollo finanziario dell’Ungheria non ha fatto molta notizia negli Stati Uniti, ma sarebbe stato il caso. Moody's ha considerato la posizione creditizia del debito ungherese a livello spazzatura, e l’Ungheria si è ora assoggettata ad una richiesta formale all’Unione europea e al Fondo Monetario Internazionale per il suo salvataggio.
# 12 Anche la fiducia nel debito tedesco sembra vacillare. La scorsa settimana, la Germania ha dovuto incassare “una delle sue peggiori aste di bond”.
# 13 Le banche tedesche stanno cominciando a mostrare segni di debolezza. L’altro giorno, Moody's ha declassato l’indice di affidabilità di 10 grandi banche tedesche.
# 14 Come il Telegraph ha recentemente riportato, il governo britannico sta ora predisponendo piani basati sul presupposto che un crollo dell’euro sia solo “una questione di tempo”....
Mentre il governo italiano combatteva per ottenere prestiti e la Spagna prendeva in considerazione la richiesta di un prestito internazionale, i  ministri britannici avvertivano privatamente che il crollo dell’euro, un tempo quasi impensabile, oggi è sempre più plausibile.
I diplomatici si stanno preparando ad aiutare i Britannici all’estero a sopportare un collasso bancario e persino ad affrontare sommosse derivanti dalla crisi del debito.
Il Tesoro ha confermato all’inizio di questo mese che la pianificazione di emergenza per un collasso è in corso.
Un ministro importante ha ora rivelato il grado di preoccupazione del governo, dicendo che la Gran Bretagna sta facendo programmi sulla base della considerazione che un crollo dell’euro sia ormai solo una questione di tempo. 
# 15 Si presumeva che l’European Financial Stability Facility (EFSF), il Fondo salva Stati, avrebbe dovuto contribuire a portare una certa stabilità alla situazione, ma la verità è che l’EFSF è già un “brutto scherzo”. È stato riferito che l’EFSF è già stato costretto ad acquistare una quantità enorme delle sue stesse obbligazioni.
# 16 Purtroppo, sembra che una corsa agli sportelli delle banche sia già iniziata in Europa. Il seguente estratto viene da un recente articolo su  The Economist ....
“Stiamo iniziando ad essere testimoni di segni che le società di capitali stanno ritirando i loro depositi dalle banche in Spagna, Italia, Francia e Belgio”, così ha scritto un analista di  Citi Group in un recente documento. “Questo è uno sviluppo preoccupante.”
# 17 La fiducia nelle banche europee è andata totalmente in frantumi e praticamente nessuno vuole prestare loro i soldi, al momento.
Quello che segue è un breve sunto di un recente articolo CNBC ....
I fondi del mercato monetario negli Stati Uniti hanno drammaticamente chiuso le loro finestre per i prestiti alle banche europee. Secondo l’Economist, Fitch stima che i fondi del mercato monetario statunitense in generale hanno ritirato il 42 per cento del loro denaro dalle banche europee.
E per la Francia questa dimensione è ancora maggiore - il 69 per cento. Anche i fondi monetari europei stanno entrando in azione. 
# 18 Ci sono decine di grandi banche europee che sono in pericolo di fallimento. La realtà è che le banche europee più importanti sono indebitate fino al collo e sono massicciamente esposte al debito sovrano. Prima di crollare nel 2008, il rapporto di indebitamento della Lehman Brothers era 31:1. Oggi, le grandi banche tedesche hanno un rapporto di indebitamento 32:1, e queste banche sono attualmente in possesso di una massiccia quantità di debito sovrano europeo.
# 19 Secondo il New York Times , l’economia dell’Unione europea è già destinata progressivamente a ridursi l’anno prossimo, e questo non tiene nemmeno in conto ciò che accadrà in caso di un totale collasso finanziario.
# 20 Sono già presenti segnali che l’economia europea sta seriamente rallentando. Gli ordinativi industriali nell’Eurozona sono diminuiti del 6,4 per cento nel mese di settembre. Questo è stato il più grande abbassamento che si sia verificato dal bel mezzo della crisi finanziaria nel 2008.
# 21 Il panico e la paura sono ovunque in Europa, in questo momento. L’indice di fiducia dei consumatori della Commissione europea è sceso per cinque mesi di fila.
# 22 I leader europei sono decisamente impegnati a darsi battaglia l’uno contro l’altro, e un vero consenso su come risolvere i problemi attuali sembra lontano al momento. Ecco come l’Express recentemente ha descritto le tensioni crescenti tra i leader tedeschi e inglesi ....
La Cancelliera tedesca ha respinto apertamente l’opposizione di David Cameron a una nuova tassa finanziaria da estendersi a tutta l’Europa, che avrebbe un impatto devastante sulla City di Londra, il centro commerciale e finanziario della Gran Bretagna.
E si è rifiutata di farsi convincere dall’appello di Cameron, che la Banca centrale europea sostenga l’euro. I mercati monetari si sono inabissati dopo il loro mancato accordo.
Cominciate a farvi un quadro della situazione?
Il sistema finanziario europeo si sta dibattendo in una massiccia quantità di difficoltà, e quando crollerà il mondo intero ne resterà scosso.
Ma non siamo solo noi a dire questo. Come già detto in un precedente articolo, esiste un gran numero di economisti autorevoli in tutto il mondo che ora stanno sostenendo che l’Europa è sull’orlo del collasso.
Per esempio, basta controllare quello che sta affermando Credit Suisse sulla situazione in Europa ....
“Sembra che siano iniziati gli ultimi giorni dell’euro, come noi oggi lo conosciamo. Molto probabilmente, questo non vuol dire un crollo totale, ma significa che alcune cose straordinarie quasi certamente dovranno accadere - probabilmente per la metà di gennaio - per impedire la chiusura progressiva di tutti i mercati obbligazionari sovrani dell’Eurozona, potenzialmente accompagnata da crescenti corse agli sportelli bancari anche delle banche più solide.”
Molti leader europei stanno promuovendo un’integrazione molto più profonda, e un “Superstato europeo”, come  risposta a questi problemi, ma ci vorrebbero anni per attuare i necessari drastici cambiamenti, e l’Europa non ha tutto questo tempo.
Se l’Europa sperimenterà un massiccio crollo economico e una prolungata depressione, per tanta gente questo potrà apparire “la fine del mondo”, ma le cose in conclusione si stabilizzeranno.
A questo punto, sembra che tante persone stiano pensando che l’economia globale, dal suo stato attuale stia entrando in uno stato di “Mad Max”, di catastrofe post-atomica,  nel giro di poche settimane. Beh, questo non accadrà. Le turbolenze in arrivo in Europa saranno solo un’altra “ondata” del crollo economico in corso nel mondo occidentale. Seguiranno altre “ondate”!
Naturalmente, questa crisi del debito sovrano potrebbe essere del tutto allontanata se i paesi del mondo occidentale chiudessero le loro banche centrali e iniziassero ad emettere moneta libera dal debito.
La verità è che non esiste alcun motivo per cui una qualsiasi nazione sovrana sulla terra debba mai entrare in debito anche per un solo centesimo con qualcuno. Se una nazione è veramente sovrana, allora il governo ha il diritto di emettere tutto il denaro libero dal debito che vuole. Sì, l’inflazione sarebbe sempre un potenziale pericolo in un tale sistema (lo stesso che sotto la gestione delle banche centrali), ma il denaro libero dal debito avrebbe il significato che i problemi di debito pubblico sarebbero una cosa del passato.
Purtroppo, la maggior parte dei paesi del mondo opera in un sistema in cui si crea più debito pubblico quanta più moneta viene creata. Il risultato inevitabile di un tale sistema è quello al quale stiamo assistendo ora: quasi tutto il mondo occidentale sta annegando nei debiti.
Ci sono alternative al nostro sistema attuale. Ma nessuno nel sistema mediatico di informazioni ne parla mai.
Così, invece di concentrarci sui modi davvero creativi per affrontare i nostri problemi attuali, ci apprestiamo tutti a sperimentare il dolore amaro del collasso economico in arrivo.
Le cose non dovevano andare in questo modo.


Per concessione di I lupi di Einstein
Fonte: http://theeconomiccollapseblog.com/archives/22-reasons-why-we-could-see-an-economic-collapse-in-europe-in-2012

venerdì 30 dicembre 2011

Israel versus Iran
Ismail Salami 
TRADUZIONE Curzio Bettio 

Vi sono forti congetture su come Israele sia obbligata a mettere in scena un attacco contro i siti nucleari iraniani, una minaccia che il regime sionista ha spesso evocato e un’idea che, se tradotta in azione, porterà a conseguenze apocalittiche per l’entità sionista.
Secondo quanto riferito, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente cercato di ottenere consensi all’interno del consiglio dei ministri per un attacco militare contro i siti nucleari della Repubblica islamica dell’Iran. In collaborazione con il ministro della difesa Ehud Barak, Netanyahu è riuscito a strappare l’appoggio per un atto così sconsiderato agli scettici che si erano già opposti a lanciare un attacco contro l’Iran. Tra coloro che è riuscito a convincere troviamo il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman.
Ci sono ancora quelli all’interno del governo israeliano che sono contrari a una tale mossa, compresi il ministro dell’Interno Eli Yishai dell’ ultra-ortodosso partito Shas, il ministro ai Servizi Informativi Dan Meridor, il ministro per gli Affari Strategici e confidente di Netanyahu Moshe Yaalon, il ministro delle FinanzeYuval Steinitz, il comandante delle forze armate Benny Gantz , il direttore dell’agenzia di intelligence israeliana Tamir Pardo, il comandante dell’intelligence militare Aviv Kochavi, e il direttore dell’agenzia oer l’intelligence domestica di Israele Yoram Cohen.
Tuttavia, il sostegno espresso dal ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman è considerato un asso nella manica per Netanyahu, che gode anche il sostegno a piena gola di Washington.
In uno show di prodezza militare e di un’apparente politica del rischio calcolato, mercoledì 2 novembre Israele ha sperimentato un missile con possibilità di testata nucleare, fatto che non può essere considerato una mera coincidenza, considerando la minaccia lanciata da Netanyahu.
“Oggi, dalla base Palmachim, Israele ha effettuato il test di lancio di un sistema di propulsione missilistico”, così recita un comunicato del ministero della Difesa. “Questo era stato pianificato da tempo dai responsabili della Difesa e tutto si è svolto secondo programma.”
Facendo eco ai suoi ormai impudenti vecchi commenti contro l’Iran, lunedì scorso Netanyahu affermava in una comunicazione parlamentare: “Un Iran nucleare rappresenterà una seria minaccia per il Medio Oriente e per il mondo intero, e, naturalmente, una minaccia diretta e pesante soprattutto per noi.”
Anche mercoledì, il Ministro degli Esteri israeliano ha accusato l’Iran di essere “la più grande, la più pericolosa minaccia per l’ordine mondiale attuale”, aggiungendo che Israele si aspetta che la comunità internazionale “intensifichi gli sforzi per agire contro l’Iran.”
Moshe Yaalon, ministro per gli affari strategici di Israele, martedì così si pronunciava alla radio dell’esercito: “L’opzione militare (contro l’Iran) non è una minaccia a vuoto, ma Israele non dovrebbe fare i salti per condurla. Il tutto dovrebbe essere guidato dagli Stati Uniti, e solo come ultima risorsa.”
Sembra che nel consiglio dei ministri di Israele si sia costituito un fronte unito contro l’Iran, ma per quanto si palesi l’intenzione ad un attacco militare, esistono divergenze di opinione riguardo alla ragionevolezza di un tale atto e le conseguenze che possono profilarsi all’orizzonte.
Sia come sia, uno dei principali fattori che rendono un tale atto non plausibile è che Israele è ben consapevole della competenza dell’Iran e della sua autosufficienza dal punto di vista militare.
Da questo punto di vista, l’Iran è conosciuto come il paese migliore della regione e uno dei migliori al mondo in termini di produzione missilistica.
L’ottima produzione di missili a corto-, medio-, e lungo- raggio, Shahab (Meteor) e Sejjil (Baked Clay), Saqeb (Falling Stone) e Sayyad (Hunter), Fateh (Conqueror) e Zelzal (Temblor), Misaq (Covenant) e Ra'ad (Thunder), Toufan (Storm) e Safar (Journey), testimonia questa affermazione.
Il paese è finora riuscito a produrre oltre 50 tipi di missili ad alta tecnologia, come parte della sua strategia deterrente per migliorare la sua forza militare, visto che è sempre stato esposto alle minacce da parte del regime sionista e di Washington.
Il recente missile iraniano Qader (Potente), un risultato formidabile, un missile da crociera che può essere lanciato dal mare, ha una potenza altamente distruttiva e può eliminare fregate, navi da guerra, così come eventuali obiettivi costieri. Con raggio di azione di oltre 200 chilometri, il missile può eludere tutti i sistemi radar più avanzati.
Progettato sul modello del Nodong-1, Shahab (Meteora), III, uno dei risultati missilistici più importanti del paese, è un missile balistico a medio raggio destinato a colpire obiettivi all’interno di un raggio fino a 2000 chilometri. Generalmente considerato come un incubo per Israele, il missile è stato testato l’8 luglio 2008 ed è stato aggiornato da allora fino a conseguire uno standard impeccabile.
Un alto comandante dell’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), il generale di brigata Amir Ali Hajizadeh, ha dichiarato che l’Iran già possiede il know-how per costruire missili con gittata superiore ai 2.000 chilometri, ma dato che gli obiettivi statunitensi e israeliani sono alla portata degli attuali missili, il paese non vede la ragione per farlo.
Hajizadeh ha affermato: “L’Iran ha missili con una portata fino a 2.000 chilometri, che sono stati progettati per colpire le basi degli Stati Uniti e del regime sionista (Israele) nella regione.”
Secondo il comandante iraniano, vista la distanza di 1.200 chilometri tra Iran e Israele, l’Iran è già in grado di colpire il regime sionista con i missili in suo possesso. Inutile dire che Sejjil (Argilla Cotta) e i missili Shahab si vanno a collocare tra i missili capaci di colpire obiettivi entro un raggio di 2.000 chilometri.
Con oltre 50 tipi di missili all’avanguardia a sua disposizione, l’Iran è sicuramente in grado di vibrare un colpo mortale a qualsiasi aggressore che si avventuri a violare il suo territorio. Tuttavia, l’Iran ha spesso ribadito che la sua potenza militare non rappresenta una minaccia per altri paesi e che la sua dottrina di difesa si basa sulla deterrenza.
Come dichiarato dal Leader della rivoluzione islamica Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, “l’obiettivo principale di produrre armi in Iran è la difesa del paese contro il bullismo dei nemici\", mentre in Occidente, “la ragione principale per la produzione di armi sta nell’aumentare la ricchezza dei cartelli degli armamenti.”
Indipendentemente dalla potenza militare dell’Iran nel contrastare ogni aggressione avventata, Israele deve fare un attimo di riflessione, dato che la povertà e i conflitti sociali stanno dilagando al suo interno e la gente ha già iniziato a stringere le mani alla gola di Tel Aviv.
Poco importa per quali ragioni l’idea di attaccare l’Iran si sia articolata nelle menti degli Israeliani, o chi sia stato il primo a partorire questa idea imbecille.
Ciò che importa è che un attacco israeliano non solo sconvolgerà gli equilibri politici in Medio Oriente, ma verranno inflitte perdite di proporzioni inconcepibili anche all’entità sionista. Un attacco militare da parte di Israele contro l’Iran equivale ad un ultimo chiodo nella bara del sionismo.





Galapagos  

Sono il 25 % secondo l'Istat gli italiani a rischio di precipitare nella disperazione e nell'esclusione. E il dato aumenta per i giovani tra i 18 e i 24 anni. Sono percentuali nettamente superiori a quelle dei maggiori paesi europei. Dall'Istituto di Statistica una fotografia drammatica delle condizioni di reddito e dei livelli di vita del Belpaese

Galapagos - 30.12.2011
L'Istat ha scattato una nuova foto dell'Italia e, purtroppo, non è una bella foto, ma un immagine con poche luci e tante ombra: nel 2010 un italiano su quattro era a rischio di povertà o di esclusione sociale, e il pericolo aumenta soprattutto per i giovani tra i 18 e i 24 anni. Si tratta di percentuali nettamente superiori a quelle dei maggiori paesi europei. In Francia, ad esempio, a rischio di povertà o di esclusione sociale è «solo» il 19,3% della popolazione, mentre in Germania la percentuale è del 19,7%. Per quanto riguarda il solo rischio di povertà, per l'intera popolazione italiana è al 18,2%, mentre in Francia è al 13,5% e in Germania al 15,6%. Per la popolazione con meno di 18 anni, il rischio sale al 24,7% in Italia, al 18,4% in Francia e al 17,5% per i giovani tedeschi.
L'indagine Istat su «Reddito e condizioni di vita» è stata condotta nella seconda metà dello scorso anno rilevando i redditi netti familiari e numerosi indicatori delle condizioni economiche delle famiglie. Oltre alla percentuale di persone a «rischio povertà» - il 18,2% della popolazione, come già detto - l'Istat rileva anche un 6,9% di persone che si trova in condizioni di «grave deprivazione materiale», mentre il 10,2% vive in famiglie caratterizzate da una bassa intensità di lavoro. Cioè - come spiega l'Istat - in famiglie i cui componenti tra i 18 e i 59 anni lavorano meno di un quinto del loro tempo.
La deprivazione materiale, secondo la convenzioni internazionale, è definita come «una situazione di involontaria incapacità sostenere spese per determinati beni o servizi» e vengono considerati nove fattori di deprivazione tra i quali gli arretrati nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito; o anche il non potersi permettere l'automobile o il telefono o non riuscire ad andare in vacanza per almeno una settimana l'anno. Per «grave deprivazione materiale» si intende una situazione nella quale in una famiglia sono presenti almeno quattro deprivazioni sull'elenco di nove.
Alcune percentuali indicano chiaramente in cosa le famiglie italiane sono più deprivate; il 16% delle famiglie residenti in Italia ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese; l'8,9% si è trovato in arretrato con il pagamento delle bollette; l'11,2% con l'affitto o la rata del mutuo; l'11,5% lamenta di non potere riscaldare adeguatamente l'abitazione. Sempre, ovviamente, per la mancanza di un reddito adeguato. Come al solito, è il Mezzogiorno a stare peggio: il 12,9% delle famiglie residenti al Sud è gravemente deprivato. Si tratta di una percentuale più che doppia rispetto a quella delle famiglie del Centri (5,6%) e più che tripla rispetto al Nord (3,7%). Le tipologie familiari più esposte al rischio di deprivazione materiale sono quelle con «un alto numero di componenti e/o con baso numero di percettori di reddito». E a trovarsi più frequentemente in condizioni di disagio sono le famiglie monoreddito, come gli anziani soli e i monogenitori, e quelle con «tre o più figli minori».
Le famiglie che hanno come entrata principale un reddito da lavoro autonomo registrano minori difficoltà rispetto a quelle che vivono sopratutto di redditi da lavoro dipendente. Quelle che vivono prevalentemente di pensioni sono, a loro volta, più vulnerabili di chi percepisce redditi da lavoro.
La presenza di familiari a carico, in particolare di minori, è generalmente associata a una maggiore frequenza di problemi economici. La tipologia familiare meno esposta a disagi è quella delle coppie senza figli: tra queste soltanto l'11,7% ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese, contro il 15,9% di quelle con figli. La situazione di maggiore vulnerabilità, come già accennato, riguarda le coppie con almeno tre figli: il 19,5% è stata in arretrato con le bollette, il 22,3% con l'affitto o il mutuo e il 18,6% con le rate per altri prestiti.
A proposito di reddito, dall'indagine Istat emerge che il 50% delle famiglie ha percepito un reddito netto non superiore a 24.544 euro l'anno. Ovvero circa 2.050 ero al mese. Però nel Mezzogiorno il reddito diminuisce a meno di 20.600 euro l'anno, cioè circa 1.700 euro al mese. In Italia - come hanno mostrato altre indagini, prima fra tutte quella di Bankitalia sulla distribuzione della ricchezza - c'è una fortissima sperequazione nella distribuzione. Per quanto riguarda la ricchezza - vale la pena ricordarlo - il 10% delle famiglie detiene circa il 47% dei patrimoni totali, mentre per quanto riguarda il reddito il 20% dei più ricchi si spartisce il 37,2% dei redditi netti, mentre - sul versante opposto - al 20% più povero spetta solo l'8,2% del reddito.

giovedì 29 dicembre 2011




 
 
 
 
Cresce la tensione fra Washington e Tehran: il pericolo di un prossimo attacco militare israelo-americano contro l'Iran incombe dopo le "intollerabili" minacce di chiusura dello stretto di Hormuz in caso di nuove sanzioni - che dall'Europa vengono confermate, nonostante le ripercussioni che ciò avrebbe sui nostri approvvigionamenti energetici
 

Maurizio Matteuzzi -
 
Bloccare lo stretto di Hormuz per dove passa il 40% del petrolio mondiale per l'Iran «è più facile che bere un bicchier d'acqua»; gli Stati uniti «non tollereranno che si chiuda lo stretto di Hormuz».
Tira una brutta aria, anche senza voler indulgere al catastrofismo e prendere per oro colato le parole di ieri che pure non sono di qualche scalmanato irresponsabile. La minaccia di chiudere Hormuz viene dal capo della Marina iraniana, l'ammiraglio Habibollah Sayyari, la minaccia di una risposta militare Usa (più appendici israeliana-europea) viene dal portavoce della quinta flotta, di stanza nel Bahrein.
Se il 2011 è stato l'anno delle primavere arabe, il 2012 sarà l'anno dell'Iran? Ci sono crescenti sintomi che dai ripetuti round di sanzioni anti-iraniane, dall'escalation delle parole e delle minacce, prima o poi qualcuno finirà per passare «la linea rossa». E allora non si sa cosa potrà accadere. Perché l'Iran non è l'Iraq di Saddam o l'Afghanistan dei taleban e neanche la Libia di Gheddafi o la Siria di Assad.
Un attacco militare che abbia l'Iran come obiettivo non si fermerà solo all'Iran, questo è sicuro.
Per l'occidente - con la sua appendice israeliana - la linea rossa è il programma nucleare iraniano che Tehran continua a giurare sia solo a scopi pacifici ma che altrove viene visto come diretto alla bomba. Per l'Iran la linea rossa, esplicitamente dichiarata martedì dal vice-presidente della repubblica Mohammad Reza Rahimi, sono nuove sanzioni - annunciate da Washington e auspicate anche, in Europa, da quel piromane di Sarkozy - che tocchino l'export del petrolio iraniano.
Lo stretto di Hormuz è quel braccio di mare che collega il golfo Persico - e i petro-stati arabi dell'Arabia saudita, Bahrain, Kuweit, Qatar, Emirati arabi uniti con l'oceano Indiano. Di lì, sulle grandi petroliere (13 al giorno di media), passano ogni giorno fra i 15 e i 17 milioni di barili di greggio, fra il 33 e il 40% del petrolio che si commercia per via marittima, di cui il 75% va verso l'assetato mercato asiatico: Cina, Giappone, India, Corea del sud.
Il blocco di quella via d'acqua farebbe schizzare il prezzo del barile, che è già sotto stress per via dei sommovimenti arabi, ben oltre i 100 dollari e passa toccati in questi giorni.
Ma sono gli effetti «geo-politici» di una mossa del genere che spaventano.
Una risposta militare con obiettivo Iran come quella minacciata dal portavoce della quinta flotta Usa aprirebbe scenari sconosciuti. Ma sicuramente tremendi.
Possibile che nel mezzo di una crisi economica globale peggiore di quella della Grande depressione, gli Usa e l'Europa siano pronti ad aprire un altro fronte di guerra? Possibile che un paese come gli Usa già (e ancora) impelagato in un paio di guerre quali quelle d'Iraq a Afghanistan; alle prese con summovimenti inquietanti e dall'esito per nulla scontato nei paesi arabi (Tunisia, Egitto poi la Libia, ora la Siria) vada a cacciarsi in un'altra e ben peggiore avventura? Secondo la teoria classica il capitalismo in difficoltà risponde con le guerre, anche perché in una crisi economica come quella che sta investendo tutto l'occidente, l'unica industria che «tira» è quella bellica (e gli Usa hanno un bilancio militare che è maggiore di quelli di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme). Possibile, però, che fra la recessione, l'austerità, i tagli, l'indignazione, l'impoverimento delle grandi masse (il famoso 99%) ci sia qualche irresponsabile che per una rielezione sia pronto a simili pazzie? E Obama è sotto rielezione, Sarkozy (vedi attivismo sfrenato in Libia, legge sul genocidio armeno...) è sotto rielezione.
Sembrerebbe impossibile. Ma non bisogna mai porre limiti alla pazzia del potere.
L'Iran è stato fin dall'inizio il vero obiettivo delle rivolte arabe. La primavera araba, fiorita in Tunisia e in Egitto, è finita in Libia, quando le petro-monarchie del golfo Persico sono riuscite nell'intento di smuovere le vecchie potenze occidentali per farle correre in soccorso prima che il vento della rivolta popolare, una volta travolto Gheddafi, arrivasse dritto fino a loro: in Qatar, Bahrain, Kuwait e, la madre di tutti gli obbrobri, l'Arabia saudita.
Ora l'obiettivo è l'Iran, senza neppure considerare che la minaccia militare esterna di Usa e Israele o delle petro-monarchie del golfo non faranno che azzerare, anziché approfondire, le crepe che nell'establishment iraniano si sono aperte in questi anni contro l'oltranzismo sciita degli Ahmadinejad e dei Khamenei.
L'obiettivo finale è l'Iran. Non solo di Israele, a cui Obama si è dato senza decenza dopo qualche frivolo giro di valzer iniziale. Negli Stati uniti è in corso una violenta campagna di vecchi falchi neo-con o neo-lib per l'attacco militare contro l'Iran. Il direttore del Weekly Standard William Kristol solo poche settimane fa scriveva che il Congresso dovrebbe approvare una risoluzione che autorizza Obama all'uso della forza contro l'Iran considerandolo responsabile per gli attacchi contro le truppe americane in Iraq e Aghanistan e anche per il suo «programma per le armi nucleari». Responsabile di tutto. Ora c'è la minaccia di chiudere Hormuz, «facile come bere un bicchier d'acqua». Chi e quando passerà «la linea rossa»?

mercoledì 28 dicembre 2011

  
 DI SERGI RAVENTOS
Sur y Sur
Le conseguenze della crisi - in particolare per la disoccupazione – sulla salute sono state trattate in più di un'occasione da vari articoli apparsi sulla stampa e nelle riviste specializzate. Più specificamente si è parlato degli effetti negativi della disoccupazione sulla salute mentale, di cui ci sono sempre maggiori prove.
Tra gli altri, questi indicatori sono: l’aumento delle visite mediche relazionate a problemi di ansia, un elevato numero di casi di depressione, lìaumento dell'alcolismo e della dipendenza dalle droghe, un incremento di casi di violenza, aumento di consumo di farmaci antidepressivi e ansiolitici, eccetera. Esiste una correlazione diretta tra la crisi economica, la disoccupazione e il peggioramento della salute mentale.

Un dato: la media delle persone con problemi psicologici tra i disoccupati è del 34 per cento, mentre tra le persone che hanno un impiego è del 16 per cento. Un'altra constatazione è che quanto maggiore è la durata del periodo di disoccupazione, tanto maggiori le conseguenze negative sulla salute mentale.
Come illustrato da una recente inchiesta, la qualità della vita dei cittadini del Regno della Spagna ha subito un peggioramento a causa del calo dei redditi degli introiti economici e del peggioramento dello stato di salute. Esiste anche una correlazione tra servizi sociali e salute mentale. I servizi sociali sono un buon fattore di protezioni per la salute mentale; il sussidio di disoccupazione, in questo caso esercita un’azione per avere o meno una buona salute mentale nel periodo in cui non si ha un lavoro [1].
Nei paesi con maggiore protezione sociale come è il caso della Svezia, il tasso dei suicidi non è correlato con la disoccupazione a differenza della Spagna, dove gli indici di suicidio e disoccupazione vanno in parallelo [2]. Ma tra i dati sul peggioramento della salute mentale nei periodi di crisi c’è n’è uno molto importante e che alcuni articoli pubblicati sulla stampa negli ultimi giorni [3] hanno evidenziato: l'aumento allarmante dei casi di suicidio.
Il suicidio è una delle forme di morte più diffuse al mondo, e supera le vittime degli incidenti stradali, del terrorismo e della violenza maschilista, ma anche c’è un milione di persone che si suicida ogni anno secondo l'OMS (principalmente uomini), è un tipo di morte che da sempre è considerata tabù.
Una delle ragioni è l'effetto contagio analizzato molti anni fa in “Del contagio dei suicidi” di Paul Moreau di Tours (1875) e ne “Il contagio degli omicidi” di Paul Aubry (1896), un contagio che sarebbe provocato da determinate figure pubbliche influenti, da celebrità come le rockstar o perfino da capi di sette che trascinano le moltitudini e che possono provocare qualche effetto tra i suoi seguaci.
Comunque, come già analizzato da alcuni autori, questa argomentazione sembra piuttosto fragile perché è "assurdo attribuire al suicidio capacità di contagio più pericolose di quelle di qualsiasi altro tipo di violenza che viene esercitata sugli altri e che, paradossalmente, riempie i mezzi di comunicazione" [4]. Questo tabù è stato evidente in tutte le epoche e culture, ed è stato censurato da quasi tutte le religioni, com’è il caso attuale della chiesa (in questo caso ortodossa) che nega le funzioni religiose alle famiglie dei suicidi e ciò contribuirebbe a nascondere la nuda realtà che potrebbe essere ancora più preoccupante.
Anche se i motivi scatenanti il suicidio sono stati analizzati e possono essere molto variegati [5], proprio per questo possono avere varie spiegazioni: che sia per una delusione amorosa, la morte di una persona cara, la paura di essere torturato, l'imitazione di un altro suicida, l'abuso di droghe, la solitudine, l'abbandono familiare, gravi squilibri psichiatrici, motivi settari, pressione di gruppo, eccetera, quando c'è una correlazione statistica significativa tra recessioni economica, disoccupazione e suicidi bisogna essere davvero ottusi per non volere vedere la relazione che esiste tra il togliersi la vita e la disperazione di rimanere disoccupato con l'incertezza e il panico per il futuro.
Questa sarebbe la spiegazione più evidente del forte aumento nei paesi più scossi dalla crisi, dai piani di austerità e dai tagli nei servizi pubblici di molti governi. È così difficile immaginarsi la disperazione che può provare qualcuno con un debito ipotecario, la famiglia sulle spalle familiari e che rimane disoccupato per un lungo periodo? È necessario che ci siano dei giornali che ci informino che la gente si suicida perché non riesce a pagare i debiti? Non è risaputo che nove suicidi su dieci presentano una qualche sofferenza psichica? E come si arriva a questa sofferenza?
I tassi di suicidio curiosamente stavano diminuendo negli ultimi anni, ma a partire dal 2008 sono tornati a salire. Dal 2008? Un anno di crisi? Evidentemente. È nota da molti anni la relazione che esiste tra crisi e suicidi, anche per altre situazioni recenti come nel caso del crollo delle tigri asiatiche alla fine degli anni ’90, quando i tassi di suicidio degli uomini nel 1998 aumentarono del 39% in Giappone, del 44% a Hong Kong e del 45% in Corea del Sud.
Ma possiamo disporre anche di dati più attuali e prossimi: nell'Unione Europea, ogni nove minuti si suicida una persona, portando il numero a 58.000 persone nel corso del 2008, nel quale ci fu incremento del 16 per cento rispetto al 2007. Molto indicativo.
Attualmente i paesi con il tasso di suicidio più alti dell'UE sono: Lituania con 39 casi per ogni 100.000 abitanti, Ungheria, Lettonia, Estonia e Slovenia con alcuni indici dei 23/24 casi e tra i più ricchi troviamo: Finlandia, Francia e Belgio con circa 20 casi.
E con la crisi questi indici sono aumentati specialmente nei Paesi Baltici e in Grecia in proporzioni davvero notevoli. Nel 2009 ci fu in Lituania un aumento del 14% rispetto al 2008. In Estonia fu del 15,6% e in Lettonia del 19%.
Non è un caso che questi tre paesi "che hanno percorso più degli altri la via dell’austerità - Lettonia, Irlanda e Grecia - sono esattamente quelli che hanno registrato gli incrementi maggiori nei suicidi tra il 2008 ed il 2009", ci ricorda ancora sull'articolo prima citato. Il caso della Grecia merita un'attenzione speciale perché è indicativo: il tasso di suicidi in Grecia dall'inizio della crisi è passato da 2,8 a 6 ogni 100.000 abitanti.
Ma non bisogna illudersi e pensare che sia un problema solamente dei paesi poveri dell'Europa o dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) e di quelli che uscita male dalla crisi dell'euro… perché nel Regno Unito, dopo una decade di calo del tasso dei suicidi, tra il 2007 e il 2009 il tasso dei suicidi è salito dell’8%. Nel 2008 si sono suicidate 5.706 persone, ossia circa 16 al giorno [6].
È risaputo da molti anni [7] che i problemi di salute mentale costituiscono sempre più un diffuso problema di salute pubblica e che la depressione sarà la seconda o la prima causa di malattia nell'Unione Europea nei prossimi anni. Ma bisogna ricordare che tutto ciò fu considerato prima della crisi giunta alla fine del 2007. Con queste difficoltà, soprattutto in quei paesi dove vengono introdotti tagli drastici ai servizi di base e dove mancano forti strutture di protezione sociale, i problemi di salute mentale raggiungeranno dimensioni dantesche, e forse ci siamo già arrivati. Bisogna comunque dire che la depressione è presente nei due terzi delle persone che si tolgono la vita.
Gli studi più rigorosi e i documenti dell'OMS dimostrano che i paesi con un buona previdenza sociale e con adeguate strutture di protezione possono frenare e diminuire il tasso dei suicidi. Comunque sarebbe importante farci ancora più attenzione.
Note:
1] È notevole lo studio di: Artazcoz L, Benach J, Borrell C, Cortès I. "Unemployment and mental health: understanding the interactions among gender, family roles, and social class." Am J Public Health 2004; 94: 82-88.
2] Osservare i grafici di un interessante documento dell'OMS qui in pdf.
3] Una dimostrazione è data dall'articolo di Andy Robinson pubblicato lo scorso 8 dicembre su La Vanguardia.
4] Sui motivi del suicidio, leggete l'interessante saggio di Juan Antonio Horrach.
5] Uno studio classico della sociologia è dato dal testo di Emile Durkheim (1897) “Il suicidio”, traduzione in castigliano, Editoriale Losada, Argentina.
(6] Vedi l’articolo in inglese di Ben Riley, pubblicato sul Guardian lo scorso 15 dicembre. Ringrazio Angel Ferrero per avermelo segnalato.
(7] Il libro verde della salute mentale nell'UE fu pubblicato nel 2005, visibile qui in formato pdf.

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Fonte: Europa: crisis económica y suicidios: una relación demostrada
19.12.2011
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

lunedì 26 dicembre 2011

Con il rifiuto opposto al salvataggio delle banche i cittadini islandesi hanno dimostrato al mondo che la democrazia può ancora salvarsi dalle spietate leggi del capitalismo internazionale.

rejkyavik-tdi Miguel Ángel Sanz Loroño - publico.es.
"Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo", scriveva Oscar Wilde. L'Islanda è passata da portabandiera del capitalismo tardivo a progetto di democrazia reale. Dunque possiamo tranquillamente affermare che una carta che non contiene Utopia non soltanto è indegna di uno sguardo, ma oggi sarebbe anche inesatta. Il faro di Utopia, che piaccia o meno agli onnipotenti mercati, ha cominciato a inviare segnali d'allarme al resto d'Europa.  
L'Islanda non è l'isola di Utopia. Come sappiamo fin troppo bene, non c'è posto per i regni di libertà nell'impero del necessario creato dal capitalismo. Ma è comunque il segno di un'assenza, nonché la prova che il capitale non è depositario della verità inconfutabile, anche se aspira a controllare tutte le carte geografiche del mondo.
Con la decisione di porre fine alla spirale tragica dei mercati, l'Islanda ha creato un precedente in grado di minacciare il dominio del capitalismo tardivo. La piccola isola nordica, sul punto di realizzare qualcosa che credevamo del tutto inimmaginabile, non è ancora sprofondata nel caos, almeno non ancora. Anche se le informazioni arrivano col contagocce: dell'Islanda non sappiamo pressoché nulla, mentre siamo bombardati dai dettagli sul caos che ha travolto la Grecia e sui prestiti che è stata costretta a chiedere.  
Perché l'Islanda non interessa ai media? In fondo il loro compito dovrebbe essere quello di raccontarci ciò che accade nel mondo.
Fino a oggi è sempre stato il potere a decidere ciò che è reale e ciò che non lo è, ciò che possiamo e non possiamo pensare e fare. Nelle mappe cognitive che ci aiutano a conoscere il mondo ci sono sempre stati spazi oscuri dove si trova la barbarie che consolida il domino delle élite. L'esistenza di queste zone cieche sulle carte va di pari passo con l'eliminazione dell'avversario, l'isola di Utopia. Come scriveva Walter Benjamin, "Non c'è mai documento di cultura che non sia, nello stesso tempo, documento di barbarie".  
Le élite, assecondate dai teologi e dagli economisti, definiscono ciò che è reale e ciò che non lo è. Indicano ciò che è realista e in accordo con la loro definizione di realtà, e bandiscono ciò che non lo è, definendolo un'aberrazione del pensiero. In sostanza ci ordinano cosa fare e pensare. Questa è la loro missione, e l'hanno sempre portata avanti grazie allo strumento fondamentale del potere e della violenza: il concetto di necessità. Bisogna fare sacrifici, ci ripetono con aria sofferente. Altrimenti sarà la catastrofe. La logica del capitalismo tardivo ha in sé qualcosa di perversamente hegeliano: tutto ciò che è reale è necessariamente razionale, e vice versa.  
Nel gennaio del 2009 il popolo islandese si è ribellato contro questa logica. Gigantesche manifestazioni pacifiche hanno provocato la caduta del governo conservatore di Geir Haarde. La sinistra, minoritaria in parlamento, è tornata al potere e ha convocato nuove elezioni per il mese di aprile. L'Alleanza socialdemocratica di Jóhanna Sigurdardóttir e il Movimento sinistra verde hanno ottenuto la maggioranza assoluta.
Nell'autunno del 2009, in seguito a un referendum d'iniziativa popolare, l'Islanda ha affidato alle assemblee cittadine la redazione di una nuova costituzione. Nel 2010 il governo ha proposto la creazione di un consiglio nazionale costituente, i cui membri sarebbero stati eletti a sorteggio. Due referendum (il secondo nell'aprile 2011) hanno respinto il piano di salvataggio per le banche e il rimborso del debito estero. Nel settembre 2011 l'ex primo ministro Geeir Haarde è stato processato per le sue responsabilità nella crisi economica.  

Punto di fuga

Immaginare che il mondo sia una tragedia greca, dove la ruota del destino (o del capitale) continua a girare senza tenere conto del fattore umano, significa negare la realtà. Non possiamo dimenticare che questa ruota è manovrata da esseri umani. Tutto ciò che possiamo concepire come possibile è reale, tanto quanto lo è ciò che i mercati ci impongono. Ritrovando l'immaginazione e l'arte del possibile, l'Islanda ci ha mostrato che esiste un'alternativa alle necessità pantagrueliche del capitalismo. Non ci resta che rispondere all'appello, e vedremo chiaramente la trappola che ci è stata tesa. Dicono che non c'è alternativa. Ma tutta questa gente che ci chiede di fare sacrifici ha almeno dato un'occhiata alla mappa del mondo?
L'Islanda è la prova che la nostra cartografia è più complessa di quanto ci dicono, che è possibile dominare il reale, e che in questo dominio risiede il principio di libertà e di necessità. L'Islanda non è un modello, ma una delle possibilità del diverso. Il tentativo del popolo islandese di costruire l'avvenire con la volontà e l'immaginazione ci mostra la luce dell'alternativa. E la possibilità di un'alternativa sostenuta da una moltitudine è reale tanto quanto la necessità tanto cara al capitale.
Gli islandesi hanno deciso di impedire al futuro di seguire la ruota tragica della necessità. Gli altri popoli sono ancora disposti a tollerare che la realtà venga decisa dal capitale? Davvero vogliamo che il futuro, l'immaginazione e il possibile siano ostaggio delle banche, dei grandi gruppi e dei governi che continuano a dire che stanno facendo tutto il possibile?
Tutte le mappe dell'Europa dovrebbero avere nell'Islanda un punto di fuga, e dovrebbero essere costruite con la certezza che il possibile è reale tanto quanto il necessario. La necessità è solo una delle opzioni. Esistono alternative. L'Islanda ce l'ha ricordato proclamando che l'immaginazione fa parte della ragione. È alla moltitudine che spetta definire ciò che è reale e realista, utilizzando gli strumenti della possibilità e della differenza. In questo modo non ci limiteremo a consolare i sognatori, ma faremo parte di quella parte del mondo che il capitale vuole cancellare. L'esistenza di Utopia dipende da questo. E con essa il concetto di una vita degna di essere vissuta. 

Fonte:  http://blogs.publico.es/dominiopublico/4414/sobre-islas-y-utopias/.
Traduzione per presseurop.eu a cura di Andrea Sparacino.

sabato 24 dicembre 2011

Richard Cottrell
Tradotto da Curzio Bettio 

Quando quasi tre settimane fa l’“uomo del Bilderberg”, Mario Monti, si è promosso reggente d’Italia, l’aria era pesante di moniti da Valchirie, che il grande stregone non sarebbe per nulla riuscito a far quadrare i bilanci in misura opportunamente veloce, quindi non solo l’Italia sarebbe sprofondata, ma che avrebbe trascinato con sé l’euro e l’intero apparato dell’Unione europea. Questa era una sciocchezza allora, e lo rimane ancora oggi.
Non c’è nessuna crisi dell’euro, la fine del mondo come lo conosciamo non è imminente - a meno che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy mettano a segno il loro sinistro schema per una completa unione fiscale europea, sullo sfondo di ciò che non è altro che una crisi, frutto di macchinazioni, del tutto artificiosa.
Se Monti pensava di fare la sua apparizione sulla scena mondiale e vincere l’Oscar per la probità fiscale, poi è stato brutalmente deluso.
Il pacchetto di grande austerità per salvare Roma dal destino, che la Città Eterna aveva inflitto a Cartagine duemila anni fa, ha ricevuto risposte pesantemente irridenti.
Nelle parole di un commentatore autorevole, i tagli che gli Italiani devono subire sembrano solo uno sforzo simbolico, puramente dimostrativo da parte del governo tecnocratico, almeno nella speranza che la Banca Centrale Europea voglia correre al salvataggio, verso rendimenti più bassi dei titoli di Stato.
Forse, ma io nutro seri dubbi che questa sia la storia effettiva.
La cosa grossa che veramente sta bollendo in pentola, che può portare ad una rivoluzione totale nell’uso del denaro - prima in Italia, poi nel resto di Europa – è stata nascosta prudentemente fra le pieghe del favoloso progetto di austerità, che esamineremo immediatamente.
Sì, senza dubbio sono stati effettuati tagli puramente dimostrativi, anche se direttamente ricavati dal tipico copione di austerità del Bilderberg.
Gli Italiani certamente dovranno lavorare più a lungo per meno salario. I redditi reali scenderanno ancora di più, schiacciati dai pacchetti dei salari congelati e dall’inflazione che morde senza tregua.
La riduzione dei bilanci pubblici, soprattutto nelle province, metterà in seria difficoltà molte piccole imprese (la spina dorsale d’Italia), che contano fra i loro clienti più importanti le amministrazioni locali e regionali.  
La proposta che i milionari dovrebbero pagare più tasse per i posti darsena di attracco dei loro yacht in Italia, sulle classi da crociera produrrà lo stesso effetto del primo “gin and tonic”, appena il sole tramonta all’orizzonte.
La reintroduzione della tassa sui patrimoni – stracciata a forza da Silvio Berlusconi come sfacciata esercitazione in vista di una campagna elettorale - ve lo concedo, è moderata e prudente.
Ma sig. Monti, era proprio necessario defenestrare la democrazia per raggiungere un risultato tanto modesto? Per un qualsiasi governo di recente nomina non ci sarebbe stata altra scelta che ritornare alla tassazione!
Ma siccome siamo in Italia, abbiamo assistito alla recita di un dramma teatrale durante la presentazione della pianificazione dell’aumento dell’età pensionabile, nella forma di un ministro-donna apparire piangente in televisione in prima serata.
Benvenuto l’arrivo del Circo Romano!
Ma tutto questo non è che fumo e specchietti per le allodole, per mascherare la reale portata del programma di questo governo di non eletti, e con ogni probabilità la vera spiegazione della caduta precipitosa dell’amministrazione Berlusconi.
La mia impressione è che al gabinetto Monti si addossi niente meno che un esperimento da laboratorio di massa da effettuarsi sul vivo della gente per vedere se sia effettivamente possibile demonetizzare efficacemente un’intera nazione.
Lasciatemi spiegare cosa intendo dire.
Pochi giorni fa ho pubblicato un documento su “End the Lie” che avvertiva come il fascismo finanziario potesse assumere come prioritaria l’eliminazione di denaro contante per la stragrande maggioranza degli Italiani. Ebbene, questo è accaduto: “L’amministrazione Monti propone di mettere fuori norma le transazioni superiori ai 1.000 euro eseguite in contanti”.
Allora, non si tratta tanto di una proposta quanto di un diktat che entrerà in vigore con effetto immediato. Il Parlamento atrofizzato potrebbe respingere il decreto entro sessanta giorni. Ma resta assicurato, non lo faranno.
Il sig. Monti afferma di volere con questa mossa riscuotere le tasse che gli Italiani stanno evadendo. Questa è una dichiarazione di una tale lontananza himalayana dalla vita quotidiana degli Italiani normali, inoltre pronunciata nella terra della mafia, che si è portati a concludere da subito che una carriera eccelsa all’interno della torre d’avorio di una università privata (la Bocconi) ha tenuto separato l’ottimo professore da qualsiasi senso della realtà.
Come particolare esemplificativo, Milano, città di residenza di Monti che ospita la sua prestigiosa sede privata ed indipendente di insegnamento, è in preda ad una guerra impressionante tra bande rivali formate da trafficanti di droga Serbi e da Albanesi immigrati e dai loro rivali del sud d’Italia. Si realizzano grandi facili profitti, che si possono ottenere dai tossicodipendenti da eroina, stimati sull’ordine dei 140.000, in quella che è oggi una delle maggiori capitali d’Europa per il traffico dei narcotici.
Dati precisi sono ovviamente impossibili, ma ipotesi più plausibili valutano il volume d’affari attribuibile alla criminalità organizzata sull’intorno di 125 - 150 miliardi di euro, dei quali il traffico di narcotici rappresenta la parte del leone. Questo rappresenta l’equivalente di circa l’8% -10% del PIL in Italia.
Gli Italiani sono in attesa col fiato sospeso di sapere se il Primo ministro-professore, nell’intraprendere il suo intervento, ha l’intenzione di creare preoccupazioni alla criminalità.
Nessun precedente governo italiano è riuscito a tassare il crimine organizzato, che finora conserva il suo potere di evasione grazie ad una massiccia rete di pubblici ufficiali corrotti.
Il Primo ministro è un ex consigliere di Goldman Sachs, che come tutti sappiamo sta al Bilderberg come il Sole sta al nostro sistema solare.
Un obiettivo costante di Goldman Sachs (alias Wall Street, la Banca Centrale Europea e la City di Londra) è quello di controllare il più possibile tutto il denaro in libera circolazione.
Nel momento che le banche mettono in circolazione moneta elettronica, resta una sola possibilità alternativa per l’azione di stimolo dell’economia. E questa alternativa, naturalmente, è il denaro sotto forma di banconote e monete che passano di mano in mano tra gli individui normali nel corso delle loro attività quotidiane.
Cattura la moneta circolante!, e non sarà più necessario per i banchieri preoccuparsi di reflazionare i propri bilanci utilizzando denaro preso a prestito dai mercati, o da altre banche, a tassi di interesse inusitati. (Per reflazione si intende l’espansione della domanda e relativi effetti che accompagnano
una fase di ripresa economica
.)
La direttiva significa che i cittadini italiani onesti non avranno altra scelta che quella di movimentare molte delle loro transazioni attraverso le banche, di cui due - cioè Unicredit e Intesa Sanpaolo – sono state da poco sottoposte a tensioni connesse a problemi di flusso di cassa.
Che fantastico incremento si verificherà dalla cattura automatica di tutte le partite di giro in biglietti contanti oltre un migliaio di euro!
(Per flusso di cassa si deve intendere l’incremento o la diminuzione che le disponibilità liquide, di una banca in questo caso, hanno subito per un certo periodo di riferimento a causa della gestione aziendale)
E ricordate, se le banche hanno tutti i vostri soldi, sono loro che possono quindi decidere se lasciarvene avere, o no, a seconda dei casi.
La macchina del razionamento del denaro è già efficacemente in azione, attraverso 100.000 sportelli automatici sparsi in tutto il paese. Dietro le quinte viene messa in gioco una tecnologia che veramente merita attenzione, come vedremo di seguito. Siamo ad un passo molto breve da qui a sottoporre ad un interrogatorio gli Italiani sul perché vogliono ritirare il loro denaro.
Di fatto, questo sta già succedendo! Di recente ho sentito una notizia dall’Italia, di un signore che è stato interpellato telefonicamente dal suo direttore di banca, che chiedeva a questo cliente come mai stesse mungendo il bancomat ogni mattina. Il resto di questa storia contiene un linguaggio esplicito non adatto ad essere qui riprodotto.
Chi ha pensato a tutto questo?
Come potrà la famosa polizia finanziaria d’Italia, la Guardia di Finanza, far fronte all’enorme nuovo carico di lavoro?
Perfino gli attuali 68.000 funzionari, con tutti i mezzi messi a disposizione della loro marina e aviazione militare indipendenti, troveranno difficile sottoporre a controllo 60 milioni di Italiani, e praticamente tutte le loro spese, fino agli spiccioli. Bene, i costi supplementari ammonteranno a miliardi. Questo, senza tener conto di tutto il lavoro dei tribunali che dovranno occuparsi delle “canaglie”. Con tutte le competenze e le strutture messe disposizione, la Guardia non è riuscita a intaccare la blindatura finanziaria eretta intorno alla criminalità organizzata. Comunque, si congettura che con buona probabilità l’aumento delle entrate verrà superato di gran lunga dai costi aggiuntivi di polizia e dell’amministrazione. Francamente penso che i promotori di questo ambizioso progetto si preoccupino molto poco di questo.
Vedete, se si riflette per un attimo, da certe prospettive conviene scegliere un paese come l’Italia, noto per il suo tradizionale lassismo fiscale, e usarlo come banco di prova per una “demonetizzazione” su vasta scala. Inoltre, risulta di enorme vantaggio che l’Italia, praticamente unica, possieda un forte apparato di polizia fiscale militarizzato, i cui poteri (compreso l’arresto e le ricerche casuali ) sono già molto sviluppati.
Ho già fatto il punto sul fatto che l’amministrazione Monti in sé assomiglia molto ad un esperimento per uscite future in grande stile in altre parti di Europa, e forse anche negli Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda.
Per il momento siamo in presenza di un esperimento di demonetizzazione che, per quanto posso vedere, non ha precedenti moderni nel mondo capitalista.
Il pretesto in realtà non è niente di più che la raccolta delle tasse. La crisi dell’euro sovra-drammatizzata ha portato al potere il governo Monti con una rapidità quasi sconveniente. Ora il serio lavoro di sperimentazione può iniziare!
Demonetizzare, ammesso che si superino gli ostacoli iniziali, ha conseguenze sociali significative.
In modo efficace, viene concesso l’accesso al denaro contante come un privilegio.
La demonetizzazione agisce come una forma di manipolazione sociale, dati gli intimi rapporti tra le banche, l’oligarchia finanziaria internazionale e le grandi e potenti strutture come l’Unione europea. Fa parte della palese distruzione delle libertà civili e delle libertà private in corso dall’“11 settembre”.
Significa che le banche possono, realmente, detenere e persino confiscare redditi ​​e depositi privati. Questa è una deviazione drammatica e significativa dalla nostra comprensione abituale di “banca”, una conoscenza povera, come si dimostra ora alla luce degli eventi.
Naturalmente, assumendo il controllo delle operazioni in contanti, verrà evitata la corsa convulsa agli sportelli bancari, come ora si sta verificando nella “provincia di Bilderberg / Goldman Sachs”, chiamata Grecia.
Nel mese di settembre e ottobre, i risparmi e i depositi si sono ridotti di oltre 13 miliardi di euro, quando i Greci sono ricorsi a metterli al sicuro nelle banche di casa “Calzino” e “Materasso”.  
Nel mese di novembre la corsa agli sportelli bancari è continuata senza controllo, inducendo un importante banchiere centrale ad informare una commissione parlamentare addomesticata: “Così, il nostro sistema bancario manca della prospettiva di finanziare la crescita.” Si riferiva, naturalmente, allo tsunami di denaro in fuga dalle banche greche.
Non credo che gli stranieri, che attualmente sono ancora una volta al governo della Grecia, consentiranno che questo “andazzo” continuerà ancora per molto.
I contemplatori di ombelico appartenenti al complesso dei commentatori della finanza mondiale sono così totalmente ipnotizzati dalla rivelazione della “crisi dell’euro” da essere completamente incapaci di pensare fuori dagli schemi.
Quello che sta accadendo in Italia, e che sarà presto copiato in Grecia, è parte integrante del progetto di Sarkozy-Merkel di confezionare una crisi artificiale, al fine di imporre la completa unità fiscale sul continente europeo.
Alla fine, tutto gira attorno alla digitalizzazione del denaro, il secondo “calcio di sfondamento” a partire dal processo di demonetizzazione. I soldi veri cesseranno di esistere come presenza tangibile in tasca o nella borsa. Invece si avrà qualcosa di simile a una “tasca-telefono cellulare” idonea a compiere ogni operazione, non importa quanto piccola, come prendere una birra o un caffé in un bar. È possibile la ricarica – quando sarà permesso - dal computer centralizzato.
Isaac Asimov deve guardare dall’alto tutto questo, sprezzantemente affascinato.  
Soldi che operano nel cyberspazio sono facilmente alla portata delle attuali tecnologie. In realtà si tratta di un imbastardimento degli argomenti di Friedrich Hayek a favore di una politica monetarista per le imprese private, che aveva esposto in un suo famoso libro sull’argomento nel 1977 (Denationalisation of Money: An Analysis of the Theory and Practice of Concurrent Currencies).
Il grande maestro del liberismo Hayek, forse l’economista più brillante di tutti i tempi, giustamente temeva il potere onnicomprensivo delle emittenti centrali di valuta, che egli sospettava avrebbe alla fine procurato una condizione di servaggio su grande scala.
Così dovremmo ridurci! Non per la prima volta, ciò che l’Italia fa oggi, il resto del mondo può essere costretto a seguire domani.
Ho dimenticato di ricordare che la digitalizzazione del denaro, che porta a un unico ordine finanziario globale, è un progetto che guarda a successivi sviluppi, prediletto dal Bilderberg e da Wall Street, che senza dubbio ha superato l’ordine del giorno del summit del Bilderberg di quest’anno a St.Moritz?
E, naturalmente, questo andrebbe a rimpinzare per bene la mafia. Forse il professor Monti ha già riflettuto su questo!


Per concessione di End The Lie
Fonte: http://endthelie.com/2011/12/07/bilderberg%E2%80%99s-roman-circus-italian-junta-effectively-outlaws-cash/#ixzz1gt0jPeP4
Data dell'articolo originale: 22/12/2011
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6444

venerdì 23 dicembre 2011


Marcello Madau

Un po’ a Cagliari, al Museo Archeologico Nazionale; e a Cabras, nei locali in allestimento (ma non ci stanno tutte); qualcosa nel Centro regionale di Restauro a Li Punti, presso Sassari. E’ la spartizione di uno dei più impressionanti gruppi scultorei dell’antichità mediterranea, quello di Monti Prama nel Sinis, databile fra l’ottavo e gli inizi del settimo secolo a.C.
Mi domando se non sia la classica occasione perduta questa rinuncia a progettare in maniera ineccepibile, e con la pazienza necessaria, una fruizione ed una gestione ottimale di una delle più importanti risorse archeologiche del mondo antico. L’idea del bene archeologico come bene comune non mi sembra si realizzi efficacemente nelle modalità con le quali l’intervento si sta profilando: neppure nel recente affidamento ‘nazionale’.
Dei venticinque guerrieri nuragici solo alcuni portano l’arco. Ma dopo la convenzione (settecentomila euro su Monti Prama e Tharros) tra la Direzione generale dei beni culturali della Sardegna e il Ministero per i Beni e le Attività culturali, tutti saranno con l’Arcus.
E’ il nome della molto discussa Società per Azioni, istituita nel 2003 entro il MiBAC ma con fondi al 100% del ‘Tesoro’, per la promozione ed il sostegno tecnico-organizzativo di restauro, recupero e valorizzazione dei beni e delle attività culturali. Molti l’hanno letta come cassaforte per lobbies politiche. La Corte dei Conti ha espresso più di una censura: a iniziare dalla richiesta di istruttoria sui lavori per il restauro del palazzo romano della Propaganda Fide, in Piazza di Spagna, per continuare con le osservazioni del rapporto 2010 (delibera 42_2011). L’accordo per Monti Prama e Tharros è stato presentato un mese fa, eppure un foglio elettronico dei suoi interventi in tutta Italia vede le somme già stanziate, 300.000 euro nel 2010, 400.000 euro nel 2011 (Allegato ARCUS-2010-2012).
Quanti di noi si sono formati negli studi avendo come faro non negoziabile il concetto dell’inscindibilità di un gruppo artistico, e di esso dal suo contesto, rimpiangendo le dispersioni in luoghi diversi! In questi giorni si decide il contrario, con distinzioni di sapore retrò e dalle impreviste sonorità antiquarie:
“A Cagliari saranno esposti i pezzi capaci di descrivere meglio il lato artistico, mentre riteniamo che la parte archeologica trovi il suo naturale inserimento a Cabras” / “A Li Punti sarà conservata la documentazione riguardante l’intero complesso di Monti Prama”.
Così il Soprintendente Archeologo di Cagliari e Oristano Marco Minoja in una recente conferenza stampa, mentre il governatore Cappellacci parla di una loro spedizione all’Expò coreana del 2012 e magari alle Olimpiadi di Londra (si preoccupa sui rischi del trasporto, ma quello peggiore è proprio culturale: la natura commercialissima dell’Expò coreana).
Che eroi questi nuragici! Recuperati e poi abbandonati nel secondo Novecento dopo millenni di oblio, a restauro non ancora concluso evitano il G8 e resistono ai tentativi di mandarli all’Expò di Pechino (una velleitaria idea di Mario Resca). Ma rischiano di non poter fare nulla contro il virus letale della spartizione e del localismo; di quella dimensione cantonale criticata da Giovanni Lilliu e che avrebbe dovuto lasciare il passo all’unità….
Il localismo non sta nella destinazione a Cabras. Come abbiamo più volte sostenuto, essa è la più giusta: il bene archeologico, importante bene comune, esprime in sé la natura stessa di ‘bene comune’ del territorio. Ma questa maniera affrettata non c’entra nulla, con alcune statue che ci vanno in fretta e furia, in spazi provvisori e non adeguati (si faranno…), perché in quelli che velocemente si approntano non ci stanno tutte….
Sarebbe stato meglio tenerle tutte a Li Punti sino alla messa in opera di un congruo spazio museale radicato nel territorio stesso di provenienza, con atti formali a sua garanzia.
Vedo in questa ‘par condicio’ istituzionale un danno rilevante alla ricerca e soprattutto al godimento di un bene comune. L’ancora controverso racconto si legge, e si può provare a cogliere, compiutamente solo in presenza di tutte le sue parti: sia che prevalga la lettura della spedizione dei Tespiadi guidati da Iolao, sia quella di antichi eroi-costruttori, con i loro simboli architettonici e memoriali, il gruppo parla solo se al completo.
Ma torniamo ai nostri arcieri, anzi, ad Arcus. Creatura tremontiana entro un quadro ben noto: fare cassa dal patrimonio pubblico per finanziare Infrastrutture S.p.A. e, a sua volta, le grandi opere. E Arcus percepisce il 3% dai lavori nelle infrastrutture. Meraviglie della finanza creativa e forme molto sofisticate di centralismo. Secondo molte critiche, e gli stessi rilievi dell’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici, con i rischi connessi alla costruzione di entità da un lato fuori controllo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, e dall’altro operante nelle commesse senza la necessità di gare e pubblicità.
Vogliamo sperare che si recuperi quella “mission” di animazione dei soggetti locali, e non di esecutore, richiamata dalla Corte dei Conti. Potrebbe essere un segno di discontinuità, ma la vigilanza è d’obbligo.
Per ora le statue di Monti Prama sono un bene comune trattato con logiche di spartizione, obiettivi commerciali, cassaforte per la ‘casta’, ansia di realizzazione di una politica regionale prima che si verifichi il crollo (da noi le onde centrali arrivano sempre con un po’ di ritardo, e lasciano il tempo per qualcosa).
Andate a vederle a Li Punti, dove sono esposte. Un’occasione preziosa e speriamo non rara per esercitare una lettura unitaria.

martedì 20 dicembre 2011


Per gentile concessione dell'editore proponiamo la prefazione e un brano dal libro "Danza con il secolo", l'autobiografia di Stéphane Hessel da ieri in libreria per i tipi della ADD editore.

di Stéphane Hessel

Repubblica

Ho chiuso questa «danza» quattordici anni fa, fermamente convinto che la mia vita, già lunga – avevo ottant’anni – si sarebbe conclusa con il secolo. Ma ora eccomi al termine di una nuova tappa, tanto prodiga di militanze quanto quelle che l’hanno preceduta. Ci sarebbe dunque ancora molto da raccontare su ciò che è stato per me il primo decennio del nuovo secolo.

Anzitutto mi ha dato modo di conoscere meglio le tragedie del Vicino Oriente. Tra il 2002 e il 2010 sono stato cinque volte in Cisgiordania e a Gaza, dove un gruppo di israeliani dissidenti mi aveva chiamato a osservare l’umiliazione inflitta da governi sanguinari ai valori umani del giudaismo. Ne sono tornato persuaso che Israele sarà il Paese sicuro e prospero che merita di essere solo quando accanto a sé avrà dato vita a uno Stato palestinese che con esso condividerà, come capitale di entrambi gli Stati, una Gerusalemme a vocazione internazionale.

Il mio primo decennio del XXI secolo è stato poi segnato da altre due avventure.
La nascita e i primi passi del Collegio internazionale, etico, politico e scientifico, presieduto congiuntamente da Michel Rocard e dal presidente sloveno Milan Kučan, ambizioso pioniere di sfide future, e la pubblicazione di una «trilinguilogia poetica» intitolata Ô ma mémoire. La poésie, ma nécessité. Accolta da Laure Adler presso le Éditions du Seuil, l’opera è stata pubblicata a Düsseldorf nel 2009, nella traduzione di Michael Kogon, figlio di Eugen Kogon, cui devo l’essere scampato all’impiccagione nel campo di Buchenwald.

Ma il coronamento di questo decennio, nel corso del quale la mia famiglia si è arricchita di cinque pronipoti – Jeanne, Louise, Solal, Basil e Timur –, è il vertiginoso successo di un piccolo libro che la casa editrice Indigène di Montpellier ha dato alle stampe con il titolo accattivante di Indignez-vous! [Indignatevi!]. In quel libro consegnavo a un pubblico che immaginavo ristretto la mia convinzione che, in un’epoca in cui trionfano l’economia capitalista neoliberale, il disprezzo delle popolazioni più deboli e l’impoverimento delle risorse del pianeta, i valori della Resistenza rischino di essere dimenticati o trascurati.

Ed è accaduto questo: l’indignazione un po’ avventatamente invocata a sostegno dell’azione di cui il Collegio voleva farsi guida ha trovato una risonanza prodigiosa.
È evidente che nel primo decennio del nuovo secolo il mondo ha subìto cambiamenti spettacolari. Il quesito che pone l’ultimo capitolo dei miei ricordi: «Le nostre società vedranno una nuova alba o un crepuscolo definitivo?» oggi sembra più scottante che mai.

Per quanto breve sia il tempo che mi rimane, sono felice di poterci ancora riflettere. E il piacere che mi ha procurato ripercorrere, in queste pagine che state per leggere, un lungo cammino intrapreso con fervore, sotto la guida di due genitori che mi hanno generosamente tramandato la cultura, esposto a una serie di esperienze arricchenti di cui nessuna, neanche la più crudele, ha mai intaccato la mia gioia di vivere, questo piacere sono quindi felice di tornare a condividerlo con i miei lettori.

***

Un ex deportato non può sottrarsi alle domande. Le più toccanti mi furono poste più di quarant’anni dopo gli eventi dagli allievi di seconda e dell’ultimo anno delle superiori candidati al concorso annuale della Resistenza indetto dal ministero dell’Educazione nazionale. Ai professori di storia di quelle classi era stato chiesto di raccogliere testimonianze dirette, le poche che rimangono. Faccio parte di quei sopravvissuti cui gli adolescenti chiedono il come e il perché dei campi.
Cerco di liberarmi dell’immagine stereotipata e diffusa dal cinema che coglie il fenomeno all’apice, proprio prima dell’arrivo degli Alleati, quando il sistema concentrazionario era affondato e gli ammassi di cadaveri facevano della figura del deportato un assoluto negativo cui non si aveva il coraggio di fare domande.

Insisto sul quotidiano interminabile dei lager, su quell’insidioso e progressivo avvilimento dell’uomo; nel campo di concentramento per sopravvivere si diventava lupi, chimerici per rimanere sani. Non è facile da descrivere.
Jorge Semprún mi ha aiutato a comprendere quella difficoltà di scrivere senza deformare, di spiegare senza perdersi. Il suo primo libro, Il grande viaggio, mi aveva sconvolto. Poi c’è stato Quel beau dimanche! in cui figura il mio nome: uno choc sottile. E adesso, con La scrittura o la vita, il cerchio attraverso cui lo incontro si chiude, ci allontana e ci avvicina di pagina in pagina lasciandomi irritato o entusiasta, e faccio fatica a liberarmene [1]. Perché parla dei «miei» campi. Nel libro Les jours de notre mort [2], David Rousset invece tace. L’autore più commovente di tutti, almeno per me, è Primo Levi, che dà conto di una realtà così distruttiva da contenere in nuce il suo stesso annientamento.

Ciò che facciamo più fatica a comprendere, come una vittima che scruta il proprio carnefice, è che tutto questo sia stato concepito dal cervello e dal cuore umano. Come ho già detto, un solo libro mi ha dato accesso a quell’approccio, L’État SS di Eugen Kogon. Poiché è stato lui a salvarmi la vita non ho potuto evitare di leggerlo, superando la mia ripugnanza a ingoiare quel chicco marcio. Smonta il funzionamento della meccanica concentrazionaria con precisione chirurgica; e nell’introduzione presenta un’efficace interpretazione dell’ascesa dell’ideologia nazista nella Germania di Weimar. Analizza lo sbocciare dell’orribile «ideale» delle SS fatto di arroganza, di disprezzo e di una brutalità che, esacerbata, diviene furia.

La mia deportazione fu del tutto atipica. Non feci il viaggio in mezzo a duecento compagni ammucchiati in un carro bestiame. A Buchenwald non conobbi gli orrori del «piccolo campo». Non fui scortato a Ellrich o a Harzungen. E, soprattutto, non partecipai alla presa di Buchenwald da parte dei deportati, né alle marce della morte dell’aprile del 1945, e nemmeno all’ultima irruzione nel campo di Bergen-Belsen da parte delle migliaia di evacuati moribondi provenienti dai campi del centro e dell’est. Guardando Notte e nebbia di Alain Resnais, la vista dei pezzi di cadaveri con gli occhi fuori delle orbite mi ha scosso quasi quanto può sconvolgere lo spettatore che non ha mai messo piede in un lager.

Che cos’hanno in comune quegli uomini e quelle donne colpiti in modo tanto diverso dalla deportazione? Forse il fatto che innanzitutto siamo sempre meno numerosi. Allora, quando ci incontravamo – mi è capitato spesso, e inopinatamente – c’era come un segnale che scattava: non tanto l’orgoglio di essere sopravvissuti quanto la vergogna di aver permesso che l’orrore ricominciasse, qua e là, in questo mondo che pensavamo non avrebbe mai più visto niente del genere. E lo stesso segnale ci fa provare collettivamente l’immediata percezione di un senso di responsabilità verso la società di domani. Ma, al di là di ciò che ci unisce, al di là della singola storia che ognuno racconta agli altri, volgiamo a noi stessi uno sguardo forzatamente ambiguo.

Non sono più sicuro di capire quel giovane degli anni Quaranta, francese per scelta, patriota per le circostanze, imprudente per l’età, particolarmente fortunato, plurisopravvissuto, poliglotta, vanitoso, egoista.
Egoista soprattutto per aver lasciato Vitia senza notizie, anche dopo la mia evasione e i contatti con l’esercito statunitense, per aver preferito «battermi» con gli americani piuttosto che correre da lei il prima possibile.

Non sapevo più nulla di lei dalla mia partenza dall’Inghilterra. E lei non sapeva molto di me. O forse sapeva troppo. Alcuni nostri amici che ad aprile avevano potuto consultare gli archivi di Buchenwald avevano trovato una scheda a mio nome: «Hessel, Stéphane, F., abgesetzt, den 20 X 1944». In sostanza il mio certificato di morte. André Manuel si era incaricato di prepararla il più delicatamente possibile a quella notizia. Il giorno dopo Jean Baillou, segretario generale dell’École normale nel 1939, era tornato da Buchenwald «come un uccellino spiumato», mi raccontò Vitia. Allora le aveva parlato di un complotto di cui sapeva soltanto che forse era riuscito. Vitia mi conosceva abbastanza da credere che non fossi morto. Non era nel mio stile. Tre giorni dopo Madame Mamy la chiamava al telefono: «Il tuo Hessel è ad Amiens».

Quella vita restituita, andava spesa con impegno. Ero tentato dall’insegnamento della filosofia. Ma sarei stato in grado di superare l’agrégation, l’esame per diventare professore universitario?
Erano passati cinque anni dalle mie ultime letture serie. I miei insegnanti e i miei compagni avevano esplorato i percorsi del pensiero fenomenologico e dell’Esistenzialismo. Sarei stato capace di raggiungerli senza restare senza fiato? Quel fiato che mi teneva in vita, non valeva la pena metterlo piuttosto al servizio dell’azione? Lo stesso cosmopolitismo dei campi di concentramento mi spingeva verso la diplomazia che avevo già sognato a Londra nel 1934. Ma ci sarei riuscito? Francese da poco e senza formazione giuridica, non avevo altra carta che la prestigiosa École normale e la deportazione, che mi avrebbe permesso di presentarmi ai concorsi speciali dell’immediato dopoguerra.

Qualche giorno dopo il mio arrivo a Parigi feci un incontro tanto decisivo quanto fortuito. Uscendo da rue Saint-Dominique, dove lavoravo al ministero del generale De Gaulle, m’imbattei in Jean Sauvagnargues, un ex compagno di Saint-Maixent. Aveva passato l’importante concorso del Quai d’Orsay nel 1942 e fatto parte del gruppetto di resistenti che insieme a Chauvel preparava in segreto la liberazione del Paese. Mi incoraggiò: «Abbiamo bisogno di giovani che durante la carriera non abbiano avuto a che fare con Vichy».
Decisi dunque di presentarmi al concorso speciale aperto agli ex combattenti, ai resistenti, ai prigionieri o deportati, ultima via d’accesso al Quai d’Orsay prima della creazione dell’École nationale d’administration, che da lì in poi avrebbe formato la maggior parte dei nostri diplomatici.

Tornato dalla Germania l’8 maggio mi rimanevano soltanto cinque mesi per prepararmi alle prove, il cui inizio era fissato per il 15 ottobre. Cinque mesi che si sarebbero rivelati incredibili. Helen e Uli erano rientrati dalla Savoia e io mi prodigavo perché ottenessero una naturalizzazione che sarebbe stata loro concessa soltanto due anni dopo. Vitia, tornata da Londra poco dopo la Liberazione, aveva vissuto l’ebbrezza e lo sconforto di quella fase un po’ folle della storia parigina: l’epurazione, la caccia agli appartamenti, i confronti tra francesi di Londra e resistenti di Francia, ma anche quelle amicizie profonde e febbrili strette intorno a Jean-Paul Sartre, Juliette Gréco, Sidney Bechet, Boris Vian. Io arrivai euforico, pronto a trovare i luoghi e le persone in pieno fiorire, deciso a rendere proficui i giorni e le notti per vivere… e per lavorare.

La Dger (Direction générale des Études et de la Recherche) ereditaria dei nostri servizi segreti di Londra, affidò a Vitia e a Daniel Cordier la redazione di un libro bianco del Bcra. Al mio ritorno fui coinvolto nella stesura del testo, ma si trattava di un’opera prematura, perché gli archivi erano ancora dispersi. In cambio ci prestarono una vecchia Ford Mercury dell’esercito americano con cui viaggiammo fino in Alta Savoia per trascorrere un mese in un hotel di Menthon-Saint-Bernard riservato ai deportati, dove avremmo dovuto riprendere le forze. Condividevamo quel privilegio con André Boulloche e le sue due sorelle, che erano state compagne di Vitia al liceo Molière.

André era tornato solo dai campi, dove il fratello Gilbert e i genitori avevano trovato la morte. Ma erano cose di cui non si parlava. Parlavamo invece del futuro, della ricostruzione, del referendum costituzionale. Soprattutto approfittavamo di ogni giornata di bel tempo per passeggiare in montagna, arrampicarci al colle des Aravis, raccogliere le genziane sulle colline, andare in giro con la Mercury lungo le strade dissestate. Eravamo sereni, loquaci, innamorati, immersi nello studio.

NOTE

[1] Jorge Semprún, Il grande viaggio, Einaudi, Torino 1990; Quel beau dimanche!, Grasset, Paris 1980; La scrittura o la vita, Guanda, Milano 2005 [N.d.T.].
[2] David Rousset, Les jours de notre mort, Pavois, Paris 1947 [N.d.T.].
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