
Un nuovo pericoloso conto alla rovescia
– di cui le tensioni dello Stretto di Hormuz sono solo un sintomo – è
cominciato nella crisi iraniana. A farlo scattare sono state le nuove
sanzioni (le più dure mai decise da parte americana) approvate dal
Congresso, e ratificate dal presidente Obama l’ultimo giorno dell’anno
appena conclusosi.
Tale conto alla rovescia – salvo
“incidenti” sempre possibili, vista la crescente tensione, che
potrebbero far sfociare anticipatamente la crisi in un conflitto armato
– si concluderà presumibilmente negli ultimi mesi della campagna
elettorale americana. Il suo esito sarà una guerra con Teheran, oppure
un ulteriore rinvio ai mesi successivi all’insediamento della prossima
amministrazione USA.
A quel punto un nuovo conto alla
rovescia avrà inizio, in un mortale circolo vizioso dal quale si uscirà
solo quando un presidente americano deciderà di compiere una reale
apertura diplomatica nei confronti di Teheran e di reinserire l’Iran
nella comunità internazionale, oppure nel momento in cui la Repubblica
islamica entrerà davvero in possesso di un’arma nucleare.
Le sanzioni appena approvate sono senza
precedenti in quanto colpiscono qualsiasi paese che abbia transazioni
economiche con la Banca centrale iraniana, escludendolo dal sistema
finanziario americano, e dunque scoraggiano l’acquisto del petrolio
iraniano a livello mondiale. A ciò potrebbe aggiungersi un embargo
petrolifero da parte dell’Europa, che sarà deciso entro il 30 gennaio.
Anche se tali misure, ed il possibile
embargo europeo, entreranno a pieno regime solo fra alcuni mesi, le
sanzioni approvate in precedenza stanno già colpendo duramente
l’economia iraniana.
LA SVOLTA AGGRESSIVA DI TEHERAN
Lo scorso mese di dicembre, il direttore della Banca centrale iraniana, Mahmoud Bahmani, ha ammesso
che le condizioni imposte dalle sanzioni sono più dure di una guerra
vera, aggiungendo che “dobbiamo essere pronti ad amministrare il paese
come se fossimo sotto assedio”.
All’indomani del nuovo provvedimento
punitivo adottato da Obama, la valuta iraniana (il rial) è crollata
rispetto al dollaro. In Iran la gente sta perdendo fiducia nella
propria moneta, e cerca di cambiare i propri risparmi in valute
straniere o acquistando oro. Alcuni generi alimentari sono aumentati
anche del 40% negli ultimi mesi.
Siccome l’economia iraniana dipende per
il 60% dagli introiti derivanti dalla vendita del petrolio, sanzioni
che colpissero il settore petrolifero (come quelle appena adottate)
infliggerebbero un ulteriore colpo durissimo alla fragile situazione
economica del paese.
Negli ultimi tre anni l’Iran ha subito
una campagna di assassini mirati ai danni dei suoi scienziati, attacchi
informatici e di altra natura alle sue installazioni nucleari,
attentati nella regione del Sistan-Balochistan, e sanzioni sempre più
dure contro la sua economia.
Fino a poco tempo fa Teheran aveva
reagito semplicemente intensificando la propria propaganda
antioccidentale, ma senza prendere alcuna misura concreta di
rappresaglia.
Ultimamente, tuttavia, in poco più di un mese studenti iraniani hanno assalito l’ambasciata britannica
a Teheran, le forze armate iraniane hanno compiuto imponenti
esercitazioni militari, e la leadership della Repubblica islamica ha
minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz.
A giudizio di numerosi analisti, questo
atteggiamento di sfida segna una svolta nella posizione di Teheran. I
governanti iraniani ormai considerano l’atteggiamento ostile degli USA
e dell’Europa nei confronti dell’Iran come una politica che mira
direttamente al cambio di regime, e cominciano a ritenere che uno
scontro militare prima o poi sarà inevitabile.
La minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz rientra in questo contesto.
CHIUDERE LO STRETTO DI HORMUZ: UNA MINACCIA REALE?
Circa il 20% delle forniture
petrolifere mondiali passa quotidianamente attraverso lo Stretto, il
che equivale a qualcosa come 17 milioni di barili al giorno. La
chiusura di questo passaggio di enorme importanza strategica farebbe
salire alle stelle i prezzi del greggio rischiando di danneggiare
seriamente la già traballante economia mondiale.
La maniera più sicura per l’Iran di
chiudere lo Stretto sarebbe quella di minare il canale, nel qual caso
occorrerebbe almeno un mese agli Stati Uniti per localizzare e
rimuovere le mine – secondo gli esperti.
Tuttavia, gli analisti ritengono
improbabile che un’operazione del genere da parte iraniana non venga
scoperta e bloccata per tempo.
In alternativa, l’Iran potrebbe
lanciare un attacco di sorpresa con razzi e missili da crociera, sia
contro le petroliere che attraversano lo Stretto, sia contro le basi
americane situate sulla costa della penisola araba (a meno di 250 km
dalla costa iraniana). Un’azione del genere avrebbe un potenziale
altamente distruttivo, ma ovviamente scatenerebbe all’istante una
guerra contro l’Iran.
Ma, al di là delle modalità “tecniche”
per chiudere lo Stretto, un simile tentativo da parte di Teheran
sarebbe “suicida” anche per ragioni economiche.
Mentre meno del 25% delle importazioni
petrolifere americane provengono ultimamente dal Golfo Persico (una
quantità che gli USA potrebbero rimpiazzare attingendo alle proprie
riserve strategiche di petrolio), la Cina, che importa il proprio
greggio soprattutto dall’Arabia Saudita e dallo stesso Iran, sarebbe
pesantemente danneggiata da un’eventuale chiusura dello Stretto.
Teheran, dunque, nuocerebbe alla
propria stessa economia, e si alienerebbe le simpatie del suo
principale protettore all’ONU (insieme alla Russia).
Una chiusura dello Stretto da parte
iraniana si può dunque ragionevolmente escludere allo stato attuale,
tuttavia una simile eventualità non può essere a priori scartata come
possibile “ultima risorsa” del regime di Teheran qualora esso si
trovasse davvero con le spalle al muro.
Fra l’altro, il semplice fatto che una
simile ipotesi esista fa sì che Teheran, mantenendo alta la tensione
nella regione, sia in grado di far salire il prezzo del greggio (poiché
molti paesi cercheranno di aumentare le proprie riserve strategiche di
petrolio per non essere colti impreparati qualora dovesse “accadere il
peggio”). Ciò, a sua volta, da un lato permette a Teheran di aumentare
i propri guadagni riducendo in parte gli effetti negativi delle
sanzioni, e dall’altro continua a rappresentare una “spada di Damocle”
sul collo dell’economia mondiale.
ESCALATION MILITARE REGIONALE
A ciò si deve aggiungere la possibilità
di “incidenti” non voluti: data l’elevata concentrazione militare nelle
acque del Golfo – dove le forze armate iraniane (che hanno annunciato
nuove massicce esercitazioni tra la fine di gennaio e l’inizio di
febbraio) operano in prossimità della 5° flotta americana (di stanza in
Bahrein), e dove dovrebbe giungere prossimamente anche la più
sofisticata nave da guerra britannica unendosi alle forze del Regno
Unito già presenti nell’area – il rischio di possibili provocazioni ed
“errori” dall’esito imprevedibile non va sottovalutato, visto che
episodi del genere si sono già verificati in passato.
Tutto ciò si inserisce in un contesto
di crescente militarizzazione della regione: gli Stati Uniti hanno
stipulato contratti del valore di decine di miliardi di dollari
con i paesi arabi del Golfo, per la fornitura di armi sofisticate come
aerei da guerra e bombe “bunker buster”, in grado di penetrare in
profondità nel terreno e di distruggere obiettivi fortificati – una
mossa vista da Teheran come un’ulteriore manovra di accerchiamento ai
suoi danni.
Inoltre, migliaia di soldati americani stanno giungendo in Israele per quelle che dovranno essere le più imponenti esercitazioni militari congiunte mai compiute dai due paesi, da tenersi nella prossima primavera.
Secondo il sito di intelligence
israeliano “Debka”, 9.000 soldati USA sarebbero già giunti nello Stato
ebraico. Le forze americane stabiliranno nuove postazioni di comando in
Israele, mentre le forze armate israeliane stabiliranno analoghe
postazioni presso il quartier generale USA in Germania.
Sebbene funzionari israeliani abbiano
definito simili operazioni come normale “routine”, non mancano gli
analisti – e soprattutto gli osservatori iraniani – che ritengono che
tali “esercitazioni” rappresentino un chiaro monito rivolto a Teheran,
se non addirittura dei veri e propri preparativi difensivi in vista di
un possibile attacco all’Iran.
LA GUERRA DELLE SANZIONI: UNA SCOMMESSA PERICOLOSA PER L’ECONOMIA MONDIALE
Ehud Barak
Di pari passo con l’escalation militare si intensifica la guerra economica all’Iran.
In un’intervista alla CNN lo scorso
mese di novembre, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak aveva
ammonito che Israele avrebbe dovuto prendere una decisione rispetto a
un possibile attacco all’Iran entro i prossimi sei mesi, perché gli
sforzi iraniani volti a “sparpagliare e fortificare” le installazioni
nucleari avrebbero presto reso del tutto inefficace un attacco militare.
Le minacce israeliane e il recente rapporto dell’AIEA sulla presunta deriva bellica del programma nucleare iraniano (che in realtà ha fornito prove traballanti e tutt’altro che decisive) hanno scatenato una nuova corsa alle sanzioni da parte di Washington, immediatamente imitata dall’Europa.
Basti pensare che ancora all’inizio di
novembre funzionari americani avevano chiaramente affermato che
l’ipotesi di colpire la Banca centrale iraniana non era fra quelle
prese in considerazione. Neanche due mesi più tardi, questa ipotesi è
divenuta realtà, con buona pace di coloro che temono che il
provvedimento possa rivelarsi un boomerang in grado di aggravare la
crisi economica mondiale.
La decisione di colpire l’istituto
bancario nazionale iraniano, e di conseguenza il settore petrolifero
del paese, si basa infatti sua una scommessa alquanto pericolosa:
sottrarre all’Iran i guadagni petroliferi che contribuiscono all’80%
dei suoi introiti in valuta pregiata senza far schizzare a livelli
esorbitanti il prezzo del petrolio.
Nelle parole di Mark Dubowitz, direttore dell’americana Foundation for Defence of Democracies (un think-tank di area neocon che, secondo alcuni,
rifletterebbe le idee del partito Likud del premier israeliano
Netanyahu), si tratta di “colpire le vendite iraniane di petrolio senza
terrorizzare i mercati”.
Impresa difficile, visto che l’Iran è
il secondo maggior produttore dell’OPEC ed esporta oltre 2,5 milioni di
barili al giorno, 450.000 dei quali vengono acquistati dall’Unione
Europea, la quale costituisce per l’Iran il secondo mercato dopo la
Cina.
Il piano europeo di “imitare”
Washington imponendo un proprio embargo petrolifero all’Iran (una
decisione definitiva in proposito dovrebbe essere presa il 30 gennaio)
rischia di rivelarsi autolesionistico.
Paesi come l’Italia, la Grecia e la
Spagna (ovvero alcuni fra gli Stati europei maggiormente colpiti dalla
crisi economica) dipendono pesantemente dal petrolio iraniano (il
nostro paese, in particolare, ricava dall’Iran il 13% delle sue
importazioni petrolifere).
Rinunciare al petrolio iraniano
comporterebbe per questi paesi la ricerca di fonti alternative, con un
prevedibile aumento dei costi che andrebbe a gravare sui loro fragili
bilanci. Per l’Italia vi è un problema aggiuntivo dato dal fatto che
l’ENI ha un considerevole credito nei confronti dell’Iran, che Teheran
paga in barili di petrolio.
E’ per questa ragione che il premier italiano Mario Monti ha recentemente messo le mani avanti
affermando che un embargo petrolifero è concepibile solo se sarà
graduale ed escluderà il pagamento dei debiti iraniani pregressi.
Tuttavia, paesi europei come la
Germania e la Francia (per la quale il petrolio iraniano copre appena
il 3% delle proprie importazioni) chiedono l’applicazione di un embargo
in tempi stretti, ovvero in appena tre mesi.
INCERTEZZE E DIFFICOLTA’ ECONOMICHE PER MOLTI
Tim Geithner
Al di là del progetto europeo di
embargo petrolifero, le sanzioni americane contro la Banca centrale
iraniana rappresentano un problema per molti paesi non europei.
La Cina e il Giappone – mete del
viaggio del segretario al Tesoro americano Timothy Geithner, questa
settimana, fra l’altro proprio per discutere della questione – sono i
maggiori importatori di petrolio iraniano (acquistando rispettivamente
il 22 e il 14% delle esportazioni di Teheran).
Vi è poi la Turchia, il cui commercio
bilaterale con l’Iran è salito a 15 miliardi di dollari nei primi 11
mesi del 2011, ed è rappresentato in gran parte dagli acquisti energetici di Ankara (che coprono in particolare il 20% del fabbisogno turco di gas).
Altri importanti clienti di Teheran sono l’India e la Corea del Sud.
Sebbene Obama, proprio al fine di
evitare eccessive tensioni economiche a livello globale, sia riuscito
ad “ammorbidire” il progetto di legge presentato dal Congresso, facendo
sì che le sanzioni più dure non vengano applicate prima di sei mesi ed
introducendo delle deroghe per alcuni paesi, le nuove misure rischiano
di creare incertezza sui mercati e di infiammare i prezzi petroliferi.
Se a ciò si aggiungono le summenzionate
tensioni dello Stretto di Hormuz, appare chiaro che il sogno di fonti
energetiche a buon mercato che faciliti la ripresa economica mondiale
si allontana per tutti.
Sebbene l’Arabia Saudita (ostile a
Teheran, e per la quale ancora una volta si prospettano affari d’oro)
abbia promesso di coprire ogni eventuale maggior fabbisogno che dovesse
essere determinato dalla crisi iraniana, la sua capacità di
sovrapproduzione (la cosiddetta “spare capacity”) semplicemente non è
sufficiente, secondo molti analisti.
E sebbene l’International Energy Agency (IEA) abbia perfino messo a punto un piano di emergenza
per rimpiazzare il petrolio proveniente dal Golfo nel caso di una
chiusura dello Stretto di Hormuz, ricorrendo alle riserve strategiche
dei paesi che aderiscono all’organizzazione, questo semplicemente
significa – come già accennato sopra – che la corsa a rimpinguare tali
riserve contribuirà a far salire i prezzi.
In ogni caso gli analisti ritengono che
l’Iran continuerà a vendere il suo petrolio malgrado le sanzioni, ma
dovrà semplicemente spostare le sue esportazioni ancor di più verso i
paesi asiatici.
Alcuni ritengono che difficilmente gli
USA sanzioneranno paesi come Cina e India. L’Iran, dal canto suo, sta
cercando di rimpiazzare il dollaro con le valute locali nelle sue
transazioni con India, Cina e Giappone – e ultimamente ha adottato il
rublo in alcune sue transazioni con la Russia, la quale ha dichiarato
di non accettare le sanzioni unilaterali americane.
Ma questo non significa che Teheran non
subirà grosse perdite. Per continuare a vendere, infatti, l’Iran dovrà
offrire il suo petrolio a prezzi ribassati.
Recenti notizie
indicano che Pechino avrebbe già tagliato di più del doppio le proprie
importazioni petrolifere dall’Iran per i mesi di gennaio e febbraio, e
starebbe mercanteggiando uno sconto per continuare a fare affari con
Teheran.
Ma se i paesi asiatici potranno fare
affari vantaggiosi con (e a scapito di) Teheran, gli indebitati ed
energeticamente assetati paesi europei resteranno a bocca asciutta.
LA LOTTA IRANIANA PER SFUGGIRE ALLE SANZIONI: AHMADINEJAD IN AMERICA LATINA
Ahmadinejad
Teheran ha storicamente tentato di
parare gli effetti più devastanti delle sanzioni rafforzando i propri
rapporti economici con Pechino e Mosca, ma anche con i paesi limitrofi,
dalla Siria, all’Iraq, alla Turchia, al Pakistan – e perfino con gli
stessi paesi arabi del Golfo, teoricamente sospettosi nei confronti di
Teheran (se non apertamente ostili all’ingombrante vicino iraniano).
L’Iran è ormai il secondo partner
commerciale di Baghdad dopo la Turchia. Gli scambi commerciali fra i
due paesi, attestatisi intorno ai 6 miliardi di dollari nel 2010,
dovrebbero toccare i 20 miliardi entro i prossimi quattro anni, secondo
i desideri di Teheran.
Ma, se le cose vanno bene con l’Iraq,
lo stesso non si può dire per i rapporti iraniani con gli altri paesi
vicini: il sanguinoso scontro che contrappone il regime di Damasco
all’opposizione popolare rischia di far perdere a Teheran il suo più
fidato alleato regionale; i rapporti con Ankara, ottimi solo qualche
anno fa, rischiano di essere messi in discussione dalla stessa rivolta
siriana, dalle sanzioni, e dal dispiegamento del sistema radar NATO nel
sudest della Turchia; gli stretti legami commerciali con gli Emirati
Arabi Uniti sembrano essere definitivamente in crisi, alla luce della
recente notizia del blocco iraniano delle importazioni dagli Emirati, dopo l’allineamento di questi ultimi alle sanzioni di Washington.
E’ proprio nel contesto del crescente
isolamento regionale ed internazionale di Teheran che va letto il
viaggio del presidente iraniano Ahmadinejad, questa settimana, in
America Latina.
Le tappe di tale viaggio includono
Venezuela, Nicaragua, Cuba ed Ecuador, cioè alcuni fra i paesi
sudamericani più ostili a Washington in quello che era un tempo il
“giardino di casa” degli Stati Uniti.
Tuttavia, diversi analisti hanno fatto
osservare che, al di là del valore propagandistico di tale viaggio, che
permette ad Ahmadinejad di presentarsi come uno dei leader di punta del
“fronte anti-imperialista” mondiale, vi è poca sostanza.
Malgrado gli ottimi rapporti di
amicizia che legano questi paesi all’Iran, sotto il profilo economico
le relazioni sono poco consistenti. I progetti annunciati da Teheran in
America Latina negli anni passati sono spesso scomparsi nel nulla. Ma
soprattutto, rispetto al tour compiuto dal presidente iraniano in
Sudamerica nel 2009, spicca l’assenza di Brasile e Argentina – ovvero
delle due principali potenze economiche del continente – fra le tappe
del viaggio odierno, cosa che segnala un raffreddamento dei rapporti
con questi due paesi.
In conclusione, al di là dello scopo
propagandistico, l’obiettivo principale di Ahmadinejad in questo
viaggio è, secondo molti, quello di cercare opzioni finanziarie per
eludere le sanzioni USA, in particolare attraverso il sistema bancario
venezuelano dell’amico Hugo Chávez.
L’ESCALATION PORTA ALLA GUERRA
Sadam Hussein
Sia il viaggio sudamericano di
Ahmadinejad che l’atteggiamento aggressivo dell’Iran nel Golfo Persico
indicano che i governanti iraniani sono sempre più preoccupati
dell’impatto che le sanzioni stanno avendo sul paese. Esse stanno
riducendo enormemente la capacità iraniana di accedere ai mercati
finanziari globali, stanno facendo aumentare l’inflazione e la
disoccupazione, e stanno creando gravi carenze di alcuni generi di
importazione.
Come hanno sottolineato anche alcuni
osservatori occidentali, per l’Iran l’imposizione di sanzioni che
mettono a repentaglio gli introiti petroliferi (ovvero la principale
fonte di entrata dello Stato iraniano) equivale a un atto di guerra.
Geneive Abdo, esperta americana di affari iraniani, ha scritto
che i vertici iraniani si stanno preparando a un attacco militare che
secondo loro inevitabilmente colpirà il paese, forse ancor prima delle
presidenziali americane, coinvolgendo probabilmente la popolazione
oltre alle installazioni nucleari.
Allo stesso tempo, l’accresciuta
pressione economica e militare nei confronti del regime probabilmente
avrà l’effetto di ricompattare il fronte interno iraniano e servirà da
utile pretesto per giustificare la repressione del dissenso.
Dunque, chi spera che l’inasprimento
della pressione nei confronti di Teheran porterà a un “ripensamento”
del regime, o addirittura ad un suo crollo, probabilmente si illude,
come ha dimostrato in passato il regime di Saddam Hussein,
sopravvissuto a più di dieci anni di embargo durissimo.
Come ha scritto Trita Parsi,
un altro esperto iraniano-americano, l’imperativo di Teheran è quello
di rispondere alla pressione con la pressione, “all’escalation con
l’escalation”. Assisteremo dunque ad ulteriori esercitazioni militari
da parte iraniana, a possibili provocazioni, e forse ad “incidenti
intenzionali” contro obiettivi strategici nella regione.
Secondo Parsi, la logica
dell’escalation adottata da tutti i governi coinvolti nella crisi li
ingolferà in una “dinamica del conflitto” di cui essi perderanno
progressivamente il controllo. Sarà piuttosto questa dinamica a
dominare i governi.
L’esito tragico potrebbe essere che,
sebbene nessuna delle parti voglia realmente arrivare a una guerra
aperta, la logica intimidatoria e l’assenza di un approccio diplomatico
porteranno prima o poi allo scontro.


0 commenti:
Posta un commento