venerdì 13 gennaio 2012



Un nuovo pericoloso conto alla rovescia – di cui le tensioni dello Stretto di Hormuz sono solo un sintomo – è cominciato nella crisi iraniana. A farlo scattare sono state le nuove sanzioni (le più dure mai decise da parte americana) approvate dal Congresso, e ratificate dal presidente Obama l’ultimo giorno dell’anno appena conclusosi.
Tale conto alla rovescia – salvo “incidenti” sempre possibili, vista la crescente tensione, che potrebbero far sfociare anticipatamente la crisi in un conflitto armato – si concluderà presumibilmente negli ultimi mesi della campagna elettorale americana. Il suo esito sarà una guerra con Teheran, oppure un ulteriore rinvio ai mesi successivi all’insediamento della prossima amministrazione USA.
A quel punto un nuovo conto alla rovescia avrà inizio, in un mortale circolo vizioso dal quale si uscirà solo quando un presidente americano deciderà di compiere una reale apertura diplomatica nei confronti di Teheran e di reinserire l’Iran nella comunità internazionale, oppure nel momento in cui la Repubblica islamica entrerà davvero in possesso di un’arma nucleare.
Le sanzioni appena approvate sono senza precedenti in quanto colpiscono qualsiasi paese che abbia transazioni economiche con la Banca centrale iraniana, escludendolo dal sistema finanziario americano, e dunque scoraggiano l’acquisto del petrolio iraniano a livello mondiale. A ciò potrebbe aggiungersi un embargo petrolifero da parte dell’Europa, che sarà deciso entro il 30 gennaio.
Anche se tali misure, ed il possibile embargo europeo, entreranno a pieno regime solo fra alcuni mesi, le sanzioni approvate in precedenza stanno già colpendo duramente l’economia iraniana.

LA SVOLTA AGGRESSIVA DI TEHERAN
Lo scorso mese di dicembre, il direttore della Banca centrale iraniana, Mahmoud Bahmani, ha ammesso che le condizioni imposte dalle sanzioni sono più dure di una guerra vera, aggiungendo che “dobbiamo essere pronti ad amministrare il paese come se fossimo sotto assedio”.
All’indomani del nuovo provvedimento punitivo adottato da Obama, la valuta iraniana (il rial) è crollata rispetto al dollaro. In Iran la gente sta perdendo fiducia nella propria moneta, e cerca di cambiare i propri risparmi in valute straniere o acquistando oro. Alcuni generi alimentari sono aumentati anche del 40% negli ultimi mesi.
Siccome l’economia iraniana dipende per il 60% dagli introiti derivanti dalla vendita del petrolio, sanzioni che colpissero il settore petrolifero (come quelle appena adottate) infliggerebbero un ulteriore colpo durissimo alla fragile situazione economica del paese.
Negli ultimi tre anni l’Iran ha subito una campagna di assassini mirati ai danni dei suoi scienziati, attacchi informatici e di altra natura alle sue installazioni nucleari, attentati nella regione del Sistan-Balochistan, e sanzioni sempre più dure contro la sua economia.
Fino a poco tempo fa Teheran aveva reagito semplicemente intensificando la propria propaganda antioccidentale, ma senza prendere alcuna misura concreta di rappresaglia.
Ultimamente, tuttavia, in poco più di un mese studenti iraniani hanno assalito l’ambasciata britannica a Teheran, le forze armate iraniane hanno compiuto imponenti esercitazioni militari, e la leadership della Repubblica islamica ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz.
A giudizio di numerosi analisti, questo atteggiamento di sfida segna una svolta nella posizione di Teheran. I governanti iraniani ormai considerano l’atteggiamento ostile degli USA e dell’Europa nei confronti dell’Iran come una politica che mira direttamente al cambio di regime, e cominciano a ritenere che uno scontro militare prima o poi sarà inevitabile.
La minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz rientra in questo contesto.

CHIUDERE LO STRETTO DI HORMUZ: UNA MINACCIA REALE?
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Circa il 20% delle forniture petrolifere mondiali passa quotidianamente attraverso lo Stretto, il che equivale a qualcosa come 17 milioni di barili al giorno. La chiusura di questo passaggio di enorme importanza strategica farebbe salire alle stelle i prezzi del greggio rischiando di danneggiare seriamente la già traballante economia mondiale.
La maniera più sicura per l’Iran di chiudere lo Stretto sarebbe quella di minare il canale, nel qual caso occorrerebbe almeno un mese agli Stati Uniti per localizzare e rimuovere le mine – secondo gli esperti.
Tuttavia, gli analisti ritengono improbabile che un’operazione del genere da parte iraniana non venga scoperta e bloccata per tempo.
In alternativa, l’Iran potrebbe lanciare un attacco di sorpresa con razzi e missili da crociera, sia contro le petroliere che attraversano lo Stretto, sia contro le basi americane situate sulla costa della penisola araba (a meno di 250 km dalla costa iraniana). Un’azione del genere avrebbe un potenziale altamente distruttivo, ma ovviamente scatenerebbe all’istante una guerra contro l’Iran.
Ma, al di là delle modalità “tecniche” per chiudere lo Stretto, un simile tentativo da parte di Teheran sarebbe “suicida” anche per ragioni economiche.
Mentre meno del 25% delle importazioni petrolifere americane provengono ultimamente dal Golfo Persico (una quantità che gli USA potrebbero rimpiazzare attingendo alle proprie riserve strategiche di petrolio), la Cina, che importa il proprio greggio soprattutto dall’Arabia Saudita e dallo stesso Iran, sarebbe pesantemente danneggiata da un’eventuale chiusura dello Stretto.
Teheran, dunque, nuocerebbe alla propria stessa economia, e si alienerebbe le simpatie del suo principale protettore all’ONU (insieme alla Russia).
Una chiusura dello Stretto da parte iraniana si può dunque ragionevolmente escludere allo stato attuale, tuttavia una simile eventualità non può essere a priori scartata come possibile “ultima risorsa” del regime di Teheran qualora esso si trovasse davvero con le spalle al muro.
Fra l’altro, il semplice fatto che una simile ipotesi esista fa sì che Teheran, mantenendo alta la tensione nella regione, sia in grado di far salire il prezzo del greggio (poiché molti paesi cercheranno di aumentare le proprie riserve strategiche di petrolio per non essere colti impreparati qualora dovesse “accadere il peggio”). Ciò, a sua volta, da un lato permette a Teheran di aumentare i propri guadagni riducendo in parte gli effetti negativi delle sanzioni, e dall’altro continua a rappresentare una “spada di Damocle” sul collo dell’economia mondiale.

ESCALATION MILITARE REGIONALE
A ciò si deve aggiungere la possibilità di “incidenti” non voluti: data l’elevata concentrazione militare nelle acque del Golfo – dove le forze armate iraniane (che hanno annunciato nuove massicce esercitazioni tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio) operano in prossimità della 5° flotta americana (di stanza in Bahrein), e dove dovrebbe giungere prossimamente anche la più sofisticata nave da guerra britannica unendosi alle forze del Regno Unito già presenti nell’area – il rischio di possibili provocazioni ed “errori” dall’esito imprevedibile non va sottovalutato, visto che episodi del genere si sono già verificati in passato.
Tutto ciò si inserisce in un contesto di crescente militarizzazione della regione: gli Stati Uniti hanno stipulato contratti del valore di decine di miliardi di dollari con i paesi arabi del Golfo, per la fornitura di armi sofisticate come aerei da guerra e bombe “bunker buster”, in grado di penetrare in profondità nel terreno e di distruggere obiettivi fortificati – una mossa vista da Teheran come un’ulteriore manovra di accerchiamento ai suoi danni.
Inoltre, migliaia di soldati americani stanno giungendo in Israele per quelle che dovranno essere le più imponenti esercitazioni militari congiunte mai compiute dai due paesi, da tenersi nella prossima primavera.
Secondo il sito di intelligence israeliano “Debka”, 9.000 soldati USA sarebbero già giunti nello Stato ebraico. Le forze americane stabiliranno nuove postazioni di comando in Israele, mentre le forze armate israeliane stabiliranno analoghe postazioni presso il quartier generale USA in Germania.
Sebbene funzionari israeliani abbiano definito simili operazioni come normale “routine”, non mancano gli analisti – e soprattutto gli osservatori iraniani – che ritengono che tali “esercitazioni” rappresentino un chiaro monito rivolto a Teheran, se non addirittura dei veri e propri preparativi difensivi in vista di un possibile attacco all’Iran.

LA GUERRA DELLE SANZIONI: UNA SCOMMESSA PERICOLOSA PER L’ECONOMIA MONDIALE

Ehud Barak 

Di pari passo con l’escalation militare si intensifica la guerra economica all’Iran.
In un’intervista alla CNN lo scorso mese di novembre, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak aveva ammonito che Israele avrebbe dovuto prendere una decisione rispetto a un possibile attacco all’Iran entro i prossimi sei mesi, perché gli sforzi iraniani volti a “sparpagliare e fortificare” le installazioni nucleari avrebbero presto reso del tutto inefficace un attacco militare.
Le minacce israeliane e il recente rapporto dell’AIEA sulla presunta deriva bellica del programma nucleare iraniano (che in realtà ha fornito prove traballanti e tutt’altro che decisive) hanno scatenato una nuova corsa alle sanzioni da parte di Washington, immediatamente imitata dall’Europa.
Basti pensare che ancora all’inizio di novembre funzionari americani avevano chiaramente affermato che l’ipotesi di colpire la Banca centrale iraniana non era fra quelle prese in considerazione. Neanche due mesi più tardi, questa ipotesi è divenuta realtà, con buona pace di coloro che temono che il provvedimento possa rivelarsi un boomerang in grado di aggravare la crisi economica mondiale.
La decisione di colpire l’istituto bancario nazionale iraniano, e di conseguenza il settore petrolifero del paese, si basa infatti sua una scommessa alquanto pericolosa: sottrarre all’Iran i guadagni petroliferi che contribuiscono all’80% dei suoi introiti in valuta pregiata senza far schizzare a livelli esorbitanti il prezzo del petrolio.
Nelle parole di Mark Dubowitz, direttore dell’americana Foundation for Defence of Democracies (un think-tank di area neocon che, secondo alcuni, rifletterebbe le idee del partito Likud del premier israeliano Netanyahu), si tratta di “colpire le vendite iraniane di petrolio senza terrorizzare i mercati”.
Impresa difficile, visto che l’Iran è il secondo maggior produttore dell’OPEC ed esporta oltre 2,5 milioni di barili al giorno, 450.000 dei quali vengono acquistati dall’Unione Europea, la quale costituisce per l’Iran il secondo mercato dopo la Cina.
Il piano europeo di “imitare” Washington imponendo un proprio embargo petrolifero all’Iran (una decisione definitiva in proposito dovrebbe essere presa il 30 gennaio) rischia di rivelarsi autolesionistico.
Paesi come l’Italia, la Grecia e la Spagna (ovvero alcuni fra gli Stati europei maggiormente colpiti dalla crisi economica) dipendono pesantemente dal petrolio iraniano (il nostro paese, in particolare, ricava dall’Iran il 13% delle sue importazioni petrolifere).
Rinunciare al petrolio iraniano comporterebbe per questi paesi la ricerca di fonti alternative, con un prevedibile aumento dei costi che andrebbe a gravare sui loro fragili bilanci. Per l’Italia vi è un problema aggiuntivo dato dal fatto che l’ENI ha un considerevole credito nei confronti dell’Iran, che Teheran paga in barili di petrolio.
E’ per questa ragione che il premier italiano Mario Monti ha recentemente messo le mani avanti affermando che un embargo petrolifero è concepibile solo se sarà graduale ed escluderà il pagamento dei debiti iraniani pregressi.
Tuttavia, paesi europei come la Germania e la Francia (per la quale il petrolio iraniano copre appena il 3% delle proprie importazioni) chiedono l’applicazione di un embargo in tempi stretti, ovvero in appena tre mesi.

INCERTEZZE E DIFFICOLTA’ ECONOMICHE PER MOLTI
US Treasury Secretary Geithner listens to opening statements before giving his testimony about regulatory reform in Washington. US Treasury Secretary Tim Geithner calls on China to strengthen yuan
  Tim Geithner

Al di là del progetto europeo di embargo petrolifero, le sanzioni americane contro la Banca centrale iraniana rappresentano un problema per molti paesi non europei.
La Cina e il Giappone – mete del viaggio del segretario al Tesoro americano Timothy Geithner, questa settimana, fra l’altro proprio per discutere della questione – sono i maggiori importatori di petrolio iraniano (acquistando rispettivamente il 22 e il 14% delle esportazioni di Teheran).
Vi è poi la Turchia, il cui commercio bilaterale con l’Iran è salito a 15 miliardi di dollari nei primi 11 mesi del 2011, ed è rappresentato in gran parte dagli acquisti energetici di Ankara (che coprono in particolare il 20% del fabbisogno turco di gas).
Altri importanti clienti di Teheran sono l’India e la Corea del Sud.
Sebbene Obama, proprio al fine di evitare eccessive tensioni economiche a livello globale, sia riuscito ad “ammorbidire” il progetto di legge presentato dal Congresso, facendo sì che le sanzioni più dure non vengano applicate prima di sei mesi ed introducendo delle deroghe per alcuni paesi, le nuove misure rischiano di creare incertezza sui mercati e di infiammare i prezzi petroliferi.
Se a ciò si aggiungono le summenzionate tensioni dello Stretto di Hormuz, appare chiaro che il sogno di fonti energetiche a buon mercato che faciliti la ripresa economica mondiale si allontana per tutti.
Sebbene l’Arabia Saudita (ostile a Teheran, e per la quale ancora una volta si prospettano affari d’oro) abbia promesso di coprire ogni eventuale maggior fabbisogno che dovesse essere determinato dalla crisi iraniana, la sua capacità di sovrapproduzione (la cosiddetta “spare capacity”) semplicemente non è sufficiente, secondo molti analisti.
E sebbene l’International Energy Agency (IEA) abbia perfino messo a punto un piano di emergenza per rimpiazzare il petrolio proveniente dal Golfo nel caso di una chiusura dello Stretto di Hormuz, ricorrendo alle riserve strategiche dei paesi che aderiscono all’organizzazione, questo semplicemente significa – come già accennato sopra – che la corsa a rimpinguare tali riserve contribuirà a far salire i prezzi.
In ogni caso gli analisti ritengono che l’Iran continuerà a vendere il suo petrolio malgrado le sanzioni, ma dovrà semplicemente spostare le sue esportazioni ancor di più verso i paesi asiatici.
Alcuni ritengono che difficilmente gli USA sanzioneranno paesi come Cina e India. L’Iran, dal canto suo, sta cercando di rimpiazzare il dollaro con le valute locali nelle sue transazioni con India, Cina e Giappone – e ultimamente ha adottato il rublo in alcune sue transazioni con la Russia, la quale ha dichiarato di non accettare le sanzioni unilaterali americane.
Ma questo non significa che Teheran non subirà grosse perdite. Per continuare a vendere, infatti, l’Iran dovrà offrire il suo petrolio a prezzi ribassati.
Recenti notizie indicano che Pechino avrebbe già tagliato di più del doppio le proprie importazioni petrolifere dall’Iran per i mesi di gennaio e febbraio, e starebbe mercanteggiando uno sconto per continuare a fare affari con Teheran.
Ma se i paesi asiatici potranno fare affari vantaggiosi con (e a scapito di) Teheran, gli indebitati ed energeticamente assetati paesi europei resteranno a bocca asciutta.

LA LOTTA IRANIANA PER SFUGGIRE ALLE SANZIONI: AHMADINEJAD IN AMERICA LATINA
Ahmadinejad
Teheran ha storicamente tentato di parare gli effetti più devastanti delle sanzioni rafforzando i propri rapporti economici con Pechino e Mosca, ma anche con i paesi limitrofi, dalla Siria, all’Iraq, alla Turchia, al Pakistan – e perfino con gli stessi paesi arabi del Golfo, teoricamente sospettosi nei confronti di Teheran (se non apertamente ostili all’ingombrante vicino iraniano).
L’Iran è ormai il secondo partner commerciale di Baghdad dopo la Turchia. Gli scambi commerciali fra i due paesi, attestatisi intorno ai 6 miliardi di dollari nel 2010, dovrebbero toccare i 20 miliardi entro i prossimi quattro anni, secondo i desideri di Teheran.
Ma, se le cose vanno bene con l’Iraq, lo stesso non si può dire per i rapporti iraniani con gli altri paesi vicini: il sanguinoso scontro che contrappone il regime di Damasco all’opposizione popolare rischia di far perdere a Teheran il suo più fidato alleato regionale; i rapporti con Ankara, ottimi solo qualche anno fa, rischiano di essere messi in discussione dalla stessa rivolta siriana, dalle sanzioni, e dal dispiegamento del sistema radar NATO nel sudest della Turchia; gli stretti legami commerciali con gli Emirati Arabi Uniti sembrano essere definitivamente in crisi, alla luce della recente notizia del blocco iraniano delle importazioni dagli Emirati, dopo l’allineamento di questi ultimi alle sanzioni di Washington.
E’ proprio nel contesto del crescente isolamento regionale ed internazionale di Teheran che va letto il viaggio del presidente iraniano Ahmadinejad, questa settimana, in America Latina.
Le tappe di tale viaggio includono Venezuela, Nicaragua, Cuba ed Ecuador, cioè alcuni fra i paesi sudamericani più ostili a Washington in quello che era un tempo il “giardino di casa” degli Stati Uniti.
Tuttavia, diversi analisti hanno fatto osservare che, al di là del valore propagandistico di tale viaggio, che permette ad Ahmadinejad di presentarsi come uno dei leader di punta del “fronte anti-imperialista” mondiale, vi è poca sostanza.
Malgrado gli ottimi rapporti di amicizia che legano questi paesi all’Iran, sotto il profilo economico le relazioni sono poco consistenti. I progetti annunciati da Teheran in America Latina negli anni passati sono spesso scomparsi nel nulla. Ma soprattutto, rispetto al tour compiuto dal presidente iraniano in Sudamerica nel 2009, spicca l’assenza di Brasile e Argentina – ovvero delle due principali potenze economiche del continente – fra le tappe del viaggio odierno, cosa che segnala un raffreddamento dei rapporti con questi due paesi.
In conclusione, al di là dello scopo propagandistico, l’obiettivo principale di Ahmadinejad in questo viaggio è, secondo molti, quello di cercare opzioni finanziarie per eludere le sanzioni USA, in particolare attraverso il sistema bancario venezuelano dell’amico Hugo Chávez.

L’ESCALATION PORTA ALLA GUERRA
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Sadam Hussein
Sia il viaggio sudamericano di Ahmadinejad che l’atteggiamento aggressivo dell’Iran nel Golfo Persico indicano che i governanti iraniani sono sempre più preoccupati dell’impatto che le sanzioni stanno avendo sul paese. Esse stanno riducendo enormemente la capacità iraniana di accedere ai mercati finanziari globali, stanno facendo aumentare l’inflazione e la disoccupazione, e stanno creando gravi carenze di alcuni generi di importazione.
Come hanno sottolineato anche alcuni osservatori occidentali, per l’Iran l’imposizione di sanzioni che mettono a repentaglio gli introiti petroliferi (ovvero la principale fonte di entrata dello Stato iraniano) equivale a un atto di guerra.
Geneive Abdo, esperta americana di affari iraniani, ha scritto che i vertici iraniani si stanno preparando a un attacco militare che secondo loro inevitabilmente colpirà il paese, forse ancor prima delle presidenziali americane, coinvolgendo probabilmente la popolazione oltre alle installazioni nucleari.
Allo stesso tempo, l’accresciuta pressione economica e militare nei confronti del regime probabilmente avrà l’effetto di ricompattare il fronte interno iraniano e servirà da utile pretesto per giustificare la repressione del dissenso.
Dunque, chi spera che l’inasprimento della pressione nei confronti di Teheran porterà a un “ripensamento” del regime, o addirittura ad un suo crollo, probabilmente si illude, come ha dimostrato in passato il regime di Saddam Hussein, sopravvissuto a più di dieci anni di embargo durissimo.
Come ha scritto Trita Parsi, un altro esperto iraniano-americano, l’imperativo di Teheran è quello di rispondere alla pressione con la pressione, “all’escalation con l’escalation”. Assisteremo dunque ad ulteriori esercitazioni militari da parte iraniana, a possibili provocazioni, e forse ad “incidenti intenzionali” contro obiettivi strategici nella regione.
Secondo Parsi, la logica dell’escalation adottata da tutti i governi coinvolti nella crisi li ingolferà in una “dinamica del conflitto” di cui essi perderanno progressivamente il controllo. Sarà piuttosto questa dinamica a dominare i governi.
L’esito tragico potrebbe essere che, sebbene nessuna delle parti voglia realmente arrivare a una guerra aperta, la logica intimidatoria e l’assenza di un approccio diplomatico porteranno prima o poi allo scontro.
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