lunedì 16 gennaio 2012



Francesco Piccioni
Standards&Poor's dopo il declassamento di 9 paesi europei ne spiega le ragioni: sbagliate le politiche mirate solo a ridurre il debito. I consumatori smetteranno di comprare. La zona euro ha il 40% di possibilità di entrare in recessione nel 2012.

Francesco Piccioni -
Ma non è che Standard&Poor's sia diventata improvvisamente marxista? Non c'è pericolo, ovviamente, ma nel mondo rovesciato in cui siamo abituati a vivere - qui in Italia - qualcuno potrebbe persino cominciare a pensarlo. Nella conferenza stampa di ieri, infatti, il direttore generale della potente quanto controversa agenzia di rating statunitense ha spiegato chiaramente che la raffica di downgrading contro ben 9 dei 17 paesi europei presi in esame ha in realtà un obiettivo solo: l'idiozia delle politiche con cui l'Europa ha fin qui affrontato la crisi finanziaria. Troppo sbilanciate su un unico pilastro: il «rigore nei conti pubblici», univocamente orientate alla riduzione del debito.

Ma nessun asino - fondamentalmente i lavoratori dei vari paesi, chiamati a far sacrifici durissimi - può davvero assumere su di sé per così tanto tempo un carico tanto gravoso senza, prima o poi, stramazzare. Ovvero smettere di consumare, comprare, vivere, curarsi, ecc. E se non c'è più chi compra nei paesi «ricchi» (saremmo noi, ma ce lo stiamo dimenticando), il circo globale rischia di smettere di girare. Insomma: senza «crescita vera» (economica, in qualche misura anche sociale, di circolazione, di spesa complessiva - pubblica e privata), non se ne viene fuori.
Un attacco frontale alla linea seguita fin qui dalla Germania, e subita con molti mugugni francesi e qualche borborigmo reazionario in casa nostra, ma in più occasioni applaudita con modalità suicide dal gotha «democratico».

Vediamo i dettagli. L'economia della zona euro, secondo Moritz Kraemer, ha un 40% di possibilità di entrare in recessione quest'anno, con una contrazione stimata per ora all'1,5%. La «delusione» più recente è dipesa dalle scelte della Banca Centrale Europea (Bce) da cui S&P si attendeva un incremento degli acquisti - sul mercato secondario - dei titoli di stato dei paesi in difficoltà, come Spagna e Italia, soprattutto. In questo modo sarebbe stato sostenuto il valore di questi titoli, contenuti gli spread e anche il valore patrimoniale di molte banche.

Invece è avvenuto il contrario: la Bce ha comprato di meno, su pressione dei membri tedeschi dell'istituo di Francoforte, e i valori hanno ripreso a scendere in modo preoccupante. L'Italia, una volta tanto, non è l'unico problema in città. Certo, la sua situazione non è buona - spiega S&P - ma con Monti la politica italiana «è profondamente cambiata» (sostituita, potremmo aggiungere). Tuttavia, quel che ha fatto fin qui «non è sufficiente a superare i venti contrari».

Venti terribili, che stanno travolgendo anche la più solida e orgogliosa Francia. La quale richia un altro taglio del rating «se la sua economia dovesse peggiorare». Ma non c'è fretta: Spagna e Italia restano per ora al centro del mirino. E il motivo è semplice: sono i due paesi più grandi, dopo l'«asse carolingio» e, se dovessero avere necessità di rifinanziamento del debito pubblico, il «fondo salva-stati» fin qui creato (tra i 440 e i 500 miliardi) sarebbe assolutamente insufficiente.

In questo scenario appare quasi secondario che l'Istituto di finanza internazionale (Iif) - che rappresenta i debitori privati della Grecia - abbia sospeso i negoziati per la ristrutturazione del debito di Atene, nonostante una riduzione nominale davvero inconsueta delle quotazioni dei titoli di stato da loro detenuti: il 50%. Qui non si è vista traccia di interventi da parte della Bce, e S&P lo fa notare. Non perché si aspettasse un ruolo sostitutivo e improprio, ma per l'evidente assenza di altri strumenti «operativi» sul campo. Detto infatti del «fondo salva-stati» (di cui sembra pacifico doversi attendere a breve un abbassamento del rating, visto che solo quattro paesi finanziatori godono della «tripla A»), non resta molto. E quindi «la Bce può e deve fare di più».
La pressione evidente è per traformarla rapidamente nel «prestatore di ultima istanza» che i mercati pretendono ci sia, ma che la Germania non vuole essere. Nessun altro paese, infatti, ha in questo momento la forza e la credibilità - non diciamo di sostituire - di affiancare Berlino in questo ruolo. Tantomeno lo hanno le istituzioni sovranazionali europee, sul piano finanziario.

È noto che la Merkel preferirebbe di gran lunga un intervento del Fondo monetario internazionale (Fmi), che permetterebbe di diluire la quota di esposizione tedesca e non cambiare la natura (e lo Statuto) della Bce. Ma non è che Christine Lagarde, direttrice del Fmi, sia così disponibile (la composizione di capitali del fondo coinvolge molti paesi extraeuropei, a partire dagli «emergenti», parecchio critici con la Ue).
In questo sommovimento, paradossalmente, chi ne esce rafforzato a livello continentale è proprio Mario Monti. Per lui S&P ha parole di miele. Anzi, minaccia che l'eventuale «opposizione di lobby e interessi particolari», tali da bloccare il varo di ulteriori «riforme», potrebbe presto far precipatare all'inferno il già scadente «rating» nazionale.

Monti naturalmente lo sa e vuole accelerare. Fuori d'Italia si limita a suggerire un'«Europa più forte», ma soprattutto una Bce più autonoma (da Berlino). Qui da noi, invece, pretende un via libera incondizionato a una ristrutturazione delle relazioni industriali, oltre che degli assetti corporativi di molte professioni, tali da lasciare il lavoro senza alcuna difesa organizzata e autonomia sociale. È qui che le mosse di Monti non combaciano più di tanto con quelle sperate anche da Standar&Poor's. Perchè uscendo dalle «formulazioni di principio», si deve scendere nei dettagli. E lì vengono fuori diavoli di ogni dimensione. Tutti liberisti.
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