martedì 10 gennaio 2012

di Giulietto Chiesa
http://www.giuliettochiesa.it
 
Il 2 gennaio 2012 circa 100 mila ungheresi sono scesi in piazza per protestare contro la nuova Costituzione che è entrata in vigore proprio quel giorno.
Come i "Ragazzi della Via Paal" si sono avviati a una battaglia già perduta, e i cui effetti si faranno sentire, drammaticamente, nei mesi a venire.
È uno degli avamposti sperimentali dove la crisi europea sta arroventandosi e nei quali non è al momento possibile immaginare esiti e sviluppi.

Un parlamento nelle mani del Premier Viktor Orbán, e del suo partito personale, ha modificato radicalmente, avvalendosi di una schiacciante maggioranza, la legge fondamentale dello Stato ungherese. La nuova Costituzione aumenta il controllo del governo sulla Coste Costituzionale, rea di avere contestato il quasi completo controllo sui mass media da parte del governo. Ma è solo uno dei passaggi più inquietanti della svolta impressa da Orbán. L'altro consiste nell'introduzione di Dio nell'ordinamento giuridico ungherese, le cui leggi, in qualche modo, avranno dunque carattere divino per decisione parlamentare.
Il 23 dicembre 2011, con un altro colpo di mano, la maggioranza parlamentare ha approvato una nuova legge elettorale che riduce il numero dei parlamentari, modifica i distretti, aumenta le firme da raccogliere per ogni candidato, consente per la prima volta il diritto di voto agli ungheresi residenti all’estero: un insieme di misure (alcune delle quali ben note agli italiani, che le hanno già sperimentate sulla propria pelle) che garantiranno la vittoria al partito di Viktor Orbán, Fidesz. Ma altri provvedimenti sono già stati approvati, in connessione con questo "cambio di marcia" autoritario: da oggi i membri dell'ex partito comunista ungherese (molti dei quali sono oggi parte del partito socialista) potranno essere perseguiti retroattivamente per "crimini comunisti" commessi prima del 1989, anno della caduta del famoso "Muro". E, con somma gioia del partito di estrema destra Jobbik, alleato anch'esso di Orbán, viene modificato lo statuto degli ungheresi all'estero, rimettendo in discussione niente meno che il Trattato del Trianon, successivo alla prima guerra mondiale, in cui l'Ungheria venne privata di quasi i due terzi del suo antico territorio nazionale, per punizione avendo partecipato al conflitto dalla parte delle potenze centrali. Questo significherà, in breve tempo, un aggravamento delle relazioni tra l'Ungheria di Orbán e i paesi confinanti, dove sono rimaste, senza mai poter trovare pace, importanti minoranze ungheresi. In particolare in Romania e Serbia.

Fin qui la questione riguarda rigurgiti di nazionalismo e pulsioni xenofobe, revansciste, antilibertarie, antidemocratiche. Ma Orbán è qualcosa di più complicato. La sua maggioranza ha approvato anche una nuova legge che richiede una maggioranza dei due terzi per modificare il sistema fiscale esistente. Provvedimento che deve essere letto come una vera e propria sfida all'Unione Europea e alla sua Banca Centrale, perché conferisce al parlamento nazionale il potere di limitare la legislazione europea, fino al punto da impedirne l'attuazione sul territorio ungherese. A conferma di tutto ciò, Orbán ha approvato il nuovo statuto della Banca Nazionale di Ungheria, che riduce drasticamente la sua indipendenza, ponendo la banca sotto il controllo diretto del governo.

Al doppio uppercut di Budapest ha fatto seguito la rappresaglia dei potenti europei.

Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea, impegnati in negoziati senza costrutto da mesi, hanno interrotto seccamente ogni contatto. È guerra aperta tra Unione Europea e Ungheria, che di essa è membro a tutti gli effetti. È del tutto evidente che la delegazione dell'Unione Europea e quella del Fondo Monetario Internazionale hanno eseguito un ordine, il cui obiettivo è quello di creare le condizioni per costringere alle dimissioni Viktor Orbán. L'offensiva è scattata in modo coordinato, concentrato sulle misure antidemocratiche introdotte da Orbán. Si sono pronunciati in tal senso la commissaria europea per i diritti umani, Viviane Reding; una risoluzione del Parlamento europeo a dura condanna della svolta autoritaria del governo ungherese, dichiarata incompatibile con i principi dell'Unione; un’analoga presa di posizione del Consiglio d'Europa e un'altra della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa; un pronunciamento della Commissione di Venezia, quella che segue i mass media.

Da oltre oceano sono giunte, puntuali, le reprimende del Dipartimento di Stato Usa e del segretario generale dell'ONU. Dunque Viktor Orbán è stato proclamato urbi et orbi peggiore nemico, perfino peggiore di Silvio Berlusconi, anche senza bunga bunga.

L'ultimatum del FMI è stato, per ora, l'acme. Dopo interverranno le agenzie di credito, il mercato, per punire gli ungheresi che hanno portato al potere il nemico. Le imponenti manifestazioni di massa, anch'esse senza precedenti dalla fine del regime socialista, indicano l'inizio di una rivolta interna, che potrebbe presto coniugarsi con la pressione dall'esterno.

Siamo dunque, con tutta evidenza, di fronte a un test inedito. L'Ungheria sta per diventare un laboratorio sperimentale dove si produce un composto chimico esplosivo.

Uno degli sbocchi possibili è un terzo colpo di stato legale, dopo quelli che hanno portato al potere Lucas Papademos in Grecia, e Mario Monti, in Italia. Si tratterebbe di vedere se, in questo caso, si troverà un uomo di Goldman Sachs anche per l'Ungheria. In caso si potrà chiedere consiglio a George Soros, che è di quelle parti.

Ma non è detto che finisca così. Per lo meno non subito. La miscela è difficile da maneggiare per chiunque: un intervento dall'esterno in favore della "democrazia bancaria" europea, contro il governo autoritario, nazionalista, reazionario di Orbán (che rappresenta però, al tempo stesso, la sovranità nazionale, monetaria, dell'Ungheria odierna e la maggioranza parlamentare espressa dalla popolazione), oppure la vittoria dell'autarchia nazionale, l'uscita dall'Unione Europea (e dall'Europa tout court), una politica indipendente del fiorino, la riapertura del contenzioso successivo al Trattato del Trianon, riaprendo il vaso di Pandora delle minoranze magiare che hanno abitato fuori dal territorio della repubblica ungherese.

In altri termini: o dominio tecnocratico europeo o dominio reazionario interno: ecco ciò che attende l'Ungheria. Non il "popolo" ungherese che, al momento attuale, è nettamente in maggioranza assoluta favorevole alla seconda ipotesi. L'opinione pubblica democratica (striata in diverse correnti, tra cui quelle variamente sostenute da Bruxelles e dagli USA), rappresentata dai 100 mila che si sono riuniti attorno al palazzo dell'Opera, dovrà scegliere tra questi due mali.

Ma il popolo ungherese non ha delegato nessuno (che non siano i suoi eletti) a decidere per suo conto l'ordinamento del paese. Dunque "costruire una democrazia occidentale europea" contro la maggioranza della gente potrebbe essere una decisione (sicuramente esterna, sicuramente simile a un golpe) esattamente speculare a quella imposta dai sovietici dopo la loro vittoria nella seconda guerra mondiale. Sappiamo come finì, nel 1989. Non ci fu sangue nelle strade di Budapest, perché il regime si arrese. Queste due varianti che si annunciano, l'una contro l'altra, non sembrano così disposte a rinunciare al bottino senza combattere.
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