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| Vicenç Navarro
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| Tradotto da Alba Canelli | ||
Una
teoria che è stata promossa da importanti ambienti finanziari, come il
Fondo Monetario Internazionale (FMI), è quella sviluppata da due dei
suoi economisti, Ken Rogoff e Carmen Reinhart, sorprendentemente
definiti in un recente articolo come "nuovi guru dell' economia",
i quali sostengono che le recessioni causate da crisi finanziarie
devono essere risolte lentamente dopo molti anni di ripresa lenta e
dolorosa. Nei loro scritti, questi autori sottolineano i termini lenta e dolorosa.
La promozione di questa teoria da parte del FMI e la sua accettazione
nei mezzi di comunicazione finanziari ed economici neoliberali, si
spiega nel fatto che, discolpa le politiche pubbliche responsabili
dello scarso recupero delle economie europee e, più in particolare,
quelle dei paesi sprezzantemente definiti come PIIGS (Portogallo,
Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), suini in inglese.

Il problema di questa teoria è che facilmente si è dimostrata essere sbagliata. Cioè, ci sono prove per invalidano la sua tesi. Prendiamo, per esempio, quello che è successo in Argentina. Questo paese ha avuto un'enorme crisi finanziaria, dovuta in parte al fatto che il valore della sua valuta era fissato in euro (scusate, volevo dire in dollaro USA). Questa parità l'aveva portata ad avere un debito di 95.000 milioni di dollari. Era il discepolo prediletto del Fondo Monetario Internazionale, applicando le ricette di tale istituzione e raggiungendo un livello di debito impossibile da sostenere.
Quindi, contro il volere del FMI e con grande ostilità da parte di
questa istituzione, alla fine del 2001, il governo argentino ha deciso
di abbandonare l'ancoraggio al dollaro e non pagare il debito al prezzo
fissato dal FMI. Il sistema finanziario argentino è crollato e tutte le
profezie predicevano che l'Argentina sarebbe entrata in recessione - a
livelli di depressione - per molti, molti anni. Fin qui la teoria di
Rogoff e Reinhart.
I dati, tuttavia, mostrano l'errore di quegli autori. E' vero che l'economia argentina diminuì nella prima metà dell'anno.
Ma recuperò ben presto, e in tre anni il livello di attività economica
e la crescita erano già identiche a quelle del periodo pre-recessione.
Parte della soluzione fu quella di recuperare la propria moneta e una
propria autonomia fiscale, garantita dalla propria Banca Centrale.
Inoltre, non pagò il debito pubblico ai livelli richiesti, svalutandolo notevolmente. Tutto
questo gli ha permesso di recuperare rapidamente, raggiungendo uno dei
livelli di crescita economica più accentuati in America Latina, il
doppio del Brasile, per esempio.
Questa crescita ha avuto un impatto attraverso politiche pubbliche
redistributive, per migliorare il benessere delle masse popolari.
La povertà e la povertà estrema sono state ridotte di due terzi dal
2002. La spesa pubblica sociale è triplicata nel periodo 2002-2010. E
nel 2009, sviluppò un programma di trasferimenti pubblici all'infanzia,
che ha riguardato 3,5 milioni di bambini, diventando il programma di
riduzione della povertà infantile più ambizioso dell'America Latina. La
disuguaglianza è diminuita. Nel 2001 i super-ricchi (il 5% del reddito
superiore) avevano un reddito 32 volte quello dei poveri (il 5% di
reddito inferiore). Nel 2010 era 17 volte.
E' vero che l'inflazione era troppo elevata, anche per gli
standard dell'America Latina. Un 20-25% all'anno. Bene, ora se i salari
aumentano più dell'inflazione (come sta avvenendo) e la protezione
sociale, continua a ridurre le disuguaglianze, l'impatto di tale
inflazione è meno dannoso di quello che sembra. Inoltre,
quest'inflazione può e deve essere abbassata, ma non può essere usata
per negare le grandi conquiste dell'Argentina, il che spiega l'ampio
sostegno popolare al proprio governo, ampiamente rieletto alle ultime
elezioni (The Argentina Success Story and its implication. Center for Economic and Policy Research. 2011)
Per valutare l'esperienza argentina dovrebbe essere confrontata
con ciò che sarebbe successo se non avesse cambiato le sue politiche.
Come previsto da Reinhart e Rogoff, sarebbe stata per lungo tempo
(dieci o quindici anni) in una ripresa lenta e dolorosa. Invece, ha
recuperato ed è cresciuta rapidamente, distribuendo in modo più
uniforme la ricchezza prodotta in questi anni.
La Spagna non è l'Argentina. Ma è importante studiare la
possibile rilevanza di quell'esperienza per la Spagna. Lasciare l'euro
non sarebbe la mia prima proposta per uscire dalla crisi.
Penso che sia meglio iniziare a trasformare l'architettura dell'Unione
Europea e dell'Eurozona con la costituzione di una Banca Centrale (la
Banca Centrale Europea non è una banca centrale, per paradossale che
sembra: in realtà è una lobby della banca), un Dipartimento Tesoro ed
altre misure, tra cui la democratizzazione delle istituzioni
dell'Unione Europea volta a costruire gli Stati Uniti d'Europa. Ma temo
che il dominio neoliberista della struttura del governo dell'Eurozona e
dell'Unione Europea impedisce questo sviluppo, in questo caso la
situazione insostenibile attuale si perpetuerà (che è ciò che vuole il
capitale finanziario).

Rivolta in Ungheria contro l'Unione Europea il 14 gennaio 2012
Così, tutte le alternative devono essere considerate, compresa
l'uscita della Spagna (e di Grecia, Portogallo, Irlanda e anche
dell'Italia, se lo si desidera) dall'euro. La sua permanenza nell'euro,
senza fare riforme mirate, significherà la Grande Depressione per
milioni di cittadini di questi paesi. Inoltre, la discussione di questa
possibilità - di uscire dall'euro - faciliterebbe la mano della Spagna
nei negoziati con il governo Merkel e Sarkozy, dal momento che questa uscita è l'ultima cosa che vogliono tali governi, giacchè significherebbe il crollo delle loro banche.
Da ciò deriva l'urgenza di avviare il dibattito sull'uscita dall'euro
della Spagna, dal momento che l'assenza di questo dibattito sta
impoverendo il nostro paese.
Per concessione di Vicenç Navarro
Fonte: http://www.vnavarro.org/wp-content/uploads/2012/01/salirse-del-euro-como-alternativa.pdf
Data dell'articolo originale: 13/01/2012
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6629
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