sabato 18 febbraio 2012


di ERNESTO CERNEAZ

C’è chi sta meraviglia, ma era tutto previsto dagli economisti di scuola austriaca, che non solo han detto che la crisi del 2009 era solo l’inizio della fine di un sistema immorale e fondato sul debito, ma sostenevano anche che i contraccolpi causati dal continuo interventismo statale sarebbero stati ferali. Puntuale la conferma : “Nell’anno della crisi sovrana gli italiani danno e chiedono sempre meno ai loro istituti. Solo 25 miliardi di contributo dai privati alla raccolta bancaria (-80% su base annua), di cui solo 6 dai depositi. Per contro, nel quarto trimestre 2011 la domanda di credito per investimenti fissi è crollata: meno 50%, peggio che dopo il crac Lehman”.
Siamo nell’epoca delle vacche magre, l’impoverimento inizia dall’evaporazione del risparmio e dove non c’è risparmio, non c’è capitalismo sano, quello vero.
Nel luglio del 2011,  la Confcommercio fotografava così l’Italia: “Il risparmio delle famiglie è crollato negli ultimi vent’anni del 60% mentre il mattone si conferma il bene rifugio per eccellenza”. Il carico da unidici lo aggiungeva l’Istat, che aveva inserito tra i poveri ben 8 milioni di cittadini.
Dal 1990 ad oggi, il risparmio complessivo delle famiglie italiane si è ridotto di circa 20 miliardi di euro. “Se all’inizio del periodo per ogni 100 euro di reddito se ne risparmiavano 23 – si leggeva nello studio dell’associazione di cui sopra – oggi le famiglie riescono a metterne da parte meno di dieci. Nello stesso periodo con un reddito disponibile stagnante e sostanzialmente invariato dal 1990 al 2010, il risparmio annuo pro capite, in termini reali, si è ridotto di quasi il 60% (circa 4.000 euro nel 1990, 1.700 euro nel 2010); un terzo delle famiglie italiane ritiene l’investimento in immobili la principale forma di utilizzo – soprattutto a fini cautelativi – del surplus monetario”.
Povera Italia, paese in via di sottosviluppo e sulla strada già percorsa dalla Grecia.
Tutta colpa di 4 lustri di governi infami, vissuti sul deficit e sull’aumento dell’imposizione fiscale, oggi la più alta del mondo. Una sequela di demenziali finanziarie, da Visco a Tremonti, passando per Padoa Schioppa fino ad arrivare all’attuale presidente del Consiglio.
Rispetto a venti anni fa, questo paese avrebbe bisogno di maggiore risparmio e invece le condizioni economiche non lo consentono. La gravità della stagnazione dei redditi nel periodo pre-recessione e la profondità della caduta dei redditi durante la recessione del biennio 2008-2009 si vedono meglio, dunque, attraverso la lettura delle statistiche sul risparmio rispetto a quanto emerge dalle valutazioni sulle dinamiche dei consumi.
Di risparmio ce n’é parecchio in giro, si tratta di quello accumulato dai nostri nonni e padri, che oggi è il vero ammortizzatore sociale disponibile per i giovani, ma è anche il bottino che lo Stato ha deciso di rapinare, soprattutto con la legge che qualche buontempone ha denominato “salva-Italia”. Perché quella montagna di soldi (pari a 4 volte il valore del debito pubblico) è ambitissima dai padroni del vapore.
A fronte di una “caduta impressionante della raccolta di risparmio, passata da da 130 a 24 miliardi”, di una riduzione drastica delle richieste di prestiti, di imprese ferme al palo e con problemi di credito, di un aumento senza eguali del costo del denaro per aziende e famiglie (nonostante Draghi continui a regalare euro ai suoi amici banchieri) e di un boom senza precedenti dei crediti non restituibili” è difficile vedere un futuro roseo.
Come è già accaduto in Grecia, anche dall’Italia i capitali han preso il volo, nel tentativo di sfuggire all’inferno fiscale in cui ci hanno costretti. A ciò si aggiunga che dall’estero nessuno è così balordo da venire ad investire i propri denari in questo paese. Avran letto il sommo poeta che secoli fa ammoniva “lasciate ogni speranza voi che entrate”.
A breve, il conto vero sarà servito. L’Italia è un esperimento fallito, senza vie d’uscita pagheremo tutto, pagheremo caro.
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