lunedì 23 aprile 2012

di Fabio Manca

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«Scusi, se io che sono la figura apicale del più grande sindacato italiano guadagno 2500 euro al mese perché un consigliere regionale deve incassarne 12 mila?». L'esempio di Enzo Costa, segretario regionale della Cgil («ma parlo a titolo personale»), 166 mila iscritti in Sardegna, è un punto di partenza interessante per sviluppare un ragionamento attorno a due dei dieci referendum per i quali si voterà il prossimo sei maggio: quello che si propone di abrogare l'articolo 1 della legge regionale del 7 aprile 1966 che stabilisce che «l'indennità spettante ai membri del Consiglio regionale della Sardegna... sono stabiliti ... in misura non superiore all'ottanta per cento di quella...dei parlamentari» e quello che chiede ai sardi se sono favorevoli «alla riduzione a cinquanta del numero dei componenti del Consiglio regionale della Regione».
Chi si oppone ai referendum «populistici» sostiene che fare bene la politica ha un costo e aggiunge che tagliare eccessivamente le indennità equivarrebbe a consentire di farla solo a un'élite ricca e poco sensibile alle istanze delle fasce più deboli. Chi li sostiene evidenzia che «la politica, che chiede immensi sacrifici alla gente normale, se vuol essere credibile deve essere la prima a fare i sacrifici» (Pierpaolo Vargiu, Riformatori).

I TAGLI
  È vero che negli ultimi anni c'è stato un taglio del 20%. Solo nel 2011 i compensi sono stati ridotti di un importo tra 11.044 euro e 12.844 euro a seconda del luogo di residenza del consigliere regionale. Considerate le altre sforbiciate alle indennità di carica e ai fondi ai gruppi (sull'uso dei quali è in corso un processo a carico di alcuni consiglieri) il Consiglio regionale nel 2011 ha risparmiato 1,3 milioni di euro. Ma i compensi dei consiglieri regionali sardi restano i secondi più alti d'Italia, secondi solo a quelli della Lombardia e distanti da quelli degli onorevoli dell'Emilia Romagna che, tutto compreso, non arrivano a seimila euro.
LE INDENNITÀ 
Una goccia nel mare, secondo i referendari. Considerato che, nonostante i tagli, un consigliere regionale sardo continua a guadagnare più dei colleghi delle altre regioni. Ha una busta paga base di 11.059 euro netti al mese che può crescere sino a 14.347 a seconda della carica che si ricopre. La retribuzione è composta dall'indennità base (3452 euro), dalla diaria base (3503), da un rimborso forfetario per spese inerenti il rapporto eletto ed elettori (3.352), da un contributo annuale per spese di aggiornamento professionale (9.026) e da un rimborso forfetario (1050 euro) per i consiglieri che abitano a oltre 35 chilometri da Cagliari.
PRODUTTIVITÀ IN AUMENTO
Stipendi ritenuti da molti eccessivi in un'Italia travolta dalla crisi e ormai intollerante verso i partiti, ritenuti i principali responsabili del tracollo nazionale. Vero è che rispetto al recente passato gli onorevoli hanno lavorato di più (449 ore tra i banchi contro le 272 del 2010) e approvato più leggi (27). Facendo la media, poco più di un'ora al giorno. Non abbastanza, secondo chi pensa che il punto decisivo sia rendere la politica più efficiente e onesta.
LE SUPER PENSIONI 
 E a placare la sete di vendetta del cittadino-vittima non è bastata nemmeno l'eliminazione (dalla prossima legislatura) del vitalizio che i consiglieri maturavano dopo due anni sei mesi e un giorno di frequentazione di aula e commissioni. Un altro privilegio intollerabile per chi per maturare un assegno da fame deve lavorare per 35 anni.
IL TAGLIO DEI CONSIGLIERI 
Poi c'è il quesito sul taglio dei seggi. La Sardegna è tra le regioni che hanno più consiglieri regionali in rapporto alla popolazione: 80. Uno ogni 20.600 abitanti mentre la Lombardia, per dire, ne ha uno ogni 120.000. Il Movimento referendario propone di ridurli a 50 portando, dunque, il rapporto a uno a 33.000.
IL SÌ DEL SENATO 
In questo caso il quesito potrebbe essere già superato perché il Senato - dopo che il consiglio regionale ha approvato una proposta di legge nazionale - ha approvato all'unanimità il disegno di legge costituzionale che riduce il numero di consiglieri da 80 a 60. Ora è necessaria, entro sei mesi, la seconda lettura alla Camera.

EQUILIBRIO TERRITORIALE 
I referendari restano convinti che serva comunque un pronunciamento degli elettori per evitare che i deputati «dimentichino» il secondo passaggio. Si tratta di capire come la volontà di tagliare 30 seggi si possa coniugare con la manifestata esigenza di salvaguardare la rappresentanza territoriale. Due concetti apparentemente contraddittori. Claudia Zuncheddu (Sardigna libera) evidenzia un altro nodo: si chiama diritto di tribuna: «Se riduciamo i seggi i piccoli partiti saranno spazzati via». Sarebbe, insomma, come innalzare enormemente la soglia di sbarramento.


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