sabato 7 aprile 2012


Attilio Pinna


Recentemente il Consiglio regionale della Sardegna ha approvato un ordine del giorno che mette in discussione la permanenza della Regione sarda nello Stato italiano. Al fine di dare un giudizio sulla vicenda, occorre partire da una considerazione: la crisi europea e italiana odierna è legata ai debiti degli Stati sovrani e si estende ad uno scontro tra interessi economico-finanziari che coinvolge tutto il pianeta. Questo dato ha l'effetto di riperimetrare i confini delle sovranità nazionali, restringendoli, e mettendone in crisi molti aspetti, che vanno dalle consuetudini sociali e culturali, ai governi. E', insomma, un processo i cui tempi e ritmi sono determinati dai mercati finanziari di tutto il mondo. In questa crisi ci siamo entrati, ma l'uscita, che è tutta da conquistare, va individuata anche in nuove architetture costituzionali, che rivedano gli assetti dei grandi Stati sovrani come l'Italia. 


Mi sembra che la battaglia sovranitario-statuale del Consiglio regionale della Sardegna voglia andare in questa direzione, che è quella La grave recessione che attraversa il Pese, che si ripercuote in maniera esponenziale sulla Sardegna, è dovuta anche al fatto che, fino ad oggi, i governi che si sono succeduti nel tempo hanno individuato nell'aumento della pressione fiscale lo strumento per far quadrare i bilanci. Questo gioco al rialzo prosegue ininterrottamente dalla nascita della Repubblica e, a partire dalla fine degli anni ottanta , ha immobilizzato il Paese. Nello stesso tempo, allo scopo di ampliare il consenso, i governi hanno alimentato a dismisura il debito e la spesa pubblica, dando vita ad una spirale che ha prodotto la crisi. Per rilanciare il Paese e per favorire la crescita, in realtà, occorre creare delle condizioni affinchè chi produce ricchezza possa avere ossigeno, e quest'ossigeno non può che derivare da una notevole riduzione della pressione fiscale e da una riqualificazione della spesa pubblica.

Alcuni analisti sostengono che l'evasione fiscale, più diffusa al Sud (considerando impropriamente Sud anche la Sardegna)che al Nord, avrebbe favorito una crescita economica nelle regioni del Mezzogiorno. Io sono del parere, invece, che la crisi, nelle regioni dell'Italia meridionale e in Sardegna, si percepisca meno, in termini numerici, in parte perchè una certa dose di sommerso, che pure c'è, la rende , sotto il profilo imprenditoriale, ovviamente, meno evidente, e, in parte, perchè le regioni del Sud erano già collocate in un sistema economico in grave crisi. Ma al di là di questo, ciò che va messo in discussione è il carattere generale del modello italiano di tassazione, che vale sia al Nord, dunque, sia al Sud, sia in Sardegna, reso più critico dalla concomitanza di una elevata pressione fiscale complessiva, con una eccessiva tassazione sui produttori di ricchezza: artigiani, commercianti, imprenditori e partite iva in generale. 

Non è un caso che, sempre nell'ultimo periodo di crescita, i tre Paesi universalmente considerati i “grandi malati” dell'OCSE siano stati l'Italia, la Germania e il Giappone, ovvero i tre Paesi che hanno una fortissima pressione fiscale sulle imprese che, in Italia più che altrove, ha inibito e continua ad inibire fortemente la crescita economica, da cui derivano delle conseguenze inevitabili: per esempio il peggioramento del tenore di vita dei lavoratori e dei ceti medi, che hanno ridotto fortemente gli investimenti,la spesa ed il risparmio; l' assenza di lavoro per i giovani e l'indebolimento dello Stato sociale.
Pensiamo anche che, già antecedentemente alla crisi, lo Stato sociale del Paese era deficitario: in Italia, oltre ad un sistema pensionistico iniquo, mancano gli asili nido, non c'è un adeguato sistema di ammortizzatori sociali, e un'adeguata politica a vantaggio dei più poveri e di chi non è autosufficiente. Quindi, da questo punto di vista, si pone l'esigenza di una rimodulazione, anche, della pressione fiscale sulla base dei parametri di consistenza che s'intende dare allo Stato sociale, così come si rende vitale l'eliminazione, al più presto, della stagnazione dell'economia. Per fare questo, da un punto di vista strettamente fiscale, è fondamentale ridurre le aliquote sulle attività produttive.

In Sardegna, le imprese sono in grave difficoltà perchè devono fare i conti, inoltre, con dei deficit strutturali molto gravi: l'assenza di infrastrutture, una burocrazia elefantiaca, la lentezza della giustizia civile, una serie di costi determinati dall' insularità -come il caro-trasporti per mare e per terra- e i costi energetici. In queste condizioni, chi fa impresa in Sardegna non può essere competitivo né sul mercato interno, aggredito dalla presenza delle multinazionali e della grande distribuzione, né sui mercati esteri. La classe dirigente sarda deve mettersi in testa che una grande battaglia sovranitario-statuale è necessaria. Questo affinchè la Regione Sardegna possa avere poteri legislativi ed esecutivi per affrontare adeguatamente, rispetto alle esigenze dei produttori locali, questi deficit di sistema. In tal senso il governo del fisco è fondamentale.

La recente proposta dell'istituzione dell'Agenzia sarda delle entrate non è risolutiva. Riscuotere i tributi in Sardegna non è sufficiente se non si affronta il problema alla radice.
Voglio dire , in sostanza, che la Regione Sardegna ha necessità di potestà normative in materia tributaria affinchè si pongano in essere riforme che riguardino, per esempio, la rideterminazione delle basi imponibili, delle aliquote, delle detrazioni, delle deduzioni, delle esenzioni, delle franchigie ecc.

In una prospettiva del genere, l'opportunità dell'istituzione di una “zona franca”, che potrebbe avere la sua ragione e la sua logica nel quadro normativo vigente, verrebbe superata nel nuovo assetto istituzionale che riguardi i rapporti tra la Sardegna, lo Stato italiano e l'Europa.


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