mercoledì 13 giugno 2012

Celestino Tabasso
www.unionesarda.it


La scrittrice di Cabras racconta per Einaudi uno scorcio di infanzia sullo stagno «La mia estate Anni Ottanta e la scoperta del sardo plurale»
 Michela Murgia e “L'incontro”, da oggi nelle librerie
Un'estate allo stagno. Tre preadolescenti che vanno, sotto il solleone di Cabras, alla scoperta dell'amicizia e dell'appartenenza a un gruppo, a un quartiere, a una parrocchia. A una comunità.
E intanto si divertono, scherzano e si spaventano come dei Tom Saywer aromatizzati alla bottarga.
Si intitola “L'incontro” (112 pagine, 10 euro) il libro di Michela Murgia che Einaudi manda oggi nelle librerie e che l'autrice presenterà venerdì a Cagliari insieme a Francesco Abate nella biblioteca provinciale di Monte Claro, «perché è giusto andare nelle biblioteche, che oggi vivono un pessimo momento».


Michela Murgia, abbiamo consumato ettari di carta e fontane d'inchiostro per raccontare al mondo che il sardo è un solitario, un individualista, e lei scrive un romanzo su un ragazzino isolano che scopre il fascino del pronome “noi”.«Quella dell'individualismo è una leggenda nera e falsissima: la cultura sarda è coesa e comunitaria. Certo, ci piace molto descriverci come degli orsi delle caverne, ma è l'opposto della realtà. Giusto per fare un esempio: in nessun'altra regione d'Italia esiste un'associazione di librai, categoria di “singoli” per eccellenza. A volte non ce ne rendiamo conto, ma da noi regna il presente plurale».


Che cosa è?«Un verbo specifico che ho inventato per indicare quel fenomeno tipicamente nostro... che so, mi fallisce l'azienda e dico:“Eh, noi sardi non siamo imprenditori”, litigo con qualcuno e commento: “ Siamo sempre i soliti, pocos, locos y malunidos”, Marco Carta vince a Sanremo e andiamo tutti in estasi per il nostro trionfo. Insomma: il disastro del singolo è un fallimento collettivo, e il successo del singolo è il riscatto di un popolo. Dopo che ho vinto il Campiello, per strada i lettori italiani mi dicevano “brava”, i sardi mi dicevano “grazie”».


E dopo aver scoperto il “noi”, i tre amici del racconto arrivano a definire il “loro”: gli altri, gli estranei. È una metafora della misteriosa e vessatissima questione dell'identità sarda? Il sardo che si definisce a contrario, in quanto non romano, non italiano?«Il punto è quello, ma non è in questi termini che lo porrei. È pacifico che il sardo non è romano né italiano. La categoria dell'alterità è chiara, perfettamente comprensibile. Il problema è quando l'altro viene da dentro, non da fuori. Alla fine del libro dichiaro il mio debito verso l'antropologo Benedetto Caltagirone per il suo “Identità sarde”. La sua inchiesta lo porta a girare per il Barigadu - e non a caso sceglie un'area meno definita, meno nitida della Barbagia o del Campidano - alla ricerca del Cab'e Susu, il Settentrione. Nel primo centro gli spiegano che per arrivare al Cab'e Susu deve andare pochi chilometri più a Nord: è lì che comincia quella famosa area. Ma una volta arrivato gli spiegano che il Cab'e Susu comincia un po' più su, deve salire ancora un po'. E va avanti così, all'inseguimento di questo Altrove che è sempre altrove, fino a quando una vecchia gli spiega con più precisione degli altri: il Cab'e Susu è dove noi non siamo . È da questa scintilla che nasce il mio racconto».


Il differenziarsi.«Sì. Dentro una comunità si può essere tutti diversi ma il confine, il distinguo, non si nota finché qualcuno non si incarica di evidenziarlo».


Nel libro non c'è solo un'analisi, metaforica, dell'identità sarda e dei meccanismi di circoscrizione di una comunità. Il suo libro per qualche pagina fa resuscitare gli acquisti fatti su Postal Market, il ghiacciolo Lemonissimo, la benda di Capitan Harlock... Sembrava impossibile avere nostalgia degli orridi anni Ottanta.«Sono stufa di sentir dire che gli Ottanta furono orridi: sono stati anni meravigliosi che oggi vengono ingiustamente criticati, perché tutti attribuiscono a quel periodo pecche e guai nati in altri momenti. Io chiedo ufficialmente il riscatto degli Anni Ottanta».


Vabbè. E comunque per essere un'autentica estate Anni Ottanta, manca un elemento fondamentale.«Sarebbe?».
La tivù.«Perché, lei nelle estati degli Anni Ottanta guardava la televisione?».


Non si usava?«Ma quando mai. L'estate '80 funzionava così: compiti fino alle tre, massimo tre e mezza, e poi via in strada. C'erano da organizzare gli agguati con le cerbottane, bisognava scegliere il posto sui gelsi per gli appostamenti... Aveva voglia Bimbumbam a trasmettere cartoni animati: eravamo noi, i cartoni animati, e non c'era Paolo Bonolis capace di tenerci in casa».


Si dice che per far funzionare un racconto vanno benissimo il sesso e/o la violenza. Ma anche i topi, un bel branco di topi in agguato nel buio, funzionano alla perfezione.«Non so. Di sicuro è stata un'esperienza molto forte da vivere, più che da raccontare. Ma non ho sviluppato la fobia, ed è già qualcosa».


“L'incontro” si legge di slancio. Significa che è stato laborioso scriverlo?«È stato così. Anche perché, come dire, questa storia ha una storia. La trama l'avevo in testa da molto tempo, e quando il Corriere della Sera, più o meno un anno fa, mi chiese un racconto per una collana di inediti decisi di raccontare le vicende di quell'estate. Il fatto è che una volta arrivata al numero di cartelle che mi chiedeva il Corriere, mi resi conto che non avevo né il tempo né lo spazio per raccontare molte delle cose che avevo in mente. A quel punto ho consegnato quel che avevo scritto, anche se a malincuore, ma ho tenuto i diritti e dopo averne parlato con Einaudi ho ripreso in mano il testo e in qualche settimana ho reso giustizia ai personaggi scomparsi nella prima versione».

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