domenica 8 luglio 2012


CAPPELLACCI E NAPOLITANO, il nostro linguaggio e la loro assenza. 

di Salvatore Cubeddu












Giorgio Napolitano e, dietro, Ugo Cappellacci, a Caprera il 3 luglio 2012.
Il nostro linguaggio e la loro assenza.

di Salvatore Cubeddu

“L’assenza di Mario Monti ha pesato sulle anziane spalle di Giorgio Napolitano, che ha accolto le suppliche di aiuto che il popolo sardo gli ha rivolto attraverso le organizzazioni sindacali e il governatore regionale, Ugo Cappellacci”. E’ l’attacco di un articolo che abbiamo letto stamane, che cita il documento di Cgil Cisl Uil della Sardegna per le quali «la mobilitazione unitaria del sindacato sardo è resa necessaria dalla grave condizione di sofferenza economica e sociale che da anni investe interi settori d’attività e territori, scuotendo dalle fondamenta la coesione sociale e territoriale dell’Isola. Questa situazione risulta aggravata dalle scelte del governo nazionale, che ci penalizzano in modo insostenibile, tagliando e negando le risorse dovute alla Sardegna, necessarie per gli investimenti e imponendo pesanti sacrifici, soprattutto alle classi popolari».
Il linguaggio e l’assenza colpiscono e dicono, insieme. Le “suppliche di aiuto” si rivolgono ai santi da parte di peccatori indegni, che nulla meritano e si affidano a chi è buono e tutto può, in questo caso Giorgio Napolitano, presidente della repubblica italiana. Giorgio è buono e intercederà presso il ‘cattivo’ Mario, assente ingiustificato?
Cappellacci conferma e, lo si capisce subito, dà il tono ai resoconti dei cronisti: “il capo dello Stato ha dimostrato di continuare a seguire le cose che ci stanno a cuore e ha riconosciuto che è passato troppo tempo da quando, in febbraio, sono stati attivati i tavoli tecnici con il governo». E il commento dell’articolo: “In sostanza, per Cappellacci, rimane dunque il pericolo, alimentato dall’assenza di Monti alla Maddalena, che «con continui ritardi si possa tradire l’isola». I giornali affermano anche che il  capo del governo italiano non sarebbe venuto per paura di contestazioni.
Pertanto: Mario Monti non è venuto a Caprera, Cappellacci non l’ha incontrato. Anche Berlusconi sfuggiva il capo del governo sardo come ogni debitore, che non vuol pagare, sfugge il creditore, che senza quei soldi andrà a fondo. E così il presidente sardo si è rivolto al presidente italiano ripetendo quanto già successo a febbraio: chiedendogli di rispettare gli impegni. Quasi a rimproverare al padre quanto i figli non vogliono mantenere. Come se la Regione, espropriata di quanto dovutole da parte dello Stato, andasse con il cappello in mano. Come se i sardi non facessero parte dello stato italiano. Come se …. tutto questo non fosse la verità che ci sta cavando gli occhi e non vogliamo vedere che lo Stato ci considera fessi (perciò non ci rispetta), ci utilizza per quello che gli serve (ultimo: altre carceri e, nuovamente,  l’Asinara), tira la fune…  tanto qui c’è qualcuno che farà sì che non  si spezzi. E, nel caso si spezzasse, la spinta porti sempre noi a cadere.
Come è possibile che lo Stato italiano si permetta quel che ormai è chiaro da anni  – che giornali, riviste e libri di storia descrivono come costante nei centocinquanta anni che ci legano in questo modo a questo Stato – senza che si preoccupi di una nostra reazione, non dico irata, ma minimamente dignitosa? Chi è che garantisce “gli italiani” che tanto ai “sardi” è possibile chiedere tutto e tutto infliggere? Quando partirà la provocazione che anticipi nella reazione quanto la coscienza di un popolo maltrattato non potrà non sostenere? Perché questi signori possono permettersi tutto e il contrario di tutto?

La risposta è facile continuando a scorrere la stampa. Con Napolitano il presidente della Regione aveva già parlato a febbraio. Il governo italiano si porta dietro da anni il debito con la Sardegna.  Cappellacci, ormai pressato dall’opinione  pubblica sgomenta dalla precedente sottomissione a Berlusconi, ha fatto il coupe de theatre di scrivere la famosa lettera ‘in  sardo’ e ha minacciato di inviare l’ufficiale giudiziario alle porte di palazzo Chigi.

L’unico modo per esprimere il proprio ‘rincrescimento’ (si dice così?), sottolineare il conseguente dissenso e difendere la dignità del Popolo sardo era rifiutare la propria presenza a Caprera, contestare nei fatti la disunità dell’Italia dalla Sardegna in coincidenza dei 150 anni, che è il dato storico veritiero dei nostri rapporti istituzionali, e non solo.
Ma, con quel linguaggio puoi solo accendere il cero. Loro resteranno una statua e noi continueremo a supplicare gli assenti.

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