mercoledì 11 luglio 2012


Fabio Manca

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lo spopolamento dei comuni sardi 


Piccoli comuni sardi: «Non vogliamo il patto di stabilità»

Prendete il Comune di Villamar, 2881 abitanti, un bilancio annuale di 4,2 milioni di euro di cui circa 400 mila «manovrabili», tolte le spese fisse. A gennaio, quando il patto di stabilità strozzerà anche le finanze dei Comuni sardi tra mille e cinquemila abitanti, dovrà accantonare oltre 385 mila euro. Resterebbero da spendere 15 mila euro all'anno. Niente. Significa tagliare servizi, asili, scuole, cantieri, lavori pubblici che per le piccole imprese locali sono ossigeno puro. «Crolleremo», dice senza giri di parole Umberto Oppus, sindaco di Mandas e direttore dell'Anci Sardegna.


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 Un problema che riguarda 185 Comuni. Se a questo disagio si sommano i tagli previsti dalla Spending review (da quantificare ma certamente dolorosi), le sforbiciate della Regione che negli ultimi tre anni ha privato i Comuni di 150 milioni all'anno e, ultima novità, lo scippo dell'addizionale Enel che prima veniva versata ai Municipi e ora viene trattenuta a Roma si capisce perché l'associazione - il cui consiglio regionale si è riunito ieri a Siamaggiore - ha annunciato azioni di protesta a partire dalla prossima settimana. «Il patto di stabilità rischia di generare blocchi all'indebitamento del Comuni e all'assunzione di personale, rischia di bloccare i pagamenti alle imprese ed i cantieri in un momento di forte crisi economica che in Sardegna non conosce precedenti», evidenzia Cristiano Erriu, presidente regionale dell'Anci.


LA PROVOCAZIONE 

Piersandro Scano, ex consigliere regionale del Pd e sindaco del piccolo centro della Marmilla, lancia una provocazione: «Se non si cambierà il provvedimento da ora in poi potremo fare solo gli esattori delle imposte, a questo punto a fare i sindaci vengano i funzionari dell'Agenzia delle entrate». Poi aggiunge: «Ma ci rendiamo conto che per i paesi dell'interno della Sardegna questa legge significherà recessione?».


«UNA BESTIALITÀ» 

Per Scano, peraltro, la norma è «una bestialità» dal punto di vista tecnico contabile. «Il patto di stabilità», spiega, «è un meccanismo che frena la cassa. Ciò crea problemi nei grandi enti ma nei piccoli comuni è irragionevole perché non c'è un flusso di spesa costante. Per alcuni anni possiamo avere una spesa più alta e in crescita perché, magari, prendiamo un finanziamento per fare un campo sportivo, in altri anni potremmo non avere nulla. Il patto è un meccanismo che sembra studiato da passanti, non da tecnici».
Mauro Guerra, coordinatore Anci piccoli Comuni, concorda: «Oggi più che mai sarà fondamentale lavorare per dimostrare al Governo l'assurdità dell'inserimento del patto per i piccoli Comuni, è impensabile l'idea di assoggettarli ad una norma che produrrebbe ulteriore recessione».


RIORDINO DEGLI ENTI 

Ieri l'Anci ha discusso anche del problema legato alla gestione delle funzioni fondamentali che andrebbero svolte in forma associata in sede di Unioni di Comuni, Comunità Montane o per convenzione. L'Anci chiede alla Regione che la norma venga modificata prevedendo l'adesione dei Comuni su base volontaria. «Lavoreremo per fare una nostra proposta che sottoporremo al legislatore», anticipa Scano.

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