domenica 1 luglio 2012


Quando la crisi economica colpisce nel portafoglio e nella salute
di Anna Piccioni
www.unionesarda.it



Raccontiamo la storia di un imprenditore che dopo il fallimento della sua azienda è caduto nella spirale della malattia mentale e può contare solo sugli affetti famigliari. 


 Viaggio all'inferno senza ritorno e per compagna la depressione 
Il mio nome non compare nella graduatoria delle liste di collocamento, non ne ho il diritto. 
Da un po' non è nemmeno sul citofono di casa, l'ho tolto per non rispondere alle scampanellate di chi viene a chiedere il dovuto che non sono in grado di pagare. Non sono neppure sull'elenco telefonico, il fisso è un lusso a cui ho rinunciato da tempo. Evito una spesa e poi non devo vigilare sulle telefonate che i miei figli farebbero ai loro amici sui cellulari o mia moglie ai suoi parenti. Mi evito anche l'angoscia di quei trilli prolungati fino all'attacco della segreteria telefonica che avevo installato per evitare le proteste dei miei creditori. 


Negli ultimi tempi odio anche quell'apparecchio un tempo tanto utile. La musica è sempre la stessa: registra solo sfuriate mettendo a repentaglio il mio udito e il mio equilibrio. All'inizio rispondevo, spiegavo, supplicavo che avessero pazienza; poi ho smesso e ho fatto rispondere mia moglie che, poverina, è stata un parafulmini finché ha potuto, ma alla fine non sapeva più cosa dire e allora ho deciso che era meglio staccare telefono, citofono e cellulare. Che accendo solo a una certa ora, vedo chi ha chiamato e spengo. 


Mi nascondo come un ladro, barricato in casa con l'orecchio teso ad ogni macchina che parcheggia davanti alla porta. Scruto da dietro le persiane col cuore in gola. Non ho più vita. Per questo preferisco non dire il mio nome, eppure non sono un delinquente, né un latitante o un assassino, né uno stupratore. Fossi uno così, girerei per strada impunito e forse anche rispettato. Incuterei paura.


Non ci vuole nulla a sprofondare in una crisi che non è solo economica, finanziaria mondiale o globale come tutti ci raccontano: c'è quella personale, quella che mina terribilmente la stabilità psichica, la tua e quella della tua famiglia. 


Inutile dire che mi è venuta la depressione, sto chiuso in casa, non voglio vedere né sentire nessuno. La miseria è una maschera triste che ti avvolge dentro e fuori, di dolore e vergogna, e te la senti appiccicata addosso anche quando non hai scelto tu di indossarla. Ti vergogni davanti a tua moglie e ai tuoi figli; ti vergogni davanti a te stesso e non ti basta ignorare lo specchio quando ci passi davanti perché il rifiuto della tua immagine ti arriva dallo stomaco, dalle viscere che si tendono e si attorcigliano come serpenti in corpo. 


L'umiliazione ti assale, ti prende la gola come un cancro che stringe fin quasi a farti svenire. La morte la desideri, ma quando ti si avvicina o tu fai per avvicinarla ne hai paura. E allora vivi in questo limbo, come se ogni trillo di telefono ti precipitasse sull'orlo di un baratro. Credo che questi si chiamino attacchi di panico. Non lo so, ma se potessi permettermi uno psichiatra sono certo che li chiamerebbe così. O magari direbbe che sono perso del tutto. Irrecuperabile. 


Il dolore più insopportabile è sentirti umiliato a dover mostrare il tuo fallimento, anche a quelli che sfuggi. I miei parenti, vedendomi così poco da quando mi sono chiuso in casa e in me stesso, fino a pochi mesi fa erano allegramente convinti che navigassi in buone acque e che per i troppi impegni di lavoro e di piacere non avessi tempo per andarli a trovare. Non sospettavano che non potevo pagarmi neppure la benzina per fare venti chilometri. E che non pago il bollo e l'assicurazione da due anni. Ora sanno tutto ma non possono niente contro la mia angoscia. 


Avevo una piccola ditta artigiana con dieci operai. Lavoravo anch'io, mica facevo il padrone, fino a farmi i calli nelle mani e nelle vertebre malandate. La gente pagava, gli enti pubblici un po' meno ma avevo un certo giro e non risentivo dei ritardi. Facevo utili, ho ristrutturato la mia casa anche se non ne aveva troppo bisogno, volevo renderla più confortevole e potevo permettermelo. Ora mi rendo conto che avrei potuto mettere da parte quei soldi, mi avrebbero aiutato in questo periodo nero. Ma come potevo immaginare che pochi anni dopo tutto sarebbe cambiato così? Negli ultimi due è stato un calvario. Una discesa all'inferno senza ascensore, planando drammaticamente col culo per terra senza possibilità alcuna di rialzarmi. 


Detta così, in due parole, può sembrare una storia strana. Ma se potessi raccontare tutti i dettagli e i risvolti che hanno portato al mio e al fallimento di molti imprenditori come me, ci vorrebbero mesi e giornali interi. Forse un libro. Ma non mi viene in mente di provarci, prima di tutto perché nessuno lo leggerebbe, la gente non vuole sapere delle disgrazie altrui. E poi sarei costretto a farmi riconoscere e questo non potrei tollerarlo. Morirei di vergogna, metterei sulla piazza quello che ostinatamente e faticosamente sto cercando di tenere tra le mura di casa e quelle dei miei parenti. 


Come spiegare che dal benessere sono passato alla miseria più nera. Mia moglie mi conforta come può. È stata costretta a rimboccarsi le maniche e a cercare un lavoro come non aveva mai fatto nella sua vita. Con una laurea non spendibile nel cassetto, se ne avesse due credo che avrebbe le stesse difficoltà a trovare un lavoro, l'unica cosa che ha rimediato è fare da badante a un vecchietto. 


Si svegliava la mattina alle cinque per impostare le cose e lasciare tutto in ordine, e alle 7 usciva per tirare su dal letto il suo datore di lavoro e poi fargli i mestieri in casa. La sera tornava sfinita, e dopo qualche tempo ho capito che quella stanchezza non era fatica fisica, ma un logorio psicologico devastante. Morale: dopo tre mesi ha dovuto abbandonare perché il porco era diventato troppo arzillo, non gli bastava più che la mia donna gli tenesse in ordine la casa e la biancheria: voleva ben altre prestazioni. 


Una umiliazione che l'ha fatta piangere per settimane. Prima ha cercato di tenergli testa, voleva-doveva resistere perché di quei 500 euro al mese per sei giorni su sette avevamo estremo bisogno. Quel misero stipendio in nero le consentiva di mettere in tavola un piatto caldo per la famiglia, pagare le bollette e dire qualche no in meno ai nostri figli. 


Mi son sentito un verme. Mia moglie mortificata da un vecchio bavoso che come domestica voleva una puttana. Mi sono impuntato per farla smettere, lei diceva che l'avrebbe messo in riga, gli avrebbe ribadito che lavorava per bisogno ma non ad ogni costo. Le ho impedito di rimettere piede in quel posto. 


Meglio stare vicina ai nostri figli, pur non sapendo come mettere insieme il pranzo con la cena. Loro si sono rassegnati a non chiedere le ricariche telefoniche, non comunicano con sms e neppure con mail come i loro comuni amici. Si può dire che rispetto ai coetanei siano degli sfigati, dei fuori dal mondo, a vederli così, modestamente eppure dignitosamente vestiti e lindi, grazie alla loro mamma. Non a me.


Io mi dispero anche per questo, per tutto ciò che gli faccio mancare, ma mia moglie dice che invece si potrebbe leggere al contrario, la nostra disgrazia. Proprio pensando ai nostri figli, si potrebbe tenere presente che è una lezione di vita per loro, è un tornare ai veri valori dimenticati. I nostri figli, dice, nonostante le incertezze della nostra situazione economica, saranno più forti e sicuri di altri, sapranno reagire meglio di altri alle avversità che la vita di certo non lesinerà loro più avanti. 


Ma a me non sembra un buon motivo per gioire o trovare pace, non mi convince e anzi acuisce il mio senso di fallimento.
Mi viene una stretta al cuore quando li vedo con i jeans lisi, e non perché li abbiano comprati così, slavati sdruciti strappati e firmati dai migliori stilisti, ma per le troppe lavatrici. Come ai tempi dei miei nonni, che lavavano il vestito la sera e il giorno dopo lo rimettevano fresco di bucato e stirato ma sempre quello era, così loro con i jeans troppo usati. Intuiscono il mio disagio e sdrammatizzano: “Almeno in questo siamo alla moda, papà”. L'autoironia li salva. 


Mi sono indebitato per fare in modo che non smettessero di studiare, voglio che abbiano quello che non ho avuto io che dopo la licenza media non ho potuto proseguire perché in casa c'era da lavorare. Mia moglie si è laureata, ne sono fiero perché parlare con lei mi arricchisce ogni giorno. Arricchisce: strana parola, alla luce della mia storia. Comunque. 


Quindi, dicevo, vorrei che anche loro si laureassero non una ma due tre volte. Chissà se riusciranno a finire il liceo. Per ora hanno capito la situazione, ne soffrono di sicuro ma non lo danno a vedere. La sera siamo tutti attorno al tavolo di cucina, quella che una volta era l'angolo felice della casa, la stanza più vissuta e addobbata, la più funzionale ai momenti di relax, studio, discussioni tra noi e con gli amici. Ora è grigia pure quella, le pareti sono affumicate dall'inverno scorso, perché al posto del riscaldamento che costerebbe troppo abbiamo utilizzato solo il caminetto. Non c'era e non ci sarà tanta legna perché anche quella costa, ma ho bruciato con parsimonia tutti gli avanzi di tavole da cantiere, cercando di farle durare più a lungo possibile. Come? Ho eliminato la presa d'aria del camino che normalmente aspirava tutto, il fumo ma anche il calore; così l'effetto è stato un fuoco più duraturo ma anche tanto fumo che ha invaso la cucina e il resto della casa. 


Con niente mia moglie riesce ancora a preparare da mangiare per cinque. Come faccia è un mistero, per me, ma non per lei che meriterebbe anche una laurea in economia domestica. Ogni giorno fa il miracolo. Così possiamo sederci a tavola e guardarci negli occhi, quasi sempre in silenzio, a volte rotto dal mio risucchiare la minestra nel cucchiaio suscitando la reazione nervosa di mio figlio maggiore e la risata dei piccoli. Dico sempre che lo faccio apposta per ottenere quelle reazioni altrimenti sarebbe un mortorio; i più piccoli ci credono e ogni volta che si mangia roba liquida si aspettano il rituale. 
Quando mi vedono più triste del solito o c'è troppo silenzio dicono alla mamma che ci vorrebbe un po' di minestra. Per ridere un po'. 


A volte mi isolo, sto sul divano davanti al caminetto, e penso a come vivevamo prima e a come siamo costretti a vivere adesso. 
Mi è difficile immaginare un futuro diverso. Sarà il pessimismo della depressione, la delusione, la frustrazione di trovarti povero in canna, ma ti viene solo voglia di non esistere. Chi si ricorda più cosa sia andare al cinema? O mangiare una pizza, o fare un viaggio? Trapassato remoto e punto. Il futuro non c'è. E il presente è l'inferno».


piccioni@unionesarda.it
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