sabato 31 marzo 2012



di Alberto Ziparo - 28/03/2012

Fonte: Il Manifesto 

  

Al di là della vulgata politica e mediatica quotidiana, non pochi economisti sostengono che fronteggiare la crisi significa ridimensionare la finanziarizzazione e tornare a creare politiche economiche; anzi politiche tout court. Tra le possibili uscite dalla crisi sta infatti la territorializzazione dell'economia; portato però di una concezione dell'ambiente quale bene comune, socialmente utile e condivisibile. Non come nuovo fattore per la produzione di improbabili, favolosi redditi e sviluppi concreti o virtuali. I due grandi motivi della crisi economica, sociale, culturale e civile che stiamo vivendo, la finanziarizzazione e l'appaltizzazione delle economie, vanno dunque accantonati, o meglio fortemente ridotti e controllati. 

Invece oggi la vulgata politica e mediatica discute di ricette che tendono a scavare sotto il fondo del barile, comprimendo ulteriormente tessuti sociali già esasperati, per tutelare e riproporre logiche e posizioni che costituiscono i fattori determinanti della crisi in corso. Addirittura, esponenti autorevoli di quella che dovrebbe essere l'intellighenzia progressista, come Bassanini e Violante, sostengono la necessità di puntellare e rilanciare i perversi intrecci tra la speculazione finanziaria e immobiliare di nuovo con operazioni di indebitamento programmato e di investimento derivato, per fornire una possibile copertura programmatica e culturale a spese improbabili come i 17 miliardi che l'Italia dovrebbe spendere per la Tav in Val di Susa. Operazione sostenuta a sua volta dall'anomalo blocco di potere costituitosi tra il potentissimo settore delle costruzioni e, spesso, ciò che resta degli apparati del maggior partito del centrosinistra. Analogo è il caso dell'attraversamento Tav di Firenze dove, invece del passante in superficie da 300 milioni e pressoché senza impatti proposto dall'Università, si privilegia il megatunnel da tre miliardi che mette a rischio suolo e sottosuolo urbano, patrimonio abitativo, beni storico-artistici. 

Si rischia così di mettere in crisi non solo i rapporti tra il vertice del Pd e la sua base (dove esiste ancora, come in Val Susa), ma soprattutto tra quel partito e l'enorme movimento di difesa del territorio e dei beni comuni che si sta dispiegando in Italia come in tutto l'Occidente. E che nel nostro paese ha ormai un considerevole peso elettorale, come dimostrano le ultime amministrative e i referendum. Per superare questo nodo sarebbe necessaria una svolta culturale, innovativa, verso il basso, del Pd, che oggi appare assai improbabile. 
Sia in Italia che in Europa, peraltro, la programmazione dei trasporti è diventata risibile. Anzi non esiste più. Non si guarda infatti alle effettive domande di flussi e mobilità: al contrario si promuovono listoni di opere infrastrutturali, spesso inutili e dannose. Negli anni '90, l'Unione europea aveva disegnato invece correttamente le prime formulazioni delle Reti Ten (Trans European Network) con grande razionalità tecnica e programmatica: "corridoio" non significava autostrade e ferrovie da realizzare concretamente ed interamente per collegare Berlino a Palermo o Stoccolma ad Atene o Kiev a Lisbona; per ogni segmento di ciascun corridoio intermodale era prevista invece la scelta del vettore più efficace. Nel 1998 - presidente Prodi e commissario Van Miert - la programmazione è stata spazzata via dagli interessi dei costruttori: le Ten sono diventate reti da costruire interamente e in solido, con nuove autostrade e ferrovie AV; non importa se quest'ultima diventa inefficiente o addirittura dannosa sopra i 600 Km e sotto i 200. Laddove la domanda di passeggeri non la giustifica, abbiamo inventato perfino l'Alta Velocità per le merci (vedi la Torino-Lione). Con conseguenze socio- ambientali e soprattutto economico-finanziarie spesso disastrose: come in Spagna dove l'unica tratta in cui l'alta velocità è realmente necessaria è la Barcellona- Madrid; e dove invece si sono realizzate numerose linee, anche laddove le previsioni di traffico erano assolutamente negative. Esaltando così gli intrecci tra speculazione finanziaria ed immobiliare e mandando l'economia reale in default, come oggi lo stesso Zapatero è costretto ad ammettere. 

Peraltro, l'appaltizzazione dell'economia non riguarda solo i trasporti, ma anche altri settori: urbanistica, energia, turismo, rifiuti, depurazione, commercio, ecc. In tutti questi comparti i programmi di modernizzazione degli ultimi anni si sono tradotti in grandi appalti, ovvero addirittura - come nel caso clamoroso del Ponte sullo Stretto - in megaprogetti continui e infiniti, costati cifre abnormi, senza giungere mai a spostare nemmeno una pietra. Così l'energia significa centrali nucleari (peraltro impallinate dallo tsunami giapponese e quindi dal referendum) o megacentrali a carbone o a turbogas; o, nella migliore delle ipotesi, megaparchi eolici e fotovoltaici, sempre a grande impatto ecopaesaggistico. L'urbanistica è stata svuotata o aggirata da governance troppo discrezionali o eterodirette, con la conseguenza dei tassi di consumo di suolo drammatici di oggi. L'emergenza rifiuti evoca ancora opere impiantistiche: inceneritori, discariche, compattatori, attrezzature speciali, isole o piattaforme. Differenziazione e riciclo interessano poco o punto. Per la qualità delle acque ancora depuratori: appare troppo difficile incidere sulle cause. E mentre la crisi svuota alberghi e seconde case e falliscono intere catene di centri commerciali, i nuovi progetti di urbanistica concertata ripropongono nuovi megapoli turistici e commerciali, outlet e centri iperintegrati (vedi l'Expo di Milano). 

Occorre finalmente e drasticamente voltare pagina, cogliendo le proposte innovative di Salvatore Settis, Piero Bevilacqua, Guido Viale o del Programma Territorialista di Alberto Magnaghi. Bisogna chiudere con la Legge Obiettivo per trasporti e infrastrutture, come con tutte le altre leggi di emergenza dell'era Berlusconi. È necessario ritrovare il senso di una parola quanto mai urgente nelle tematiche che stiamo trattando: pianificazione. Che deve significare sostenibilità e risposta alle domande effettive di questi comparti e più in generale della società. 

venerdì 30 marzo 2012




Ma i vendoliani avvertono: «Non abbiamo niente da giustificare» Sarebbe un mezzogiorno di fuoco, se l'appuntamento non fosse per le 10: ma cambia poco. Venerdì 30 i segretari del centrosinistra si rivedono dopo mesi, e l'incontro arriva nel momento di massima tensione tra Pd e Sel. Anzi, la convocazione si deve - anche se non ufficialmente - ai recenti contrasti sull'ordine del giorno del Psd'Az che qualcuno ha definito secessionista.

SPACCATI Un testo che il Consiglio regionale ha approvato anche grazie ai voti di Sel e Idv. Non parla apertamente di separazione, ma mette in cantiere «una sessione speciale di lavori» dell'assemblea, per verificare le ragioni della «presenza e permanenza della Regione nella Repubblica italiana». Il tutto, prendendo le mosse dalle «ripetute violazioni», da parte dello Stato, degli accordi con l'Isola. Il sostegno dei due gruppi del centrosinistra, che si è unito ai voti di quasi tutto il Pdl e dell'Udc, ha scatenato lo scontro nell'opposizione. Deflagrato in aula, il giorno dopo: quando Renato Soru ha criticato duramente il documento e chi l'ha votato. «Anziché assumerci responsabilità, diamo le colpe allo Stato», ha detto l'ex governatore: prendendosela col suo successore Ugo Cappellacci, ma suscitando anche l'irritazione degli alleati. Infatti da Sel ha replicato subito Luciano Uras: rilevando «troppo nervosismo da isolamento in alcune parti», e attaccando il Pd che «dopo aver cavalcato e scavalcato i temi del sardismo e della sovranità responsabile, oggi grida allo scandalo». Di rimessa, il capogruppo democratico Giampaolo Diana ha rivendicato la scelta di non sostenere l'ordine del giorno, accusando Sel di «provocare, con disarmante disinvoltura, una polemica con noi sul sardismo e sull'autonomia. Siamo lealmente impegnati a consolidare il centrosinistra - ha aggiunto - ma nella chiarezza, sia programmatica che sulle alleanze».

CHIARIMENTO Molti in effetti si sono interrogati sulle ripercussioni della spaccatura sulla coalizione. Ma il leader regionale di Sel Michele Piras non ci sta: «Non capisco perché, mentre il Pd nazionale sostiene un governo con Pdl e Udc, se noi esprimiamo una posizione politica si debbano ridiscutere tutte le alleanze». Semmai, prosegue, «siamo noi a non capire il Pd proprio su alcune intese locali». C'è comunque necessità di un chiarimento, ed è probabilmente per questo che il segretario del Pd Silvio Lai ha convocato gli altri partiti per venerdì prossimo, nella sede cagliaritana di via Emilia.

Il pensiero del leader democratico, pubblicato sul sito del partito isolano, è in linea col gruppo consiliare: «È un'anomalia che l'ordine del giorno sia stato votato da Sel e Idv con Udc, Pdl e la Giunta, che così copre le proprie responsabilità dandole allo Stato patrigno».Sarà interessante verificare anche la posizione dell'Italia dei valori. Spesso il segretario Federico Palomba non ha condiviso le scelte dei suoi consiglieri, ma sulla vicenda non fa commenti: «Mi limito a constatare che molti si agitano ma senza concretezza né credibilità. Prima di chiedere, la Regione deve dimostrare di saper spendere».

L'ALTOLÀ DI SEL Sulla carta, i punti da discutere venerdì saranno la «situazione politica» e le amministrative. Nel primo punto può rientrare di tutto, e sicuramente qualcuno tirerà fuori l'ordine del giorno sardista. «Io non credo che possa essere il tema dell'incontro - avverte Michele Piras - ma sia chiaro: non dobbiamo giustificare niente. Anzi, saranno altri a dover spiegare perché non hanno difeso gli interessi del popolo sardo».

Da L'Unione Sarda del 26 marzo 2012 

giovedì 29 marzo 2012

L’anti-ontologia  Ernst Cassirer Hans Jörg Sandkühler
http://www.filosofia.it/
Il presente studio si concentra sul ruolo del linguaggio e della scienza nella teoria della conoscenza di Ernst Cassirer. L’interpretazione data della posizione di Cassirer e di stampo costruttivista: il linguaggio e inteso come sistema complesso di segni arbitrariamente prodotti dalla mente umana per conferire senso e significato al mondo. La concezione cassireriana è anzi presentata alla stregua di un modello ideale per quel filone dell’epistemologia contemporanea che vuole affermare il pluralismo, tenendosi tuttavia a distanza dalle tentazioni scettiche, relativiste e soggettivistiche del nostro tempo.




Linguaggio, segno, simbolo.
L’anti-ontologia di Ernst Cassirer
Hans Jörg Sandkühler
Articolo pubblicato su invito, ricevuto il 10 maggio 2010
█ Riassunto Il presente studio si concentra sul ruolo del linguaggio e della scienza nella teoria della conoscenza di Ernst Cassirer. L’interpretazione data della posizione di Cassirer è di stampo costruttivista: il linguaggio è inteso come sistema complesso di segni arbitrariamente prodotti dalla mente umana per conferire senso e significato al mondo. La concezione cassireriana è anzi presentata alla stregua di un modello ideale per quel filone dell’epistemologia contemporanea che vuole affermare il pluralismo, tenendosi tuttavia a distanza dalle tentazioni scettiche, relativiste e soggettivistiche del nostro tempo.

PAROLE CHIAVE: Ernst Cassirer; Forma simbolica; Epistemologia; Costruttivismo; Linguaggio.
█ Abstract Language, Sign, Symbol. The Anti-Ontology of Ernst Cassirer - This paper investigates the role of language and the function of science in Ernst Cassirer’s theory of knowledge. Cassirer’s position is interpreted in a constructivist way: language is presented as a complex system of signs arbitrarily produced by the human mind to imbue the world with sense and meaning. Indeed, Cassirer’s theory is proposed as an ideal model for that part of the contemporary epistemology which agrees with the general principles of pluralism, but intends at the same time to stay away from sceptical, relativistic and subjectivist temptations which are very popular in our time.

KEYWORDS: Ernst Cassirer; Symbolic Form; Epistemology; Constructivism; Language.

OGGETTO DI QUESTE PAGINE SARÀ la Filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer 1o, per meglio dire, la sua teoria della conoscenza. La prospettiva sistematica in cui s’inserisce questa
rilettura di Cassirer è quella di una  antiontologia. Prima di esporre le mie considerazioni in merito, vorrei portare l’attenzione su due precondizioni storiche: si tratta di due “rivoluzioni copernicane”. La prima ha luogo in filosofia ed è legata al nome di Immanuel Kant. Ernst Cassirer elabora la propria prospettiva filosofica seguendo le orme di Kant e del Neokantismo.
La seconda ha luogo a partire dalla metà del XIX secolo all’interno delle scienze della natura.
2La filosofia di Ernst Cassirer è legata alla matematica e alla fisica come poche altre.



█ Due rivoluzioni copernicane
Le due “rivoluzioni” di cui si è appena detto hanno dissolto quella fin troppo semplicistica convinzione per cui il nostro sapere sarebbe qualcosa di oggettivo. Nell’ambito della filosofia, come in quello delle scienze e delle arti, giunge a compimento la dissoluzione di ciò che si presumeva essere certo. Ha luogo
qui la dissoluzione del dato, ossia l’erosione di quell’idea per cui ci sarebbe una realtà precostituita che richiede soltanto di essere rappresentata per mezzo di copie riproduttive.
Con l’obsolescenza dell’idea di una rappresentazione speculare e riproduttiva,  s’indebolisce anche la fiducia ingenua nella percezione quale unico strumento di accesso “oggettivo” alla realtà. Come  già notava durante gli  anni Trenta Alfred N. Whitehead, la percezione sensibile non è qualcosa che ci fornisce il dato nei termini in cui noi successivamente lo interpretiamo.
3Esito di questa rivoluzione è l’affermarsi di una prospettiva costruttivista circa la costituzione della realtà all’interno della conoscenza. E dal momento che non esiste un’unica modalità
di corretta costituzione della realtà, da questa prospettiva trae origine una posizione ulteriore,
quella relativa alla  pluralità dei mondi, le cui implicazioni possono anche essere  descritte
come segue: il mondo non ci obbliga a una conoscenza che gli sia assolutamente conforme. È
nella conoscenza e nel linguaggio che il “mondo oggettivo” – relativo ai diversi contesti e ai diversi ambiti del sapere – diventa il nostro mondo. Noi non parliamo tutti la stessa lingua; esiste
ben più di un'unica e sola versione del mondo.
Secondo Nelson Goodman ciò  con  cui dobbiamo fare i conti è la “molteplicità” e “varietà” di mondi, ossia la loro «dipendenza da sistemi di simboli costruiti da noi, la varietà degli standard di correttezza cui sono sottoposte le nostre costruzioni». Questo  è l’approdo decisivo della  filosofia moderna,
quella filosofia che prese avvio allorché Kant ha operato il passaggio dalla struttura del mondo a quella della mente […] e che ora continua col passaggio dalla struttura dei concetti a quella dei diversi
sistemi simbolici delle scienze, della filosofia delle arti, della percezione e del discorso quotidiano.
Il movimento è da un’unica verità e da un mondo fisso e dato a una varietà di versioni corrette e anche in conflitto, ossia di mondi in fabbricazione.
4D’altro canto non si può ignorare che, così come si sono dati momenti di contestazione nei confronti della critica kantiana, anche l’idealismo ontologicamente neutrale  ha incontrato forti opposizioni  nell’ambito della teoria della conoscenza. Inoltre, proprio nelle scienze cosiddette “positive” si rinnova periodicamente la comparsa di posizioni opposte, quali il materialismo, il naturalismo e il
riduzionismo, che non trovano un punto di appoggio unicamente nelle scienze naturali.
Tanto la prima quanto la seconda “rivoluzione copernicana” lanciano  continuamente  la
loro sfida: mettere in discussione il materialismo nei suoi vecchi principi, attardo la sua
tesi fondamentale per cui ogni cosa, in quanto elemento del mondo materiale, cioè della natura, può essere spiegata con i mezzi della fisica. Per questa posizione tutto – e di conseguenza anche la coscienza o la mente – può essere spiegata mediante le leggi della natura.
E possiamo anche dire  – senza timore di
esagerazione – che, per quanto riguarda le tendenze oggi dominanti, il nuovo spirito scientifico si concentra sul soggetto, dotato di un atteggiamento critico e seguace di un certo scetticismo metodologico. E inoltre il linguaggio in cui si esprime non è solo descrittivo, ma anche prescrittivo: noi imponiamo alla natura le leggi della nostra mente. In questo senso la conoscenza non può essere caratterizzata attraverso un’obiettività garantita dalla “datità” degli oggetti e della corrispondenza fra teoria e realtà.
Se le cose stanno in questo modo, allora la strada è aperta per una trasformazione complessiva dell’immagine del mondo. Il nuovo clima culturale relativizza anche ciò che in precedenza pareva essere ovvio e scontato: e cioè che la conoscenza scientifica debba essere posta sul gradino più alto nella gerarchia delle forme di razionalità. La scienza diviene una forma simbolica fra altre culture epistemiche che hanno pari dignità e rango. Questa idea non entra solo a far parte di una mutata


comprensione di sé da parte delle scienze, ma si trova anche alla base, intesa in un senso
molto più ampio, di una nuova mentalità e di un nuovo stile di pensiero.
La nuova epistemologia di cui voglio parlare qui è un’epistemologia ontologicamente
neutrale e tuttavia – in un certo senso – ancora realistica. Quattro sono i tratti caratteristici che ne definiscono il profilo
.


▶  I processi cognitivi e le affermazioni vertenti sulla realtà dipendono fondamentalmente dalla tipologia di concezioni relative al rapporto tra conoscenza e realtà di volta in volta  privilegiata. Queste concezioni sono anch’esse parti di cornici più ampie, cioè di punti di vista o immagini che hanno a oggetto il mondo e anche noi stessi.
▶ Il mondo esterno e le sue proprietà non forniscono di per sé garanzia alcuna per la correttezza della nostra conoscenza. La nostra conoscenza è sottoposta a specifiche condizioni
epistemiche di carattere culturale. Queste condizioni, per esempio, possono essere gli schemi
della percezione e dell’esperienza, gli schemi di descrizione, i contesti delle forme simboliche,
ma anche le forme culturali in cui si inscrivono l’azione e il comportamento. Ci sono quindi
verità che sono solo contestuali e indessicali; ogni verità deve  essere corredata dall’indice
dello schema sulla cui base la si afferma.
▶  Le conoscenze non sono indipendenti dall’intenzionalità dei nostri atteggiamenti
proposizionali, ossia dalle credenze, dalle opinioni e dai desideri. L’oggettività delle
proposizioni è sempre permeata dalla soggettività propria degli atteggiamenti proposizionali.
▶ Dal momento che le conoscenze sono costruzioni, esse sono contestuali e prospettiche,
e quindi anche relative. Non possono essere garantite a priori contro le obiezioni scettiche.
Questi quattro presupposti si ripercuotono sulla nozione di “riferimento”. Il senso comune spontaneamente ci porta a ritenere che noi ci riferiamo in maniera diretta a qualcosa che ci è semplicemente dato. Gli sviluppi del pensiero filosofico dal XIX secolo fino a oggi tuttavia hanno portato con sé una critica radicale a questo bel sogno. Oggi con “riferimento” non si può più intendere il fatto che, quando impieghiamo  il linguaggio della conoscenza, noi parliamo la lingua degli oggetti.
L’originale è piuttosto il linguaggio della conoscenza, mentre gli oggetti menzionati sono
le sue variabili, non il contrario.
La filosofia contemporanea ha dato a questo problema denominazioni diverse. Indipendentemente da come la si voglia qualificare, questa questione riguarda qualunque tipologia
di elemento terzo, chiamato a fare da “ponte” tra soggetto e oggetto, tra conoscenza e realtà.
A volte  si usa l’espressione “interpretante”, talvolta “cornice teorica”, talaltra “gioco linguistico”, qualche altra ancora “schema concettuale”.5Tutti questi nomi indicano qualcosa che era ben noto già ai tempi di Kant: noi non conosciamo le cose così come esse sono, ma le conosciamo solo all’interno di una specifica cornice concettuale. La variante wittgensteiniana di questo problema recita: «la verità di  certe proposizioni empiriche appartiene al
nostro sistema di riferimento».
6A partire da questo paradigma, tipico della filosofia moderna, Nicholas Rescher in tempi più recenti ha tratto alcune conclusioni relative alle scienze della natura:
la scienza della natura non riproduce la “realtà” in sé, piuttosto ci fornisce un’immagine della realtà, così come questa ci si presenta – e va tenuto conto che noi siamo ricercatori di un genere assolutamente
particolare,  ai quali spetta una posizione altrettanto  particolare  nel contesto delle cose del mondo. […] Le scienze della natura che pratichiamo sono un artefatto umano che deve essere limitato in un
aspetto decisivo proprio dal fatto che si tratta delle  nostre scienze. Il mondo così
come lo conosciamo è pertanto il nostro mondo  – è il correlato della mente in un’immagine del mondo concepita secondo categorie di comprensione che sono caratteristiche degli esseri umani.
7Dall’assunto per cui l’ordine del conosciuto è l’ordine del conoscere sorge il problema


della relatività concettuale. Questa parola indica un relativismo8che segue in maniera apparentemente necessaria dal significato fondamentale dei concetti e dall’applicazione degli schemi concettuali. Nei fatti non si tratta d’altro che della relazionalità. Non ci sono cose e nemmeno una natura che non siano il risultato del rapporto con i concetti nel momento stesso in cui divengono oggetto della nostra conoscenza e del nostro linguaggio.
Per dirla diversamente: con questo processo, la filosofia, le scienze e le arti hanno imparato
a resistere alla loro brama di oggettività. Tradotto in un linguaggio più propriamente filosofico: la concezione ingenua della conoscenza come rappresentazione sosteneva che qualcosa viene rappresentato solo a patto che la rappresentazione si conformi in ampia misura a
questo qualcosa; ossia solo a patto che si dia un isomorfismo tra ciò che rappresenta e la cosa
rappresentata. È questa idea dell’immagine del mondo a essere entrata in crisi.
Una filosofia che  abbia il coraggio di assumere queste posizioni  diventa inevitabilmente una filosofia che si fa portatrice di una modestia ontologica. In effetti, nella misura in
cui la realtà si tramuta in segni, in forme simboliche e in versioni del mondo, tanto la conoscenza quanto la scienza perdono il mondo delle “cose” così come queste sono “in se stesse”.  L’esito cui  approda la ricerca di Ernst Cassirer sottolinea come ciò che sembra consolidare la nostra conoscenza dei fatti e ampliarla, è piuttosto  proprio quello che  ci  distanzia in misura maggiore dal nucleo di ciò
che è “fattuale”. La concettualizzazione pertanto implica sempre una perdita del contenuto autentico e profondo del reale.
9Nei segni e nelle forme simboliche noi riconquistiamo quel tanto di mondo fenomenico che
somiglia alla nostra mente e che pertanto possiamo comprendere e in cui possiamo agire.
Qui però vengono alla luce alcuni problemi:  che ne è del mondo esterno, della realtà
oggettiva? Può forse essere che essi non  esistano? Nient’affatto. Essi ci sono. La filosofia
di cui stiamo parlando non è antirealistica nel senso che nega l’esistenza del mondo esterno.
Essa afferma piuttosto che il cosiddetto “problema del mondo esterno”
10non è di  alcun interesse filosofico. Come scriveva Rudolf Carnap nella sua autobiografia, «per il sistema della scienza la tesi della realtà del mondo esterno è un ingrediente vuoto».
11Questo punto di vista muta radicalmente lo stile e l’autocomprensione  della filosofia,
cosa ben chiara allo stesso Cassirer: non il punto di vista di una filosofia, ma la
sua “ottica” è ciò che per essa davvero conta. Questa non vuole semplicemente schizzare una cartografia dell’essere a partire da una posizione già data, in cui i singoli ambiti
della realtà vengono registrati come se fossero già noti e dati una volta per tutte. Essa
mira piuttosto a una lontananza ancora sconosciuta, che bisogna in primo luogo scoprire e che può essere aperta in prima istanza solo grazie al concetto.

12
█ Ernst Cassirer e la critica al realismo metafisico
Il Saggio sull’uomo, una delle ultime opere di Cassirer, si apre con la ripresa di un noto
interrogativo kantiano:  che cos’è l’uomo? I passi iniziali rappresentano una testimonianza critica rivolta contro il dogmatismo ontologico e  tutte le  verità  “troppo certe”.  Qui Cassirer scrive: «che la conoscenza di sé sia il fine più alto dell’indagine filosofica, sembra generalmente riconosciuto».
13Questo non è stato messo in questione dallo scetticismo: nella storia della filosofia lo scetticismo è
stato la semplice controparte di un deciso umanismo. Con la negazione e la distruzione della certezza oggettiva del mondo esteriore lo scettico spera di ricondurre il pensiero dell’uomo verso il proprio essere.
Egli afferma che la conoscenza di sé è la condizione prima e necessaria per la realizzazione di sé.
14Quello di Cassirer è un esercizio abituale di scepsi, ma allo stesso tempo è la scepsi stessa
che diventa costantemente oggetto d’indagine epistemologica: per mettere in luce allo stato puro l’operazione dell’espressione, è necessario che il contenuto che serve da segno venga sempre
più spogliato del suo carattere di cosa; in tal modo però il significato oggettivante, che gli viene attribuito, perde il suo migliore punto d’appoggio. La teoria della rappresentazione
rischia così di ricadere sempre nello scetticismo: infatti che certezza abbiamo che il simbolo  dell'essere, che crediamo di avere nelle nostre rappresentazioni, riproduca esattamente la forma di esso, senza alterarla proprio nei suoi tratti essenziali?
15È dalla perdita della certezza che nasce la convinzione della necessità di una filosofia critica.
Ciò che contraddistingue la filosofia della conoscenza di Cassirer è il coerente disvelamento epistemologico della  relazionalità –che qui vuol dire  relatività – all’interno di
tutte le forme di conoscenza e di sapere, comprese le scienze. Questo tratto caratteristico compare già nel primo volume de Il problema della conoscenza nella filosofia moderna, edito nel 1906.
16Quattro anni più tardi, in Sostanza e funzione,  Cassirer raffina la propria tesi: «la verità dell’oggetto dipende dalla verità di determinati assiomi e non ha alcun fondamento diverso e più saldo. In tal modo
certamente non c'è alcun essere assoluto, bensì soltanto uno relativo». Siamo qui di fronte
a un’apologia del relativismo? Il relativismo sarebbe una conseguenza necessaria della critica al realismo metafisico? Decisamente no. Cassirer sgombra subito il campo da  questi
possibili  fraintendimenti:  «questa relatività non significa evidentemente la dipendenza
fisica dai singoli soggetti pensanti, bensì la dipendenza logica dal contenuto di determinate premesse universalmente valide di ogni conoscenza in generale».
17Quel che resta quindi èuna forma di circolarità viziosa, quella di voler spiegare la relatività della conoscenza in base all’universale azione reciproca delle cose, giacché proprio questa azione
reciproca è invece soltanto una di quelle idee di relazione che la conoscenza introduce nella molteplicità sensibile per riportarla a una forma unitaria.
18Il problema della relazionalità/relatività si lega a quello della soggettività delle condizioni della conoscenza e degli interessi impliciti alla conoscenza stessa. Come afferma Cassirer
non c’è alcun punto archimedeo della conoscenza, né vi sono possibilità di trattare i problemi filosofici,prescindendo da uno specifico punto di vista.
19
█ La teoria della conoscenza nel passaggio dalla critica della ragione alla critica della
cultura: linguaggio, segno e simbolo Cassirer concepisce la sua  Filosofia delle forme simboliche, la cui stesura prende avvio all’incirca dal 1920, come una sorta di “ponte” filosofico capace di collegare la critica della ragione conla critica della cultura: la critica della ragione diviene critica della civiltà. Essa cerca di intendere e di mostrare come ogni contenuto della civiltà, in quanto è più di un semplice contenuto singolo, in quanto è fondato su di un generale principio formale, ha come presupposto una originaria attività dello spirito.
20Sulla strada che porta da una critica della ragione verso la critica della cultura Cassirer approda infine a una nuova determinazione tanto della teoria della conoscenza quanto della relazione fra epistemologia e ontologia, dal momento che quello di cui va alla ricerca è una teoria «delle forme fondamentali della
comprensione del mondo». La sua tesi epistemologica è forte e prevede che «la teoria della conoscenza, in fondo,  non  è altro che un’ermeneutica della conoscenza».
21Al centro dell’immagine del mondo che Cassirer ha contribuito a formare in manieraconsiderevole  troviamo l’uomo quale essere vivente che si esprime mediante i simboli presenti nelle diverse culture. L’animal symbolicum  realizza nelle culture la propria libertà.
Ciò che nelle diverse modalità della conoscenza e nelle forme del sapere si oggettiva non è l’effetto di una determinazione naturale, né designa un fatto dato “per natura”. Per dirla con lo stesso Cassirer: «a una considerazione ingenua delle cose la conoscenza si presenta come un processo nel quale noi portiamo alla coscienza, riproducendola, una realtà che è di per sé esistente, ordinata e articolata».
22La nuova teoria della conoscenza, che si muove lungo le orme di Kant 23e che, neokantianamente, si spinge oltre Kant,24affronta questo problema partendo da un principio completamente diverso: «non possiamo cercare il vero “immediato” là fuori, nelle cose, ma dobbiamo cercarlo in noi stessi».
25Già in Sostanza e funzione il problema non è più quello di «sapere su quale separazione nell'assoluto si fondano le opposizioni tra “interno” ed “esterno”, tra “rappresentazione” e “oggetto”», bensì quello di conoscere semplicemente «da quali punti di vista e in base a quale necessità il  sapere stesso pervenga a queste distinzioni».
26Cassirer non ha in mente una teoria speculativa della conoscenza, ma lavora lungo tutto il corso della sua vita a una fenomenologia della conoscenza. In una riflessione più tarda Cassirer sottolinea come
la filosofia delle forme simboliche non vuole essere una metafisica della conoscenza, ma una fenomenologia della conoscenza.  Essa assume per questo la parola “conoscenza” nel senso più ampio e piùesteso. Essa comprende con questo termine non solo l’atto  del concepire scientificamente  e dello spiegare  teoreticamente, ma qualsiasi attività spirituale in cui noi ci costruiamo un “mondo” nella sua  forma caratteristica, nel suo ordine e nel suo “esser-così” […] Di conseguenza,  la filosofia delle forme simboliche non vuole, per principio, costruire  una determinata teoriadogmatica dell’essenza degli oggetti e delle loro proprietà fondamentali, ma, al suo posto, cogliere e descrivere, in un paziente lavoro critico,  i modi dell’oggettivazione,come essi siano propri e caratteristici dell'arte, della religione, della scienza.27In questa maniera la filosofia delle forme simboliche cerca di seguire la via indicata da Kant con la filosofia critica. Essa non vuole prendere le mosse da un principio universale dogmaticamente istituito sulla natura dell’essere assoluto, ma vuole in primo luogo indagare che cosa significhi in generale fare affermazioni su un essere, su un “oggetto della conoscenza” e per quali vie  e con quali mezzi in generale l’oggettualità sia accessibile e raggiungibile.
28In una riflessione ulteriore, risalente allaseconda metà degli anni Trenta, Cassirer osserva che «una teoria della conoscenza, che non voglia restar ferma alle sole analisi deiconcetti fondamentali delle scienze, deve [...] sapere in quale regione della conoscenza essa si trovi», perché, secondo Cassirer le “regioni” sono “tre mondi”: la soggettività dell’Io, l’intersoggettività tra gli uomini e infine
l’articolazione  natura/cultura,  assunte  quali due forme distinte della realtà. Chiarisce infatti lo stesso Cassirer:non [può] trattarsi qui naturalmente di livelli interni di una realtà assoluta, così come la metafisica da sempre ha tentato di distinguerli di collocarli di fronte a noi in un ordinamento gerarchico. Si tratta piuttosto soltanto dell’articolazione della conoscenza stessa e delle relazioni che sono presenti in essa.29Il prospettivismo di Cassirer  – l’idea del costruttivismo proprio di ogni forma del percepire e del conoscere, così come la sua critica a ogni  realismo ingenuo e a ogni oggettivismo 30– si basa soprattutto sull’indicazione dell’intenzionalità quale fonte di ogni ricono-scimento oggettuale: le relazione con un oggetto, l’intenzione diretta verso l’oggettualità, non si aggiunge alla percezione in un secondo momento, sgorgando da una qualche altra fonte, ma si trova sin dall’inizio in essa. Essa costituisce un momento costitutivo e ineliminabile della percezione stessa.
31L’intenzionalità è quella proprietà della coscienza tale per cui essa è diretta verso gli oggetti in quanto oggetti di coscienza, piuttosto che sugli oggetti esterni del mondo; per Cassirer come per
Brentano l’intenzionalità è legata a una “oggettualità immanente”, ossia  alla  inesistenza intenzionale
(ovvero mentale) di un oggetto.
32Sulla base della libertà conquistata  mediante l’uso di segni e simboli ha origine una relazione asimmetrica tra il “mondo” del senso comune, “nel quale noi conosciamo” e il mondo che è reso oggettivo da noi. Più inseriamo i singoli dati tratti dall’esperienza del mondo all’interno dei concetti generali dei sistemi simbolici che noi stessi creiamo e meno rimane di quel mondo che la comprensione del senso comune erroneamente concepisce come una realtà “data”.Il sapere non è né parte dell’essere né la sua copia e non viene neppure ammessa la sua relazione con questo essere, tanto che essa viene invece fondata da un altro punto di vista. È infatti la funzione del conoscere che ora costruisce e costituisce l’oggetto, non come assoluto, ma come condizionato da questa stessa funzione, come “oggetto nel fenomeno”.
33Questo è il motivo ispiratore dell‘opera di Cassirer: «la riduzione del “dato” alle funzioni pure della conoscenza  costituisce il fine ultimo, il risultato e il frutto della dottrina critica».
34La  funzione conoscitiva, che di volta in volta viene chiamata in causa, determina la forma  «dell’oggetto nella manifestazione». Attraverso la filosofia delle forme simboliche il concetto di simbolo diventa  un universale teorico-culturale. All’alba degli anni Venti, in un contributo intitolato Der Begriff der symbolischen Form im Aufbau der Geisteswissenschaften, Cassirer delinea una  sistematicagenerale delle forme simboliche: con “forma simbolica” si deve intendere quell’energia dello spirito grazie a cui  un contenuto spirituale significante viene collegato a un segno sensibile concreto, venendo  intimamente assimilato a quest’ultimo.
35Ogni forma simbolica ha la propria origine in una specifica cultura, innervandola profondamente di sé. Tutte le forme simboliche sono “indici” dei «casi di rifrazione che
l’essere in sé unitario e unico subisce non appena esso è afferrato e fatto proprio dal “soggetto”».
36Dal punto di vista della teoria della conoscenza ciò implica che «l’identità tra il sapere come tale e il suo contenuto oggettivo venga abbandonata»,
37identità che era sottesa all’ipotesi corrispondentista della  adaequatio rei et intellectus, dal momento che «la “comprensione” del mondo non è un semplice accogliere, non è un ripetere una data struttura della realtà, ma implica una libera attività dello spirito». Così hanno origine i “mondi”(possibili versioni di mondo) con i loro indici – il mondoM del mito, il mondoR della religione, il mondoS delle teorie scientifiche – detto in breve, ha origine «la pluridimensionalità del mondo spirituale».
38Il significato delle “cose” di cui si
parla all’interno di ogni forma simbolica è contestuale e indessicale.39Nello sviluppo del pensiero di Cassirer la filosofia del linguaggio acquisisce pian piano un’importanza sempre maggiore. Non è un caso che la prima parte della  Filosofia delle forme simboliche sia dedicata al linguaggio,
così come non è casuale che qui si trovi  un passo che ricorda il primo Illuminismo europeo: «il linguaggio già nella pura forma rappresenta l’antitesi della pienezza e concretezza del mondo dei sensi e delle emozioni.



L’obiezione di Gorgia: “parla colui che parla,
ma non il colore o la cosa”, ha ancor più valo-re se alla realtà oggettiva sostituiamo la realtà
soggettiva. In quest’ultima domina la massima individualità e l’assoluta determinatezza».
40Cassirer argomenta in favore di una nuova
visione tanto della relazione tra soggetto e oggetto quanto di quella tra oggettività e soggettività.
[Per la] critica della conoscenza [...] il
problema non è come noi possiamo giungere dall’oggettivo al soggettivo, ma, al
contrario, come noi passiamo dal soggettivo all’oggettivo. Essa non conosce altra e
superiore oggettività che non sia quella
che data nell’esperienza stessa in conformità alle sue condizioni.
41“Oggettività” non è più un attributo di entità indipendenti dalla coscienza, come nella metafisica della sostanza; l’oggettività di cui Cassirer parla è il risultato di un’operazione di oggettivazione in cui le entità hanno origine mediante un’opera di strutturazione messa in atto dalla mente.
Il motivo centrale del rivolgimento epistemologico verso la soggettività non deve essere fraintesa nel senso di una forma di soggettivismo ;
42si tratta piuttosto delle ragioni che stanno al fondo dell'opposizione nei confronti del realismo metafisico e della  teoria del rispecchiamento che discendono da una visione metafisica della conoscenza. Tali ragioni non provengono esclusivamente dall’idealismo; per Cassirer è soprattutto lo sviluppo delle scienze che ha desolidificato «il rigido concetto di essere»; e «nella misura in cui questo punto di vista si  dispiega  e si afferma nella scienza, in essa  viene sottratto il terreno all’ingenua teoria della conoscenza in quanto rispecchiamento». Al posto del «passivo  rispecchiamento di un essere già dato»fanno la loro comparsa «simboli  intellettuali liberamente creati».
43Le “cose” e gli “stati di cose” non sono per la coscienza dei contenuti già  dati; si tratta piuttosto della “modalità” e della direzione della loro “formazione”, che sono determinati soggettivamente. Da tutto ciò non segue alcun anarchismo epistemologico. Il compito prioritario della critica alla conoscenza consiste nello scoprire le regole generali della trasformazioni delle rappresentazioni in cose: concentrando l’attenzione su tutte le molteplici espressioni della regola logica che il sapere segue nei suoi diversi livelli e nelle sue diverse fasi, sorge per noi l'idea di un’unica realtà in sé coerente. È questo
modo che si compie la “rivoluzione copernicana” che sposta il movimento nello spettatore, anziché attribuirlo agli oggetti.
44Il sapere concettuale non è “riproduzione”bensì “strutturazione”, formazione interiore. Supportato dalla sua conoscenza dei risultati fondamentali della matematica, della fisiologia, della psicologia e soprattutto della fisica post-newtoniana, Cassirer continua a ricercare all’interno delle scienze delle evidenze capaci di avallare la sua tesi: «è l'intelletto scientifico a porre ormai le condizioni e le pretese che gli sono
proprie come misura dell'essere». Una volta che i concetti scientifici non possono essere più intesi
come  «imitazioni di cose che hanno una loro esistenza oggettiva», ma si sono rivelati in quanto «simboli degli ordinamenti e delle connessioni funzionali che si presentano all’interno della realtà»,
45la critica della conoscenza si trova ad affrontare un compito diverso:quando domandiamo se per il pensiero sussiste qualche possibilità di oltrepassare il piano di ciò che è semplicemente simbolico e significativo e di cogliere dietro di esso la realtà “immediata” e senza veli, risulta da sé che questa meta, quand’anche fosse raggiungibile, non lo sarebbe mai sulla via della esperienza “esterna”. È difficile mettere seriamente in dubbio il fatto che quest’ultima, cioè la conoscenza del
mondo delle cose, è legata a ben determinati presupposti e a ben determinate condizioni di carattere teoretico e che perciò il processo di oggettivazione, quale si compie progressivamente nella conoscenza della natura, è sempre al tempo stesso un pro-cesso di mediazione logica. È difficile metterlo in dubbio, diciamo, dopo tutti i progressi che l’analisi critica della conoscenza ha compiuto nel campo della fisica moderna.  Sennonché tanto più necessario appare ora invertire la direzione della ricerca. Non possiamo cercare il vero “immediato” nelle cose esteriori, ma lo dobbiamo cercare in noi stessi. Non già la natura come complesso degli  oggetti nello spazio e nel tempo, bensì il nostro proprio io, non già il mondo delle cose, bensì il mondo della nostra esistenza, della nostra vita vissuta, sembra poterci condurre alla
soglia di questo immediato.
46Volendo  trarre qualche conclusione da quanto detto fin qui, quel che interessa Cassirer non è più, come nel caso della tradizionale concezione realistica del rapporto tra ontologia ed epistemologia, una comprensione della trasformazione delle cose in rappresentazioni. Quel che gli sta a cuore è piuttosto
l’inversione del problema e quindi interrogarsi sul come sia possibile che i contenuti della coscienza diventino contenuti del “mondo esterno”.

█ Un nuovo spirito scientifico, ovvero riconoscere che tutto il fattuale è già teoria
All’inizio delle mie considerazioni, avevo detto che le precondizioni di questa posizione
teorica in quanto  forma precipua di antiontologia  risiedono in due “rivoluzioni copernicane”. Così come la crisi epistemologica delle scienze dal 1840 ha rappresentato il trampolino di lancio del neokantismo, anche la filosofia delle forme simboliche di Cassirer non sarebbe stata pensabile senza un  mutamento intervenuto  nella matematica, nella fisiologia e nella fisica. La filosofia critica segue le scienze empiriche e le teorie delle scienze induttive, non le precede.
Tra i promotori della nascita di un nuovo spirito scientifico nelle scienze empiriche che
furono importanti  per  Cassirer sono da  ricordare  anzitutto Johannes Müller 47e il suo allievo Hermann von Helmholtz,
48per quanto concerne la fisiologia della visione, ma anche  Heinrich Hertz per quanto riguarda l’epistemologia della fisica.In linea con Helmholtz, Cassirer definisce il mondo della conoscenza come un «mondo di puri segni».
49Heinrich Hertz è per Cassirer, come del resto egli stesso scrive, «l’autore
di una “rivoluzione del modo di pensare” nel
campo della teoria fisica», poiché costui «per
la prima volta e nel modo più decisivo ha
fatto passare la fisica dalla “teoria del rispecchiamento” a una pura “teoria simbolica”».
50Alla luce dei lavori fondamentali di Cassier in materia di critica della conoscenza e di
epistemologia delle scienze naturali non  si
può restare sorpresi dal fatto che egli sia stato
tra i primi filosofi a sentirsi  attratto  dalla
formulazione della teoria della relatività speciale e generale – e che quindi si sia dedicato
intensamente alla sua comprensione filosofica. Come egli stesso ebbe a rimarcare, la teoria della conoscenza lega il proprio destino
allo sviluppo delle scienze esatte.51Versol’inizio degli anni  Venti, Cassirer lavorò intensamente sulla teoria della relatività di Einstein, con l’intento di metterne in luce «il nucleo puramente filosofico».
52Vide che in quel momento  «si annuncia[va] un rivoluzionamento della nostra immagine del mondo» e che si stava trasformando radicalmente  «il concetto di natura e di conoscenza della natura».
53La consonanza tra la nuova fisica e la “critica della conoscenza” è dovuta al fatto che entrambe sanno che spazio e tempo sono «puri concetti formali e di ordine, non concetti fattuali o di cose».
54In  Zur Einsteinschen Relativitätstheorie, lavoro ambizioso sia da un punto di vista filosofico che scientifico, Cassirer affronta questi temi in una sezione intitolata Concetti di misura e concetti di cosa, volendo mostrare come l’idea di un unico punto archimedeo per una considerazione coerente dell’universo,  cui Newton ancora credeva di poter  accedere, si fosse dissolto con la nascita di una pluralità di geometrie.55Nel contesto della sua interpretazione della fisica einsteiniana,
56e nella discussione  con Moritz Schlick che ne seguì, Cassirer  fa il punto sulla situazione, affermando che sono le trasformazioni del concetto di oggetto nella scienza esatta che spingono  anuove impostazioni  nell’ambito della teoria della conoscenza.57Egli riteneva che la peculiarità della teoria della relatività – considerata  nell’ottica  di una teoria  generale  della conoscenza – sta nel fatto che in essa si compie,in maniera più consapevole e trasparente di quanto accaduto in passato, il passaggio da
una teoria corrispondentista della conoscenza a una teoria funzionale della stessa.58In breve,
questo vuol dire che  un  «oggetto empirico non vuol dire nient’altro che un insieme legale di relazioni».59Altrove Cassirer esprime questo punto in maniera più generale:  «“natura” non indica un particolare modo di datità delle cose come tali, essa indica piuttosto una direzione fondamentale della riflessione».60In altri termini, nella totalità dei possibili concetti di realtà, “natura” è solo uno di questi; 61in una determinata prospettiva la realtà per noi si trasforma in “natura”.Proprio nell’analisi epistemologica della fisica moderna Cassier  fornisce  la prova del fatto che  la concettualizzazione della conoscenza ispirata al realismo in quanto rappresentazione riproduttiva e speculare, un tempo
legata alle scienze della natura, è ormai diventata  dubbia.  Acquista così  interesse il  problema della  costruzione e della  articolazione della versione  teoretica del mondo. Ciò che
Cassirer  vuole mostrare  è che conoscere scientificamente non vuol dire riprodurre una
sostanza, bensì operare mediante simboli.
La filosofia critica vede già un errore nell’interrogarsi sulla “corrispondenza” tra rappresentazione e oggetto, cosa che porta in un vicolo cieco, porta cioè ad associare simboli concettuali a “cose in sé” di carattere trascendentale. I nostri concetti possono “riferirsi” a oggetti proprio perché questi stessi
sono costruiti in quanto oggetti attraverso concetti. In Zur Einsteinschen RelativitätstheorieCassirer  suggerisce che  a ogni misurazione oggettiva si  debba  aggiungere  immediatamente  un determinato indice soggettivo, capace di rendere  riconoscibile le particolari condizioni sotto cui essa è sorta,
62 e questo per evitare che tanto le scienze quanto la filosofia si lascino sedurre da quelle “cose” il cui
carattere di datità sarebbe in apparenza anche ciò che funge da garante della loro oggettività ontologica:
cosa vuol dire l’espressione “fatto scientifico”? Evidentemente nessun fatto del genere ci è fornito da osservazioni casuali o dal semplice accumulo di dati sensoriali. I fatti della scienza presuppongono sempre un elemento teoretico, il che vuol dire un elemento simbolico. Molti, se non la maggior parte dei fatti scientifici, che hanno segnato un punto di svolta nella storia delle scienze, sono stati in primo luogo fatti ipotetici, prima di diventare fatti osservabili.63Questa posizione viene ripresa e sviluppata anche nel primo dei cinque studi sulla Logica delle scienze della cultura, dove  Cassirer
argomenta  a partire dal “teorema” di Giambattista Vico: «ogni essere comprende e coglie veramente solo ciò che egli stesso produce».
64Ciò cui Cassirer in ultima istanza aspira è, secondo le sue stesse parole, una sorta di “antropomorfismo” in “senso criticotrascendentale”. Egli condivide con Goethe quella convinzione per cui  «la cosa più importante è riconoscere che ogni fatto è già teoria».
65 E da Goethe prende in prestito anche un’altra massima antropomorfica: «nella natura noi possiamo osservare, misurare, calcolare, pesare come vogliamo, ma è pur sempre soltanto un nostro misurare e un nostro pesare, nel senso in cui l'uomo è la misura di tutte le cose».
66 Sul presupposto di  questo principio protagoreo, un’ontologia del riferimento
diretto e  la teoria della conoscenza come rispecchiamento che a essa si accompagna, diventano semplicemente impossibili.




█ Note
1
Per una panoramica generale sul pensiero di
Ernst Cassirer cfr. H.J. SANDKÜHLER (Hg.), Konstruktion und Realität, Peter Lang, Frankfurt a.M.
1994;  H.J. SANDKÜHLER,  Das Buch der Natur in
der Schrift der Kultur. Empirie und die Herausstellung der Phänomene, in: «Dialektik», n. 3, 1993,
pp. 93-108; H.J. SANDKÜHLER, D. PÄTZOLD (Hg.),
Kultur und Symbol, Metzler, Stuttgart-Weimar
2003.
2
In proposito cfr.  H.J. SANDKÜHLER,  Nature et
culture épistémiques, Klimé, Paris 2003.
3
Cfr. A.N. WHITEHEAD, Modes of Thought (1938),
Firepress New York 1968
2
(trad. it. I modi del pensiero, a cura di P.A. ROVATTI, Il Saggiatore, Milano 1972).
4
N.  GOODMAN,  Ways of Worldmaking, Hackett,
Indianapolis 1978, pp. ix-x (trad. it. Vedere e costruire il mondo, traduzione di C. MARLETTI, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. viii-ix).
5
Donald Davidson rimarca per esempio che i confini del nostro linguaggio coincidono con quelli
del nostro mondo. Cfr. D. DAVIDSON, On the Very
Idea of a Conceptual Scheme, in: «Proceedings and
Adresses of the American Philosophical Association (1973-1974)», vol. 47, pp. 5-20 (trad. it.
Sull’idea stessa di uno schema concettuale, in: R.
EGIDI (a cura di),  La svolta relativistica
nell’epistemologia contemporanea, Franco Angeli,
Milano 1988, pp. 152-167).
6
L. WITTGENSTEIN, On Certainty (1969), edited
by G.E.M. ANSCOMBE, G.H. VON WRIGHT, Basil
Blackwell, Oxford 2003
13
, p. 76 (trad. it.  Della
certezza. L’analisi filosofica del senso  comune, a
cura di M. TRINCHERO, Einaudi, Torino 1999
2
, p.
16).
7
N.  RESCHER,  Studien zur Naturwissenschaftlischen Erkenntnislehre, herausgegeben von A.
WÜSTEHUBE, Königshausen & Neumann, Würzburg 1996, p. 107.
8
In proposito cfr. S.  FREUDENBERGER,  Relativismus, in:  H.J. SANDKÜHLER (Hg.),  Enzyklopädie
Philosophie, vol. II, Felix Meiner, Hamburg 1999,
pp. 1378-1384.
9
Cfr. E. CASSIRER, An Essay on Man – An Introduction to a Philosophy of Human Culture (1944),
in:  E. CASSIRER,  Gesammelte Werke, Bd. 23, herausgegeben von M.  LUKAY, Felix Meiner, Hamburg 2006 (trad. it. Saggio sull’uomo. Una introduzione alla filosofia della cultura umana, a cura di L.
LUGARINI, Armando, Roma 1969).
10
Cfr. G. PAPPAS, Problem of External World, in: J.
DANCY, E. SOSA (eds.), A Companion to Epistemology, Blackwell, Oxford 1993, p. 381:  «il mondo
esterno, nel senso in cui I filosofi hanno inteso
questo termine, non è un qualche distante pianeta,
esterno alla terra. Né il mondo esterno è, a rigore,
un mondo. Il mondo esterno consiste piuttosto di
quegli oggetti ed eventi che esistono esternamente
al soggetto percipiente».
11
R. CARNAP, Mein Weg in die Philosophie, Reclam
Verlag, Stuttgart 1993, p. 71.
12
E. CASSIRER, Ziele und Wege der Wirklichkeitserkenntnis, in:  E. CASSIRER,  Nachgelassene Manuskripte und Texte, Bd. 2, herausgegeben von J.M.
KROIS, K.C.  KÖHNKE, O.  SCHWEMMER, Felix
Meiner, Hamburg 1999, p. 24.
13
E. CASSIRER, An Essay on Man, cit., p. 5 (trad. it.
p. 45).
14
Ibidem.
15
E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff. Untersuchungen über die Grundfragen der
Erkenntniskritik (1910), in:  E. CASSIRER,  Gesammelte Werke, Bd. 6, herausgegeben von R.
SCHMÜCKER, Felix Meiner, Hamburg 2000, pp.
305-306 (trad. it. Sostanza e funzione, a cura di M.
FERRARI, La Nuova Italia, Firenze 1999
2
, pp. 375-
376).
16
Cfr. E. CASSIRER, Das Erkenntnisproblem in der
Philosophie und Wissenschaft der neueren Zeit.
Erster Band (1906), in:  E. CASSIRER,  Gesammelte
Werke, Bd. 2, herausgegeben von T. BERBEN, Felix
Meiner, Hamburg 1999, pp. x, 3 (trad. it.  Storia
della filosofia moderna. Il problema della conoscenza nella filosofia e nella scienza, vol. I, tomo I, a
cura di A.  PASQUINELLI, Einaudi, Torino 1971
7
,
pp. x, 3).
17
E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 321 (trad. it. p. 394).
18
Ivi, p. 331 (trad. it. p. 406, trad. modificata).
19
Cfr.  E. CASSIRER,  Erkenntnistheorie nebst den
Grenzfragen der Logik und Denkspsychologie
(1927), in:  E. CASSIRER,  Gesammelte Werke, Bd.
17, herausgegeben von T.  BERBEN, Felix Meiner,
Hamburg 2004, pp. 13-81 (trad. it. La teoria della
conoscenza e le questioni di confine della logica e
della psicologia del pensiero, in: E. CASSIRER, Conoscenza, concetto, cultura, a cura di G.  RAIO, La
Nuova Italia, Firenze 1998, pp. 67-133).
20
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Erster Teil. Die Sprache (1923), in: E. CASSIRER, Gesammelte Werke, Bd. 11, hrsg. von C. ROSENKRANZ, Felix Meiner, Hamburg 2001, p. 11 (trad. it.  Filosofia delle forme simboliche, vol. I, a
cura di E. ARNAUD, La Nuova Italia, Firenze 1996,
p. 12).
21
E. CASSIRER,  Zur Metaphysik der symbolischen
Formen, in:  E. CASSIRER,  Nachgelassene Manuskripte und Texte, Bd. 1, hrsg. von J.M. KROIS, O.
SCHWEMMER, Felix Meiner, Hamburg 1995, p.
165 (trad. it.  Metafisica delle forme simboliche, a
cura di G. RAIO, Sansoni, Firenze 2003, p. 199).
22
E. CASSIRER, Das Erkenntnisproblem in der Philosophie und Wissenschaft der neueren Zeit. Erster
Band (1906), cit., p. 1 (trad. it. p. 17).
23
Al di là di altri punti di riferimento importanti
per Cassirer, Kant può definirsi il suo segnavia.
Nel periodo dell’esilio, Cassirer ha spesso tenuto
lezioni o conferenze su Kant, anche in relazione
alle scienze della natura moderne, p. es. in relazione alla biologia.
24
Lascio qui aperta la questione se Cassirer debba
essere ritenuto un neokantiano o meno. Quel che
tuttavia lo accomuna al neokantismo – e in particolare al neokantismo marburghese  – emerge
chiaramente dalla redazione della voce  NeoKantianism per la  Enciclopedia Britannica: «loro
si interrogano sulla possibilità della filosofia come
scienza con l’intenzione di formularne le condizioni». Cfr. E. CASSIRER, Neo-Kantianism, in: Encyclopaedia Britannica, vol. 16, London-New York
1929
14
, p. 215).
25
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter Teil. Phänomenologie der Erkenntnis
(1929), in:  E. CASSIRER,  Gesammelte Werke, Bd.
13, hrsg. von J. CLEMENS, Felix Meiner, Hamburg
2002, p. 27 (trad. it. Filosofia delle forme simboliche, vol. III tomo I, a cura di E. ARNAUD, La Nuova Italia, Firenze, 1989, terza rist., p. 31, traduzione lievemente modificata).
26
E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 293 (trad. it. p. 360, trad. modificata).
27
E. CASSIRER, Zur Logik des Symbolbegriff (1938),
in: E. CASSIRER, Wesen und Wirkung des Symbolbegriffs, Wissenschaftlische Buchgesellschaft, Darmstadt 1956, p. 209 e segg. In questo testo Cassirer
discute le obiezioni di Marc-Wogau: non è mai
possibile uscire dal circolo delle forme, se
l’oggettività non può mai essere presente se non in
forme simboliche.
28
Ivi, p. 227 e segg.
29
E. CASSIRER, Ziele und Wege der Wirklichkeitserkenntnis, cit., p. 12 e segg. Sulla critica dello psicologismo cfr. E. CASSIRER La teoria della conoscenza
e le questioni di confine della logica e della psicologia
del pensiero, cit.
30
Ivi, p. 27.
31
Ivi, p. 26. Sul significato dell’intenzionalità si
veda  E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 24 (trad. it. p. 19 e segg.).
32
Cfr. F. Brentano,  Psychologie vom empirischen
Standpunkt. Von der Klassifikation der psychischen
Phänomene (1874), in: F.  BRENTANO,  Sämtliche
veröffentliche Schriften Bd. I, hrsg. von T. BINDER,
A. CHRUDZIMSKI, Ontos Verlag 2010 (trad. it. La
psicologia dal punto di vista empirico, vol. I, a cura
di L. ALBERTAZZI, Laterza, Roma-Bari 1997).
33
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter Teil, cit., p. 4 (trad. it. p. 8).
34
E. CASSIRER, Das Erkenntnisproblem in der Philosophie und Wissenschaft der neueren Zeit, Zweiter
Band, (1906), in: E. CASSIRER, Gesammelte Werke,
Bd. 3, herausgegeben von D. VOGEL, Felix Meiner,
Hamburg 1999, p. 638 (trad. it. Storia della filosofia moderna.  Il problema della conoscenza nella
filosofia e nella scienza, vol. II tomo III, a cura di
G. COLLI, Einaudi, Torino 1971
7
, p. 824).
35
E. CASSIRER, Der Begriff der symbolischen Formen
im Aufbau der Gesiteswissenschaften (1921/22), in:
E. CASSIRER,  Wesen und Wirkung des Symbolbegriffs, cit., p. 174 e segg.
36
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter Teil. Phänomenologie der Erkenntnis,
cit., p. 1 (trad. it. p. 3).
37
Ivi, p. 4 (trad. it. p. 7).
38
Ivi, p. 15 (trad. it. p. 19).
39
Cfr.  E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 296 e segg. (trad. it. p. 365 e segg)
dove Cassirer parla di “punti logici di riferimento“
e di “gradazione logica”, che sono propri di ogni
giudizio. Più avanti si legge inoltre: «ogni singolo
elemento riceve un indice che ne esprime la posizione rispetto al tutto e in questo indice si manifesta il suo valore oggettivo» (ivi, p. 314; trad. it. p.
386 ).
40
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Erster Teil. Die Sprache, cit., pp. 134-135
(trad. it., pp. 159-160, corsivo aggiunto).
41
E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 300 (trad. it. pp. 368-369, traduzione
modificata).
42
Cassirer prende esplicitamente posizione contro
il soggettivismo. Cfr. E. CASSIRER, Was ist „Subjektivismus“?, in: «Theoria», n. 2, 1939, pp. 279-332
(trad. it. Che cos’è “soggettivismo”?, in: E. CASSIRER,
Conoscenza, concetto, cultura, cit., pp. 175-201.
43
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen For-men. Erster Teil. Die Sprache, cit., p. 3 (trad. it. p.
5).
44
E. CASSIRER, Goethe und die mathematische Physik, in:  E. CASSIRER,  Idee und Gestalt. Goethe,
Schiller, Hölderlin, Kleist. Funf Aufsätze, Bruno
Cassirer Verlag, Berlin 1921, p. 65.
45
E. CASSIRER, Das Erkenntnisproblem in der Philosophie und Wissenschaft der neueren Zeit. Erster
Band (1906), cit., pp. 2-3 (trad. it. p. 19).
46
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter Teil. Phänomenologie der Erkenntnis,
cit., p. 25-26 (trad. it. pp. 30-31).
47
Cfr.  E. CASSIRER,  Substanzbegriff und Funktionsbegriff, cit., p. 309 (trad. it. p. 380).
48
Nel suo articolo Neo-Kantianism Cassirer chiarisce quanto sia stato importante per lui la figura
di Helmholtz per lo stretto rapporto fra neokantismo e sviluppo della scienza: «il neokantismo si
trova a confrontarsi con un compito nuovo poiché
deve avere a che fare con un nuovo stato della
scienza stessa» (ivi, p. 215).
49
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter Teil. Phänomenologie der Erkenntnis,
cit., p. 23 (trad. it. p. 28).
50
Ibidem.
51
Cfr. E. CASSIRER, Zur Einsteinschen Relativitätstheorie. Erkenntnistheoretische Betrachtungen
(1921), in:  E. CASSIRER,  Zur modernen Physik,
Wissenschaftliche  Buchgesellschaft, Darmstadt
1987
6
, p. 8 (trad. it. Teoria della relatività di Einstein,
a cura di G. RAIO, Newton, Roma 1981, p. 41).
52
E. CASSIRER, Philosophische Probleme der Relativitätstheorie, in: «Neue Rundschau», vol. 31, n. 2,
1920, p. 1337.
53
Ivi, p. 1338.
54
Ivi, p. 1351.
55
E. CASSIRER, Zur Einsteinschen Relativitätstheorie cit., p. 5 (trad. it. p. 38).
56
Cfr. M.  PLÜMACHER, H.J. SANDKÜHLER,  Im
Streit über die „Wirklichkeit“. Distanzen und Nä-
hen zwischen Ernst Cassirer und Moritz Schlick, in:
«Dialektik», n. 1, 1995, pp. 121-132; A. BARTELS,
Die Auflösung der Dinge, in:  H.J. SANDKÜHLER
(Hg.), Philosophie und Wissenschaften. Formen und
Prozesse ihrer Interaktionen, Peter Lang, Frankfurt
a.M. 1997, pp. 193-210.
57
E. CASSIRER, Erkenntnistheorie nebst den Grenzfragen der Logik und Denkspsychologie, cit., p. 46 e
segg. (trad. it. p. 99 e segg.).
58
Cfr. E. CASSIRER, Zur Einsteinschen Relativitätstheorie, cit., p. 49 (trad. it. p. 88).
59
Ivi, p. 41 (trad. it. p. 80).
60
E. CASSIRER, Ziele und Wege der Wirklichkeitserkenntnis, cit., p. 157.
61
Cfr. E. CASSIRER, Zur Einsteinschen Relativitätstheorie p. 109 (trad. it. p. 157 e segg.).
62
Cfr. ivi, p. 11 e segg. (trad. it. p. 41 e segg.).
63
E. CASSIRER, An Essay on Man, cit., p. 65 (trad.
it. p. 129).
64
E. CASSIRER,  Zur Logik der Kulturwissenschaften, Göteborg, Erlander 1942, p. 9 (trad. it. Sulla
logica delle scienze della cultura, a cura di M. Maggi, La Nuova Italia, Firenze 1979, p. 8).
65
E. CASSIRER,  Philosophie der symbolischen Formen. Dritter  Teil. Phänomenologie der Erkenntnis
cit., p. 29 (trad. it. p. 35).
66
E. CASSIRER, Zur Einsteinschen Relativitätstheorie p. 107 (trad. it. p. 157).






















lunedì 26 marzo 2012

P. Carta
 US



zona militare e òpoligono di quirra




Il PM Fiordalisi: trucchi per non trovare torio e uranio.

Su diciotto salme riesumate, sono stati ritrovati dati superiori alla norma in dodici casi.
 È la prova, secondo la Procura, del rapporto diretto tra attività svolte nel poligono dal 1956 a oggi praticamente senza controllo, il disastro ambientale tra Perdasdefogu e Villaputzu, certificato da analisi su analisi, e l'insorgenza di malattie e tumori in chi ha frequentato quella zona. 
 «Spero di aver contribuito a fare chiarezza su quel che è accaduto nel Salto di Quirra. Sono contento di aver aiutato la Sardegna, fornendo una serie di risultati delle mie indagini al Procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi. Poi la lettura dei dati e le scelte spettano ad altri. Cioè ai giudici e a voi sardi». 
Evandro Lodi Rizzini non dice altro. È il fisico di Brescia e del Cern di Ginevra che ha trovato torio radioattivo nelle ossa dei pastori morti attorno al Salto di Quirra. 


Controlli ambientali taroccati. Pagati con fior di soldi pubblici ma deviati in modo da certificare che  nel salto di Quirra non ci fosse alcuna traccia di inquinamento causato dalle attività del poligono.


 I SOSPETTI. E' la tesi del Procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi, convinto di aver smascherato una zona grigia creata ad arte grazie ad esperti  e studiosi più o meno vicini alla Difesa (Min Dif) che ha sempre impedito di fare piena  luce sull'inquinamento ambientale nel Salto di Quirra. Capace di dire che le guerre simulate e i test di armi non creavano alcun tipo di danno ambientale. Professori universitari che hanno finto di non vedere il torio sparso nel Salto di Quirra dai missili Milan e poi ritrovato addirittura nelle ossa dei pastori morti nella zona di tumore, oltre che nel miele e nel formaggio prodotti nella zona. Tecnici che - in base a un appalto della Nato e della Difesa da due milioni e mezzo di Euro- adottavano per  la ricerca di uranio impoverito procedure secondo le quali era praticamente impossibile trovare traccia di contaminazione. E anche quando i risultati erano impossibili da nascondere (contaminazione da metalli pesanti cancerogeni e da sostanze radioattive), allora i chimici davano colpa alla vecchia miniera di Baccu LOcci o alla natura geologica de terreno, pur in assenza di uno studio specifico.


 VENTI INDAGATI. Per Fiordalisi è stato creato un sistema di consulenze e incarichi attorno a Perdasdefogu. Tutto questo compare nell'avviso della conclusione delle indagini, trasmesso ai venti indagati. 
Da qui l'avvio di conclusione delle indagini recapitato da Fiordalisi a venti indagati: sei ex comandanti del poligono di Perdas, due responsabili del distaccamento a mare di capo San Lorenzo, il tenente Walter Carta (responsabile del servizio di Prevenzione del poligono nonché ex sindaco di Forza Italia di Perdasdefogu), quattro esperti dell'Università di Siena (avrebbero taciuto sulle quantità di torio ritrovate nei terreni, in alcuni punti 35 volte superiori al fondo naturale del terreno), tre membri della commissione Difesa (i controllori del lavoro dell'Ateneo toscano), due chimici della Sgs di Torino (accusati di aver detto il falso quando hanno assolto dall'accusa di inquinamento le attività militari), il sindaco di Perdasdefogu, Walter Mura (Pd) e il professore universitario cagliaritano Pierluigi Cocco (medico competente della base) per aver ostacolato le indagini.


L'ACCUSA. Oltre alle (presunte) responsabilità degli ufficiali che comandavano il poligono di Perdasdefogu e il distaccamento di Capo San Lorenzo,ci soo quelle dei professori dell'Università  di Siena  FRANCESCO RICCOBONO  e dei suoi collaboratori . secondo l'accusa malgrado le richieste della Difesa, opposero un muro di silenzio sulla presenza del torio riscontrata in alcuni punti del Salto di Quirra oltre ogni soglia (anche 35 volte il fondo naturale). E sotto inchiesta anche la commissione Difesa incaricata di controllare il lavoro deglia accademici (gli ufficiali Giuseppe Di Donato, Vittorio Mauro) 


LA SGS. Rilevante dal punto di vista penale, secondo il Fiordalisi, anche il comportamento di due chimici della SGS di Torino (Gilberto Nobile e Gabriella Fasciani), legata all'azienda che produce i missili  Milan al torio attraverso Finmeccanica, uno dei clienti più assidui del poligono affittato alla industrie belliche  per il test delle armi.
 In una nota, la SGS precisa di "non avere relazioni societarie né con Fiat. La società è controlla al cento per cento dal gruppo SGS, quotato alla borsa di Zurigo, i cui principali singoli azionisti sono Exor e la famiglia Von Finck, entrambi con il 15% del capitale."
Secondo la Procura, invece, nella SGS svizzera è presente con una quota di partecipazione anche la famiglia Agnelli e sino a qualche tempo fa presidente era Sergio Marchionne, attuale AD di Fiat.


I CONTROLLI. I due chimici della SGS avrebbero certificato che l'inquinamento di certi punti del poligono dipendeva dalla natura del terreno, non dalle attività svolte nel poligono: E avrebbero adottate procedure scientifiche discutibili: pochi campioni di confronto, ricerca di uranio impoverito con tecniche che secondo gli esperti erano sbagliate. "L'Uranio impoverito si dilava con la pioggia - ha spiegato il fisico scelto dalla Procura , Evandro Lodi Rizzini, il luminare che ha trovato il torio radioattivo nei cadaveri riesumati. Lo stesso professore universitario bresciano, in un parere che fa parte del fascicolo di un'inchiesta unica al mondo (per la prima volta viene messo sotto accusa un poligono, sospettato di aver rovinato l'ambiente e di aver favorito l'insorgenza di malformazioni e  malattie , per la prima volta sono state riesumate 18 salme alla ricerca di tracce di elementi radioattivi), ha spiegato che il torio è più pericoloso dell'uranio impoverito per la salute  e che qualsiasi indagine epidemiologica è inutile:"L'esposizione alle particelle Alfa è dannosa in assoluto, soprattutto se si entra in contatto con il torio per inalazione, ma per nessun tipo di tumore è possibile stabilire un nesso ed effetto. E quindi qualsiasi studio epidemiologico no ha senso". Neppure quello che è in procinto dipartire su input di Regione e Ministero della Salute.


LE ATTIVITA'. L'inchiesta della Procura di Lanusei ha messo in evidenza anche la pericolosità del RADAR ("in sei minuti di esposizione a certe frequenze si danneggerebbero in maniera irreversibile le cellule", è il parere del professor Marinelli), dei test del razzo Vega(" una fabbrica di nanoparticelle cancerogene", secondo Maria Antonietta Gatti), dei brillamenti delle munizioni obsolete avvenute , secondo il pm Fiordalisi, senza avvisare neppure il medico della base, il docente universitario cagliaritano Pierluigi Cocco (anche lui finito sotto inchiesta) e con il pretesto di addestrare gli artificieri.


L'Azienda Ospedaliera Universitaria di Cagliari, in una nota, si dice sicura della corretezza dell'operato del professor Cocco quale medico competente del poligono in base a un accordo tra Università e Difesa.
Secondo il Pm Fiordalisi il prof. Cocco non avrebbe potuto svolgere quel ruolo in quanto non iscritto nell'apposito elenco regionale dei medici abilitati per la tutela dal pericolo di esposizione alla radioattività.
Inoltre , sempre per il procuratore di Lanusei " la sua malafede risulterebbe dagli incarichi, molto remunerativi che nel 2011 gli sono stati affidati dall'amministrazione Militare  in aggiunta a quelli pregressi".  











domenica 25 marzo 2012


William K. Black 
Tradotto da  Curzio Bettio


Mentre il movimento Occupy Wall Street (OWS) ha preso di mira una piazza finanziaria per occuparla, la Germania ha compiuto un’impresa di gran lunga più impressionante, quella di occupare un’intera nazione – la Grecia. La Germania ha esperienza nell’occupare la Grecia, avendola occupata durante la Seconda guerra mondiale. L’arte di occupare un’altra nazione prevede di reclutare subito un fantoccio locale per fare il lavoro sporco necessario per esercitare la repressione sui cittadini.
Durante la Seconda guerra mondiale, la Germania ha usato varie marionette, la più famosa l’assassino Ioannis Rallis, per (nominalmente) governare la Grecia e terrorizzare il popolo greco. (Dopo la sconfitta della Germania, Rallis è stato condannato per il suo tradimento.)

Questa volta, la Germania ha avuto molto più successo nel reclutare ed utilizzare un burattino per (nominalmente) governare la Grecia e terrorizzare il popolo greco, prima dell’occupazione tedesca. È stata abile nell’imporre al governo il suo fantoccio, Lucas Papademos, che accolga la “richiesta” della Germania di rioccupare la Grecia.
Papademos non è stato eletto. Lui è al potere, perché il suo predecessore eletto, George Papandreou, aveva annunciato che la Grecia avrebbe tenuto un referendum, se accettare o meno i termini di un accordo sul debito sovrano della Grecia, accettazione che avrebbe avuto l’effetto della rinuncia alla restante sovranità della Grecia, e della consegna del popolo greco ad una depressione ancora più profonda.
L’inevitabile reazione tedesca al plebiscito è stata: “La democrazia in Grecia - inconcepibile!” Quindi, la Germania ha minacciato di distruggere l’economia della Grecia se si fosse tenuto il referendum. Il ricatto della Germania ha prodotto il crollo del governo eletto di Papandreou e la nomina di Papademos come primo ministro “de facto” della Grecia.
Papademos è un banchiere che condivide le proposizioni economiche “theo-classiche”, che prima hanno ingenerato la crisi globale e poi hanno indotto la Banca Centrale Europea (BCE) e molti dirigenti europei ad adottare restrizioni di austerità che hanno fatto sprofondare l’Eurozona nella recessione.
Papademos non è proprio adatto per affrontare gli impegnativi problemi economici di questo tempo. I suoi dogmi economici, il suo curriculum di fallimenti, e il disprezzo per la democrazia e per il popolo greco ne hanno fatto il burattino perfetto per i Tedeschi.
Per ragioni che vanno oltre ad ogni comprensione è stato definito un “tecnocrate”. I suoi primati di fallimenti in politica economica dimostrano che per lui sarebbe più accurata l’etichetta di “falso sciamano”, di apprendista stregone.
La Germania e Papademos hanno messo fine alla sovranità politica della Grecia, ma la Grecia ha rinunciato alla propria sovranità economica già da lungo tempo, quando ha adottato l’euro.

Due categorie della sovranità economica nazionale sono state perse dagli Stati in concomitanza con l’abbandono della loro moneta e con l’adozione dell’euro.
Un paese membro non ha potuto più avere una politica monetaria, e rivalutare o svalutare la sua moneta corrente. I progettisti dell’euro hanno imposto misure fortemente limitative a quello che restava della sovranità economica dei paesi membri. È stata deliberata l’imposizione che le nazioni dell’area euro cedano l’ultimo vestigio della loro sovranità economica. I progettisti dell’euro hanno individuato nella sovranità nazionale economica la più grave minaccia per il successo dell’euro.
La loro grande paura era che l’inflazione potesse portare ad un euro debole, e allora hanno adottato il Patto di “Stabilità e Crescita”, per limitare drasticamente le capacità degli Stati membri di controllare le loro politiche fiscali.
In buona sostanza, il Patto ha proibito ai paesi membri l’esercizio di un deficit di bilancio, anche nel corso di una grave recessione o depressione.
La Banca centrale europea (BCE) è stata creata con un unico mandato - prevenire l’inflazione, anche benigna. È stata diretta, non per cercare di contrastare recessioni anche gravi, la disoccupazione di massa, e la povertà estrema. Neppure, è stata designata per funzionare come prestatore di ultima istanza. (1)

Ma l’aspetto altrettanto importante della BCE non è stato scritto nel suo statuto - ma è comprensibile a tutti. La BCE deve essere subordinata alle mire e alle prese di posizioni economiche della Germania (con la Francia come foglia di fico, sempre in subordine).
Il punto di vista economico della Germania consiste nel paradigma che l’iper-inflazione sta sempre in agguato dietro l’angolo, e perciò la BCE deve agire come un rapace eternamente vigile.

Le nazioni ai margini dell’Eurozona non hanno alcuna speranza realistica di influenzare le politiche della BCE.
Tre sono state le implicazioni importanti per le nazioni che hanno adottato l’euro e, abbandonando la loro moneta sovrana, hanno ceduto la sovranità economica.
In primo luogo, i paesi membri hanno abdicato al loro unico mezzo affidabile per risollevarsi da una grave recessione o depressione.
In secondo luogo, i paesi membri si sono resi indifesi agli attacchi devastanti da parte dei mercati finanziari, dovessero piombare in una crisi economica.
In terzo luogo, le nazioni marginali hanno posto la loro sovranità politica in grave pericolo, dovessero cadere in crisi economica.
L’armamentario strumentale collaudato per il recupero da una grave recessione comprende tre manovre politiche. Queste azioni politiche non si escludono a vicenda, anzi di solito sono messe in opera in combinazione.
Una nazione che mantiene la propria sovranità economica può accelerare il suo recupero da una grave recessione adottando politiche di bilancio incentivanti, una politica monetaria stimolativa e la svalutazione della sua moneta.
Una nazione che adotta l’euro non ha la possibilità di utilizzare nessuno di questi metodi.
Il Patto di Stabilità e Crescita consente alle nazioni di gestire solo un minimo deficit di bilancio, grosso modo inadeguato a sostituire la perdita di domanda dal settore privato.
Una nazione che ha una moneta sovrana, il cui valore fluttua e i cui debiti sono espressi nella propria valuta, costituisce un obiettivo estremamente poco interessante per le aggressioni valutarie. Si ha sempre la possibilità di ripagare i debiti espressi in una propria moneta, e questo rende l’obiettivo ancora più difficile da raggiungere per gli attacchi da parte dei mercati del credito.
Una nazione che utilizza l’euro non è un’emittente di moneta sovrana. Essa utilizza la valuta di un’altra entità. I suoi debiti sovrani, quindi, sono intrinsecamente espressi in un’altra valuta - l’euro, nello specifico.
Quando una nazione cade in recessione, o piomba in una crisi debitoria, i mercati del debito producono un circolo vizioso. Come il debito sovrano aumenta, le agenzie di rating abbassano i giudizi, il che produce l’aumento dei tassi di interesse sul debito sovrano, fattore che comporta l’aumento dei costi del debito, con i conseguenti ulteriori declassamenti di rating.

Si noti che, quando le agenzie di rating sul credito hanno declassato gli Stati Uniti, i mercati del credito hanno proceduto al prestito di somme enormi agli Stati Uniti a tassi di interesse ancora più bassi. I mercati del credito giustamente tengono gli Stati Uniti non in scarsa considerazione, dato che questi posseggono una moneta sovrana, come “rifugio sicuro”.
Le dinamiche delle valute sovrane fanno impazzire i falchi del deficit. Costoro attendono con avidità il giorno, e inventano fantomatici “punti critici” della percentuale del debito, quando i mercati del credito adotteranno la loro teoria del ciclo economico austriaco e si rifiuteranno di concedere prestiti agli Stati Uniti. (2)

Anche i leader finanziari del Giappone, tuttora in grado di chiedere in prestito somme enormi a tassi di interesse praticamente vicini allo zero, nonostante abbiano uno dei rapporti più alti del debito nel mondo, sono così “austriaci” nella loro economia da non essere in grado di capire il loro sistema monetario.
Gli studiosi della Teoria Monetaria Moderna (Modern Monetary Theory - MMT) hanno ripetutamente avuto buon successo, dal punto di vista analitico e predittivo, nello spiegare l’inspiegabile (secondo la prospettiva dominante della teoria economica “theo-classica”).

Il risultato della distruzione della sovranità economica è che una nazione che ha adottato l’euro e che sprofonda in una grave recessione può essere costretta ad un avvitamento irreversibile.
Il sistema dell’euro non ha predisposto i mezzi per far fronte ad una tale spirale di morte, che condurrebbe al fallimento (default) dello Stato e obbligherebbe al ritiro forzato dall’euro.
Il default di un paese membro, dato il suo debito in euro, causerebbe l’acuirsi stabile dei costi del debito degli altri membri dell’area euro intrappolati nella recessione, e questo potrebbe provocare una serie di altre inadempienze e di ritiri dall’euro.
L’unica istituzione costituita per dare assistenza ad uscire dalla crisi era prevista esterna al sistema dell’euro, il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Il FMI concede prestiti alle nazioni e pretende in cambio austerità, privatizzazioni e deregulation. L’austerità rende peggiori le recessioni, e la deregolamentazione è una delle cause delle crisi finanziarie, quindi i prestiti del FMI si rivelano spesso distruttivi per le nazioni beneficiarie.
Il FMI non è stato mai disposto ad accollarsi l’esposizione delle perdite, diventando un prestatore di ultima istanza verso i paesi marginali. Ciò ha costretto l’Unione europea (UE) e la BCE a creare un fondo che operasse in collaborazione con il FMI per prestare ai membri dell’Eurozona incappati nella crisi. L’UE ha prestato alle nazioni ai margini, imponendo condizioni di austerità,  privatizzazioni, deregolamentazione, condizioni che si sono rivelate persino più distruttive di quelle imposte dal FMI.
Il dogma economico “theo-classico” ha costretto la zona euro in recessione e gran parte dei suoi paesi periferici nella depressione. Questo rappresenta uno dei più distruttivi e spettacolari “autogol” della storia. Il dogma “theo-classico” della BCE consente soltanto un mezzo per sfuggire ad una grave recessione o alla depressione – mettere fine alla rete europea per la sicurezza sociale e ridurre di netto i salari della classe operaia, in modo tale che tutti gli Stati membri in difficoltà economica diventino principalmente o solamente “net exporter” di beni e servizi. (3)

È per tutto ciò che noi definiamo questo dogma: “Nuovo Mercantilismo”.
Adam Smith, naturalmente, era stato indotto a scrivere, in gran parte mosso dal suo desiderio di esporre la scienza del mercantilismo, una pura follia. L’economia era l’unica “scienza”!
Mi rendo conto di come questa “scienza” si sia… deteriorata drammaticamente nella sua capacità predittiva nel corso di 150 anni.
Il dogma della BCE si fonda su un errore di logica di base (ed è economicamente analfabeta e pericoloso). L’esportazione di una nazione è importazione per un’altra nazione, e quindi non possiamo essere tutti “net exporter”.
Il successo di una nazione (in questo caso, la Germania) nel diventare un “net exporter”, in parte attraverso una sostanziale riduzione dei salari della classe operaia, non prova che i paesi marginali possano emulare il suo “successo” tagliando i salari della classe lavoratrice.
Anzi, più la Germania diventa un “net exporter”, più è difficile per le nazioni periferiche diventare “net exporter”.
In pratica, la strategia della BCE prevede che gli Irlandesi cerchino di ridurre in modo sostanziale i salari della classe operaia, in modo da poter esportare in Portogallo. I Portoghesi devono tentare di ridurre i salari della classe operaia in modo da poter esportare in Grecia. I Greci tagliano i salari della loro classe operaia per cercare di esportare in Turchia. Questa strategia deve venire identificata con la “Strada verso il Bangladesh”.
La recessione comporta una domanda gravemente insufficiente. Durante una Grande Recessione (una depressione nelle aree marginali), il taglio dei salari della classe operaia e, contemporaneamente, della domanda nel settore pubblico attraverso misure di austerità, riduce ulteriormente la domanda e aumenta la disoccupazione.
Infatti, il governatore della BCE, Mario Draghi, ha ammesso questo nella sua straordinaria intervista concessa al Wall Street Journal.
Draghi ha continuato ad assicurare ciò che a un certo punto Paul Krugman (vincitore del Premio Nobel 2008 per l’economia) deride giustamente: dovrebbe apparire “la fata fiducia e sicurezza”, e la domanda del settore privato dovrebbe spontaneamente fare balzi in avanti e guidare una robusta ripresa nelle aree marginali.
Questa è la caratteristica distintiva del dogma, che non affonda le sue radici nei fatti, o che la sua logica non può essere confutata dai fatti o dal buon senso.
E noi stiamo a discutere su quante “fate fiducia” possono ballare sulla testa di una “testa di rapa” della BCE!
Questo è stato il contesto che ha portato migliaia di cittadini italiani ad invitare in Italia, e a pagare le spese di viaggio, un’eminente studiosa della Teoria Monetaria Moderna - MMT, Stephanie Kelton, ad esporre e discutere il mito più distruttivo della BCE – il TINA (“there is no alternative - non esiste alternativa”).
Stephanie Kelton insegna economia presso l’Università del Missouri - Kansas City (UMKC), la sede di altri importanti studiosi della MMT.
Randall “Randy” Wray, insieme con l’australiano Bill Mitchell, sono gli accademici più importanti specializzati nello sviluppo di MMT. (James Galbraith è uno studioso di punta della MMT, ma la MMT non fa parte della sua branca specialistica).
Il professor Mathew Forstater dirige il Centro per la piena occupazione e la stabilità dei prezzi (CFEPS) alla UMKC. Il CFEPS è stato creato e mantenuto per anni con i finanziamenti di Warren Mosler, uno dei collaboratori guida intellettuale alla creazione e allo sviluppo di MMT.
Gli Italiani hanno inoltre invitato Marshall Auerback, un analista di investimenti che lavora a stretto contatto con i ricercatori della MMT, ed in particolare con Warren Mosler e con gli studiosi della UMKC, per lo sviluppo di MMT.
Auerback scrive spesso sui migliori blog finanziari, compreso il blog dell’UMCK dedicato all’economia, “New Economic Perspectives - Nuove prospettive economiche” (ideato e diretto dalla Kelton).

L’organizzatore italiano del “Summit MMT” di Rimini, Italia, è stato Paolo Barnard, un giornalista che si è convinto che la MMT è una teoria giusta, che offre un’alternativa che l’Italia ha bisogno di recepire.
Barnard ha invitato altri tre oratori, il cui settore di competenza non è la MMT, per apportare il contributo delle loro opinioni all’incontro. Questi tre relatori erano l’economista francese Alain Parguez (il professor Parguez è meglio conosciuto per avere sviluppato la Teoria del Circuito Monetario), l’economista statunitense Michael Hudson (un esperto di finanza), e un criminologo statunitense, avvocato, ed ex controllore della regolamentazione della finanza, che tiene corsi di economia e diritto presso l’UMKC (il sottoscritto).
Abbiamo relazionato, messo in campo questioni, e risposto alle domande dell’auditorio nel corso di tre giorni (venerdì 24 febbraio 2012, sono stati solo 90 minuti di saluto ai partecipanti, ma il sabato ha visto l’incontro durare dalle 10:00 del mattino alle 11:00 della sera, e domenica è stata giornata piena).

Non posso riassumere in un breve articolo tali ampie presentazioni, di diverse prospettive concettuali e disciplinari. Metterò solo in evidenza cinque punti salienti nella conferenza della Stephanie Kelton.
In primo luogo, la Kelton ha sviscerato il punto, come ho fatto anch’io in precedenza, su come l’essere entrati nell’euro abbia sottratto sovranità economica ai paesi membri, lasciandoli vulnerabili alla spirale mortifera dei mercati finanziari.
In secondo luogo, ha dimostrato come i progettisti dell’euro e della BCE abbiano cercato di creare una condizione in cui non sia possibile alcuna alternativa, visto che sistematicamente hanno tentato di eliminare alternative migliori per il recupero da una condizione di grave recessione o depressione. L’UE sostiene di aver creato una profezia che si auto-avvera di TINA. Kelton ha mostrato graficamente come la BCE, i mercati finanziari, e il Patto di Stabilità e Crescita, tutti insieme, e sempre più in maniera crescente, abbiano ristretto lo spazio politico entro il quale i paesi membri dell’Eurozona possono operare.
Per terzo, la Kelton ha indicato come esistano alternative, alternative di gran lunga superiori, per le nazioni dotate di moneta sovrana, anche in gravi difficoltà economiche. Illustrando queste alternative, ha dato speranze agli Italiani. Costoro sono stati sommersi dai media nazionali, che hanno fatto propria la linea trappola del TINA, del “non esistono alternative”, per farla bere tutta agli Italiani, perfino accusandoli della crisi.
In quarto luogo, ha spiegato come una moneta sovrana permette ad un paese nuove opzioni politiche, compresi programmi di garanzia di posti di lavoro che siano vantaggiosi per i disoccupati, che possono occupare posti di lavoro produttivi. (La “garanzia” consiste nel fatto che ad ognuno sarà offerto un lavoro. Un dipendente che non si impegna, o sul lavoro si comporta scorrettamente, può essere licenziato.)
In quinto luogo, ha dimostrato che i dogmi gemelli “theoclassici” dell’Unione europea, l’austerità di bilancio e il diventare “net exporter” attraverso drastici tagli ai salari della classe lavoratrice, non sono in realtà “alternativi” alla recessione, ma mezzi per aggravare la recessione.

La Kelton ha spiegato come le nazioni dell’Unione europea semplicemente non possono “decidere” di gestire un avanzo di bilancio o di diventare “net exporter”. Ci sono due impedimenti principali. “Decidere” di gestire un avanzo di bilancio nel corso di una grave recessione o depressione comporta una qualche combinazione di aumenti di tasse (Draghi definisce questo “cattiva austerità”, se questo vuol dire tassare le imprese) e di tagli alle spese sociali.
Entrambe le azioni riducono la domanda, già insufficiente in una recessione, e normalmente agiscono per contrarre l’economia ed espandono la disoccupazione e la povertà, con la riduzione delle entrate fiscali e dell’aumento delle spese di bilancio.
Il risultato è che l’austerità può aumentare i deficit di bilancio, piuttosto che provocare la loro riduzione. In regime di austerità e di euro, una nazione membro ha solo l’illusione del controllo del suo deficit di bilancio.
Le nazioni che utilizzano l’euro mancano anche della capacità di vedere garantita la loro gestione di un attivo della bilancia commerciale (e tanto meno di gestire le eccedenze di grandi dimensioni, essenziali alla strategia privilegiata da Draghi “a favore delle esportazioni”).
Non possono svalutare la loro moneta (il mezzo più efficace per produrre un surplus commerciale) perché non hanno una moneta sovrana e la BCE, dominata dalla Germania, insiste su un euro “forte” - uno dei principali ostacoli ad una strategia che favorisca le esportazioni.
Io ho già spiegato che la strategia “a favore delle esportazioni” si basa sulla “fallacia di composizione” logica, perché non possiamo essere tutti “net exporter”. [La fallacia di composizione avviene quando si attribuisce al tutto la qualità di una parte: gli appartamenti di quel edificio sono molto piccoli. Quel edificio ha tanti appartamenti. Quel edificio è piccolo.]
Questo errore è particolarmente forte per gli Stati membri dell’UE di cui la Germania è un partner commerciale importante.
Più in generale, la strategia di favorire le esportazioni ignora essenziali effetti di interazione.
Altre nazioni con valute sovrane possono svalutare, e molte di loro seguono le strategie di crescita della promozione delle esportazioni (pur soggette alla fallacia della composizione). Anche se i paesi alla periferia dell’UE tagliassero i salari della classe lavoratrice, portandoli a livelli del terzo mondo, non possono avere la sicurezza che altre nazioni non riusciranno a reagire a questa strategia delle esportazioni mediante una qualche combinazione di barriere doganali alle importazioni, di sussidi alle loro esportazioni, di svalutazione, e di competitivi tagli dei (già più bassi) salari alle classi lavoratrici.
Si noti che questa strategia rischia di innescare “guerre commerciali”, che possono anche esacerbare le recessioni e le depressioni.
Ancora una volta, l’“unica alternativa” che Draghi pretende che esista per contribuire ad una ripresa della periferia si rivela illusoria, perché una nazione che utilizza un euro “forte”, pur riducendo i salari dei suoi lavoratori ai livelli da terzo mondo, non è in grado di gestire politiche che indiscutibilmente  possono procurare grandi surplus commerciali netti ai paesi con valuta sovrana.

Dal nostro punto di vista come relatori, abbiamo individuato diversi aspetti straordinari in questo Summit sulla Teoria Monetaria Moderna MMT.
Siamo stati sbalorditi dal numero di persone che hanno partecipato al vertice - oltre 2100, per un numero fisso di iscritti. (Esiste tutta una serie di video su YouTube che dimostra questa partecipazione).
Paolo Barnard ha dovuto spostare il forum in uno stadio per il basket, perché nessuna struttura idonea alle conferenze era adatta a contenere tutta quella gente. Molte di queste persone hanno guidato per ore per partecipare e tutti hanno pagato l’ingresso per sostenere le nostre spese di viaggio. (Noi non abbiamo voluto alcun rimborso o onorario, ma siamo stati ospitati in un hotel molto bello a Rimini.) Ha partecipato un numero enorme di persone nonostante il quasi totale silenzio dei media italiani sull’evento. I partecipanti erano cittadini italiani normali, di ogni estrazione sociale, non componenti saccenti delle élite politiche.
Le persone partecipanti sono state decisamente entusiaste. Sono state sedute, non in posti molto confortevoli, per ore ad ascoltare economisti discutere di economia, e quantunque noi avessimo impostato il livello delle nostre presentazioni su un piano appropriato per un pubblico generale, non di specialisti, venivano illustrati tanti grafici e alcune analisi erano sofisticate. Inoltre, ci hanno dovuto ascoltare nella traduzione, e benché i traduttori professionisti fossero eccellenti, alcune cose inevitabilmente si sono perse nella traduzione.
Abbiamo trascorso ore ad accettare domande e a dare risposte,  ed i membri del pubblico ci interrogavano prevalentemente su argomenti di economia, ivi comprese misure specifiche di implementazione. Al momento delle pause, si potevano vedere partecipanti impegnati in discussioni politiche sostanziali e dibattere gli uni con gli altri.
Ho avuto esperienze in qualche modo simili in Irlanda ed in Islanda parlando ad auditori di non specialisti sulle cause della loro crisi, ma i numeri dei partecipanti erano ben più ridotti.
In ognuno di questi paesi le reazioni sono state comuni – le persone erano ammirate di sentire studiosi che ritengono completamente sbagliati i dogmi che hanno causato la crisi, studiosi che offrono vere alternative che danno speranza, e che non stanno cercando di fare un dollaro sulle disgrazie della gente.

Sono partito con un profondo rispetto per il popolo italiano e con la rinnovata speranza che questo popolo dirà un no a TINA e ai distruttivi dogmi della Troika, che hanno provocato la spirale recessiva nell’Eurozona.
Migliaia di Italiani sono ansiosi di lavorare per recuperare la piena sovranità economica e politica in Italia e adottare politiche economiche umane, efficienti e solo condizionate dalle reali risorse a disposizione – e non da scelte monetarie sbagliate. La Teoria Monetaria Moderna ha aperto i loro occhi su un mondo di alternative più desiderabili che potrebbero funzionare bene per l’Italia.
N.d.T.:
(1) Un prestatore di ultima istanza è una istituzione disposta a concedere credito quando nessun altro lo fa. In origine il termine si riferiva a un’istituzione finanziaria di riserva che si faceva garante in ultima istanza per banche o altre istituzioni definite; nella maggior parte dei casi si trattava della Banca centrale di un paese. Lo scopo del finanziamento e del finanziatore è prevenire il collasso delle istituzioni che stanno attraversando difficoltà finanziarie, spesso vicine al tracollo.
Il prestatore di ultima istanza ha la funzione di proteggere i correntisti, prevenire la diffusione di episodi di corsa agli sportelli bancari, nonché di evitare danni all’economia causati dal tracollo di un istituto finanziario.

(2) La teoria del ciclo economico della scuola austriaca, una scuola eterodossa dell’economia, i cui maggiori esponenti sono stati Ludwig Von Mises e poi Friedrich von Hayek, considera il ciclo economico come un fenomeno innescato da bassi tassi d’interesse monetari, che si discostano da quello che viene definito il tasso d’interesse naturale, il tasso d’interesse che metterebbe in equilibrio domanda ed offerta di capitali, se queste potessero incontrarsi in natura, e non in forma monetaria.
Il punto centrale della teoria è considerare il tasso d’interesse come un fenomeno reale, determinato dalle scelte tra consumo presente e futuro, che a loro volta determinano le scelte tra risparmio ed investimento.
Gli economisti austriaci sostengono che le Banche Centrali siano la causa del cosiddetto ciclo economico, attraverso un costante aumento dell’offerta di moneta (inflazione monetaria), grazie al sistema monetario detto “Fiat Currency”, ovvero la moneta fiduciaria.
I risultati di tale politica monetaria sono tassi tenuti artificiosamente bassi, e di conseguenza un boom caratterizzato da una maggiore richiesta di investimenti, che in una situazione normale non sarebbero stati richiesti, e quindi una collocazione deficitaria e falsificata di tali investimenti.
La correzione di tale situazione, chiamata generalmente “recessione”, diventa quindi necessaria per una ricollocazione ottimale delle risorse.
L’idea è che il ciclo economico sia stato innescato da un errore di politica monetaria delle Banche Centrali. In particolare il periodo prolungato di “denaro facile” degli ultimi anni, e l’espansione monetaria senza precedenti che ne è seguita, hanno determinato una forte espansione del credito, una pericolosa moltiplicazione dei mezzi fiduciari e l’avvio di numerosi investimenti, di fatto non sostenibili per la scarsità di capitali del sistema economico.
Applicando la teoria austriaca del ciclo all’ultimo decennio, e all’ultimo ciclo, si dimostra come le autorità monetarie, confortate dai forti incrementi di produttività, dalla capacità produttiva non pienamente utilizzata, dal fatto che l’indice dei prezzi dei beni di consumo non fosse sensibilmente aumentato, non abbiano ritenuto preoccupante la fortissima espansione creditizia degli ultimi anni. Da qui l’errore di politica monetaria che è rimasta cieca davanti ad altri forti segnali provenienti dal sistema produttivo e creditizio, come la forte esposizione degli istituti di credito, il forte aumento di prezzo di tutti i beni capitali e delle materie prime, sintomi, questi ultimi, del fenomeno inflattivo in corso.
Infatti. è proprio il processo di inflazione sequenziale che determina una “rottura” del sistema dei prezzi, facendo sì che non sia più vantaggioso produrre ai prezzi correnti, determinando quindi la fine del boom e l’inizio della crisi rovinosa. Le conclusioni che si traggono sono che se le Banche Centrali avessero arrestato l’espansione creditizia per tempo, si sarebbe potuta evitare l’esplosione della crisi di queste dimensioni, che è innanzitutto una crisi di capitali

(3) Un paese, o un’area territoriale, viene definito “net exporter” quando il valore dei beni esportati è più alto del valore dei beni importati in un dato arco di tempo.
L’Arabia Saudita e l’Iran sono esempi di paesi “net exporter”, vista la loro abbondanza di petrolio che vendono a quei paesi che non riescono a far fronte alla domanda di energia. È importante notare che un paese può essere un “net exporter” in un determinato settore, pur essendo un “net importer” in altre aree. Per esempio, il Giappone è “net exporter” di dispositivi elettronici, ma deve importare tanto petrolio da altri paesi per far fronte alle sue necessità.
Quando il valore complessivo dei beni esportati è più alto del valore totale delle importazioni, la bilancia commerciale del paese risulta positiva


"http://www.tlaxcala-int.org/
Fonte: http://neweconomicperspectives.org/2012/03/re-occupy-greece.html
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