lunedì 30 aprile 2012







 Il Polipo Goldman Sachs afferra lEuropa.
Ellen Hodgson Brown

Tradotto da  Simone Tretti

Il tentativo di Goldman Sachs che è fallito negli Stati uniti, è passato quasi con completo successo in Europa – un permanente, irrevocabile, indiscutibile salvataggio per le banche, sottoscritto dai debitori (coloro che pagano le tasse). Nel settembre 2008, Henry Paulson, pregresso Amministratore Delegato della banca Goldman Sachs, è riuscito ad estorcere 700 miliardi di dollari dal congresso USA. Per riuscirci, è dovuto cadere sulle proprie ginocchia e minacciare il collasso dell’intero sistema finanziario globale e la conseguente imposizione della legge marziale; così, il salvataggio fu accordo fatto.
Invece, la richiesta di Paulson per un Fondo di Salvataggio Permanente – il “TARP (Troubled Asset Relief Program, Programma di salvaggio asset tossici) – fu negato dal congresso ed infine respinto.

Nel Dicembre 2011, il Presidente della BCE Mario Draghi, altresì Vice-Presidente per la Goldman Sachs Europa, fu capace di approvare un salvataggio di 500 miliardi di euro (657 miliardi di dollari) per le banche Europee senza chieder permesso a nessuno.
E nel Gennaio 2012, un fondo di salvataggio permanente chiamato “ESM” (European Stability Mechanism, MES Meccanismo Europeo di Stabilità), passò per legge durante la notte senza quasi menzione dagli organi di stampa. Il MES impone un fondo-debito per tutti i governi Europei, mettendo tutti i debitori (coloro che pagano le tasse) all’amo per qualsiasi richiesta proveniente dai dirigenti del MES.
 Il colpo dei banchieri ha trionfato in Europa, apparentemente senza combattimento. Il MES è festeggiato dai governi dell’Eurozona, dai loro creditori e dal “mercato” in quanto significa che gli investitori continueranno a comprare il debito sovrano. Tutto è sacrificato per le richieste dei creditori, in quanto dove altrimenti si potrebbe trovare il denaro per i disastrati debiti sovrani dei governi dell’Eurozona?
    V’è un’altra alternativa alla schiavitù del debito alle banche. Ma prima, diamo un’occhiata da vicino alle nefandezze sotto il velo del MES ed al silenzioso impadronirsi della BCE da parte della Goldman Sachs.
Il lato oscuro del MES
Il MES è un fondo permanente messo a rimpiazzo del temporaneo Fondo Salva Stati (EFSF), dal momento in cui gli stati rappresentanti il 90% del capitale investito l’avranno ratificato; ciò si aspetta avverrà entro il luglio 2012.
Durante il dicembre 2011, un video su Youtube intitolato “The shocking truth of the pending EU collapse!” (La sconvolgente verità del collasso EU in arrivo), originariamente edito in tedesco, da una chiarificante esemplificazione del MES che è degna di citazione letterale.
L’Europa sta pianificando una nuova minaccia chiamata “MES” (Meccanismo Europeo di Stabilità): una minaccia di debito… Il capitale autorizzato da immagazzinare sarà di 700 miliardi di euro. Domanda: come mai proprio 700 miliardi? [Probabile risposta: semplicemente han copiato i 700 miliardi di dollari comprati dal Congresso USA nel 2008.]…
Il video dice.
     [Articolo 9]: “I membri del MES [governi degli stati] irrevocabilmente ed incondizionatamente sono posti a pagare qualsiasi capitale richiesto loro  ….  entro sette giorni dal ricevimento della richiesta” Se il MES  necessita di soldi, abbiamo [noi, Nazioni partecipanti] sette giorni per pagare. Ma cosa significa “Irrevocabilmente ed Incondizionatamente”? Cosa succede se un nuovo parlamento [governo] decidesse di non pagare e trasferire il capitale al MES?
     [Articolo 10]: “I Governatori [del MES] posson decidere di cambiare il capitale autorizzato, quindi correggendo l’articolo 8 … come da accordi.” Domanda: 700 miliardi son solo l’inizio? Il MES può immagazzinare fondi di capitale a volontà, ogni qualvolta lo desideri? Quindi noi saremmo obbligati a pagare secondo il concetto dell’Articolo 9?
     [Articolo 27, linea 2-3]: “Il MES, le sue proprietà, fondi ed assets … siano garanti di immunità a qualsiasi forma di processo giudiziale” Domanda: Quindi il MES può chiamare noi [individui] in giudizio, mentre noi [individui] non possiamo portarlo in tribunale?
     [Articolo 27, linea 4]: “Le proprietà, fondi ed Assets del MES … siano garanti di immunità a qualsiasi ispezione, confisca, sequestro, esproprio o qualsiasi altra forma di embargo o blocco da parte di un procedimento di azione amministrativa o giudiziale”. Domanda: questo significa che nemmeno i nostri Governi, o Legislature e neppure qualsiasi altra forma di legge democratica ha effetto sull’organizzazione del MES? Questa è una grave minaccia!
     [Articolo 30]: “Governatori, vice-governatori, direttori, vice-direttori, il Direttorato Manageriale ed i membri dello staff [del MES] son immuni a procedimenti legali nei procedimenti da loro eseguiti [sotto egidia del MES] … e godano di inviolabilità nel rispetto dei loro documenti e carte.” Domanda: Quindi, qualsiasi persona che ha a che fare con il MES è intoccabile? Non posson esser accusati di nulla?
Il trattato che pone una nuova organizzazione intergovernativa, alla quale noi dobbiamo trasferire fondi illimitati entro sette giorni dalla loro richiesta, un’organizzazione che può incriminarci ma che non può essere chiamata in tribunale, un’organizzazione nella quale i suoi managers godono della stessa immunità. Senza leggi applicabili, o sorveglianti? Contro la quale i Governi non possono prender azione? Tutti i capitali nazionali Europei nelle mani di una singola organizzazione intergovernativa? E’ questo il futuro dell’Europa? E’ questa la nuova Europa – un’Europa svuotata di sovranità democratica?
Il polipo Goldman Sachs cattura la BCE
Lo scorso Novembre, senza gran notizia e poco evidenziato dalla stampa, Mario Draghi [vice-presidente della Goldman Sachs per l'Europa] rimpiazzava Jean-Claude Trichet come governatore della BCE. Draghi non ha sprecato tempo, facendo per le banche quello che la BCE ha riufiutato di fare per i governi membri – innondarli di soldi a bassissimi interessi. Il blogger francese Simon Thorpe riporta:
    In data 21 Dicembre 2011, la BCE “prestava” 489 miliardi di euro alle Banche Europee, al generosissimo tasso di interesse triennale dell’1%. Scrivo “prestava”, ma in realtà la BCE non prestato nulla. La BCE non ha moneta da prestare. E’ Quantitative Easing, un’altra volta.
    La moneta virtuale è stata distribuita istantaneamente su un totale di 523 banche. Pazzia completa! La BCE spera che le banche ci faccian qualcosa di utile, come per esempio prestandola ai Greci, i quali stan pagando un tasso di interesse del 18% sui Bond sul mercato per prender soldi. Ma non ci son assolutamente obblighi [nel “prestito”]. Le banche potrebbero benissimo pagarci bonus manageriali, con quei soldi. Oppure spostare tutti quei soldi in paradisi fiscali.
Al tasso di interesse del 18%, il debito si raddoppia in soli 4 anni. Questo è un problema  specificatamente del tasso di interesse, non tanto del debito. Questo sta sfasciando la Grecia e le altre nazioni debitrici. Simon Thorpe propone la soluzione ovvia:
Perchè non prestare la moneta direttamente al governo Greco? Od al governo Portoghese, il quale ha da pagare un tasso di interesse dell’11.9%? Od al governo Ungherese, correntemente all’8.53%? Od al governo Irlandese, correntemente all’8.51%? Od al governo Italiano, correntemente al 7.06%?
L’obiezione base all’alternativa proposta è quel famoso Articolo 123 del trattato di Lisbona, il quale previene la BCE dal prestare ai governi. Ma Simon Thorpe ci ragiona sopra:
Quel che ho capito è che l’Articolo 123 è la per prevenire governi eletti dall’abusare della BCE ordinando di stampare moneta per finanziare a deficit. Questo, è il motivo per il quale la BCE deve essere indipendente dai governi. Ok.
Ma quel che abbiamo ora è milioni di volte peggio. La BCE ora è completamente nelle mani del settore bancario. “Vogliamo mezzo miliardo di euro a tassi ignobilmente bassi!” Loro dicono. Ok, nessun problema. Mario [Draghi] è la per risolver il problema. E non necessita di consultare nessuno. Nel momento nel quale la BCE fa l’annuncio, la moneta è già volata via.
Almeno, se la BCE lavorasse sotto la supervisione di governi eletti, potremmo aver una certa influenza [sulla BCE] quando eleggiamo quei governi. Ma i ladri che ora han le loro grasse mani sugli strumenti del potere, ora son totalmente fuori dal nostro controllo.
La Goldman Sachs ed i tecnocrati finanziari, han preso il comando della nave Europea. La democrazia è volata fuori dalla finestra, tutto nel nome del mantenere la BCE indipendente dagli “abusi” dei governi.
Nonostante ciò, il governo è la gente – o dovrebbe esserlo. Un governo eletto democraticamente rappresenta la gente. Gli europei son obbligati a seppellire la loro festeggiata democrazia, dinanzi ad una banda di ladri e pirati finanziari, mentre il resto del mondo segue a ruota.
Piuttosto che ratificare il draconiano trattato MES, gli Europei dovrebbe modificare l’articolo 123 del Trattato di Lisbona. Quindi, la BCE potrebbe prestare direttamente ai governi [senza l'intermezzo bancario].
Alternativamente i governi dell’Eurozona potrebbero ristabilire la sovranità economica, disseppellendo le loro banche centrali ed usandole per “prestarsi” il denaro, effettivamente senza alcun tasso di interesse.
Questa non è una nuova idea, è già stata usata nel corso della storia con ottimi risultati, in esempio in Australia, attraverso la “Commonwealth Bank of Austrialia” ed  in Canada attraverso la “Bank of Canada”.
Oggi il fattore della moneta e del credito è diventato il diritto privato dei Vampiri Bancari, che lo utilizzano per succhiare la il sangue delle economie. Questo diretto deve essere ritornato ai governi sovrani. Il credito dovrebbe essere una pubblica utilità, dispensato ed organizzato per il beneficio comune della gente.
Per aggiungere la tua firma alla lettera ai parlamentari, per bloccare la ratificazione del MES, clicca QUI.

Fonte: http://atimes.com/atimes/Global_Economy/ND21Dj03.html 

domenica 29 aprile 2012

Parla il presidente del Fai (Fondo Ambiente) regionale Maria Grazia Piras 

 Caterina Pinna

unionesarda.it

Il tesoro dell'Isola
si chiama campagna

«Ritorno all'attività agricola contro la crisi» 

 

C'è un tesoro in Sardegna e si chiama campagna. Un azzardo in tempi così duri? Una formula poco praticabile in una regione dove la terra si sposa con abbandono? Tutt'altro. «Un ritorno all'attività agricola non è solo una moda - spiega Maria Grazia Piras, presidente regionale del Fai (Fondo Ambiente italiano) - ma un programma serio e necessario per dare una concreta risposta al bisogno di lavoro nella nostra isola e assolvere contemporaneamente alla funzione di presidio del nostro paesaggio. Il paesaggio non è solo valore astratto ma una risorsa preziosa tanto da spingere la comunità Europea a destinare cospicui fondi a questo obiettivo. Si spera che la proposta contenuta nella PAC 2014- 2020 che vincola il 30 per cento del pagamento unico aziendale al mantenimento di almeno il 7 per cento della superficie agricola ad aree naturali possa essere confermata. In Sardegna l'agricoltura deve essere riconsiderata attività primaria dalla quale partire per avviare la spinta al secondario e terziario e persino alla ricerca scientifica».

Il concetto “il futuro è il nostro passato” è più che mai vero? «Sì, oggi più di ieri il paesaggio è un bene vitale, fruibile, sul quale far rivivere la nostra storia ma anche la nostra economia. Non un paesaggio museo. Pensiamo al nostro patrimonio nuragico e pensiamo a una qualsiasi strada di campagna, magari dopo una pioggia. Oppure con le ombre di giugno tra mille sfumature di verde. In quel paesaggio all'improvviso spunta un nuraghe. Ecco, non pensiamo mai che il nuraghe è legato a quella campagna ed è lì perché è legato proprio a quel specifico paesaggio. Intendo dire che in ogni altro posto quel nuraghe non avrebbe senso. Perciò il luogo da tutelare non è più il bene archeologico circoscritto, ma tutto l'ambiente nel quale esso ha la sua ubicazione, la sua storia e il suo significato. Quanti percorsi potremmo disegnare nella nostra isola coniugando archeologia e paesaggio? Quello che serve è tracciare un forte legame tra mondo culturale ed economico con la nascita di piccole iniziative».

Il 24 e il 25 marzo il Fondo ha rinnovato l'iniziativa della Giornata FAI di Primavera e Cagliari, dove si poteva visitare la necropoli punica, ha registrato il record di visitatori. «L'attenzione su Tuvixeddu è in parte figlia del lungo dibattito, polemiche e contrasti che in questi anni si è sviluppato intorno all'aerea e al suo destino. Questo ha indubbiamente creato una mobilitazione, non solo a Cagliari ma in tutta la Sardegna. Oltre questa spinta credo davvero si stia facendo strada, soprattutto nei giovani, una coscienza nuova, una maggiore consapevolezza del valore di un bene archeologico e ambientale».

Da un record positivo a uno negativo. Negli ultimi 60 anni in Sardegna c'è stato un incremento del suolo urbanizzato del 1154 per cento. È come se avessimo mangiato tre ettari di terra al giorno. Sassari, per esempio, ha visto ridursi la corona di oliveti spagnoli che la circondava. «Purtroppo è così. La Sardegna è la regione che ha consumato più suolo con una variazione pro capite 10 volte più alta rispetto agli anni Cinquanta. Questo dato in Sardegna è naturalmente molto legato alle attività turistiche. Il fenomeno delle seconde case che ha dominato sino a oggi sta cambiando e richiede un nuovo modello anche per chi crede come me nella forza propulsiva dell'attività turistica ma, ormai, soprattutto i giovani vogliono anche altro. Solo un ripensamento complessivo può impedire che nel frattempo continui a crescere la percentuale di terra non coltivata e la moria di aziende agricole . Qualcosa inizia a muoversi e i dipartimenti di agraria a Sassari guardano con interesse un paese come Ittiri che si è mobilitato per il recupero e la fruizione dei suoi uliveti».

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha confidato a Giulia Maria Crespi, infaticabile anima del Fai, che la Sardegna è un giacimento culturale di valore universale. Ma perché lo sanno gli altri e noi no? Perché nel resto del mondo sanno calamitare turisti intorno a beni infinitamente meno belli e suggestivi dei nostri. L'ultimo esempio viene dal bacino della Ruhr, diventato capitale della Cultura europea? «Abbiamo avuto nel passato poca consapevolezza dell'importanza della nostra storia e della nostra cultura. Questo per fortuna sta cambiando. I giganti di Monte Prama sono la scoperta che più ci ha costretto a riflettere sulla nostra storia e che ci dice che i Sardi hanno avuto momenti di grande splendore non solo culturale ma anche economico. Una grande lezione di autostima. Sempre per rimanere su ciò che abbiamo di bello dobbiamo ricordarci dei nostri parchi che rappresentano un altro aspetto della tutela paesaggistica. Purtroppo se ne parla sempre meno. La maggior parte dei parchi non sono decollati, non sono appieno godibili dai visitatori. Il salto culturale da fare è trovare il giusto punto di equilibrio tra uso della risorsa e della sua tutela senza cadere nell'eccesso opposto, cioè imbalsamarla. È il rischio che corrono anche alcuni centri storici dove tutto è perfetto e dove però non c'è più vita».

Buoni segnali per il futuro? «Fortunatamente sì, ci sono stati soprattutto con il piano paesaggistico. Perciò bisogna evitare che venga stravolto mantenendolo ancorato al codice dei beni culturali. Non bisogna abbassare la guardia. Questo è possibile perché si fa strada una nuova coscienza che è la garanzia affinché alcuni errori commessi nel passato non possano più ripetersi».

sabato 28 aprile 2012


Antoni Murone


Ite cheret nàrrere ammentare sa Die a meda annos dae tando, cando sos Sardos aiant chircadu de si ribellare a sos dominadores colonialistas? A tempos de oe, cando s'Itàlia paret chi nos chèrzat iscatzare a foras dae sa Repùblica, traighende sos patos frimmados subra su dinari e sas tassas, cantu nos semus abizzende chi s'istòria est movinde finas issa paris cun nois, in fatu nostru?
Sa zente est comintzende a cumprèndere chi s'Itàlia e sas àteras Natziones si sunt morende non tantu e non solu pro sa chistione de su dinari e de su traballu chi mancat, ma fintzas pro ite mancat un'ispinta a s'azzudu comune.


A die de oe, cando s'Itàlia e sos printzipales de ogni zenia paret nos chèrzant leare su diritu a colare a fora de s'Isula paghende su chi est giustu pro su biàzzu, serrant sas fàbricas e nos lassant s'arga in terra nostra, est arrivende forzis s'ora de lis torrare una risposta forte.
Sas Dies de sa Sardigna sunt cussas chi sunt intrende. Si su pòpulu sardu cumprendet chi solu sende unidu podet bìnchere sa partida, potet arrivare s'ora de estirpare sos abusos e pònnere a fora sos malos usos.

venerdì 27 aprile 2012

investireoggi.it/

Dimissioni di Livia Undiemi dall’Idv, per protesta contro il MES

L'economista Lidia Undiemi si dimette dall'Idv, per protesta contro l'adesione del partito al Meccanismo Europeo di Stabilità

Di Pietro e Orlando, confessate ai cittadini il vostro appoggio al “governo della finanza”. Mi dimetto dai miei incarichi in IDV.


























Raccontate la verità, gli italiani hanno il diritto di sapere che Italia dei Valori sta appoggiando, soprattutto con il proprio silenzio, la proposta del governo Monti di trasferire 125 miliardi di euro (minimo) ad una organizzazione finanziaria intergovernativa, l’ESM, ambiguamente definita “fondo salva-stati”, che, fra immunità, esenzioni, condoni ed altri privilegi, si propone di concedere finanziamenti agli stati in difficoltà in cambio della possibilità di potere imporre “rigorose condizionalità” da far gravare sulle spalle del popolo.
Sapete benissimo che la ratifica del trattato ESM (non ancora in vigore) comporterà l’incremento delle politiche di austerity, ossia l’imposizione di ulteriori interventi “lacrime e sangue” che colpiranno soprattutto le fasce più deboli e che metteranno in crisi anche coloro che ancora oggi riescono ad arrivare a fine mese.

Un obiettivo politico che ovviamente travolgerà anche la vita dei vostri elettori, compresi quelli della sua amata Palermo, prof. Orlando.
L’IMU? L’art. 18? E’ solo l’inizio.

Per comprendere la pericolosità di tale scelta, basta semplicemente osservare ciò che è accaduto in Grecia. La Troika ha concesso i piani di salvataggio in cambio di una serie di richieste che per Atene si sono tradotti in cessione di sovranità. Si pensi alle condizioni imposte in materia di tagli alla spesa, ai dipendenti pubblici e alle pensioni. In tal senso, la politica nazionale diventa oggetto di contrattazione finanziaria.

Appoggiare questa idea di politica europea del governo Monti significa essere contro i lavoratori, gli imprenditori, i giovani, le donne, i bambini e gli anziani.
Che senso ha “strapparsi i capelli” pubblicamente per dimostrare di essere contrari alla corruzione politica, al potere delle banche, alla riduzione dei diritti dei lavoratori e all’aumento delle tasse e, contemporaneamente, sostenere la creazione di una struttura sovranazionale che pretende di gestire le risorse dei cittadini godendo di immunità di giurisdizione ed altri benefici “di casta”. Tutto ciò agendo fuori dai canali democratici con lo scopo di lucrare sul debito pubblico imponendo ulteriori sacrifici agli italiani.

Chi si avvantaggerà dell’entrata in vigore dell’ESM? I poteri finanziari, in primis le banche.
Lo Stato in difficoltà potrà usufruire dei piani di finanziamento concessi dal “fondo salva-stati“ soltanto se, oltre a cedere pezzi di sovranità riguardanti scelte di politica interna, si impegnerà a pagare un tasso di interesse il cui limite non è stato nemmeno definito nel trattato, e intanto le banche hanno ottenuto un trilione di euro dalla BCE all’1%. Poiché l’organizzazione intergovernativa si riserva la possibilità di attingere al mercato finanziario per potere a sua volta erogare il prestito allo Stato, chi garantisce che non saranno le stesse banche (con un guadagno “politico” netto di almeno il 3%), o addirittura la criminalità organizzata a lucrare, mediante i finanziamenti dell’ESM, sul debito pubblico e ad incidere sulle decisioni politiche della nazione debitrice?

E’ questa la vostra visione di cambiamento, di uguaglianza e di democrazia?
Perché IDV non ha sollevato tali questioni nelle sedi istituzionali competenti, considerato che il trattato è disponibile almeno dal mese di marzo del 2011? Il parlamento europeo si è già espresso a favore dell’ESM con 494 voti, non credo sia necessario aggiungere altro. Quello nazionale, invece, deve ancora decidere, ed è per tale ragione che, fra mille sacrifici, ho lavorato tantissimo per realizzare una mozione parlamentare che toccasse l’argomento. La richiesta è partita proprio da lei, prof. Orlando, e l’ho accolta con grande entusiasmo, anche perché è stata frutto di una lunga conversazione sulla politica internazionale. Fidandomi del suo atteggiamento propositivo ho elaborato la bozza finale, che sostanzialmente richiama il contenuto del dossier che ho successivamente realizzato per informare la gente. Da questo momento in poi il nostro dialogo si è praticamente interrotto e, qualche giorno dopo, il partito si è espresso sul fondo “salva-stati” con le mozioni di fine gennaio dove è stato omesso il contenuto del trattato ESM ampiamente argomentato nella mia proposta.
Ho scritto anche a lei, on. Di Pietro, chiedendole di sostenere questa battaglia, ma non ho ricevuto nemmeno una risposta, e non è la prima volta.
Tantissime altre persone di IDV conoscono la vicenda, anche perché, per fortuna, cittadini, associazioni, movimenti e mezzi di informazione hanno appoggiato la battaglia, comprendendola e condividendola.

Ho ricevuto da questo partito due incarichi (responsabile nazionale di una sezione del dipartimento Lavoro e responsabile regionale del dipartimento Lavoro Sicilia) che ho portato avanti gratuitamente e con grandi sforzi per circa due anni, seguendo importanti vertenze sul territorio nazionale.
Ho lavorato tanto, ma l’impegno non è stato ricambiato, e non mi interessa esporre in questo momento altre questioni, valide ma meno importanti dell’ESM.
Non meritavo un simile trattamento, e non lo meritano nemmeno i cittadini.
Lei, prof. Orlando, mi ha delusa più di tutti, perché possiede lo spessore culturale e politico per poter affrontare battaglie grandi come questa. Nonostante ciò, non penso che lei abbia agito in malafede, ma questo non giustifica la sua indifferenza, che abbinata alle sue capacità si trasforma in una colpa imperdonabile.

Ogni tanto penso a Scilipoti, e mi chiedo quali straordinarie capacità possieda quest’uomo per aver meritato di diventare parlamentare con IDV.
Mi auguro che vi fermiate a riflettere, da soli, sul fatto che qui c’è in gioco la vita di intere generazioni, compresi i vostri familiari.
Talvolta vi osservo, e vedo degli uomini talmente affannati a vincere le elezioni da perdere di vista se stessi e il vero significato della politica.
Mi dimetto.

Lidia Undiemi

giovedì 26 aprile 2012

Mentre aumentano gli euro-scettici

Crescita? in Italia
si pensa solo alle tasse

Raimondo Cubeddu 

www.unionesarda.it

Qualunque sarà l'esito delle elezioni presidenziali francesi (in attesa del ballottaggio tra il presidente Sarkozy e lo sfidante socialista Hollande), è chiaro che il clima nell'euro-zona sta cambiando, soprattutto se lo si associa al crescente malumore che si sta manifestando in tutta Europa nei confronti delle politiche fiscali e di bilancio imposte dalla Germania. Il presidente della Bce Draghi ha ribadito che, per quanto necessari e utili gli sforzi per contenere il disavanzo attraverso aumento dell'imposizione fiscale, tali misure non bastano. Rifinanziando le banche la Bce ha posto le condizioni per rilanciare la crescita, ma non può spingersi oltre. Il "gran malato europeo" annaspa e i nuovi equilibri che nel Fondo monetario internazionale stanno maturando a favore dei Paesi non europei, lasciano capire che la possibilità dell'euro-zona di ricevere ulteriori aiuti è connessa alla sua capacità e volontà di varare una politica economica diversa.

E anche sul fronte interno le voci contro l'incremento indiscriminato della leva fiscale aumentano e nei giorni scorsi il presidente della Corte dei conti ha ribadito quel che già si sapeva: che troppe tasse sono controproducenti, fanno male all'economia e riducono il gettito fiscale.
Ciò nonostante, e per quanto aumentino le ipotesi favorevoli a un patto per la crescita che dovrà avere una dimensione europea, il Governo Monti appare paralizzato in una politica di rigore che promette benefici, ma soltanto tra molti anni. Il tutto mentre gli effetti della recessione incalzano e la dimensione dell'Imu tramortisce i cittadini mandando in crisi gli stipendi già bassi. Senza considerare che gli effetti positivi delle cosiddette liberalizzazioni e semplificazioni si fanno sempre più evanescenti. Tant'è che ormai non son pochi quanti sostengono che, a parte quella delle pensioni, le riforme fatte in questi mesi dal Governo servano a ben poco.
 Ogni tanto qualche ministro parla di crescita e di misure per portarla avanti concretamente, ma poi tutto rientra nella stucchevole retorica del "dobbiamo restare uniti per evitare di finire come la Grecia". E così di misure concrete non se ne vedono, e poco fa pensare che siano allo studio e ancor meno che saranno varate in tempo utile per evitare la depressione. Nel frattempo l'anti-politica imperversa e le forze politiche rappresentate in parlamento appaiono incapaci tanto di suggerire progetti di sviluppo al Governo, quanto di migliorarne i provvedimenti in sede di approvazione.
In breve, rassegnati (ma solo sino a un certo punto) a un'imposizione fiscale micidiale, si vorrebbe almeno avere il piacere, o il diversivo, di discutere di strategie di crescita e di come Monti potrebbe inserirsi nel dibattito europeo sugli strumenti economici e istituzionali per uscire dalla crisi e riprendere la già difficile risalita. Non si pretende poi molto, ma per adesso accontentiamoci delle tasse. 
 SARDINYA NO EST ITALIA

mercoledì 25 aprile 2012



John Pilger

Tradotto da  Gianni Ellena

La sacrosanta verità di Milan Kundera, "la lotta del popolo contro il potere è la lotta della memoria contro l'oblio", calza a pennello Timor Est. Il giorno prima di partire per filmare lì clandestinamente nel 1993, mi sono recato a Stanfords, il negozio di mappe di Covent Garden, a Londra. "Timor?" chiese con esitazione un commesso. Restammo lì stralunati a guardare scaffali contrassegnati Sud-Est asiatico. "Mi scusi, dov'è esattamente?". 



Dopo una breve ricerca tornò con una vecchia mappa aeronautica con diversi spazi bianchi timbrati "rilevamento dati incompleto". Non gli erano mai state chieste mappe di Timor Est, che si trova appena a nord dell'Australia, tale era il silenzio che avvolgeva la colonia portoghese dopo la sua invasione e occupazione da parte dell'Indonesia nel 1975. Eppure, neanche Pol Pot era riuscito a uccidere, in proporzione, così tanti cambogiani quanti il dittatore indonesiano Suharto uccise o fece morire di fame a Timor Est.

Nel mio film “Morte di una Nazione”, c’è una sequenza girata a bordo di un aereo australiano mentre sorvola l'isola di Timor. Una festicciola è in corso, e due uomini in giacca e cravatta brindano con champagne. "Questo è un momento storico unico", farfuglia uno dei due, "veramente unico e storico". Si tratta di Gareth Evans, ministro degli Esteri australiano. L'altro è Ali Alatas, portavoce di Suharto. È il 1989 e stanno facendo un volo simbolico per celebrare la firma di un trattato piratesco che ha permesso all'Australia e a compagnie petrolifere e del gas internazionali di sfruttare i fondali marini di Timor Est. Stiamo sorvolando valli seminate di croci nere, dove aerei da caccia britannici e americani hanno ridotto la gente a pezzi. Nel 1993, la commissione affari esteri del Parlamento australiano ha riferito che "almeno 200.000", un terzo della popolazione, erano morti sotto Suharto. Grazie soprattutto ad Evans, l’Australia era l'unico paese occidentale a riconoscere formalmente la conquista genocida di Suharto. Le forze speciali indonesiane assassine conosciute col nome di Kopassus sono state addestrate in Australia. Il premio, ha rivelato Evans, è stato di "triliardi" di dollari.

A differenza di Muammar al-Gheddafi e di Saddam Hussein, Suharto è morto serenamente nel 2008, circondato dalle migliori cure mediche che i suoi miliardi potessero comprare. Non è mai stato a rischio di essere processato da parte della "comunità internazionale". Margaret Thatcher gli disse: "Lei è uno dei nostri migliori e più preziosi amici." Il primo ministro australiano Paul Keating lo considerava come una figura paterna. Un gruppo di direttori di giornali australiani, guidati dal veterano inserviente di Rupert Murdoch, Paul Kelly, volò a Giacarta per offrire il proprio rispetto al dittatore, c'è una foto di uno di loro che s’inchina.

Nel 1991, Evans definì il massacro di più di 200 persone da parte di truppe indonesiane nel cimitero di Santa Cruz a Dili, capitale di Timor Est, come una "aberrazione". Quando però i manifestanti piantarono croci simboliche davanti all'ambasciata indonesiana a Canberra, Evans ordinò di distruggerle.

Il 17 marzo scorso, Evans era a Melbourne per parlare ad un seminario sul Medio Oriente e la “primavera araba”. Ora grandemente impegnato nel mondo dei "think tank", spiega in lungo e in largo le strategie delle grandi potenze, in particolare quella alla moda moda della "responsabilità di proteggere", che la NATO utilizza per attaccare o minacciare dittatori altezzosi o caduti in disgrazia, con il falso pretesto di liberare la loro gente. La Libia ne è l’esempio più recente. Al seminario c’era anche Stephen Zunes, professore di Scienze politiche all’Università di San Francisco, che ha ricordato al pubblico il lungo e cruciale sostegno di Evans per Suharto.

Appena terminata la sessione, Evans, uomo molto irascibile, si è avventato su Zunes urlando: "Chi cazzo sei? Da dove cazzo vieni?" A Zunes è poi stato detto, ed Evans ha confermato, che certe critiche meritavano "un pugno sul naso". L'episodio è stato di grande tempismo. Si sta festeggiando il decimo anniversario di un’indipendenza che Evans una volta negò; Timor Est sta per eleggere un nuovo presidente, il secondo turno di votazione è il 21 aprile, e sarà seguito dalle elezioni parlamentari.

Per molti abitanti di Timor e per i loro bambini malnutriti e sottosviluppati, la democrazia è una cosa astratta. Ad anni di occupazione cruenta, sostenuta da Australia, Gran Bretagna e Stati Uniti, è seguita una campagna implacabile di bullismo da parte del governo australiano per manovrare la piccola nuova nazione a rinunciare alla giusta porzione di entrate derivanti da petrolio e gas dei propri fondali marini. Dopo aver rifiutato di riconoscere la giurisdizione della Corte internazionale di Giustizia e il Diritto del Mare, l’Australia ha modificato unilateralmente il confine marittimo.

Infine, nel 2006, un accordo è stato firmato, in gran parte a condizioni favorevoli all’Australia. Poco dopo, il primo ministro Mari Alkatiri, un nazionalista non sottomesso a Canberra e che si era opposto all'ingerenza straniera e all'indebitamento con la Banca Mondiale, è stato effettivamente deposto in ciò che lui stesso chiama un "tentativo di golpe" da parte di “gente da fuori”. L'Australia ha una base di “forze di pace” a Timor Est che avevano addestrato i suoi avversari. Secondo un documento trapelato dal Dipartimento della Difesa australiano, il "primo obiettivo" australiano a Timor Est è che il suo esercito “abbia accesso" in modo da poter esercitare "un’influenza sul processo decisionale di Timor Est". Uno dei due attuali candidati presidenziali è Taur Matan Ruak, un generale e uomo di Canberra che ha contribuito alla cacciata dell’importuno Alkatiri.

Un piccolo paese indipendente a cavallo di lucrative risorse naturali e di rotte marittime strategiche è di grave preoccupazione per gli Stati Uniti e il suo "vice sceriffo" in Canberra. (Il Presidente George W. Bush ha effettivamente promosso l’Australia a sceriffo). Questo spiega in gran parte perché il regime di Suharto riscuotesse tanta attenzione da parte dei suoi sponsor occidentali. La continua ossessione di Washington in Asia è la Cina, che oggi offre investimenti, competenze e infrastrutture ai paesi in via di sviluppo, in cambio di risorse.

Quando visitò l'Australia lo scorso novembre, il presidente Barack Obama pronunciò un'altra delle sue velate minacce alla Cina, annunciando l’insediamento di una base di Marines a Darwin, proprio di fronte a Timor Est. Gli è chiaro che i piccoli, poveri Paesi possono spesso presentare la più grande minaccia al potere predatorio, perché se essi non possono essere intimiditi e controllati, chi lo può essere?

Grazie ad un accordo bluff, la Difesa ha scaricato tutto su Cagliari

Base Usa, Regione beffata

Lo Stato non è più responsabile delle bonifiche



www.unionesarda.it Andrea Busia
TEMPIO Missione compiuta: adesso si può dire con assoluta certezza che i grattacapi e i problemi della ex base Usa sul Limbara, sono tutti sul groppone della Regione. Lo Stato (con grande abilità, bisogna dirlo) è riuscito a scaricare la patata bollente e lo ha fatto senza garantire un centesimo di euro per la riqualificazione della stazione radar della Us Air Force. Le carte parlano chiaro: nel 2008 (un altro regalo del G8) i quattro ettari della base dismessa sono stati incamerati dalla Regione, l'area faceva parte del patrimonio del Demanio. Formalmente si tratta di un passaggio di consegne provvisorio. Alla luce di quello che è successo sino a oggi, si può dire invece che lo scaricabarile consegna definitivamente all'amministrazione regionale un sito da bonificare.

LA BEFFA I costi della riqualificazione sono lievitati (si parla di almeno due milioni di euro) e una lunga serie di ostacoli burocratici, rende l'intervento estremamente complicato. Insomma, a quasi vent'anni dalla chiusura della base Usa, il Ministero della Difesa (Aeronautica militare) è fuori dai giochi e altri (Regione e Comune di Tempio) devono trovare la soluzione di un problema che nasce dall'attuazione di trattati internazionali spesso top secret. Il quadro è questo e non ci sono buone notizie.

SCARICABARILE Nel 2010 il Consiglio comunale di Tempio aveva respinto all'unanimità la proposta (una vera furbata della Regione) del passaggio della ex base al patrimonio municipale. Le parole di Gianni Monteduro (allora consigliere di minoranza) chiariscono le reali intenzioni del fallito blitz: «Il debito di guerra imposto alla Sardegna e ai tempiesi, adesso diventa un onere per noi che dovremmo accollarci la pulizia di spazzatura militare e tecnologica». Il Comune disse no e il materiale (sei parabole, due cisterne, prefabbricati in amianto, una centrale elettrica, la sala delle teletrasmissioni e rifiuti speciali come alluminio, piombo, acidi e lana di vetro) è rimasto al suo posto.

L'INCHIESTA La Procura di Tempio, dopo una denuncia presentata dagli indipendendisti di Irs, aprì un'inchiesta che venna affidata al personale della sezione di polizia giudiziaria del Corpo Forestale. Un fascicolo dalla vita breve, perché ai magistrati venne spiegato che la situazione di abbandono (con gravi rischi di inquinamento) stava per essere risolta grazie ad un accordo Stato-Regione. Anche i pm sono stati beffati: dopo l'archiviazione delle indagini, sul Limbara non è successo niente. Conclude il capogruppo di minoranza in Consiglio comunale, Francesco Quargenti: «Una novità c'è, la Giunta Frediani rischia di perdere gli unici finanziamenti stanziati, quelli per la realizzazione di un piccolo acquedotto nella zona della base».

martedì 24 aprile 2012

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CAMERA DI COMMERCIO. Nel centro commerciale di Doha ci sarà anche la Sardegna

Il Qatar “chiama” i prodotti isolani 

 

Sempre più stretto il legame tra la Sardegna e il Qatar. Ieri la Camera di commercio di Cagliari ha presentato una progetto di internazionalizzazione per le aziende sarde (in particolare quelle dell'enogastronomia), che consente di promuovere i prodotti nella città medio orientale di Doha, dove sorgerà un grande e lussuoso centro commerciale.

INIZIATIVA
  Grazie all'idea promossa anche dalla Cna provinciale, la holding del Qatar Al Emadi Enterprises, ha presentato Al Markhya, il progetto di un centro commerciale in stile italiano grande ben 55 mila metri quadri, con un bacino di circa 1,5 milioni di possibili utenti. Nella struttura, che è ancora in costruzione e sarà terminata entro marzo del 2013, troverà spazio proprio il made in Italy, compresi i prodotti sardi. «Non vogliamo copiare l'Italia ma a noi piacciono le bellezze di questo paese e vogliamo portarle in Medio Oriente», ha detto Mohamed A.K. Al-Emadi, lo sviluppatore del complesso commerciale. «Per questo siamo qui per cercare nuovi partner all'iniziativa».

REAZIONI
 
«È un'opportunità per le nostre imprese», ha sottolineato Cristian Atzori, presidente della Cna provinciale e anche del centro servizi per le imprese dell'ente camerale. «È un modo per fare business e farci conoscere meglio, espandendo i nostri orizzonti». I vantaggi per le aziende sono prima di tutto fiscali: «Da noi le tasse prelevano solo il 2% del fatturato contro l'oltre 40% dell'Italia», ha aggiunto Al-Emadi. «Faremo conoscere la Sardegna in Medio Oriente, il Qatar potrebbe essere solo il primo passo di un progetto più grande, con un'espansione in tutti gli altri paesi medio orientali». Spesso l'Italia limita la promozione all'Europa e agli Stati Uniti «ma i mercati medio orientali offrono invece importanti prospettive», ha aggiunto anche l'assessore alle Attività produttive della provincia di Cagliari, Piero Comandini. «Puntando su queste piazze ancora poco battute potremo vincere la crisi e uscirne rafforzati».

AZIENDE
  Alto anche l'interesse dimostrato dagli imprenditori presenti alla conferenza organizzata dalla Camera di commercio. In particolare le imprese chiedono come poter attivare la collaborazione e temono i lacci della burocrazia italiana per poter varcare le soglie dell'export in Medio Oriente. Ma Atzori ha fatto notare che il centro servizi del sistema camerale sarà al fianco delle imprese. L'importante è ricordarsi che nei paesi musulmani vino e carne di maiale non sono graditi. 
 
( an. ber. )

Giulio Zasso 

unionesarda.it 

Cagliari l'arcivescovo Arrigo Miglio è arrivato in città



Si affaccia all'uscita secondaria degli arrivi a Elmas. Un cenno di saluto e poi il passo deciso verso un vecchio amico. Il sorriso è caldo, come l'abbraccio. Arrigo Miglio non nasconde l'emozione quando incontra don Luigi De Magistris, l'arcivescovo cagliaritano ottantaseienne (che ha chiuso la carriera da pro-penitenziere maggiore), arrivato sino all'aeroporto per salutarlo. «È una grande emozione per me essere qui, in questa terra ricca», sussurra dietro un sorriso il nuovo capo della chiesa cagliaritana (che controlla anche le diocesi di Iglesias, Nuoro e Lanusei).
 
C'è un comitato d'accoglienza ristretto a ricevere l'arcivescovo piemontese, tra cui il vicario Giovanni Ligas (di Pio X), il cerimoniere Alberto Pala (parroco della Cattedrale), Albino Lilliu, in rappresentanza dell'Ufficio liturgico, e la laica Lucia Baire, direttrice del museo diocesano. Con loro la rappresentanza arrivata da Ivrea: l'arcipreste Luca Meinardi e Davide Smiderle, capo della pastorale giovanile. 
Miglio saluta tutti: «Sono qua per imparare, sono convinto che non arrivi mai il tempo per fermarsi». È un ritorno nell'Isola dopo gli anni da vescovo a Iglesias. Ha guidato la diocesi sulcitana dal 1992 al 1999. «Ma è stato tempo fa», si schermisce, «non posso affermare di conoscere così bene la Sardegna». I pensieri girano a mille, perché in questi giorni di cambiamenti «c'è anche il distacco» da Ivrea, dove è stato vescovo per tredici anni. Praticamente a casa sua: è nato pochi chilometri più in là, a San Giorgio Canavese.
 
Il passaggio all'aeroporto è rapido, poi Arrigo Miglio s'infila nella Polo Volkswagen di padre Alberto Pala e corre veloce verso la sua prima base cagliaritana. Notte al santuario di Bonaria per un breve ritiro spirituale in vista dell'uscita ufficiale di questa sera. L'arcivescovo incontrerà alle 20 i giovani nella cappella del seminario arcivescovile di via Cadello. Proprio accanto a Monte Claro il prelato potrebbe scegliere la sua residenza definitiva, anche se c'è l'alternativa del seminario regionale, che è a pochissima distanza. Il suo predecessore Giuseppe Mani aveva scelto, invece, di vivere sul colle di via dei Falconi, dalle suore Figlie della carità.
 
Domani l'arcivescovo Miglio farà la sua prima uscita ufficiale in città. Alle 16 presiederà in Cattedrale i vespri solenni e subito dopo - alle 16 e 30 - guiderà il pellegrinaggio a piedi verso Bonaria. Alle 17 e 30, proprio davanti alla basilica, ci sarà il benvenuto del sindaco Massimo Zedda, che lo saluterà a nome della città. Alle 18 comincerà la messa solenne nel santuario dei frati mercedari.

lunedì 23 aprile 2012

di Fabio Manca

www.unionesarda.it
 
«Scusi, se io che sono la figura apicale del più grande sindacato italiano guadagno 2500 euro al mese perché un consigliere regionale deve incassarne 12 mila?». L'esempio di Enzo Costa, segretario regionale della Cgil («ma parlo a titolo personale»), 166 mila iscritti in Sardegna, è un punto di partenza interessante per sviluppare un ragionamento attorno a due dei dieci referendum per i quali si voterà il prossimo sei maggio: quello che si propone di abrogare l'articolo 1 della legge regionale del 7 aprile 1966 che stabilisce che «l'indennità spettante ai membri del Consiglio regionale della Sardegna... sono stabiliti ... in misura non superiore all'ottanta per cento di quella...dei parlamentari» e quello che chiede ai sardi se sono favorevoli «alla riduzione a cinquanta del numero dei componenti del Consiglio regionale della Regione».
Chi si oppone ai referendum «populistici» sostiene che fare bene la politica ha un costo e aggiunge che tagliare eccessivamente le indennità equivarrebbe a consentire di farla solo a un'élite ricca e poco sensibile alle istanze delle fasce più deboli. Chi li sostiene evidenzia che «la politica, che chiede immensi sacrifici alla gente normale, se vuol essere credibile deve essere la prima a fare i sacrifici» (Pierpaolo Vargiu, Riformatori).

I TAGLI
  È vero che negli ultimi anni c'è stato un taglio del 20%. Solo nel 2011 i compensi sono stati ridotti di un importo tra 11.044 euro e 12.844 euro a seconda del luogo di residenza del consigliere regionale. Considerate le altre sforbiciate alle indennità di carica e ai fondi ai gruppi (sull'uso dei quali è in corso un processo a carico di alcuni consiglieri) il Consiglio regionale nel 2011 ha risparmiato 1,3 milioni di euro. Ma i compensi dei consiglieri regionali sardi restano i secondi più alti d'Italia, secondi solo a quelli della Lombardia e distanti da quelli degli onorevoli dell'Emilia Romagna che, tutto compreso, non arrivano a seimila euro.
LE INDENNITÀ 
Una goccia nel mare, secondo i referendari. Considerato che, nonostante i tagli, un consigliere regionale sardo continua a guadagnare più dei colleghi delle altre regioni. Ha una busta paga base di 11.059 euro netti al mese che può crescere sino a 14.347 a seconda della carica che si ricopre. La retribuzione è composta dall'indennità base (3452 euro), dalla diaria base (3503), da un rimborso forfetario per spese inerenti il rapporto eletto ed elettori (3.352), da un contributo annuale per spese di aggiornamento professionale (9.026) e da un rimborso forfetario (1050 euro) per i consiglieri che abitano a oltre 35 chilometri da Cagliari.
PRODUTTIVITÀ IN AUMENTO
Stipendi ritenuti da molti eccessivi in un'Italia travolta dalla crisi e ormai intollerante verso i partiti, ritenuti i principali responsabili del tracollo nazionale. Vero è che rispetto al recente passato gli onorevoli hanno lavorato di più (449 ore tra i banchi contro le 272 del 2010) e approvato più leggi (27). Facendo la media, poco più di un'ora al giorno. Non abbastanza, secondo chi pensa che il punto decisivo sia rendere la politica più efficiente e onesta.
LE SUPER PENSIONI 
 E a placare la sete di vendetta del cittadino-vittima non è bastata nemmeno l'eliminazione (dalla prossima legislatura) del vitalizio che i consiglieri maturavano dopo due anni sei mesi e un giorno di frequentazione di aula e commissioni. Un altro privilegio intollerabile per chi per maturare un assegno da fame deve lavorare per 35 anni.
IL TAGLIO DEI CONSIGLIERI 
Poi c'è il quesito sul taglio dei seggi. La Sardegna è tra le regioni che hanno più consiglieri regionali in rapporto alla popolazione: 80. Uno ogni 20.600 abitanti mentre la Lombardia, per dire, ne ha uno ogni 120.000. Il Movimento referendario propone di ridurli a 50 portando, dunque, il rapporto a uno a 33.000.
IL SÌ DEL SENATO 
In questo caso il quesito potrebbe essere già superato perché il Senato - dopo che il consiglio regionale ha approvato una proposta di legge nazionale - ha approvato all'unanimità il disegno di legge costituzionale che riduce il numero di consiglieri da 80 a 60. Ora è necessaria, entro sei mesi, la seconda lettura alla Camera.

EQUILIBRIO TERRITORIALE 
I referendari restano convinti che serva comunque un pronunciamento degli elettori per evitare che i deputati «dimentichino» il secondo passaggio. Si tratta di capire come la volontà di tagliare 30 seggi si possa coniugare con la manifestata esigenza di salvaguardare la rappresentanza territoriale. Due concetti apparentemente contraddittori. Claudia Zuncheddu (Sardigna libera) evidenzia un altro nodo: si chiama diritto di tribuna: «Se riduciamo i seggi i piccoli partiti saranno spazzati via». Sarebbe, insomma, come innalzare enormemente la soglia di sbarramento.


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domenica 22 aprile 2012



de Fabio manca
«Viviamo una crisi pazzesca in tutti i settori della società: per i sardi è un'occasione storica, la più proficua del dopoguerra»
 
Giacomo Sanna



Che cos'è l'indipendentismo. E soprattutto, come si concretizza?
Giacomo Sanna fa un sospiro, sorride sornione, guarda dritti negli occhi gli interlocutori e risponde non da filosofo utopista ma, da uomo pragmatico, con gli esempi. «Spiegarlo alla gente è difficile, bisogna evitare astrattismi, parlare la lingua giusta con chi ha perso il lavoro, con chi dispera di trovarlo, con chi ha perso la dignità».


Dunque?«Indipendentismo, cito tre casi, è affrontare la questione dell'energia, del costo del denaro e dei trasporti tenendo conto che siamo un'isola e non Milano, che i nostri costi sono nettamente superiori».
Ma per questo basta l'autonomia?«Evidentemente no. L'autonomia ha i suoi limiti ed i Governi sono sempre più arroganti, egoisti. Non distinguono, fanno due conti ed emettono provvedimenti che penalizzano i più deboli».


Il sistema fiscale, ad esempio.«Esatto. Il nostro è uguale per ricchi e poveri. Inaccettabile. Problemi diversi non si possono affrontare con gli stessi strumenti».
Lei che cosa farebbe?«Ad esempio voglio poter decidere che le nostre imprese o quelle che investono e assumono in Sardegna paghino un'aliquota Irpef all'otto o al dieci per cento».


La crisi economica, la crescita dell'avversione ai partiti come simbolo della degenerazione morale ed economica rendono la gente più sensibile all'indipendentismo?«Abbiamo, lo dico paradossalmente, la fortuna di vivere una crisi pazzesca in tutti i settori della società e abbiamo un problema morale gigantesco. Questo rende la gente disperata, la fa riflettere. Se hai la pancia piena, i vantaggi dell'indipendenza non ti toccano. Se sei disperato sì. È un'occasione storica, la migliore del dopoguerra».


Perché?«Sa qual è la differenza rispetto ad allora? Che la gente prima della guerra non aveva niente o aveva poco e doveva costruire tutto. Era tutto difficile ma c'erano stimoli, persino entusiasmo. Ora è diverso: gli italiani stanno passando da un consumismo sfrenato al precipizio. Tra non avere e dover conquistare ed avere molto e perdere tutto c'è un abisso. Per questo dico che è un'occasione storica».


Non a caso la stanno cavalcando molti partiti italiani di maggioranza e opposizione. Che recentemente in Consiglio regionale hanno approvato il vostro ordine del giorno che propone di verificare «il fondamento della permanenza della Sardegna nella Repubblica italiana«È una ulteriore dimostrazione che il sentimento cresce assieme al risentimento verso un Governo che ci schiaffeggia ogni giorno, incapace perfino di rispettare gli impegni che assume e le leggi che emana. Ecco perché molti stanno entrando nel recinto dell'indipendentismo».


Oggi qualcuno parla di secessione al contrario, cioè è lo Stato che ci allontana, come una zavorra.«No gli do torto. Però è un paradosso».
Un popolo litigioso come il nostro è capace di autodeterminarsi? Continuiamo ad essere mal unidos e i primi a dividersi sono i promotori dell'indipendenza.«Ha ragione. Nella galassia c'è un difetto di democrazia, c'è chi fatica ad accettare regole condivise e fatica a stare assieme. L'indipendenza non può diventare una dittatura».


Anche il suo partito si è diviso mille volte.«Vero, ma ha avuto scissioni momentanee e chi si è allontanato ha avuto vita politicamente breve».
Come il suo amico Efisio Serrenti?«Eravamo amici, lo invitai a non strappare, ma lui decise di sostenere la Giunta Floris e ci dividemmo. Soffrii molto per la sua scelta. Ma alla lunga non pagò. I Sardistas si sono estinti dopo pochi anni».


Si sono scisse anche Sardigna Natzione e Irs, è nata Progres.«In un movimento le discussioni sono fisiologiche come le battaglie, anche dure. Bisogna credere nella propria missione ed essere capaci di superare le difficoltà. Con Bustianu e Gavino ho fatto molte battaglie, sono miei amici, non si può non andare d'accordo con loro. Abbiamo fatto Sardegna libera, una creatura che ho voluto, ma la gente non era matura. Arriverà il giorno in cui lo sarà».


C'è la possibilità che voi e i Rossomori vi riuniate?«Le racconto un aneddoto. Molti anni fa, a Sassari, ero assessore provinciale e facevo vita di sezione. Ci furono divergenze nel partito ed io per nove mesi non presi la tessera, ma rimasi dentro. Né io né nessuno dei miei compagni di partito pensammo di andar via anche se c'erano difficoltà. Non si va via dalla squadra se si perde la partita. Ecco perché non voglio riportare dentro chi ha creato divisioni e lacerazioni».


Anche di recente il tavolo della convergenza indipendentista ha lavorato a lungo per costruire un documento sui valori condivisi poi si è spaccato.«Ho visto».


Una delle cause sembra essere stata il referendum sull'indipendenza promosso da Malu Entu: secondo alcuni suoi commensali ha fatto una imperdonabile fuga in avanti solitaria.«Concordo. Doddore lo conosco dal congresso dell'81, è simpatico ed ha carisma. Ma deve capire che non ci si può imbarcare in una battaglia come questa anticipando i tempi, per fare il primo della classe. O magari per recuperare finanziamenti».


Ma ha appena detto che i tempi sono maturi.«Per battersi per l'indipendenza sì, ma proprio per questo occorre ragionare, pianificare, convergere, non fare fughe in avanti. Bisogna trovare il modo giusto per fare le cose».


E qual è il modo giusto?«Faccio l'esempio del referendum sulle scorie. Bustianu lo promosse, noi gli demmo una mano. Fummo aiutati da tutti i media, che garantirono informazione dettagliata e costante e, dunque, un traino straordinario, l'iniziativa fu sposata dal presidente della Regione Cappellacci che si schierò apertamente con noi e ci fu un colpo di fortuna».
L'incidente in Giappone.«Esatto. Tutto questo ci consentì di conquistare una vittoria straordinaria contro il Governo».


Qual è la controindicazione dell'indipendentismo?«Non ce ne sono. Se invece mi chiede qual è il limite attuale ribadisco: la democrazia. C'è ancora qualcuno che la mette in discussione, che non la accetta che non la applica, che ha difficoltà a stare assieme».


Potreste imparare dai baschi o dai catalani. O anche da Malta e Cipro.«Hanno concretizzato ciò che noi riusciamo solo a postulare, hanno un'altra statura».



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 Nasce SARDIGNA LIBERA


Sabato 21 aprile 2012 alle ore 10,00 all'hotel Regina Margherita a Cagliari viene ufficializzata la nascita del Movimento politico Sardigna Libera coordinato da Claudia Zuncheddu. 
Ospite dell'iniziativa Giulietto Chiesa.


Giuseppe Meloni

Claudia Zuncheddu, da Indipendentistas a Sardigna libera




C'è un nuovo simbolo nell'area (vasta) dell'indipendentismo, che già vede proliferare mori, isole, alberi. L'immagine scelta da “Sardigna libera”, il movimento presentato ieri a Cagliari dalla consigliera regionale Claudia Zuncheddu, somiglia al profilo di un moro (rosso): però sugli occhi, anziché la benda, c'è la fascia col nome del nuovo soggetto politico. E, al di sopra, la fronte si trasforma nella silhouette della Sardegna.


UN NUOVO STATO 
«È la sintesi della nazione sarda», ha spiegato la Zuncheddu a un'assemblea di un centinaio di persone che l'ha acclamata segretaria: «Il volto rappresenta il popolo, la cartina richiama il territorio». Due elementi costitutivi di quello Stato indipendente che è l'obiettivo di Sardigna libera: «Sessant'anni di politiche autonomistiche ci hanno portato solo povertà e zozzerie, inquinamento e servitù militari, distruggendo il territorio», è il ragionamento della fondatrice, ex Psd'Az, eletta in Consiglio regionale nel 2009 con i Rossomori.


Ultimamente Claudia Zuncheddu si definiva “Indipendentistas”, nome che ora cede il passo appunto a Sardigna libera. «Ma io sono solo il vostro microfono», ha detto la leader ai presenti: «Dietro questa sigla ci sono movimenti, comitati di lotta come quelli anti-radar, indipendentisti che non si riconoscono nelle altre formazioni politiche».


Con queste ultime, poi, si cercherà di collaborare. Ma sul referendum per l'indipendenza di Doddore Meloni c'è dissenso: «Non siamo stati coinvolti, e poi si rischia di danneggiare la causa». L'indole di Sl sembra puntare sui temi dell'ambiente («la chimica verde in realtà di verde non ha nulla, è solo un inceneritore»), dell'antimilitarismo, della sovranità fiscale. La prima battaglia, per altro già intrapresa nei mesi scorsi, è quella contro il gasdotto Galsi.


L'ALTERNATIVA 
Oltre a una leadership politica, il movimento ha già una sua struttura, con un consiglio nazionale presieduto da Pier Giorgio Meli (vice Valeria Fanari, tesoriere Francesco Loddo). Ma anche legami esterni. In particolare con L'Alternativa di Giulietto Chiesa, il giornalista-scrittore (ed ex eurodeputato) che ieri ha partecipato alla presentazione di Sardigna libera: «Sono con voi, vi propongo un patto d'azione comune. A partire dalle battaglie sul territorio. L'esempio è quello della Val di Susa: sono in 60mila, ma per sconfiggerli ci vuole l'esercito. Il mio è auspicio è: una, dieci, cento Val di Susa».


radiopress.cagliari

Si chiama Sardigna libera, il progetto politico fondato dalla consigliera regionale indipendentista Claudia Zuncheddu, presentato oggi. Il simbolo scelto rappresenta un profilo femminile (la Nazione) in rosso su sfondo bianco, delineato dalle coste della Sardegna (il territorio) e, a coprire gli occhi, la scritta Sardigna (in nero) Libera (in rosso).
“Il movimento parte oggi ma al termine di un percorso iniziato un anno fa”, ha spiegato Zuncheddu, ex Rosso Mori, “nelle istituzioni e soprattutto fuori, con il confronto costante con i territori. Sardigna libera nasce in un momento di crisi mondiale di cui la Sardegna sta facendo le spese. Stiamo scontando la politica dei 60 anni della cosiddetta Autonomia che ha visto il depauperamento del territorio, il degrado, le servitu’ militari, l’industrializzazione, il petrolchimico. Hanno consumato il territorio, avvelenato l’ambiente e ora l’emergenza deve far fare una riflessione seria, perche’ la classe politica sarda ha le stesse responsabilita’ di quella italiana: e’ stata complice e adesso ci propone nuovi scempi. Il nostro nuovo percorso non sara’ breve, ma ci deve portare alla liberazione della nazione sarda”.
Alla presentazione ha partecipato anche il giornalista Giulietto Chiesa che ha esortato:  ”Difendiamo il territorio. Non dimentichiamo mai che noi siamo la legge, non loro. Stanno cambiando le regole, la Costituzione, decidono in pochi per la nostra terra, la nostra salute, la nostra vita. Propongo un patto d’azione per fare insieme l’alternativa nazionale ed europea e Sardigna libera qui e’ l’alternativa,riprendiamoci sovranita’ e territorio“.



Gino Camboni
unionesarda.it

Piero Borrotzu


A Chiusola si ricorda il partigiano d'origine sarda,
 L'eroico Piero Borrotzu che diede la vita per un intero paese.


Anche quest'anno a Chiusola, in terra ligure, nella Lunigiana sarda d'una volta, si commemora Piero Borrotzu, il tenente partigiano che ha dato la vita per salvare un intero paese. Per ricordarlo, nel 68° anniversario del sacrificio, il sindaco Giovanni Lucchetti Morlani del Comune di Sesta Godano, di cui Chiusola è frazione, ha voluto dedicargli una breve, ma intensa cerimonia, fissata per la mattina del 24.

Martire e medaglia d'oro della Resistenza, il "tenente Piero", sebbene fosse di padre sardo, è poco conosciuto nell'isola. Il suo nome è molto più sentito e vivo nella terra della madre, in Liguria, soprattutto sui monti dell'alta Val di Vara, dove morì da eroe. Aveva soltanto 22 anni quando il 5 aprile del 1944 si consegnò ai carnefici per evitare che venissero trucidate una settantina di persone del borgo, rastrellate dai nazifascisti. Lui, che si nascondeva a Chiusola, poteva scappare, salvarsi, ma si consegnò e fu fucilato. 


La sua storia, perché pure in Sardegna se ne viva il ricordo, è stata proposta di recente, per iniziativa di un'insegnante, Martina Careddu, d'intesa con la dirigente scolastica, Carla Marchetti, a una quinta classe del Liceo delle Scienze Sociali Sebastiano Satta. Una delegazione di alunni e docenti di quella scuola porterà il nome dell'isola alla cerimonia commemorativa dall'altra parte del mare. 


«Proporre ai giovani di oggi un modello di eroe buono, positivo, che sia disposto a perdere la propria vita per salvare quella di altre persone, sembra un'impresa titanica», afferma Martina Careddu. «Ho scoperto invece con piacere, quasi con commozione, che la vicenda di Piero Borrotzu, eroe d'altri tempi, ha suscitato nei nostri giovani studenti stupore, incredulità, ammirazione e rispetto». «Li ha colpiti, in questa particolare lezione di storia, che pochi sapessero di Piero, sebbene nostro conterraneo, mentre in un "lontanissimo" paesino della Val di Vara, Chiusola di Sesta Godano, la popolazione ne ricorda ogni anno il martirio con una celebrazione solenne».


Un grande merito, questo, del Comune di Sesta Godano, scrigno e custode, come rimarca Martina Careddu, non solo della memoria di Piero e del suo gesto, ma anche degli ideali di libertà e di giustizia che hanno animato tanti giovani oltre mezzo secolo fa. Tra questi, a ricordarlo sino all'ultimo, era pure Pietro Greppi, il compagno d'armi di Piero, scomparso di recente. Lui e gli altri uomini della sua famiglia, il padre Giovanni, 63 anni, i figli Pietro 23 anni, Giovanni, 16 anni e Michele, di appena 14 anni, erano tra i settanta abitanti del borgo che erano stati radunati per l'esecuzione sommaria nel sagrato della chiesetta di San Michele.


«Quando sembrava che tutto fosse ormai perduto», raccontava Greppi, «vedemmo il tenente Piero presentarsi spontaneamente ai suoi carnefici per offrire la sua vita in cambio della nostra».


Di Borrotzu parla con commozione pure il novantenne Nello Quartieri, comandante del battaglione partigiano Picelli. 


«Era un giovane di saldi principi, generoso», ricorda. «Nel sagrato della chiesetta, dove l'hanno ucciso, lui, cattolico osservante, ha mostrato di saper amare il prossimo suo più di se stesso».L'hanno ben compreso pure gli alunni che a Chiusola porteranno l'omaggio della terra del padre. 




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