martedì 30 ottobre 2012

I PATRIOTI  SARDI COPRONO L'INFAME RE CARLO IL FEROCE

La nota del Professor Casula è un inno alla libertà della natzione Sarda.. 

è un piacere per unu "torrau de su disterru" vedere una mobilitazione contro il feroce e impostore RE coloniale Carlo il Felice, già noto da tempo come il "SAVOIA TZENIA DE PORCOS", avendo subito in su disterru la ferocia del razzismo contro i terroni che vigeva in continente negli anni della migrazione forzata e incoraggiata dal governo italiota, non servendo più come carne da macello per le loro guerre imperiali, (noi Sardi) siamo poi serviti come mano d'opera a basso costo; 

Trattatati da servi specie di animali da soma, e cacciati in baracche come bestie , questa l'ospitalità per noi Sardi da parte degli Italiani; 

Oggi sono veramente contento di vedere dei patrioti che a distanza di centinaia d'anni di sofferenza, rivendica l'espulsione di qell'obbrobrio statuale che vilipende il popolo Sardo, messo contro la nostra volontà in piazza Yenne, l'unica soluzione plausibile dopo la ramemorazione storica esplicata dal movimento, è l'abbattiamento della statua come han già fatto altri popoli che si sono liberati dalla schiavitù.. 

Viva il popolo Sardo libero e indipendente!



Sa Defenza




Carlo Felice (più noto come Carlo Feroce) fu vice


 re e re ottuso, famelico e repressivo.


Francesco Casula

Prof. Francesco Casula

Carlo Felice, ottuso e famelico, sia da principe vice re che da re sarà il più crudele persecutore dei Sardi, che letteralmente odiava e contro cui si scagliò con tribunali speciali, procedure sommarie e misure di polizia, naturalmente con il pretesto di assicurare all’Isola “l’ordine pubblico” e il rispetto dell’Autorità. Soprattutto fu persecutore dei rivoluzionari, dei democratici e dei giacobini. 


Per quanto riguarda “l’odio” lo aveva appreso da unu cane de isterzu come Giuseppe de Maistre che arrivato in Sardegna nel 1800 per reggere la reale cancelleria, non pensa nei tre anni di reggenza, che ai propri interessi denotando uno sviscerato disprezzo per i sardi je ne connais rien dans l’univers au-dessous (sotto) des molentes,soleva affermare nei loro confronti e in una lettera da Pietroburgo al Ministro Rossi nel 1805 scrive : Le sarde est plus savage che le savage , car le savage ne connait la lumiere e le Sarde la connait. 


Ma ecco alcuni esempi della repressione violenta da parte di Carlo Feroce: -“Una congiura ordita nel 1799 da un certo avvocato Serra di Sinnai e da un tale Pasquale Bartolo finì con due condanne a morte” . -“Pene gravi furono inflitte al frate Gerolamo Podda che aveva creato nel suo convento un gruppo di giacobini filofrancesi” -“L’ergastolo fu comminato a Vincenzo Sulis, accusato di alto tradimento e rinchiuso nella Torre dello Sperone ad Alghero” nel 1796. -“16 condanne alla forca furono pronunciate nel 1800 quando a Thiesi scoppiò una rivolta provocata dall’oppressione del feudatario Antonio Manca duca dell’Asinara”. -“Rapida e violenta fu la repressione nei confronti del notaio cagliaritano Francesco Cilocco e del prete terralbese Francesco Sanna Corda  quando nel 1802 tentarono, dalla Gallura, con una insurrezione di proclamare la repubblica sarda dipendente dalla Francia

Il Cilocco fu preso, linciato a frustate e appiccato. 

Il Sanna cadde nello scontro a fuoco coi soldati regi” -“Nel luglio 1802 fu giustiziato Domenico Pala, condannato in contumacia, l’anno precedente”. (Vedi F. C. Casula in Il Dizionario storico sardo, Carlo delfino editore,Sassari, 2003 pagina 330). 


E poi le condanne contro i rivoltosi di Palabanda Condannati all’impiccagione: Salvatore Cadeddu, Raimondo Sorgia, Giovanni Putzolo; Condannati a morte per contumacia Gaetano Cadeddu, Giuseppe Zedda, Francesco Garau, Ignazio Fanni


Condannati all'ergastolo: Giovanni Cadeddu, Antonio Massa


Al remo a vita: Giacomo Floris, Pasquale Fanni


Banditi dall'isola o esiliati all'interno gli altri imputati



lunedì 29 ottobre 2012


La formula Krugman per uscire dalla crisi

27 Ottobre 2012
Red

E’ in libreria “Fuori da questa crisi, adesso!”. In questo libro fresco di stampa per Garzanti, Paul Krugman, premio Nobel per l’economia 2008 e docente a Princeton, illustra in modo chiaro e conciso cosa sta andando storto nell’interpretazione e nella gestione della crisi economica che sta colpendo USA ed Europa (due crisi con cause diverse ma di natura simile) e cosa a suo avviso si dovrebbe fare per porre fine subito alla deriva economica a cui ci stiamo abbandonando a forza di false interpretazioni (eccesso di debito pubblico) e conseguenti false ricette (austerità fiscale).
Lucido e indipendente come pochi suoi colleghi, Krugman riconosce i limiti propri dell’economia (disciplina che non ha la possibilità di verificare le sue teorie con approccio sperimentale) che stanno alla base dell’opinabilità delle affermazioni di ciascun economista.
Quando le opinioni diventano dogmi e chi sta nella posizione di decidere li prende per buoni, finiamo in situazioni come quella attuale in cui un approccio “moralistico”, come lo definisce lo stesso Krugman, porta a vedere come giusto imporre rigore e sofferenza a chi ha sbagliato in passato indebitandosi oltre le proprie capacità. L’esempio più lampante è la Grecia, ma anche noi italiani inizieremo presto ad essere altrettanto bersagliati se non cambia qualcosa a livello europeo. Questo genere di politiche impedisce al motore dell’economia di riavviarsi e di rendere quindi i debiti ripagabili attraverso la produzione ed il lavoro.
L’aver spostato l’attenzione dalla disoccupazione all’ordine dei conti pubblici è per Krugman il peccato originale da cui dobbiamo liberarci quanto prima: ogni giorno che passa, la crisi è più difficile da invertire.
In definitiva, questo libro merita di essere letto e diffuso il più possibile in un momento come questo in cui è molto importante che i cittadini siano informati e proattivi nel richiedere le politiche più giuste per tutti e non solo per alcuni (da Liquida del 6 luglio).
Ecco ora la presentazione del libro pubblicata sul retro della copertina.
La Grande Recessione è iniziata nel 2008 negli Stati Uniti. Ha immediatamente contagiato l’economia mondiale e continua ad aggravarsi. Tra fatalismo e paura, aspettiamo l’evolvere degli eventi - verso il peggio, ci assicurano gli esperti. Ma come siamo finiti in questo vicolo cieco? E perché, chiede Krugman, “i cittadini dei paesi più avanzati del mondo, paesi ricchi di risorse, talenti e competenze - gli ingredienti che assicurano prosperità e un tenore di vita dignitoso per tutti - stanno ancora soffrendo”? Con l’abituale lucidità e forza polemica, il Premio Nobel per l’Economia individua le origini della crisi finanziaria, economica e politica che stiamo attraversando. E spiega quale strada dobbiamo intraprendere per superare le attuali difficoltà. “Fuori da questa crisi, adesso!” si rivolge prima di tutto a chi sta soffrendo di più: a chi ha perso il lavoro e a chi non lo trova, soprattutto i giovani che rischiano di pagare più di tutti, oggi e nel futuro. Per Krugman, la soluzione per uscire dalla Grande Recessione esiste ed è a portata di mano: ma è necessario che i nostri leader politici trovino la lucidità intellettuale e la determinazione necessarie.
Infine un approfondimento da Economia&Finanze del 26 maggio scorso, dove compare un’intervista di Federico Rampini al premio Nobel diventato un “guru” per la nuova sinistra americana.  
 ”Calma, calma, sono solo un economista”. Paul Krugman è divertito, un po’ imbarazzato, ma anche abituato: una sua apparizione in pubblico a New York suscita le ovazioni e urla di approvazione degne di una rockstar.
La scena si ripete quando sale sul placoscenico del centro culturale 92Y sulla Lexington Avenue per discutere il suo nuovo libro. Ressa da stadio, folla in delirio. In fondo il tifo popolare se l’è meritato, questo premio Nobel dell’economia trasformatosi in opinionista del New York Times (e Repubblica), censore dei tecnocrati dell’eurozona, keynesiano a oltranza, guru della nuova sinistra americana. Si è conquistato questa “base di massa” perché osa spingersi dove altri non vanno.
Il suo blog è uno strumento di battaglia politica contro l’egemonia culturale della destra. Il suo nuovo libro, nell’edizione americana promette o intima “Fuori da questa depressione, subito!”. Depressione? Addirittura? L’editore italiano Garzanti, che lo pubblica a fine mese, non se l’è sentita di usare un termine che evoca gli anni Trenta, le code dei disoccupati alle mense dei poveri, il nazifascismo. E così il titolo italiano suona un po’ più tradizionale: “Fuori da questa crisi, adesso”.
Perché Krugman non esita invece a usare un termine ben più drammatico? “Quella che attraversiamo  -  risponde  -  la chiamo la Depressione Minore, per distinguerla dagli anni Trenta. La differenza è meno sostanziale di quanto si creda. Anche allora ci fu una prima recessione, poi una ripresa inadeguata, poi la ricaduta. I tassi di disoccupazione reali di cui soffriamo non sono tanto inferiori a quelli di allora. E se guardiamo al numero di disoccupati a lungo termine, che qui in America restano oltre i 4 milioni, siamo proprio a livelli da anni Trenta”.
Il messaggio che questo libro martella con insistenza è che il male va combattuto, oggi come allora, con un deciso intervento statale. “Abbiamo bisogno che i nostri governi spendano di più, non di meno  -  sintetizza il 59enne docente alla Princeton University  -  perché quando la domanda privata è insufficiente, questa è l’unica soluzione. Assumere insegnanti. Costruire infrastrutture. Fare quello che fu fatto con la seconda guerra mondiale, possibilmente scegliendo spese utili”.
Quell’avverbio “subito” che tuona nel titolo del suo libro, Krugman lo esplicita senza esitazioni: se l’Occidente applicasse la ricetta giusta, potremmo essere fuori da questa crisi in 18 mesi. Un anno e mezzo! Attenzione: questa non è una promessa da comizio elettorale. Il bello di Krugman, quello che ti affascina nel personaggio, è l’impegno con cui tiene insieme il suo “ruolo pubblico”, di opinionista schierato e aggressivo, con il rigore scientifico del teorico che macina grafici e statistiche come un computer. Capace di passare dall’uno all’altro in pochi istanti, per rispondere all’obiezione politica principale: la sua ricetta oggi appare inascoltata, inapplicabile, impraticabile, perché siamo terrorizzati dal livello del debito pubblico.
Non è solo un problema europeo. Anche qui negli Stati Uniti 15.300 miliardi di dollari di debiti, quasi il 100% del Pil, sembrano un ostacolo insormontabile per la sua terapia keynesiana. “Falso, falso  -  risponde secco  -  anzitutto dal punto di vista storico. In passato gli Stati Uniti ebbero un debito ancora superiore, durante le seconda guerra mondiale; la Gran Bretagna per quasi un secolo. Il Giappone ha tuttora un debito statale molto più elevato in percentuale del suo Pil eppure paga interessi dello 0,9% sui suoi buoni del Tesoro. Quindi non esistono soglie di insostenibilità come quelle che ci vengono propagandate. Inoltre è dimostrato, e lo vediamo accadere sotto i nostri occhi, che in tempi di depressione le politiche di austerity aggravano il problema: accentuano la recessione, di conseguenza cade il gettito fiscale, così in seguito ai tagli il debito aumenta anziché diminuire”.
Resta però il problema politico, e non solo in Europa dove c’è un ostacolo che si chiama Angela Merkel. Anche qui, Barack Obama non ha osato sfidare i repubblicani con una seconda manovra di spesa pubblica anti-crisi. “Anzitutto perché all’inizio Obama sottovalutò la gravità di questa crisi  -  risponde Krugman  -  mentre adesso sta cambiando posizione. Il fatto è che a lui conviene battersi fino in fondo per le sue idee, tenere duro, non cercare compromessi. Se Obama vince a novembre, io credo che governerà meglio nel suo secondo mandato”.
Un’altra obiezione frequente alla sua ricetta keynesiana, riguarda la qualità, l’efficacia, la rapidità della spesa pubblica. La macchina burocratica è spesso inefficiente, non solo nell’Europa mediterranea ma anche qui negli Stati Uniti. Krugman ha una risposta anche a questo. “La prima cosa da fare  -  spiega  -  è cancellare l’effetto distruttivo dei tagli di spesa. Per esempio, qui negli Stati Uniti, bisogna cominciare col ri-assumere le migliaia di insegnanti licenziati a livello locale. Queste sono manovre di spesa dagli effetti istantanei. In Europa, la manovra equivalente è restituire le prestazioni del Welfare State che sono state ingiustamente tagliate”.
Veniamo dunque al malato più grave del momento: l’eurozona. A questo paziente in coma, Krugman sta dedicando un’attenzione smisurata. Spesso i suoi editoriali sul New York Times sono duri attacchi all’austerity d’impronta germanica, appelli ai dirigenti europei perché rinsaviscano prima che sia troppo tardi. “Guardate cos’è accaduto all’Irlanda  -  dice  -  cioè a un paese che si può considerare l’allievo modello, il più virtuoso nell’applicare le ricette dell’austerity volute dal governo tedesco. L’Irlanda ha avuto una finta ripresa e poi è ricaduta nella recessione. All’estremo opposto ci sono quei paesi asiatici, dalla Cina alla Corea del Sud, che hanno manovrato con energia le leve della spesa pubblica, e così hanno evitato la crisi”.
Krugman considera probabile l’uscita della Grecia dall’euro, ma lo preoccupa di più il “dopo”. Denuncia il rischio di un “effetto-domino, se la Germania non cambia strada”. Avverte che le conseguenze di una disintegrazione dell’Unione “sarebbero perfino più gravi sul piano politico che su quello economico”. I suoi modelli, oltre ai paesi asiatici, sono la Svezia e perfino la piccola Islanda: “Perché dopo la bancarotta ha avuto il coraggio di cancellare tutti i propri debiti con le banche, negare i rimborsi, ed è ripartita dopo una svalutazione massiccia”.
Uno schiaffo nei confronti della finanza globale, che il premio Nobel considera legittimo e benefico (per l’Islanda). E su questo conclude toccando una questione scottante: perché anche la sinistra quando va al potere diventa succube dei banchieri? Perché Obama all’inizio del suo primo mandato nominò così tanti consiglieri legati a Wall Street? La risposta di Krugman è fulminante: “Perché danno la sensazione di sapere. Sono davvero impressionanti, quelli di Wall Street: danno a intendere di capirne qualcosa, anche dopo avere distrutto il mondo, o quasi”.
Qualcuno già punta su Krugman come prossimo segretario al Tesoro, se Obama viene rieletto a novembre. “Si vede che non hanno mai visto il caos che regna sulla mia scrivania e nel mio ufficio”, scherza l’economista più influente e controverso d’America. Poi chiude: “A me piace il mio ruolo attuale, che definirei così: il castigatore delle idee sbagliate”.


La proposta di Krugman per uscire dalla crisi è realmente di sinistra?

29 Ottobre 2012
Gianfranco Sabattini
Abbiamo chiesto  al Prof. Gianfranco Sabattini, autorevole economista dell’Ateneo cagliaritano, un’opinione sulla formula del Nobel Krugman per uscire dalla crisi, esposta nel suo recente libro, di cui abbiamo pubblicato una recensione sabato. Ecco le considerazioni dell’economista sardo.

La tesi che Krugman sostiene nel suo ultimo libro (Fuori da questa crisi, adesso!) è antica; per come la ripropone ha il difetto di essere insufficientemente contestualizzata. La tesi com’è noto è di derivazione keynesiana e la sua validità sul piano della politica economica ben si adattava alle condizioni del tempo e al perseguimento dell’obiettivo per cui era stata formulata. Inoltre, Keynes era un liberal nel senso anglosassone, per cui a ragione, considerate le implicazioni anti-crisi della sua famosa “Teoria”, poteva essere ritenuto un “liberal di sinistra”. Questa qualifica, dal punto di vista della tradizione dell’Europa continentale, può essere estesa anche a Krugman? Per rispondere non è sufficiente condividere la proposta antidepressiva del premio Nobel, solo perché nell’immediato è percepita a supporto dell’alleggerimento delle condizioni di vita di chi sta peggio e, in particolare, del suo possibile contributo alla “lotta” contro la disoccupazione. Occorre anche e soprattutto entrare nel merito riguardo al modo in cui Krugman la giustifica.
Sin dall’Introduzione al libro, l’ecomista di Princeton “scopre le carte”, mettendo in chiaro i limiti istituzionali e temporali del suo discorso; egli non intende mettere in discussione il modo capitalistico di produrre e non considera affatto, come non dovrebbe fare un’opinion leader meritevole d’essere considerato “di sinistra”, il problema del come evitare che in futuro possano verificarsi altre crisi sistemiche del tipo di quelle da lui paradigmaticamente indicate (La Grande Depressione del 1929-1932 e quella attuale che ha preso il via negli USA nel 2007-2008 con la crisi dei mutui subprime).
Krugman non si chiede come sia potuta accadere la “catastrofe attuale; si chiede invece cosa si possa fare adesso, dato che al presente la terapia costituisce l’aspetto che maggiormente preoccupa: la ripresa perciò deve essere la priorità numero uno.


Per Krugman, sfortunatamente, molte persone che contano hanno scelto di dimenticare le lezioni della storia e le conclusioni di un’analisi economica ormai consolidata; queste persone, con comodi pregiudizi ideologici e politici, avrebbero dimenticato il dettato di Keynes: “l’austerità va praticata nella fase di espansione, non in quella di crisi”. Nella fase attuale, invece, sono adottate politiche di austerità che distruggono posti di lavoro e impongono sacrifici inutili.

La disoccupazione è alta e la produzione è così bassa, afferma Krugman, perché le imprese ed i governi nel loro insieme non spendono abbastanza; si può pertanto uscire da questa situazione incrementando l’offerta monetaria, per ridare così lavoro ai disoccupati. Operando in questo modo si è sempre usciti dalle crisi depressive; questa volta però l’offerta di moneta non funziona, a causa del persistere della “trappola della liquidità”, che impedisce alle misure antidepressive di risultare efficaci perché, nonostante l’alta disponibilità di mezzi monetari, la domanda complessiva resta bassa. 

Per uscire dalla crisi occorre allora un rilancio della spesa pubblica per stimolare le imprese ed il pubblico ad indebitarsi, approfittando della larga disponibilità finanziaria che rende possibile un’alta propensione da parte del sistema delle banche a concedere credito. Per Krugman, l’idebitamento non rende più povero un sistema sociale nel suo complesso, in quanto il debito di uno non è altro che il credito di un altro, per cui la ricchezza totale non viene minimamente intaccata. Krugman però riconosce che questa condizione d’indifferenza vale per l’economia nel suo complesso e non per i singoli soggetti che la compongono e, mutatis mutandis, per i rapporti di debito e credito tra i singoli sistemi economici integrati nell’economia mondiale. Tuttavia, lo stesso Krugman riconosce che un indebitamento elevato crea molti problemi, sia per i singoli che per i sistemi economici, quando accade qualcosa di imprevisto come, ad esempio, lo “scoppio di una bolla speculativa”.

La spesa pubblica avrebbe, perciò, lo scopo di rompere lo stato di quieta e di inerzia del pubblico (imprese e famiglie), in quanto per effetto della trappola della liquidità i debitori a causa della crisi non possono spendere e i creditori non vogliono spendere. E’ quanto accade nei Paesi dell’UE: i Paesi che si sono indebitati negli “anni buoni” sono ora tutti vittime di una profonda crisi finanziaria che li costringe ad adottare “duri programmi” di austerità, mentre i Paesi creditori, preoccupati per i rischi del debito, adottano anch’essi identici programmi, anche se meno “duri” di quelli adottati dai Paesi debitori.


La spesa pubblica, perciò, nella prospettiva della proposta di Krugman avrebbe solo lo scopo di consentire il superamento degli effetti della trappola della liquidità; egli infatti manca di prospettare, a causa della preferenza riservata al momento presente, la necessità che il superamento della trappola della liquidità sia accompagnato da opportune trasformazioni del modo capitalistico di produrre, utili ad evitare che le “crisi cicliche” catastrofiche e non possano ancora verificarsi. 


La sua preoccupazione per l’immediato è senz’altro giusta e condivisibile; le misure di austerità sono certamente penalizzanti, anche perché mancano d’essere giustificate in funzione della rimozione o del contenimento della cause di crisi future del tipo di quelle sinora sperimentate. Per questo motivo, la proposta di Krugman, finalizzata solo a rilanciare il sistema economico in assenza delle necessarie riforme strutturali e delle regole utili alla stabilità economica e sociale, è insufficiente per attribuirgli la qualifica di opinion-leader“ di sinistra

mercoledì 24 ottobre 2012


EMMANUEL TODD CONTRO LA CRISI: IL PROTEZIONISMO EUROPEO

http://it.manuelcappello.com

RIFLESSIONI SULLO SCRITTO DI EMMANUEL TODD[1]: APRÈS LA DÉMOCRATIE (DOPO LA DEMOCRAZIA)[2]

LA FATTORIA DEGLI ANIMALI 2.0[3]

(Sulla contrazione della domanda provocata dalla globalizzazione)

C’era una volta una grande Fattoria in cui i Cani compravano solo le merci prodotte dai Cani e i Gatti compravano soltanto quelle prodotte dai Gatti. I capi dei Cani non avevano interesse ad abbassare gli stipendi dei loro dipendenti Cani, perché altrimenti questi avrebbero comprato di meno dalle bancarelle del mercato dei Cani.
Poi venne un giorno in cui i capi di tutte le specie animali della Fattoria fecero una Riunione Generale in cui si decise una svolta verso il Libero Scambio. Il mercato dei Cani non sarebbe più stato diviso da quello dei Gatti, dei Conigli, dei Maiali e di tutti gli altri animali della Fattoria. Ognuno avrebbe potuto acquistare anche i prodotti degli altri animali, scegliendo liberamente quello di qualità migliore e al prezzo più conveniente.
Il presidente del consiglio dei cani
Nei giorni successivi alla Riunione Generale, i capi dei Cani fecero una riunione segreta fra di loro, in cui qualcuno disse: “Perché tenere alto lo stipendio dei nostri dipendenti Cani se poi quelli lo usano per comprare anche le merci dei Gatti e dei Cavalli? Se noi gli abbassiamo lo stipendio i nostri prodotti costeranno di meno e potremo venderli anche sui mercati degli altri animali, vincendo la concorrenza!”.
Così fecero. All’inizio alcuni dei dipendenti Cani protestarono per la riduzione dello stipendio, ma poi videro che con il Libero Scambio potevano comprare i collari ed i guinzagli dai Topi ad un prezzo molto più basso rispetto alle bancarelle dei Cani. Così i dipendenti Cani compensarono il ridimensionamento della busta paga con la disponibilità di prodotti più economici, in particolare quelli provenienti dai Topi, dalle Galline e dai Corvi.
I capi dei Cani erano tre volte contenti: potevano anche loro comprare dei prodotti a miglior prezzo, i loro dipendenti costavano meno, e avevano iniziato a vendere anche ai Maiali, alle Mucche ed ai Cavalli. C’era stata in particolare l’acquisizione di una commessa di carrozze che aveva portato buonumore nel quartier generale dei Cani; fu in quell’occasione che sui giornali dei Cani apparvero dei titoli che lodavano i successi del Libero Scambio, grazie al quale il Progresso ed il Benessere avrebbero regnato per sempre in tutta la Fattoria; soprattutto nella zona dove vivevano i Cani.
Ma era destino che le cose andassero diversamente. A distanza di un paio di mesi dalla Riunione Generale, anche i capi dei Gatti decisero di abbassare lo stipendio dei loro dipendenti per avere manodopera a basso prezzo, contrastando così la strategia dei Cani. A breve seguirono le Anatre e poi i Cavalli, che volevano riprendersi gli ordini di carrozze che avevano perso. Nel giro di una stagione tutti i capi delle diverse razze animali presenti nella Fattoria avevano deciso di abbassare lo stipendio dei loro dipendenti, ed i Cani persero il vantaggio competitivo che avevano acquisito sui mercati degli altri animali.
Ci fu allora un’altra riunione dei capi dei Cani in cui si decise un ulteriore abbassamento degli stipendi. Anche in quel caso il vantaggio acquisito fu solo temporaneo, perché i capi degli altri animali seguirono un’altra volta la strada intrapresa dai Cani. Gli animali dipendenti si lamentavano, perché a questo punto l’abbassamento dello stipendio prevaleva sul vantaggio di avere alcuni prodotti a minor costo; ma questo ai capi non interessava molto, perché abbassando gli stipendi riuscivano comunque a tener bassi i costi di produzione e ad aumentare i profitti delle loro aziende.
Si innestò così una spirale di riduzione degli stipendi che portò tutti gli animali dipendenti a guadagnare di meno. La conseguenza fu che ad un certo punto i mercati della Fattoria erano frequentati da animali più poveri ripetto all’epoca in cui era iniziato il Libero Scambio, e complessivamente le vendite di tutte le bancarelle della Fattoria erano notevolmente diminuite.
I capi degli animali avevano intrapreso una lotta fra di loro per aumentare la rispettiva fetta di mercato, ma avevano finito per provocare un restringimento del mercato nel suo complesso.
All’inizio della storia gli stipendi dei Cani non venivano abbassati perché i capi dei Cani sentivano il mercato dei Cani come una cosa propria, e sapevano che abbassando gli stipendi il mercato sarebbe diventato più debole e le industrie dei Cani poi avrebbero venduto meno prodotti. Con il Libero Scambio, i capi dei Cani non hanno più pensato che il mercato dei Cani in qualche modo gli appartenesse, perché anche gli altri animali potevano entrarvi a piazzare dei punti vendita per i loro prodotti.[4] Con il Libero Scambio, i capi dei Cani hanno iniziato a pensare ai dipendenti soltanto come ad un bene da sfruttare il più possibile per aumentare i profitti e abbassare il costo dei prodotti, destinati alla vendita in tutta la Fattoria, non soltanto ai Cani. Abbiamo visto come l’esito di questa strategia si sia rivelato fallimentare.
La soluzione a questo stato di cose esiste, ed è che in tutta la Fattoria ci sia un’unica assemblea dei capi che decida gli stipendi. Così facendo l’assemblea dei capi potrà tornare a pensare che tutelando gli stipendi di chi produce si tutela la forza del mercato a cui si vendono i prodotti. Il nesso fondamentale che emerge dalla favola è che ci dev’essere una corrispondenza fra l’estensione del mercato e la struttura decisionale che regola il mercato, fra spazio economico e spazio politico. E visto che il progresso tecnologico ed il contesto internazionale hanno creato dei mercati più ampi, ne segue che anche la struttura politica si deve ampliare.
A questo punto il pensiero potrebbe scivolare facilmente nell’idea di un unico governo mondiale che risolva alla radice il problema, ma non è questa la via che ci indica Emmanuel Todd.

UN PROTEZIONISMO EUROPEO PER SALVARE LA DEMOCRAZIA E LA DOMANDA

Il libro di Todd si intitola “Dopo la democrazia”, analizza la società francese, e si preoccupa del futuro. Alcune delle problematiche che tratta sono la mancanza di valori collettivi e la divisione della popolazione in una fascia di istruzione elevata e in una di livello inferiore, la natura irresponsabile delle élite al potere e la possibile deriva politica in direzione razzista o antisemita.
Secondo Todd, il problema principale che minaccia il proseguimento dell’esperienza democratica in Francia come in Europa è la compressione indefinita dei salari, la quale è conseguenza della dottrina del Libero Scambio impostosi come pensiero unico a partire dagli anni Ottanta: “Si tratta di sfuggire all’incubo attuale: la caccia alla domanda esterna, la contrazione indefinita dei salari per far abbassare i costi della produzione, l’abbassamento conseguente della domanda interna, la caccia alla domanda esterna, etc., etc.”[5]
Come abbiamo visto sopra la soluzione può essere una ritrovata coincidenza fra lo spazio economico e quello politico, ma non a livello mondiale: “La democrazia planetaria è un’utopia. La realtà è che, all’opposto, abbiamo la minaccia di una generalizzazione delle dittature. Se il Libero Scambio dovesse generare uno spazio economico planetario, la sola forma politica concepibile alla scala mondiale sarebbe la «governance», designazione pudica di un sistema autoritario in gestazione. Ma perché allora, visto che esiste uno spazio economico europeo già ben integrato, non si può elevare la democrazia al suo livello?”[6]
Secondo Todd dunque la Fattoria giusta in cui unificare il governo non è il mondo ma l’Europa, e naturalmente questa Fattoria non deve praticare il Libero Scambio nei confronti delle altre Fattorie, altrimenti il gioco perverso verrebbe semplicemente spostato ad una scala maggiore. Stiamo dunque parlando di protezionismo a livello europeo.
I teorici statunitensi fanno l’elenco dei danni che il Libero Scambio ha arrecato agli Stati Uniti, ma poi concludono la loro analisi dicendo che non c’è alternativa, in quanto negli Stati Uniti la struttura industriale si è deteriorata eccessivamente e rende inverosimile una rapida ricostituzione della capacità produttiva, che sarebbe necessaria in uno scenario protezionista. Al contrario l’Europa è ancora in grado di produrre di tutto, e si trova ad essere, fra il declino degli Stati Uniti e la crescita della Cina, la maggior concentrazione di competenze tecniche del pianeta.[7]
Il protezionismo di cui parla Todd non è una chiusura netta: “Per quanto mi concerne, spingo la moderazione del protezionismo fino a distinguere accuratamente, al contrario degli ideologi della globalizzazione mascherati da economisti, il movimento delle merci da quello dei fattori di produzione. Da buon discepolo di Friedrich List, sono favorevole alla libera circolazione del capitale e del lavoro.”[8] [9]
L’obiettivo primario del protezionismo europeo è di opporsi alla crisi economica e di salvare la democrazia evitando il dramma di una continua diminuzione dei salari.: “Lo scopo del protezionismo non è, fondamentalmente, di respingere le importazioni provenienti dai paesi esterni al privilegio comunitario, ma di creare le condizioni per una crescita dei salari.”[10] “La crescita dei redditi implica un rilancio della domanda interna europea, che comporta di per sé stessa un rilancio delle importazioni.”[11]
Posto il protezionismo europeo come obiettivo, Todd fa un gioco di simulazione (da un punto di vista Francese) per capire come lo si possa raggiungere. Per quanto riguarda l’Inghilterra, Todd dice che inizialmente non potrà accettare una svolta in senso protezionistico perché il Libero Scambio è una parte troppo importante dell’identità nazionale inglese. La Germania sta al centro del suo ragionamento: la Francia dovrebbe affrontarla in modo diretto convincendola a preoccuparsi di più del mercato interno europeo e invitando i tedeschi a una svolta verso il protezionismo a livello europeo. Se si rifiutano, la Francia dovrebbe minacciare la propria uscita dall’Euro, che provocherebbe in modo quasi automatico la stessa mossa da parte dell’Italia.
Gli economisti che parlano in televisione fanno finta di non conoscere il problema dell’impoverimento dei mercati descritto nella favola, perché altrimenti dovrebbero ammettere che il Libero Scambio genera dei problemi e smetterebbero di essere economisti alla moda (e di prendere sovvenzioni dai capi dei Cani).
Questi economisti dicono che il protezionismo è una cosa vecchia e che non fa parte del futuro luminoso verso cui ci siamo incamminati, ma forse si sbagliano. Emmanuel Todd ci invita a riflettere su di un protezionismo intelligente esteso dalla Gran Bretagna alla Russia:“Lo spazio politico e quello economico coincideranno di nuovo. La nuova forma politica così creata sarà di un genere nuovo, implicante delle modificazioni istituzionali complesse. Ma si può affermare che in questo caso, e solo in questo caso, dopo la democrazia, ci sarà ancora la democrazia.”[12]

martedì 23 ottobre 2012

Agenda 21.

Un documento politico del 1991, preparato per la Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo (UNCED), delinea una strategia per il trasferimento di ricchezza in nome dell'ambiente da attuare nel corso di 35 o 40 anni.
Nat Mastropietro
Il "percorso virtuoso verde" dell'O.N.U. porta dritto al genocidio


Jurriaan Maessen
Infowars.com
October 17, 2012

Tutti i bracci della dittatura scientifica sembrano muoversi all'unisono. Ultimamente sentiamo ripetute richieste di de-industrializzare il mondo occidentale da parte dell'élite globale. Inoltre un tentativo è stato fatto da parte dell'élite di integrare le cosiddette "questioni demografiche" in altre questioni come la povertà, il cambiamento climatico "" ed altre profezie di sventura necessarie per portare a termine antica l'utopia eugenetica. 





Con l'obiettivo di precipitare l'umanità in una nuova era agraria, e spopolare il pianeta nello stesso tempo, l'elite globale ha preso un approccio ad ampio respiro che l'auto-nominatosi eco-socio-economista, professore Ignacy Sachs, ha eufemisticamente definito un "percorso virtuoso verde", più comunemente noto come Agenda 21.



Un documento politico del 1991, preparato per la Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo (UNCED), delinea una strategia per il trasferimento di ricchezza in nome dell'ambiente da attuare nel corso di 35 o 40 anni. E' evidente che si tratta di un documento visionario che descrive fase per fase la strada verso la dittatura "eco-sostenibile" del mondo. Come il professore Sachs afferma nel suo articolo:
"Per essere attuabili, le strategie dovrebbero coprire l'arco temporale di diversi decenni. Trentacinque-quarant'anni sembrano un buon compromesso tra la necessità di dare il tempo necessario alle trasformazioni pianificate e le incertezze causate dal prolungamento del lasso di tempo. 





"Nel suo lavoro nei prossimi 40 anni: strategie di transizione verso il percorso virtuoso Verde: Nord / Sud / Est / Global , Sachs descrive accuratamente non solo il lasso di tempo previsto per realizzare una società globale, ma anche ciò che è opportuno per garantire la "stabilizzazione dell popolazioni":
"Il fine di stabilizzare le popolazioni del Sud del mondo attraverso semplici campagne per il controllo delle nascite e la distribuzione di contraccettivi,invece di mezzi come guerre o epidemie, si è rivelato abbastanza inefficiente."



Nella prima parte della descrizione (retrospettivamente) stranamente accurata degli eventi in corso , Sachs punta sulla ridistribuzione della ricchezza quale unica strada percorribile verso la stabilizzazione della popolazione e, come lui stesso lo definisce, un "mondo virtuoso verde". Il professore: "La via d'uscita dal doppio legame della povertà e   distruzione ambientale richiede un periodo abbastanza lungo di maggiore crescita economica per sostenere le strategie di transizione verso il percorso verde virtuoso di ciò che è stato chiamato a Stoccolma ecosviluppo e da allora ha cambiato il suo nome nei paesi anglosassoni in sviluppo sostenibile. "



"(...) Un buon grado di accordo sembra esistere, quindi, per il percorso di sviluppo ideale da seguire fino a quando non riusciamo a stabilizzare la popolazione mondiale e, al tempo stesso, ridurre notevolmente le disparità oggi prevalenti." , afferma il professore.
"Più saranno audaci le iniziative intraprese nel prossimo futuro", afferma Sachs, "più breve sarà l'intervallo di tempo che ci separa da uno stato stabile. Soluzioni radicali devono affrontare la radice del problema e non i sintomi. Teoricamente,i tempi della transizione potrebbero essere accorciati mediante misure di redistribuzione di beni e di reddito. "



Sachs mette in evidenza le difficoltà nell' attuazione di tali proposte politiche (perchè l'umanità tende a non fidarsi di qualsiasi governo nazionale o transazionale che voglia ridistribuire la sua meritata ricchezza). Si propone pertanto che tali misure siano attuate gradualmente, seguendo una strategia meticolosamente pianificata:
"La prospettiva pragmatica è di una transizione estesa nell'arco di diversi decenni."



Nel secondo sotto-capitolo "Le cinque dimensioni dell'Ecosviluppo", il professor Sachs riassume le dimensioni principali di questa mossa ben delineata per fare dell'Agenda 21 una prospettiva futura reale. La prima dimensione che tocca è la "sostenibilità sociale":
"L'obiettivo è quello di costruire una civiltà con maggiore equità nel patrimonio e nella distribuzione del reddito, al fine di migliorare in modo sostanziale i diritti delle grandi masse di popolazione e di ridurre il divario nel tenore di vita tra chi ha e chi non ha".
Questo certamente implica la riduzione del tenore di vita del "NORD" (USA, Europa) e l'innalzamento di quello delle nazioni in via di sviluppo ("Il Sud e l'Oriente"). Ciò dovrebbe essere realizzato attraverso quella che chiama Sachs "Sostenibilità economica": "Resa possibile da una più efficiente allocazione e gestione delle risorse e da un flusso costante di investimenti pubblici e privati."



La terza dimensione descritta dal professore è la "sostenibilità ecologica", che, tra l'altro, limiti "il consumo di combustibili fossili e di altri prodotti facilmente esauribili o dannosi per l'ambiente, sostituendoli con risorse rinnovabili e / o abbondanti e rispettosi dell'ambiente, riducendo il volume di inquinanti per mezzo del risparmio energetico e delle risorse ed il riciclaggio e, ultimo ma non meno importante, la promozione dell'autolimitazione nel consumo materiale da parte dei paesi ricchi e degli strati sociali privilegiati in tutto il mondo ";



Al fine di rendere questo possibile Sachs sottolinea la necessità di "definire le regole per un'adeguata protezione ambientale, la creazione di meccanismi istituzionali e la scelta di strumenti economici, giuridici e amministrativi necessari per l'attuazione delle politiche ambientali."



Dimensione 4: "La sostenibilità territoriale":
"Diretto alla realizzazione di una configurazione rurale-urbano più equilibrata di e una migliore distribuzione territoriale degli insediamenti umani e delle attività economiche (...)".



La quinta ed ultima dimensione descritta nel documento di politica delle Nazioni Unite è la "sostenibilità culturale": "alla ricerca delle radici endogene dei processi di modernizzazione, in cerca del cambiamento nella continuità culturale, traducendo il concetto normativo di ecosviluppo in una pluralità di soluzioni locali, specifici all'ecosistema, specifici alla lingua ed ai siti".



Ma per rendere reale questa nuova direzione per il mondo, Sachs sottolinea ancora una volta l'importanza dell'attuazione graduale nel tempo. Come disquisire se sia meglio bollire la rana lentamente oppure gettare il povero animale nella padella bollente:
"Anche se sappiamo dove vogliamo arrivare, il problema operativo è: come si procede nel mettere l'umanità sul sentiero di sviluppo virtuoso vero e proprio, socialmente responsabile e in armonia con la natura. Si sostiene che UNCED 92 dovrebbe dare grande attenzione alla formulazione di strategie di transizione che potrebbero diventare il punto centrale dell'Agenda 21 ".



Agenda 21: la strategia delle Nazioni Unite per ridistribuire la ricchezza accumulata dal "Nord", al fine di creare una società mondiale completamente "equilibrata"-sotto gli auspici delle Nazioni Unite, naturalmente, e delle banche centrali private che lo controllano. Questo può avvenire solo attraverso la distruzione della classe media. Una improvvisa ridistribuzione ed industrializzazione non può essere realizzabile perchè la classe media si ribellerebbe immediamente. Pertanto, Sachs sostiene la necessità di una lenta, graduale ed attentamente pianificata dissoluzione della classe media fase per fase:
"Per essere attuabili, le strategie dovrebbero coprire un arco temporale di diversi decenni. 





Trentacinque-quarant'anni sembrano un buon compromesso tra la necessità di dare il tempo necessario alle trasformazioni e le incertezze causate dal prolungamento del lasso di tempo. La riconversione delle industrie, anche in periodi di rapida crescita, richiede da dieci a venti anni. La ristrutturazione e l'espansione delle infrastrutture richiede diversi decenni e questo è un settore di cruciale importanza dal punto di vista ambientale. "



Poi Sachs fà la sua affermazione più scioccante: "Tuttavia, il motivo più importante per prendere in considerazione le strategie di transizione per un periodo minimo di trentacinque-quarant'anni deriva dalla non-linearità di tali strategie, che devono essere concepite come una successione di cambiamenti di priorità nel tempo. Un buon esempio è fornito dalla transizione delle popolazioni. Il fine di stabilizzare le popolazioni del Sud del mondo con mezzi diversi da guerre o epidemie, solo attraverso campagne per il controllo delle nascite e la distribuzione di contraccettivi si è rivelata abbastanza inefficiente. "



Sachs sostiene che "un programma accelerato di sviluppo sociale ed economico delle aree rurali dovrebbe essere la priorità assoluta nella prima fase di un programma realistico di stabilizzazione delle popolazioni." Chi o che cosa coordinerà tutto questo, secondo Sachs, e in che modo le Nazioni Unite prenderanno il controllo?
"Le soluzioni", dice Sachs, "possono variare in termini di audacia e possono assumere la forma di accordi mondiali, multilaterali o bilaterali." Queste disposizioni dovrebbero, per quanto riguarda Sachs, garantire "almeno parzialmente l'automatismo dei trasferimenti finanziari mediante meccanismi fiscali, che si tratti di una imposta sul reddito di piccole dimensioni o di una serie di imposte indirette su beni e servizi la cui produzione e consumo hanno impatti ambientali significativi. "



Nel corso del tempo, a poco a poco, queste tasse dovrebbero aumentare:
"Partire con una operazione uno per 10.000 e l'aumento delle imposte in modo da raggiungere l'uno per mille in dieci a venti anni sembra una proposta abbastanza realistica, tanto più che il sistema crea un mercato interessante per le imprese private coinvolte in ricerca e sviluppo. "



Leggendo tutto questo, la domanda su quale entità dovrebbe prendere il controllo non è difficile rispondere. Sachs: "Al fine di creare la massima sinergia tra le strategie nazionali e le azioni globali, le Nazioni Unite dovrebbero creare un forum per la discussione e la valutazione periodica di tali strategie e una pianificazione della ricerca, il monitoraggio e la flessibilità degli impianti per metterli in una prospettiva globale. (... ). Il forum dovrebbe avere un'equa rappresentanza di tutti i principali attori coinvolti: i governi, i parlamenti, i movimenti dei cittadini e il mondo delle imprese. Data la sua importanza, dovrebbero essere portate da agenzie specializzate in un posto centrale nel sistema delle Nazioni Unite. "



Questo quasi letteralmente fa eco al recente appello di un gruppo di scienziati per il Summit 2012 delle Nazioni Unite sulla Terra per creare "un Consiglio per lo sviluppo sostenibile all'interno del sistema delle Nazioni Unite per integrare la politica sociale, economica e ambientale a livello globale."



L '"equa rappresentanza" di cui parla Sachs è naturalmente solo un pretesto per portare tutti a bordo. Come il "testo danese", elaborato per la conferenza di Copenaghen alla fine del 2009, illustra chiaramente, il FMI e la Banca Mondiale avranno sempre l'ultima parola nella costruzione di un sistema internazionale.



L'altro, elemento più sinistro dell'Agenda 21 è, naturalmente, lo sforzo concertato da parte delle élite globali, attraverso trattati multilaterali e regolamenti, non solo per controllare le popolazioni di tutto il mondo, ma per abbattere le stesse popolazioni.



Blog Jurriaan Maessen è Explosivereports.com

Mettiamo per prima la dichiarazione d'indipendenza del PSdAz che Mario aveva posto alla fine del suo post, per dare al lettore la consistenza anticipata della discussione su questo documento,così da avere gli strumenti necessari in anteprima per chi non li conoscesse, senza porvi grandi sforzi, se non porre attenzione alla sua lettura ed alla  riflessione che essa ci induce a dover fare. 

Ci sarebbe da discettare sulle affermazioni esposte, per esempio sulla Consulta Rivolutzionaria a cui  Mario si riferisce, per onor del vero CR ha  nel suo programma  il dovuto percorso su: sa "Limba"; sulla importanza del suo insegnamento scolastico e della importanza della sua pratica e uso comune, sia nella società civile che nelle istituzioni locali e regionali imperochè natzionali, è ovvio che solo con la Sovranità, ti si da la possibilità-certezza di poter leggiferare a tal proposito; ed è così che ci si augura tutti per quanto concerne le alleanze da farsi per il futuro, un'aggregazione che non scarti nessuno per una corsa di alleati di consimili e idealmente omogenei su intenti e azioni, affinchè la vittoria indipendentista avvenga. 

grazie a Mario che ha sollevato una bella possibilità di confronto tra amici, diversi, indipendentisti.

Sa Defenza 

DOCUMENTAZIONE
La dichiarazione di indipendenza approvata all’unanimità dal 32° congresso del Psd’Az

Il 32° Congresso nazionale del Partidu sardu – Partito Sardo d’Azione
- ribadita la validità dell’articolo 1 dello Statuto del Partito Sardo d’Azione;
- richiamata la dichiarazione solenne di sovranità del Popolo Sardo sulla Sardegna approvata dal Consiglio regionale nel 1999;
- richiamati altresì i contenuti della mozione per l’indipendenza presentata dal gruppo del Psd’Az in Regione nel maggio del 2009;
- ricordati i tentativi di riforma dello Statuto sardo da parte dei Parlamentari e le iniziative di modifica costituzionale del Consiglio regionale della Sardegna;
- sottolineato il vano tentativo di riscrivere lo statuto sardo per il tramite dell’assemblea costituente del popolo sardo nonostante l’approvazione dell’apposita legge di modifica costituzionale approvata dal Consiglio regionale nella XII Legislatura e il pronunciamento favorevole del popolo sardo in occasione della consultazione referendaria dello scorso 6 maggio;
- constatato che in 64 anni di Autonomia speciale il parlamento italiano non ha mai approvato una proposta di legge costituzionale votata dal Consiglio regionale della Sardegna
- preso atto dell’attacco centralista portato dal governo italiano alla Sardegna e alle specialità regionali;
- evidenziato il superamento dell’esperienza autonomistica e dello Statuto del 1948;
- evidenziato altresì il fallimento del regionalismo italiano che come denunciato da sempre dal Psd’Az altro non è che la duplicazione del potere centrale;
- rimarcata la tradizione europeista del Partito Sardo d’Azione e l’adesione all’Alleanza Libera Europea che si batte per l’Europa dei popoli;
- ribadito il sostegno a tutte le nazioni emergenti dell’Europa ad incominciare dalla Catalogna e dalla Scozia che nel 2014 sottoporrà al popolo scozzese attraverso un referendum la scelta dell’indipendenza della Gran Bretagna;
- denunciata la crisi economica e sociale che investe la Sardegna e il tentativo dello Stato italiano di far pagare ai sardi il fallimento di uno Stato che non è mai stato il nostro Stato;
- constatato che le strutture centrali non rappresentano adeguatamente gli interessi del nostro Popolo in sede internazionale ed europea;

dichiara solennemente
la Sardegna nazione indipendente
chiede che
la dichiarazione di indipendenza della Sardegna sia sottoposta al voto del popolo sardo attraverso un referendum consultivo
fa voti affinché
i contenuti e il dispositivo della presente mozione siano portati in discussione nelle istituzioni e nelle amministrazioni locali ove siano presenti rappresentanti del Partito Sardo d’Azione.



Mario Carboni
Mario Carboni Sardista e coFondatore
de Su Comitadu pro sa Limba Sarda

Ho appena letto da pochi giorni sul web il testo della dichiarazione d’Indipendenza votata nel Congresso del PSdAz. C’era molta attesa per questo documento politico che nei giorni precedenti il Congresso era stato preannunciato e che avrebbe, tante erano le aspettative, dovuto costituire il maggior risultato congressuale rilanciando l’azione del partito.


Suppongo che anche i dirigenti e organizzatori del Congresso pensassero, auspicassero, che questa dichiarazione avrebbe potuto rappresentare la palla lanciata più in avanti di tutti, in un campo dove la partita politica vede tutti gli altri partiti arrancare senza motivazioni per vivere, stretti nell’abbraccio mortale dei rispettivi partiti italiani dei quali sono lontane succursali di colonia e in evidente putrefazione , sottoposti al rigetto morale dei cittadini della Repubblica, metropolitani o coloniali che siano.

I sardi ogni giorno di più si scoprono cittadini di infimo livello coloniale sottoposti ad ogni sopruso, spoliazione e insulto dei quali sarebbe fin troppo facile farne il lungo elenco.

Cresce la consapevolezza dell’estraneità dello Stato italiano, della sua mafiosità, della propria diversità di sardi nel bene e nel male e monta un’ancora indistinta ma di massa consapevolezza della necessità di Indipendenza vista come un diritto collettivo negato e da raggiungere.
Il Consiglio regionale è in stato comatoso con i partiti ormai formati da consiglieri regionali, di ogni parte e tendenza ideologica che vivono tutti come separati in casa, che stanno pensando solo a come poter rimanere in carica nel prossimo Consiglio regionale.

Tutti stanno sardisteggiando, pronti a mettere  nuove vele al vento sardista che si sta prepotentemente levando forte e chiaro, con operazioni di trasformismo alla sarda.

Il PSdAz è l’unico vero partito nell’area sardista-indipendentista. E’ radicato in ogni comunità e fa regolarmente un vero Congresso. Certo perfettibile, certamente criticabile per come si crea il consenso, come viene gestito il tesseramento, ma questi difetti sono propri della forma partito e sono universali. Migliorabili certamente ma ad oggi e la meno peggiore forma di organizzazione democratica, non certo confrontabile con chi partito o movimento i congressi proprio non li svolge e vive come un caciccato prepolitico.

Come si è visto il Congresso PSdAz è stato vivace e con maggioranza e minoranza che si sono confrontate e scontrate e non a colpi di fioretto.
E’ chiaramente parlamentarista mentre gli altri gruppuscoli indipendentisti pur aspirando i loro leaders all’elezione nel prossimo Consiglio regionale, navigano in area extraparlamentare e antagonistica cercando di egemonizzare e dirigere i tanti movimenti di natura contestativa e ribellistica formati da categorie più colpite dalla crisi dell’ultimo modello coloniale che è imploso e cessato all’improvviso creando disoccupazione e insicurezza.

In questa area movimentista attivissima e con grande energia i partiti, sindacati con le organizzazioni di categoria delle PMI, artigiane e agropastorali, sono apertamente contestati e hanno perso la presa in gran parte della loro base organizzata, coinvolti tutti nel discredito di ogni organismo che abbia il proprio centro di comando a Roma.

E’ in corso una dura lotta per l’egemonia politica.
Il Psdaz se la gioca, ben sapendo che solo un discorso sardista può, appunto perchè basato sul nazionalismo dei sardi, costituire da collante per un suo successo e con esso quello di una nuova coalizione che possa vincere le prossime elezioni regionali possibilmente con un candidato Presidente sardista.

Al corpo a corpo con tutti gli altri partiti italiani, confermando la linea delle mani libere e degli accordi solo su basi programmatiche più vantaggiose sia con destra che con sinistra da tenere sino a bocca di elezioni o almeno sino a conoscere quale sarà la legge elettorale vigente, si è svolto nei mesi scorsi un corpo a corpo interno per la leadership e per il rinnovamento delle candidature sotto la pressione di nuovi quadri emergenti.

Il Congresso avrebbe dovuto risolvere diverse questioni interne ma sopratutto riuscire a lanciare un messaggio forte aggregante dentro e fuori dal partito, ponendolo in centralità all’interno di tutto lo schieramento delle forze politiche organizzate, sia nel Palazzo che fuori.

La dichiarazione d’Indipendenza sarebbe stata lo strumento politico forte, il Manifesto, che avrebbe sancito o l’accordo interno o anche un ragionevole cambio nelle cariche di Partito con un rinnovamento più o meno traumatico e posto il candidato Presidente della Giunta, già indicato nei congressi provinciali, in condizione di proporsi non tanto in forza dei numeri ma in quella della centralità politica e dell’unica proposta forte e chiara di programma e di nuovo modello di società non solo economico ma istituzionale e culturale identitario prefigurante una Nuova stagione per la Sardegna di lotta e di speranze di libertà.

Qualcosa invece si è inceppato all’improvviso nella realizzazione di un certo disegno oppure gli accordi non erano accordi certi e invece di andare assieme nessuno dei leaders dei vari gruppi che costituiscono tradizionalmente il PSdAz si è fidato dell’altro ed è andata come è andata.

La partita è però ancora in pieno svolgimento perchè è stato confermato unanimamente con la dichiarazione d’Indipendenza il Presidente del Partito, che molti avrebbero voluto sostituire e che invece ha giocato le sue carte mentre ancora non si sa chi sarà il prossimo Segretario nazionale da eleggere fra non molto nella prima riunione del Consiglioo nazionale.

Qualcuno pensa che potrebbe essere confermato il Segretario uscente ma nel PSdAz ogni sorpresa è sempre possibile e notoriamente  veramente sorprendente agli occhi dei più smaliziati osservatori ma che nulla sanno di che cosa è veramente il PSdAz e delle sue peculiari dinamiche interne.

Sta di fatto che il risultato del Congresso ha messo in ombra la dichiarazione d’Indipendenza, che tutti i media aspettavano ma che cogliendo la palla al balzo hanno snobbato quasi non esistesse e che il PSdAz stesso non sembra abbia diffuso e sostenuto adeguatamente e con decisione.
La si può leggere in qualche sito internet ma non sembra che nessuno si sbracci per affermarne la paternità nè la si sostiene coralmente come patrimonio comune.

Forse verrà rilanciata e si spera precisata dal prossimo Consiglio nazionale ma come succede in politica sopratutto nell’epoca delle comunicazioni di massa, probabilmente verrà fatto ” a babbo morto” o come si dice sarà ormai ” passata la barchetta” dell’occasione politica e mediatica.

Anche io da osservatore esterno e commentatore politico sopratutto di area sardista-indipendentista lib-lab attendevo di leggerne il testo.
La dichiarazione è in gran parte condivisibile, permane però un negativo e sorpassato impianto economicista, che era già contenuto nelle mozioni provinciali sopratutto in quella nuorese.

Ancora una volta si èdimenticata la lingua sarda come fondamento di una battaglia nazionalista e indipendentista e appunto sardista rivolta al futuro e all’autodecisione.

Si potrebbe replicare a questa osservazione che la questione linguistica è ovvia e inclusa, ma non è così.

A mio parere è stata una omissione grave perché non sottolinea né caratterizza la colonizzazione culturale e il genocidio bianco della nazione sarda a partire dalle scuole d’infanzia sino all’università. Senza parlare della cancellazione della lingua sarda e delle altre lingue di minoranza parlate in Sardegna in ogni pratica civile, pubblica  e nell’informazione.

Se si perde la lingua scompare la nazione.
In fondo in termini strettamente politici che esulano da valutazioni sulle persone è evidente un cedimento a quella componente sardista autonomista e in fondo italianista, battuta dal Congresso di Porto Torres del 1981 dalla nuova componente nazionalista, indipendentista e che aveva fatto della battaglia per la lingua sarda la caratteristica dell’innovazione sardista.

Questa componente, legittima naturalmente in un partito di raccolta nazionale come il PSdAz e che persegue i suoi fini democraticamente, non si è arresa in tutti questi anni ma cova da tempo la rivincita rafforzandosi con neosardisti entrati da poco nel partito e con convinzioni agnostiche se non  proprio negative mutuate sulla questione linguistica dalle loro passate militanze e dai legami mai tagliati con vecchi amici rimasti ancora su barricate opposte e gioca di sponda con forze politiche esterne che in una alleanza tutto possono concedere tranne  la centralità politica e programmatica sulla lingua sarda.

Non è un caso che uno dei punti programmatici a base dell’alleanza di legislatura elusi nella pratica di governo della Giunta Cappellacci sia quello sulla lingua sarda per la quale si usano solo umilianti pannicelli caldi.
L’altro è quello sulla zona franca, ma si dovrebbe aprire un’altro capitolo di critica per omissione alla dichiarazione d’Indipendenza.

Non è un caso che da quella battaglia vinta sulla lingua, col riconoscimento di minoranza linguistica con legge costituzionale e con una legge regionale che tutela tutte le lingue di minoranza di Sardegna iniziata negli anni ’70 e ’80 la questione sarda è divenuta questione nazionale sarda, tanto che il Consiglio d’Europa tutela oggi la nazione sarda con una apposita convenzione internazionale ratificata, anche se non rispettata, dallo stato italiano colonialista.
Come ben dimostrato dai catalani, dai quebequois, dai baschi e dai fiamminghi, dai corsi, è la lingua il fattore decisivo e determinante del diritto di autodecisione nazionale e appunto all’indipendenza.

L’esempio di questi popoli e dei partiti che guidano la loro battaglia per l’Indipendenza è richiamato ad ogni piè sospinto evitando però di mutuare in Sardegna le loro buone pratiche e sopratutto la centralità della questione linguistica.

Dimenticare questo fattore decisivo significa omologarsi ad un indipendentismo che tutti , compresi i partiti italiani e il loro personale politico in crisi, oggi cominciano a vedere come una opportunità, iniziando una transumanza e un cambio di casacca che diventerà presto tumultuoso.

Si sta per ripetere ciò che successe nel 1948 quando dopo essersi opposti strenuamente divennero autonomisti anche i partiti italiani, per svuotarne il contenuto sardista e impadronirsi delle spoglie  per non cambiare nulla e servire meglio il colonialismo.

Un indipendentismo senza lingua sarda è un indipendentismo castrato e la dichiarazione di indipendenza proprio per questa manchevolezza,  come a suo tempo la realizzazione autonomista, pur essendo un felino è un gatto e non un leone che avrebbe potuto essere.

Miagola e non ruggisce, per questo non arriva al cuore dei sardi e costituisce un’occasione perduta.

Non si tratta di aggiungere le parole lingua sarda e neanche un capoverso dedicato.

Si tratta di sconfiggere all’interno del PSdAz politicamente quella componente italianista che ormai ha accettato la colonizzazione linguistica e getta sabbia negli ingranaggi indipendentisti cercando di riprenderne il comando.
Ma il PSdAz non è solo ma si trova  in buona compagnia con i gruppuscoli indipendentisti che dal canto loro sulla questione lingua sarda si comportano anche peggio.

Ci si lamenta della frantumazione, ma solo l’unità sulla questione lingua può preludere ad una unione politica che non c’ è appunto per deficienza teorica , programmatica e sopratutto nella prassi su questa questione fondamentale.
Anche se tutti i punti presenti nella Carta venissero accolti e rispettati dallo Stato e permanesse il genocidio linguistico, solo questo elemento giustificherebbe la dichiarazione e la lotta per l’Indipendenza della Sardegna.

Infatti se un popolo perde la sua lingua è la sua nazione che viene cancellata e assimilata perchè con l’assimilazione si perde la volontà di essere liberi e indipendenti e si perde il riconoscimento internazionale al diritto al proprio Stato nazionale, per noi significa perdere il diritto alla Repubblica sarda nei futuri Stati Uniti d’Europa.



L'autocolonialimo deriva da una profonda ferita psicologica. Se non si rimargina non si percepisce la nazionalità d'appartenenza. La migliore medicina e l'affermazione della propria lingua come motore indispensabile di liberazione.

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