domenica 30 dicembre 2012

Celestino Tabasso

unionesarda.it  


Dal progetto Arpa, creato come scudo contro l'Urss, nasce il web

Da 30 anni nella Rete, figlia anarchica della Paura

1/1/1983: gli Usa “smilitarizzano” Internet


Quando una grande potenza militare agisce sull'onda della paura, generalmente per l'umanità non ci sono buone notizie in arrivo.

Quella volta però andò in modo diverso.
Era la fine degli anni Cinquanta quando ad Ike Eisenhower, presidente degli Stati Uniti ed ex generalissimo delle truppe americane nella seconda Guerra Mondiale, andò il caffè di traverso. I russi nel '57 avevano bruciato gli States nella corsa allo spazio, mandando in orbita il primo satellite artificiale. Superiori tecnologicamente e ben dotati di missili nucleari, i sovietici sembravano decisamente in grado di colpire per primi, decretando inizio e fine di una ipotetica terza Guerra. Da una rapida inchiesta presidenziale emerse che l'alleato di ieri nella lotta contro il nazismo, oggi nemico sempre più agguerrito, avrebbe potuto facilmente neutralizzare i centri di comunicazione americani.
Le contromisure possibili erano due. Aggredire per primi oppure proteggere il bersaglio, rendendolo leggero, diffuso, meno vulnerabile.


Fortunatamente Eisenhower - come quasi tutti quelli che l'hanno conosciuta di persona - non adorava la guerra. Nel 1953, presidente da tre mesi, parlando all'associazione americana dei direttori di quotidiani poco dopo la morte di Stalin, aveva spiegato che «questo mondo in armi non sta solo spendendo denaro. Sta spendendo il sudore dei suoi operai, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi giovani. [...] Questo non è un modo di vivere che abbia un qualsiasi senso. Dietro le nubi di guerra c'è l'umanità appesa a una croce di ferro».


Quattro anni dopo fu coerente con quel discorso: fra colpire per primo o nascondere il bersaglio, scelse la seconda opzione. Fu così che nacque Arpa.
La Advanced Research Projects Agency era un'agenzia che doveva condensare lo sforzo intellettuale e scientifico degli Usa per riacciuffare la supremazia militare. Aveva le università e i centri di ricerca come partner privilegiati, e il problema che si pose con maggiore urgenza fu quello di creare un sistema di comunicazione che un attacco missilistico non potesse decapitare. Se ne occupò il direttore del servizio informatico dell'Arpa, lo psicologo Joseph Carl Robnett Licklider, che mise insieme una squadra di ricercatori particolarmente brillanti e, senza cedere alla tentazione della modestia, la battezzò Rete Informatica Intergalattica. Il modello di riferimento era il Sage, il sistema dei radar che dalle Hawaii all'Alaska monitoravano i confini americani. Il salto da compiere rispetto al Sage era far comunicare tra loro alcuni cervelloni elettronici, in modo che le tante intelligenze accademiche e militari dell'Arpa potessero scambiarsi dati e analisi, in modo molto più rapido, efficace e interattivo rispetto ai radar.
I “galattici” di Licklider si lasciarono alle spalle il vecchio sistema di comunicazione fra elaboratori e il medioevo tecnologico delle schede perforate. In sostanza misero i computer in grado di parlarsi. Ora si trattava di farli parlare tutti nella stessa lingua, e di passare dall'ambito di uno scambio di telegrammi a quello, per intenderci, di una riunione in teleconferenza.


Se ne occupò un altro giovane ricercatore, Larry Roberts, che l'Arpa con una certa forza persuasiva aveva indotto lasciare la sua scrivania al Mit Lincon Laboratory. Era il 1966 e il 29enne che faceva parlare fra loro i computer diventò l'uomo di punta dell'Arpanet, la rete di comunicazione dell'Arpa. Più che i militari, furono gli altri ricercatori a storcere il naso davanti alla sua intuizione: messi in rete, i computer avrebbe lavorato come neuroni di una mente collettiva, con una diffusione orizzontale dei dati. E visto che la conoscenza - o meglio l'informazione - è alla base di qualunque potere, è evidente che l'idea di spargere in modo pulviscolare i dati - anziché tenerli chiusi negli scrigni elettronici di ciascun centro - non allettasse i sacerdoti dell'elettronica.
Ma la strada era quella, e tre anni dopo Leonard Kleinrock dell'Ucla fu incaricato di creare il primo collegamento telefonico da computer a computer fra l'Università della California di Los Angeles e lo Stanford Research Institute.
Era il primo vagito del web, o meglio i primi due pezzettini di cavo che si intrecciavano per creare il primo nodo di quella che sarebbe diventata la Rete. Due mesi dopo si aggiunsero l'università di Santa Barbara e quella dello Utah. Poi vennero la Bbn, il Mit, la Rand Corporation, la System Development Corporation e Harvard.


I laboratori dei migliori atenei americani avevano un club virtuale dove frequentarsi, confrontarsi e comunicare in tempo reale. Sul finire degli anni 70 nuovi protocolli vennero messi a punto per rendere fluida la comunicazione e la trasmissione: le informazioni viaggiavano sempre più secondo un modello liquido, scegliendo su base statistica il canale lungo il quale riversarsi come un'infiltrazione d'acqua trova varchi e pertugi per colare da un ambiente a un altro.


Nessun missile avrebbe potuto centrare il centro direzionale della conoscenza per l'ottimo motivo che non c'era. C'era una rete non gerarchica, non rigida, non schematica, che avrebbe reagito alla neutralizzazione di un nodo irrorando di informazioni tutti gli altri.


Privo di una testa, il Sistema non poteva essere decapitato.
Era un modello a prova di attacco, ma non di curiosi. La democratizzazione elettronica delle informazioni apriva troppe porte a troppi sguardi per i gusti dei militari che l'avevano voluta e finanziata. A metà anni '70 l'Agenzia per la Comunicazione della Difesa americana si era già dotata del Defense Data Network, il suo arcigno sistema di comunicazione via computer fra settori delle forze armate. La rete era un capolavoro che scintillava sotto lo sguardo di troppi ammiratori e il primo gennaio 1983 il ministero della Difesa Usa, dopo aver messo a punto e sperimentato un'altra rete militare, il Milnet, lasciò Arpanet-internet, da quel momento semplicemente internet, al suo destino.
Che fu, ed è, quello di connettere non più generali terrorizzati o giovanissimi nerd dell'informatica, ma 2 miliardi di esseri umani che oggi da un monitor all'altro si scambiano informazioni e confidenze, pettegolezzi e opinioni, foto porno e prenotazioni di viaggi. Recensioni di libri. Consigli commerciali. Virus informatici. File musicali. E auguri di buon anno.

venerdì 28 dicembre 2012


BASI. Confronto serrato nella trasmissione di Videolina “Dentro la notizia” Quirra, la bonifica al via Scanu: «I soldi sono arrivati». Giallo sui danni 
 Sara Marci
unionesarda.it 



 Il tema è delicato: le bonifiche nei poligoni militari della Sardegna. Giampiero Scanu, senatore del Pd e componente della commissione di inchiesta sull'uranio impoverito, ha da sempre un ruolo in prima fila nelle pagine di lotta alle servitù militari nell'isola. La sua proposta di chiudere i poligoni di Teulada e Capo Frasca e porre fine a ogni fonte di inquinamento e di danni all'ambiente alla popolazione di Quirra il 31 maggio è stata approvata dal Senato all'unanimità.
Undicesimo appuntamento con Dentro la Notizia, il programma di approfondimento di Videolina. In studio il consigliere regionale del Pdl Angelo Stochino, il medico Antonio Onnis, Fernando Codonesu, Mariano Carta, Peppe Loi, Franco Cugusi, sindaci di Villaputzu, Perdasdefogu, Villagrande e Ulassai. Il senatore del Pd risponde alle domande del giornalista Anthony Muroni: «Gli americani sono andati via perché lo hanno deciso loro. Se ci fosse stata una classe politica seria La Maddalena avrebbe riconosciuto la conversione. È stata fortunata». Il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha appena annunciato che «la bonifica nei siti inquinati per l'attività nei poligoni militari sardi sarà finanziata con 25 milioni, dal 2013 al 2015, «con priorità per le situazioni più problematiche». In totale ci sono 75 milioni disponibili: «Sono solo una piccola parte, la Commissione ne ha chiesto trecento. Ma è un punto di partenza». Interviene Claudia Zuncheddu, consigliere regionale indipendentista: «Non è vero che queste risorse sono destinati solo ai poligoni sardi». 

I COSTI 
A ruota Mariella Cao del comitato Gettiamo le Basi: «Su Capo Teulada c'è uno studio commissionato dal ministero della Difesa nel 2005, per pulire il tratto di mare vicino alla costa servirebbero non meno di trent'anni, i costi sono astronomici». Stochino replica: «I soldi verranno spesi solo in Sardegna». Codonesu è ottimista: «Dal 31 maggio si è aperto un capitolo nuovo. Crediamo molto nella riconversione». 
mezzo del poligono interforze

GIALLO 
Agnelli a due teste e un ombra che fa pensare a Chernobyl. Carta si difende: «Ne nascono anche in altre parti. Abbiamo anche la famiglia più longeva del mondo. Nel mio territorio non c'è un eccesso di mortalità». Codonesu non ci sta: «I morti ci sono, superiori alla media regionale». Loi è diplomatico «La verità sta nel mezzo. Non mi improvviso un cultore di dati». Cugusi chiude: «È lo Stato che ha creato questa condizione. Dovevamo stare più attenti».

domenica 23 dicembre 2012

CHI PECORA SI FA, IL LUPO SE LO MANGIA

L'agenda Monti mette al palo i partiti servi (PD PdL UDC FLI) e li rende definitivamente telecomandati anche oltre le elezoni di febbraio 2013, una linea politica ed economica al servizio di banche ed elite mondiali, Bildeberg, Rothschild & company. 

Non ci sono strade alternative che possano imboccare questi partiti, perchè sono servi del sistema e non hanno idee altre, che diano una prospettiva sovrana e libera dai dictat delle banche e dell'EU dei poteri forti e delle elite. 

Necessita trovare aggregazione rivoluzionaria e dare una forte scossa a questo sistema putrido e fatiscente basato sul servilismo alle elite e dal nepotismo per le fasce plebee.. 

I politicanti son tutti a sbellicarsi per dire che sono loro servi fedeli di Monti... Casini siamo perchè Monti sia lui il premier, Bersani dice che sosterra la linea che Monti ha già tracciato, Fini l'agenda Monti va condivisa senza riserve mentali, Montezemolo condivide tutta l'agenda Monti e tre punti del loro programma sono già uguali, Grillo al governo attuerò il nostro programma e non quello di Monti... 

gli indipendentisti sardi : BASTA CUN IS TZERACUS A FORAS DE S'ITAGLIA!
 
La libertà è figlia della volontà popolare di società per il bene comune. 

 Sa Defenza


 ITALY: Salvati e dannati 

Giulio Marcon 
wwwilmanifesto.it 

La legge di stabilità riassume bene un anno di politica economica del governo Monti all'insegna del rigore (a senso unico), dell'assenza di equità, di insignificanti misure per la crescita. Rigore, equità e crescita: erano le tre parole chiave con cui Monti si era presentato in parlamento nel novembre del 2011, all'atto del suo insediamento. 

Il rigore è stato applicato ai lavoratori, ai pensionati e ai cittadini, ma non alla casta dei militari e al 10% privilegiato della società. Di equità sociale non c'è traccia tanto è vero che le diseguaglianze e le povertà nell'ultimo anno si sono accentuate: un quarto della popolazione non riesce a far fronte a spese impreviste di qualche centinaio di euro. La crescita è un miraggio: nel 2012 il Pil diminuisce del 2,4% e le prospettive per il 2013 non sono molto migliori. 


La legge di stabilità per il 2013 taglia pesantemente i fondi alla sanità, agli enti locali, alla scuola e all'università (mentre si stanziano altri 223 milioni per le scuole private), fa calare i consumi e intacca redditi familiari con l'aumento dell'iva di un punto percentuale, colpisce i contratti dei dipendenti pubblici. Sul fronte della crescita butta 2miliardi e 700milioni per le grandi opere - inutili e dannose e che non faranno ripartire l'economia - e con la misura sulla detassazione del salario di produttività stanzia 1miliardo e 200 milioni per una iniziativa virtuale e anche questa inutile di fronte ad una crisi che non lascia grande spazio ad "aumenti di produttività" 

 Un paio di mesi fa Monti ha ammesso di essere consapevole che l'impatto delle sue manovre - secondo lui necessarie per far riguadagnare credibilità all'Italia ed evitare il baratro - è stato recessivo; e infatti l'economia è ulteriormente crollata nell'ultimo anno. Ha detto che per l'Italia non bastava l'aspirina, ma una medicina forte: una sorta di "cura da cavallo" che rischia però di far stramazzare anche il cavallo. 

Nel frattempo non ha fatto niente per invertire le tendenze recessive alimentate dalle sue politiche: nessuna misura per il lavoro (bensì contro il lavoro) e nessun investimento pubblico vero per lo sviluppo Ha però salvato i più ricchi evitando di fare la patrimoniale, ha premiato la casta dei generali permettendogli di spendere nei prossimi anni 13 miliardi di euro per i cacciabombardieri F35, ha graziato le banche facendo marcia indietro sui provvedimenti a favore dei cittadini (portabilità dei mutui, tasso di usura, trasparenza per le commissioni bancarie) e destinando quasi 4miliardi e e mezzo per salvare il Monte dei Paschi di Siena . 

 Eppure altre politiche -alternative alle misure previste dalla legge di stabilità- sarebbero state possibili, come ha evidenziato Sbilanciamoci nella sua ultima "controfinanziaria" (www.sbilanciamoci.org), se invece della politica neoliberista e di austerity fosse prevalsa (in Italia, ma anche in Europa) un'idea diversa di politica economica: anticiclica, riformista, keynesiana 

Una politica che avrebbe dovuto mettere al centro la redistribuzione della ricchezza, un piano del lavoro come quello proposto dalla Cgil e un programma di interventi pubblici per rilanciare l'economia. Si è perso un anno di tempo ed è finalmente ora che il governo passi in altre mani affinchè si riapra una prospettiva di cambiamento con la quale far ripartire il paese. 

CHI PECORA SI FA, IL LUPO SE LO MANGIA

Il Tesoro e la via anti-debito 
 @federico fubini 
www.ilcorriere.it

Tra Pil e inflazione Venerdì scorso, a Washington, Vittorio Grilli ha parlato della strategia del governo in maniera diversa da come si fa di solito in Italia. Il ministro dell'Economia ha incontrato il suo pari grado Usa, Tim Geithner, quindi ha passato un'ora con un gruppo di investitori e osservatori della capitale. 

 È di fronte a loro che ha indicato l'obiettivo del 3% e, per una volta, non si trattava della soglia di Maastricht per il rapporto fra deficit e Pil. Il nuovo 3% vitale per l'Italia, ha spiegato il ministro, riguarda un dato curiosamente ignorato nelle discussioni fra politici, sindacalisti, imprenditori o banchieri. 

Eppure ora è più importante di Maastricht. 

Senza centrare quell'obiettivo, sarà difficile fermare la progressione del debito pubblico (e privato): è il 3% di crescita del Pil in termini nominali, la soglia che il ministro ha indicato a Washington per fermare e poi piegare la dinamica del debito. Se ne parla così di rado, che quasi solo gli addetti ai lavori sanno cos'è. 

La crescita del Pil nominale è il risultato di quella reale ? di cui si parla di solito ? più l'inflazione Oggi questo dato è attorno allo zero, perché nel 2012 il Pil reale è caduto di più del 2% e l'inflazione è salita di circa altrettanto. 

Questa è la ragione principale che attualmente spinge verso l'alto il rapporto numerico fra debito e Pil, perché il Pil resta appunto fermo a zero mentre il debito tende a salire in modo inerziale per il solo fatto che gli interessi da pagare sono attorno al 5%. A chi lo ha ascoltato l'altro giorno a Washington, il ministro dell'Economia ha detto che l'Italia ora punta a quel 3% al più presto. Per raggiungerlo non serve un boom dell'economia. 

Basterebbe una crescita reale dell'1% più un'inflazione di circa il 2%, più o meno la velocità di crociera tenuta dall'Italia nel decennio scorso. A quel punto con un avanzo del bilancio del 4% o 5% prima di pagare gli interessi passivi ? un obiettivo realistico ? il Tesoro può bloccare il debito e metterlo su una traiettoria discendente. 

A Washington, Grilli si è detto certo che sia fattibile ed alcuni dei presenti si sono congratulati per la credibilità della strategia. Resta solo un punto da chiarire: nei tredici anni dell'euro l'Italia ha perso circa il 30% di competitività sulla Germania e il 20% sulla media dell'area monetaria. Per crescere, il Paese ha bisogno di tornare competitivo. 

Ma per riuscirci l'Italia ha solo due opzioni: la prima sarebbe aumentare molto gli investimenti per la produttività, ma in questa fase di credito difficile sembra una strada preclusa; la seconda invece è quella di ridurre i costi, a partire da quelli del lavoro, ed infatti è proprio ciò che sta succedendo. 

 Il continuo aumento della disoccupazione spinge chi cerca un posto ad accettare compensi sempre minori pur di lavorare, ridando così un po' competitività di prezzo alle imprese. 

Ma comprimere i compensi e i costi tramite disoccupazione e intanto centrare il 3% di crescita nominale non è facile: è come camminare con una gamba in un senso, e con l'altra in quello contrario. 
Studenti a Cagliari piazza Repubblica manifestano contro i tagli alla scuola





Il piano di Monti: tagliarci gli stipendi

www.liberoquotidiano.it



Sepolta a pagina dodici del Corriere della Sera e seminascosta tra gli articoli affettuosamente preoccupati del futuro politico di Monti e meno affettuosamente del ritorno di Berlusconi, ieri si poteva leggere una corrispondenza di un certo interesse e di sicuro allarme. La cronaca, firmata da un bravo collega come Federico Fubini, riferiva della visita del ministro dell’Economia a Washington. Vittorio Grilli, nella Capitale a stelle e strisce, ha incontrato venerdì scorso il suo omologo americano, oltre a un gruppo di investitori e osservatori statunitensi. E nel colloquio avuto con signori che muovono centinaia di milioni in poche ore, spostandoli da un mercato all’altro a seconda delle convenienze, il numero uno di via XX Settembre si è lasciato andare a qualche confidenza, illustrando la strategia del governo Monti per uscire dalla crisi.

Riassumo qui, con parole mie, quello che Fubini ha riassunto con le sue. Punto primo: il debito. Se l’Italia non cresce, non c’è verso di ridurre il debito e la spesa per interessi sale. Ora che il Prodotto interno lordo diminuisce invece di aumentare e gli interessi da pagare sono intorno al 5 per cento, il debito pubblico sale quasi per forza d’inerzia. Per invertire la tendenza ci vorrebbe una crescita del Pil in termini nominali del 3 per cento. Non serve che sia reale: basterebbe anche l’uno per cento cui sommare un due per cento di inflazione. Ciò che conta è che la produzione non vada all’indietro come sta accadendo ora, perché il resto verrebbe da sé. Con una flebile ripresa, un po’ di rincaro dei prezzi e un avanzo primario che oscilla tra il 4-5 per cento al lordo della spesa per interessi, agli stregoni che guidano l’economia riuscirebbe il miracolo di cominciare a diminuire la montagna di debiti accumulati in sessant’anni e passa di Repubblica.

Punto secondo: se la strategia per rientrare dei 2 mila miliardi di titoli di Stato è piuttosto chiara, resta da capire come si può far muovere una locomotiva in panne, costringendola a viaggiare almeno ad una velocità di un punto percentuale di Pil all’anno. E qui viene il bello. Perché nonostante l’Italia negli ultimi tredici anni abbia perso competitività nei confronti della Germania e anche dei Paesi dell’eurozona, il ministro dell’Economia si è detto fiducioso di riuscire nell’impresa. Già, ma dove si trovano i soldi per rimettere in moto il convoglio che sta scivolando all’indietro? Il treno di certo non riparte da solo, ma ha bisogno di qualcuno che lo spinga. Dunque non restano che due strade: o si trovano risorse aggiuntive da impiegare per la crescita, mettendole a disposizione delle aziende, oppure le aziende devono fare da sé, devono cioè trovare il denaro che manca e destinarlo allo sviluppo.

La prima soluzione è da escludere, perché se finora con la spending review non si è riusciti a rintracciare uno straccio di euro è assai difficile che ci si riesca ora che la situazione si è fatta più critica. In tal caso non rimane che la seconda via, ovvero i risparmi aziendali. Riducendo i costi, in particolare quelli del lavoro, le imprese possono trovare il propellente per far ripartire la locomotiva.

Il discorso del ministro in pratica significa che la crisi bisogna saperla sfruttare e, se le aziende vogliono, possono trovare manodopera a basso costo. «Il continuo aumento della disoccupazione», scrive il Corriere, «spinge chi cerca un posto di lavoro ad accettare compensi sempre minori pur di lavorare, ridando un po’ di competitività di prezzo alle imprese».

Capita l’antifona? Per Grilli i tre milioni di lavoratori a spasso sono un’opportunità: basta saperli sfruttare, usandoli per far concorrenza a quelli che lo stipendio ce l’hanno e costringendoli ad accettare di lavorare per salari più bassi. Altro che riforma del lavoro e accordo sulla produttività per rilanciare le imprese: la vera riforma la farà la guerra tra poveri che si scatenerà il prossimo anno, quando chi è disoccupato e non ha alcun sussidio si offrirà a prezzi competitivi.

Se per caso qualcuno non avesse capito bene la strategia del governo, Fubini nel suo articolo offre un’ancor più chiara interpretazione del pensiero economico del ministro, spiegando che «far crescere il Paese del 3 per cento, comprimendo con la disoccupazione i compensi e i costi è un’operazione non facile, come camminare con una gamba in un senso e con l’altra in quello contrario».

Il che la dice lunga sui piani di un esecutivo che, essendo tecnico, non ha certo a cuore gli effetti delle sue misure sui soggetti a cui appartengono le gambe: la sola cosa che conta è mettere in pratica l’esperimento. Chi se ne importa se gli italiani a causa della strana manovra crepano di fame: l’importante è sapere se la teoria funziona.

Si sa mai che, nel caso riesca, ci scappi un premio Nobel per l’economia. E se non va, pazienza. Tanto Grilli può sempre tornare a fare il banchiere e Monti, male che vada, ha sempre a disposizione una cattedra da cui tenere la sua lezione.

Maurizio Belpietro


il memorandum MOnti in PDF tanks of Corriere della Sera for courtesy http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2012/1/23/pop_memorandum.shtml

Monti nella sua intervista ci dice o i partiti si adeguano alla sua agenda o altrimenti sono fuori, perchè chi decide sono loro EU, Bildeberg , Goldman Sachs ecc... altro che il popolo che elegge i suoi rappresentanti!

venerdì 21 dicembre 2012

La NATO aspira al Premio Nobel per la Guerra
 
di Pepe Escobar (*)
 
 
 
L’Unione Eurooea (UE) ha ricevuto questo lunedì a Oslo il Premio Nobel per la Pace per il suo contributo al progresso della pace e della riconciliazione, la democrazia e i diritti umani.
Emozionante! Considerate i personaggi selezionati per ricevere il premio: lo spettacolarmente inutile Herman Van Rompuy (presidente del Consiglio Europeo); lo spettacolarmente mediocre José Manuel Barroso (presidente della Commissione Europea); e lo zero a sinistra Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo. I Rolling Stones potranno essere decrepiti, ma almeno sanno come compiacere i loro seguaci.
 
Barroso doveva essere pieno di vino del Douro: ha detto che l’UE è “una potente ispirazione per molti in tutto il mondo”. Beh, la storia dell’amore delle masse cinesi per la Audi o per Prada non è ispirata proprio dalla UE. Ha detto anche che l’UE ha a che vedere con “la libera accettazione degli Stati a condividere la sovranità”; ma... gli inglesi sono così stimolati da questa situazione che una enorme percentuale della popolazione vuole andarsene dalla UE.
 
Ma Barroso può essere stato sulla buona pista quando ha protetto l’euro: “Lo difenderemo”.
Quindi, quello che hanno fatto i norvegesi che, saggiamente, non fanno parte dell’unione Europea, è stato dare un Premio Nobel al (maltrattato, svalutato) euro. Prendiamolo come una manifestazione di relazioni pubbliche: dopo tutto neppure due dei membri della UE riescono a mettersi d’accordo sulla tassazione, sulla regolazione del turbo-capitalismo finanziario, su cosa fare rispetto alla Grecia in bancarotta o su ciò che realmente si propongono quelle oscure figure della Banca Centrale Europea (BCE).
 
In realtà pochi, fuori da quella legione di burocrati di Bruxelles con i loro conti delle spese, sanno a cosa diavolo serve la UE, al di là del fare colazione a Parigi e cenare a Parma senza bisogno del passaporto (oh sì; una gastronomia favolosa è la grazia salvatrice della UE, almeno per quelli che se la possono permettere).
La UE, fondamentalmente, esiste per difendere l’articolo 3 del Trattato di Lisbona; si ipotizza che essa sia “una economia sociale di mercato altamente competitiva”, che negozia in euro.
Sì, avete diritto ad essere sconcertati – perchè qualsiasi esame dei titoli di stampa più recenti rivela che questo sistema non funziona. Il sistema è diretto da una casta tecnocratica drogata di “tagli strutturali” che condanna dozzine di milioni di persone all’abisso dell’austerità. E’ come se quei burocrati di Bruxelles dicessero: “O siete con noi – con l’euro – o contro di noi” (e questo significa guerra). Ma la reatà è che la guerra economica – contro i cittadini europei – è già cominciata.
 
E’ solo rock e guerra....
Può essere che anche la politica estera della UE sia una barzelletta, come quando 27 polli acefali sparano a caso – uno contro gli altri – su tutto, dalla Palestina all’ammissione della Turchia.
Ma una cosa che l’UE fa davvero bene è produrre, commerciare e vendere armi a tutti quelli coinvolti nell’affare della guerra.
 
Asia Times Online (Atol) ha avuto la conferma da due diplomatici della UE che questa – attraverso il suo braccio militare dominato dagli USA, la NATO – si prepara per un’altra guerra, in Siria.
Questo confrma un rapporto recente del giornale tedesco Suddeutsche Zeitung.
I diplomatici hanno confermato ad Atol che il segretario generale della NATO – lo spettacolarmente mediocre Anders Fogh Rasmussen – desidera spasmodicamente una guerra in Siria, avvolta nella retorica che “la NATO non deve nascondere la testa come uno struzzo”. Recitando il suo copione ricevuto direttamente da Washington, Rasmussen è fortemente appoggiato da Turchia, Gran Bretagna e Francia, con la Germania che si trova in una posizione estremamente ambivalente: il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle ha scartato la guerra a favore di una soluzione politica.
 
Ma desiderare la guerra è un conto, arrivare ad un accordo è un’altra. Persino una direttiva perchè la NATO si organizzi e si unisca in Siria deve essere approvata dai 28 paesi membri della NATO. Tuttavia lo scheletro dell’accordo è: Washington continuerà ad ordinare al suo burattino Rasmussen di preparare il terreno per la guerra, che in ogni caso è qualcosa di necessario. Benvenuti in Siria come Libia 2.0, nonostante non ci sia un modo in cui Washington possa giustificare un’altra truffa del tipo di Responsabilità di Proteggere (R2P) al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
 
Sì, Bruxelles, abbiamo un problema. Questo succede mentre si stanno dispiegando missili Patriots sulla frontiera turca, con 400 soldati tedeschi. L’opinione pubblica tedesca non vuole un’altra guerra nel mondo musulmano. Ci sono le elezioni in Germania nel 2013. Angela Merkel e Westerwelle non sono esattamente una coppia di suicidi.
 
La storia dei missili Patriots – che “proteggeranno” la Turchia contro qualsiasi possibilità che vengano lanciati missili dalla Siria – viene direttamente dal copione bugiardo delle armi di distruzione di massa. Frederick Ben Hodges, capo del fiammante Comando Terrestre Alleato della NATO con base ad Izmir, Turchia, ha detto all’agenzia di notizie Anatolia che i Patriots staranno là per fermare i missili chimici siriani.
E’ come se Bashar Al-Assad, come Frau Merkel, fosse un demente suicida. Le uniche persone che davvero credono all’esagerazione deis ervizi segreti istigata da Washington secondo cui Damasco “potrebbe” utilizzare armi chimiche come ultima risorsa sono il cagnolino danese Rasmussen e il club britannico/francese/turco di mediocrità politiche. E’ poco probabile che le grossolane operazioni psicologiche della NATo possano spaventare il governo siriano.
 
Quanto allo spettacolarmente erratico primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, egli è stato conseguente solo in una cosa: ha la febbre e l’unica ricetta è una zona di esclusione aerea. Anche se nemmeno l’opinione pubblica turca vuole una guerra, Erdogan non è riuscito a liberarsi dalla febbre. La macchina degli inganni USA/NATO ha provato di tutto, dalla corrruzione di orde di funzionari a Damasco fino ad incolpare Assad di mini-olocausti ogni settimana. Non ha funzionato..
I cosidetti “ribelli” – infestati di salafisti e yihaidisti – “controllano” realmente solo villaggi rurali o quartieri a maggioranza sunnita nei sobborghi delle principali città. Potranno anche esserci fino a 400.000 combattenti nei sobborghi di Damasco; ma è possibile che stiano per cadere in una mostruosa imboscata preparata dall’esercito siriano.
 
Quindi il cosiddetto cambio radicale avrà bisogno di un tempo extra per lo spettro delle armi chimiche, portando, forse, al Santo Graal della zona di esclusione aerea.
 
.... però mi piace
Non importa che l’incessantemente promosso Esercito Libero Siriano (ELS) “per la democrazia” – una banda sospetta finanziata e appoggiata logisticamente da USA, NATO e quegli esempi di democrazia del Golfo Persico – sia completamente infestato di yihaidisti libici/siriani/iracheni di linea dura che uccidono indiscriminatamente i civili per conto di quell’amante dei diritti umani, la Unione Europea con il suo Premio Nobel per la Pace.
Ma continuano. Sotto i vigili occhi degli USA e del club NATO/CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo), i massimi capi ribelli si sono riuniti in Turchia lo scorso venerdì per eleggere un “comando unificato di 30 membri”. Come previsto, sono tutti legati ai fratelli Musulmani o ai salafiti, dai comandanti islamici Jamal Marouf e Ahmad al-Issa all’icona salafita, il colonnello Abdelbasset al-Tawil. I due principali di Aleppo sono – e cosa potevano essere – salafiti. Traduzione: si tratta di quelli che il Dipartimento di Stato USA non ha (ancora) ribattezzato come “terroristi”.
 
Il modus operandi generale si espanderà: più armi finanziate dall’Europa per le bande di assassini salafiti-yihaidisti. La Francia li sta inondando di euro attraverso la frontiera turca. E questo mercoledì gli Amici della Siria torneranno a riunirsi a Marrakesh, Marocco, concentrandosi soprattutto attorno al nucleo “vogliamo la guerra” della NATO/CCG.
 
Norvegesi, non avete niente da perdere al di fuori del vostro senso del ridicolo, come se già non lo aveste perso; dopotutto se una disordinata Unione Europea, una moneta disordinata e tutto il resto, può strappare il vostro Premio Nobel per la Pace, è ora di assegnare alla NATO nei guai un Premio Nobel per la Guerra.
Rasmussen non sarà Mick Jagger, ma vorrebbe esserlo; è solo rock e guerra, e gli piace.
 
(*) da: lahaine.org; 13.12.2012
 
(traduzione di Daniela Trollio
Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”
Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

giovedì 20 dicembre 2012

PD .. Alle elezioni meglio soli che male accompagnati 

 resistenzainternazionale

 
Al voto! Al voto! Finalmente, dopo un anno in ostaggio possiamo finalmente andare alle urne per decidere chi ci governa. Ci andiamo, naturalmente, con la spada di Damocle dei mercati, o almeno questo è quello che ci vogliono far credere.
 
Ovviamente il PD è favoritissimo per vincere le elezioni, nettamente avanti in tutti i sondaggi e col premio di maggioranza, grazie al Porcellum che ha strenuamente difeso, a portata di mano. E sul carro di Bersani si siederà anche Vendola, dopo una umiliante sconfitta alle primarie, doppiato da Matteo Renzi.
Ma dopo aver vinto le elezioni toccherà anche governare il paese e, possibilmente, uscire dalla crisi. Bersani si è presentato come un socialdemocratico "moderno" (anche se non so cosa questo voglia dire..), con uno sguardo attento al mondo del lavoro. E' proprio questo "odore di sinistra" che ha convinto Vendola ad aderire all'alleanza, anche a costo di rompere con l'IDV e con i Movimenti. Vendola dice bisogna governare con un vero spirito riformista e che questo nuovo governo dovrà mettere in soffitta l'Agenda Monti - e che, naturalmente, non c'è bisogno di nessun accordo con Casini perché l'alleanza di centro-sinistra si deve basare su un programma politico ben chiaro.
A me pare però he Vendola abbia delle idee assai confuse su cosa sarà il programma. Si aggrappa ad una Carta d'Intenti super vaga che ognuno potrà usare a piacere. Vendola richiede, lo abbiamo detto, la fine dell'agenda Monti, sostenuta fino ad ora dal PD. 


E che il PD non ha intenzione di abbandonare: come ha detto Bersani, la sua agenda è uguale a quella Monti, con qualcosa in più. Bersani vuole dare un ruolo a Monti anche dopo le elezioni (Quirinale o Ministero dell'Economia, comunque un posto di potere vero, non un contentino). E vuole l'accordo con Casini dopo le elezioni - prima evidentemente non deve suonare troppo bene tra gli elettori del PD. Non solo, al Wall Street Journal ha detto molto chiaramente che "Non farò a meno del suo (di Vendola, nda) contributo su questioni come l'ambiente e i diritti civili" ed in caso di disaccordi "il mio partito è stimato attorno al 30 per cento; Sel attorno al 5-6. Abbiamo firmato un accordo nel quale c'è scritto che, in caso di disaccordo, votiamo e la maggioranza vince". Questione chiusa: comanda il PD e si continua con l'agenda Monti. Vendola (e chi nel quarto polo ha ancora voglie di alleanza col PD) se ne faccia una ragione.

E d'altronde perché no? Bersani è fedele alla storia del PD-DS-PDS degli ultimi 20 anni. Nell'ultimo governo hanno votato fiscal compact, riforma del lavoro (e Bersani si oppone strenuamente al referendum che Vendola ha firmato, anzi dice: La riforma Fornero ha aumentato la flessibilità del mercato e ha fatto qualche passo nella direzione di regolare i contratti a termine. Non ne do un giudizio negativo), riforma delle pensioni, aumento dell'IVA, commesse militari. Si dirà, ma c'era la crisi (qualcuno mi deve ancora spiegare perché la crisi vale per tutti ma non per i caccia militari, ma va beh). E allora ricordiamoci di cosa avevano fatto i vari governi Prodi-D'Alema-Amato-Prodi. 


Riporto da un bell'articolo di Domenico Moro: "Il primo governo Prodi aumentò l’Iva dal 19% al 20%, ridusse gli scaglioni e la progressività dell’Iperf, di cui portò l’aliquota massima Irpef per i ricchissimi dal 51% al 45,5%. Soprattutto diede inizio al processo di precarizzazione del mercato del lavoro italiano con la legge Treu (1997). Tale legge, secondo l’Ocse, ha inciso in termini di deregolamentazione del mercato del lavoro molto più della Legge Biagi, varata dal governo Berlusconi nel 2003. Le privatizzazioni effettuate dal governo Prodi sono state molte di più di quelle effettuate del governo Berlusconi, a partire dalla “madre” di tutte le privatizzazioni, quella di Telecom (1997).....(Durante il secondo Governo Prodi) furono le aliquote dell’Irpef per i redditi più bassi ad essere aumentate, mentre le imposte per le imprese, l’Ires e l’Irap furono diminuite. In particolare, la tanto sbandierata riduzione del cuneo fiscale andò tutta a favore delle imprese. Sul piano della politica estera, l’Italia incrementò il numero dei suoi soldati e dei suoi mezzi offensivi in Afghanistan, dove furono impiegati in vere e proprie azioni di guerra, malgrado le continue smentite del governo". Se non bastasse ricordiamo gli emendamenti a favore dei soldi alle scuole privati, d'altra parte iniziati proprio nell'Emilia rossa sotto l'allora presidenza di, pensate un po', Pierluigi Bersani.

Ecco, questo è il PD con cui si vuole alleare Vendola con la premessa che in tutte le decisioni controverse, il partito di Bersani mostrerà i muscoli e obbligherà SEL alla disciplina, in cambio di un registro per le coppie di fatto e 4 pale eoliche. Importanti, ma al momento, forse c'è anche altro da fare in politica.
Ecco allora che pare giusta, coerente e seria la posizione del Quarto Polo, Rifondazione, Alba e Cambiare #sipuò che rivendicano autonomia programmatica ed elettorale dal PD. 


Alle elezioni soli, portando avanti un programma radicalmente diverso da quello di Bersani e suoi ed in totale discontinuità con l'agenda Monti ma anche con le politiche neo-liberiste del centrosinistra Anni 90. Solo la costituzione di un Polo numericamente consistente ed una eventuale discussione post-elettorale potrà influenzare veramente il prossimo governo del Paese. Per non ripetere gli errori del passato, per cambiare veramente, per aprire una nuova stagione

mercoledì 19 dicembre 2012

Il Nobel per la pace all'euro.....


Gorka Larrabeiti

Tradotto da  Alba Canelli


Van Rompuy, Barroso e Schulz, rispettivamente il presidente del Consiglio europeo, il presidente della Commissione Europea e il presidente del Parlamento europeo, hanno ricevute per conto dell'Unione Europea, il Nobel per la Pace dal Primo Ministro norvegese. Curiosamente, la Norvegia, il paese che conferito il premio non appartiene all'UE, ma va bene. Ha colpito anche l'assenza di sei capi di governo dei 27, tra cui quella significativa di David Cameron, primo ministro britannico.
Il discorso congiunto di Van Rompuy e Barroso era intitolato: "Dalla pace alla guerra: Una storia europea". Van Rompuy ha sottolineato che l'idea di Europa, ha sviluppato un' "arte del compromesso", Barroso, da parte sua, ha rilasciato due dichiarazioni utili da raccogliere: "[L'UE] è un nuovo ordine giuridico, che non si basa sul rapporto di forza tra le nazioni, ma sul libero consenso degli Stati di condividere la sovranità". E un po' più tardi, parlando della necessità di un'Unione più grande, rivela una chiave di lettura importante dell'atto: "Oggi uno dei simboli più evidenti della nostra unione è nelle mani di tutti. E' l'euro, la moneta della nostra Unione Europea". Già, l'euro. L'Euro e il suo salvataggio, grande mito magistralmente rivelato da Escif.
 
Se andate per strada e chiedete ad un comune cittadino quante monete ci sono nell'UE, è possibile che risponda come Barroso, presidente della Commissione: "Una: l'Euro". Ma sappiamo che non è così. Nell'Unione Europea abbiamo anche la Sterlina, lo Zloty polacco, la Corona svedese e danese, il Fiorino ungherese, il Lei rumeno Bulgaro la Corona ceca, il Lat lettone, le Lita lituane, la Kuna croata (la Croazia presto diventerà il 28° Stato membro) e, al di fuori dell'UE, il Franco svizzero, la Corona norvegese, la Corona islandese, i Dinari macedoni, il Lek albanese, i Dinari serbi, i Marchi convertibili (BAM) bosniaci. E' propaganda che insiste sul carattere unico dell'Euro. E perché?

Va bene, allora: l'euro non è la moneta dell'Unione europea, ma una di esse. Ma cos'è l'Unione europea? La confusione delle istituzioni in Europa è grande. Riporto allora questo schema Fischer perché a volte una foto vale più di mille parole.
 
Dopo aver osservato il grafico si può ammettere senza problemi che l'Unione europea è più disunita che mai. Disunita nella politica estera, che è incapace di parlare con una sola voce né sui massacri in Palestina, né sulla guerra in Siria, né sull'adesione della Turchia, né sulla pace nei Balcani. Nonostante le rassicurazioni che l'istituzione di un servizio estero europeo farebbe si che l'UE parli con una sola voce e abbia una diplomazia attiva, le primavere arabe, la Palestina e la guerra in Congo dimostrano solo una cosa: che l'Unione europea è ancora un eccellente produttore e trafficante d'armi che continua a fare affari con la guerra.

Non c'è nessun accordo sulla tassazione finanziaria, né sul ruolo della BCE, né su cosa fare con il fallimento della Grecia (e il resto dei paesi maialini). Anche economicamente questa UE appare divisa. Il Nobel per la Pace, che ha generato tanta indignazione, deve iscriversi in questo quadro. Ciò che oggi è in crisi sono le basi essenziali in primo luogo, la ragione di esistere di questa Unione europea: l' "economia sociale di mercato fortemente competitiva" (articolo 3 del Trattato di Lisbona), e lo strumento per realizzarlo, vale a dire l'Euro (articolo 4). Il Nobel per la Pace non è stato altro che un esercizio di propaganda mediatica per rafforzare la moneta unica e ciò che rappresenta: la sottomissione dei parlamenti nazionali sovrani a un potere monetario sovranazionale. Il sostegno che ha ricevuto ieri Mario Monti da tutte le potenze europee è molto significativo. Meglio una tecnocrazia che rispetta e sostiene gli "aggiustamenti strutturali" necessari, anche a costo della morte di cittadini, che il populismo berlusconiano che possa mettere in pericolo la supremazia tedesca o lo stesso euro. Con l'euro si applicano le politiche che Reagan applicò al suo tempo. Senza euro, ci minacciano, questa è la guerra.

L'Europa oggi non vive un periodo di pace, ma una guerra economica che sta causando sempre più povertà, fame e morte. Questo è un premio con cui si tenta di scacciare il presente nero e il futuro nullo di un'Unione che ha poco a che fare con lo spirito europeo di coloro che nel 1941 scrissero nelle carceri fasciste sulla necessità di un'unione politica (non monetaria, né economica) per evitare una terza catastrofe in Europa. Scrivevano Spinelli e Rossi:
    La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè, dovrà essere l'emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione, a loro vantaggio, di condizioni di vita più umane [...]
    Il principio veramente fondamentale del socialismo (...) è quello secondo il quale le forze economiche non devono dominare gli uomini, ma invece essere assoggettate, guidate e controllate da esso, nel modo più razionale fino a quando le masse cessino di essere vittime.
Per concessione di Tlaxcala
Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=160630
Data dell'articolo originale: 11/12/2012

domenica 16 dicembre 2012

Dal Britannia a la Goldman Sachs: Draghi svelato in Germania 
 movisol.org


13 dicembre 2012 (MoviSol) -

Il secondo canale della televisione pubblica tedesca, ZDF, ha trasmesso un servizio che svela il vero Mario Draghi al pubblico tedesco, finora imbonito dai vari tabloid che attizzavano odio verso l'artefice della politica inflazionistica dell'Euro, vestendolo però nei panni dell'Arlecchino che è arrivato per "lirizzare" o "italianizzare" la moneta unica.
Draghi è un esponente dei circoli finanziari internazionali, ha spiegato la ZDF nel suo servizio, mandato in onda il 6 dicembre nel corso del seguito programma di approfondimento politico Heute Journal, come commento alla riunione del Consiglio e della conferenza stampa della BCE di quel giorno. 

Alla conferenza stampa, Draghi ha dovuto rispondere ad un numero insolitamente alto di domande scomode provenienti non solo dal reporter della ZDF, ma anche da altri giornalisti tedeschi, francesi e inglesi che gli hanno chiesto conto dell'intenzione della BCE di assumere poteri assoluti e antidemocratici sul sistema bancario europeo, della disoccupazione record in Europa e della "medicina-killer" applicata in Grecia (cfr. Sotto). Nel suo solito stile sofistico, Draghi ha giustificato ogni devastazione economica e sociale causata dalle ricette della BCE, addossandone la responsabilità ai governi che non avrebbero seguito la disciplina di bilancio prima della crisi, ignorando il fatto che i bilanci pubblici sono saltati a causa dei salvataggi bancari – la cui indisciplina di bilancio era non solo nota, ma favorita dalla BCE! 

Il servizio della ZDF è indice che sta cambiando l'aria e il tiro viene aggiustato, precondizione per una via d'uscita costruttiva. "Draghi godeva di relazioni eccellenti nel mondo della finanza quando non era ancora presidente della BCE", esordisce il servizio. "Da tempo egli è membro di un club esclusivo e discreto, il Gruppo dei 30: un gruppo di decisori super-influenti sul denaro e sul potere. Accanto a Mario Draghi si trova un numero sorprendentemente alto di funzionari o ex funzionari della finanziaria americana Goldman Sachs". 

Vengono quindi ricostruite le tappe principali della carriera di "Supermario", a partire dalla riunione sul Britannia del 2 giugno 1992 in cui si discusse la strategia delle privatizzazioni con il gotha della finanza londinese. "Sullo yacht della Regina vengono avviati affari miliardari, dai quali anche Goldman guadagna parecchio". Viene intervistato Benito Livigni, ex dirigente ENI, che racconta come successivamente le proprietà immobiliari dell'azienda petrolifera vennero svendute, quasi regalate, alla Goldman Sachs. Draghi "deve la sua carriera alle grandi banche d'affari, alla Goldman Sachs", dice Livigni. 

Nel 2002 Draghi passa alla Goldman Sachs a Londra. "Era di nuovo sulla nave a procacciare affari?", si chiedono i reporter della ZDF. Successivamente, quando fu nominato governatore della BCE nel 2011, Draghi dovette difendersi di fronte ad una commissione del Parlamento Europeo dalle accuse di essere stato a conoscenza dei trucchi contabili escogitati da Goldman per permettere l'ingresso della Grecia nell'Euro. Draghi ha sostenuto di essere stato responsabile del settore privato e non di quello pubblico. 

Ma l'esperto di Le Monde Marc Roche è scettico. "Goldman Sachs non è il buon samaritano. Non assume Draghi come vicepresidente senza dargli la responsabilità anche del settore pubblico. Draghi non ha mentito ma non ha neanche detto la verità". 

Alla conferenza stampa del 6 dicembre, il reporter della ZDF ha chiesto a Draghi se la sua partecipazione al G-30 non comporti un conflitto d'interessi, non solo per la prossimità con i banchieri privati, ma anche perché il G-30 sarebbe co-finanziato da Goldman Sachs. 

Draghi ha letto una dichiarazione preparata in anticipo dove si afferma che "la BCE" (e cioè Draghi) "non ritiene che la partecipazione del Presidente nel Gruppo dei Trenta comporti un conflitto d'interessi". Draghi ha aggiunto di non sapere "che il G-30 sia finanziato da Goldman Sachs. Mi è veramente nuovo".

sabato 15 dicembre 2012




        F. William Engdahl

        Tradotto da Curzio Bettio
        Wall Street, BP, bio-etanolo e la morte di massa. Abituarsi a vivere senza cibo



Mio nonno, ora defunto, un uomo di robusta razza contadina norvegese-americana, che in seguito divenne direttore di giornale e attivista politico durante la Prima guerra mondiale, era solito dire: “Un uomo può abituarsi con il tempo a qualsiasi cosa, tranne morire…e anche a questo, con una certa pratica.”

Bene, com’è nel destino delle cose, sembra che noi, la stragrande maggioranza del genere umano, siamo in procinto di verificare questa massima per quanto riguarda la disponibilità del nostro stesso pane quotidiano.

Il cibo è una di quelle cose singolari per cui è difficile vivere senza. Tutti noi tendiamo a dare per scontato che il nostro supermercato locale continuerà a offrire tutto ciò che vogliamo, in abbondanza, a prezzi accessibili o quasi. Eppure vivere senza cibo sufficiente, è la prospettiva che sempre più centinaia di milioni, se non miliardi, di esseri umani dovranno affrontare nei prossimi anni.

In un certo senso, questo è veramente paradossale. Il nostro pianeta ha tutto quello che serve per procurare cibo nutriente naturale per sfamare tutta la popolazione mondiale, per più volte. Questo è un dato di fatto, nonostante le devastazioni prodotte dall’agricoltura industrializzata nel corso dell’ultimo mezzo secolo e oltre.


Allora, come può essere che il nostro mondo dovrà affrontare, secondo alcune previsioni, la prospettiva di un decennio o più di carestie su scala globale?

La risposta sta nelle forze e nei gruppi d’interesse che hanno deciso di provocare artificialmente la scarsità di cibo nutriente. Il problema ha diverse importanti dimensioni.

Eliminare le riserve di emergenza
La capacità di manipolare a volontà il prezzo di alimenti essenziali in tutto il mondo - quasi senza tenere conto della reale disponibilità e della domanda di cereali al presente - è piuttosto recente. E questo si comprende anche a stento.
Fino alla crisi cerealicola della metà degli anni ‘70 non esisteva un singolo “prezzo mondiale” per il grano, parametro di riferimento per il prezzo di tutti gli alimenti e dei prodotti alimentari. I prezzi del grano erano determinati a livello locale in migliaia di borse in cui acquirenti e venditori s’incontravano. L’inizio della globalizzazione economica è stato di cambiare tutto questo radicalmente in peggio, quando una modesta percentuale di granaglie commercializzata a livello internazionale era in grado di fissare il prezzo globale per la maggior parte dei cereali coltivati.
Fin dal periodo delle prime tracce lasciate dalla civiltà dei Sumeri, circa duemila anni prima di Cristo, nella regione tra i fiumi Tigri ed Eufrate dell’Iraq di oggi, quasi tutte le civiltà hanno avuto la consuetudine di conservare uno stock di scorte dei raccolti di granaglie - fino ai tempi più recenti. La ragione erano le guerre, le siccità e le carestie. Quando correttamente conservato, il grano poteva essere tranquillamente immagazzinato per un periodo di circa sette anni, permettendo scorte di riserva nei casi di emergenza.
Dopo la Seconda guerra mondiale, Washington istituiva un Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT) che doveva servire come cuneo per dare impulso al libero scambio tra le grandi nazioni industriali, in particolare nell’ambito della Comunità europea. Durante le discussioni negoziali iniziali, l’agricoltura veniva deliberatamente esclusa dal tavolo delle trattative su insistenza degli Europei, soprattutto dei Francesi, che consideravano la difesa politica europea della Politica Agricola Comunitaria (PAC) e le protezioni all’agricoltura europea come non negoziabili.
A partire dagli anni ’80, con le crociate politiche di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, le posizioni estremiste del libero mercato sulle posizioni estremiste di Milton Friedman della scuola di Chicago divennero sempre più accettate dai principali circoli di potere europei. Passo dopo passo la resistenza all’agenda del libero commercio in agricoltura dettata da Washington andava a dissolversi.
Dopo oltre sette anni d’intenso mercanteggiamento, di pressioni e di azioni lobbistiche, nel 1993 l’Unione Europea finalmente accettava l’Accordo GATT Uruguay Round, che esigeva una forte riduzione del protezionismo delle agricolture nazionali. Al centro dell’Accordo dell’Uruguay Round vi era l’intesa su un cambiamento importante: le riserve di granaglie nazionali, come manifestazione di responsabilità dei governi, dovevano dirsi concluse.
Secondo il nuovo patto GATT del 1993, formalizzato con la creazione di un’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) delegata a vigilare sugli accordi attraverso sanzioni applicabili contro i trasgressori, il “libero commercio” di prodotti agricoli assumeva per la prima volta una priorità concordata fra le nazioni commerciali più importanti del mondo, una fatale decisione, per usare un eufemismo.
D’ora in avanti, le riserve di granaglie dovevano essere gestite secondo le regole del “libero mercato” da compagnie private, le più grandi fra queste erano rappresentate dai giganti del Cartello del Grano degli Stati Uniti, i colossi dell’affarismo agro-alimentare statunitense. Le imprese di granaglie sostenevano che sarebbero state in grado di colmare eventuali lacune di emergenza in modo più efficiente e che avrebbero difeso i governi dai costi relativi. Questa sconsiderata decisione avrebbe aperto le cateratte agli imbrogli e alle manipolazioni senza precedenti del mercato del grano.
La ADM (Archer Daniels Midland), la Continental Grain, Bunge e, prima inter pares, la Cargill— la più grande società privata per il commercio di granaglie e nel settore agro-alimentare nel mondo, sono risultate le grandi vincitrici nel processo del WTO.
L’esito delle trattative GATT sull’agricoltura risultava di sicuro gradimento alla gente della Cargill. Questo non sorprendeva gli addetti ai lavori. L’ex amministratore delegato della Cargill, Dan Amstutz, aveva svolto il ruolo chiave nella stesura della sezione commerciale per l’agricoltura del GATT Uruguay Round.[1]
Nel 1985, D. Gale Johnson dell’Università di Chicago, un collega di Milton Friedman, era co-autore di una relazione di grande rilievo per la Commissione Trilaterale di David Rockefeller, che costituiva il programma per quello che definivano come “riforma dell’agricoltura orientata al mercato”. Il gruppo Rockefeller e i suoi comitati di esperti erano gli architetti di una “riforma dell’agricoltura”, la più radicale nel nostro mondo post-1945.

Il processo di eliminare le riserve di grano governative nei principali paesi produttori è avvenuto con gradualità, ma con l’approvazione del progetto di legge “Farm Bill” del 1996, gli Stati Uniti praticamente eliminavano le loro scorte di grano. L’Unione Europea seguiva poco dopo. Oggi, tra i paesi maggiori produttori agricoli, solo Cina e India continuano a perseverare in una politica di sicurezza strategica nel conservare riserve di grano a livello nazionale. [2]

Wall Street puzza di sangue
L’eliminazione delle riserve nazionali di grano negli Stati Uniti e nell’Unione Europea e negli altri principali paesi industrializzati dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) poneva le basi per il passaggio successivo nel processo, l’eliminazione della regolamentazione sui prodotti derivati ​​delle materie prime agricole, che permetteva manipolazioni incontrollate di una speculazione sfrenata.
Sotto la giurisdizione del Ministero del Tesoro di Clinton (1999 - 2000), la deregolamentazione dei controlli governativi sulla speculazione delle materie prime agricole veniva formalizzata dalla Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’ente governativo incaricato di sovrintendere il commercio dei derivati ​​negli scambi delle materie prime, così come dalla Direzione generale del Commercio di Chicago o dalla Borsa Mercantile di New York (NYMEX) - e nella legislazione redatta da Tim Geithner e Larry Summers al Ministero del Tesoro.
Come descritto più avanti, non è stato un caso che Wall Street abbia promosso Geithner, ex presidente della New York Federal Reserve, a diventare Ministro del Tesoro di Obama nel 2008, nel bel mezzo della peggiore debacle finanziaria della storia. Qualcosa a che fare con volpi poste a guardia di pollai!
Nel 1972-1973, Henry Kissinger, come segretario di Stato, agendo in combutta con il Dipartimento di Agricoltura e le principali società nel commercio di granaglie degli Stati Uniti, orchestrava un balzo senza precedenti, il 200%, del prezzo del grano. A quel tempo, l’aumento del prezzo veniva innescato dal fatto che gli Stati Uniti avevano sottoscritto un contratto triennale con l’Unione Sovietica, che aveva appena attraversato il disastro di un fallimentare raccolto.
L’accordo USA-URSS veniva a cadere in mezzo ad una siccità globale e a raccolti gravemente ridotti in tutto il mondo, un periodo che avrebbe dovuto richiamare alla prudenza nel vendere l’intero armadio del grano degli Stati Uniti a un apparente avversario nella Guerra Fredda. La vendita avveniva nel corso di un raccolto mondiale di cereali largamente deficitario, che conduceva a un rialzo dei prezzi esplosivo. Allora, voci critiche nella stampa degli Stati Uniti molto appropriatamente ribattezzavano tutto ciò come la Grande Rapina del Grano.
Kissinger aveva anche organizzato che la gran parte dei costi delle spedizioni di grano ai Sovietici doveva essere a carico dei contribuenti statunitensi. Cargill e tutta la compagnia se la ridevano nel guadagnare molto e così facilmente. [3]
Intorno allo stesso periodo, le grandi compagnie cerealicole statunitensi - Cargill, Continental Grain, ADM, Bunge – davano inizio a quello che sarebbe stato un ventennale processo di trasformazione dei mercati mondiali dei cereali in sedi opportune a tenere sotto controllo la sostanziale nutrizione umana e animale, manipolando i prezzi delle granaglie a prescindere dalla disponibilità e dalle forniture.
Il ventennale processo da parte degli Stati Uniti per guadagnare il controllo sui mercati e sui prezzi mondiali dei cereali compiva un gigantesco balzo in avanti negli anni ‘80 con l’avvento dell’“index trading” finanziario delle materie prime e di altri derivati.
La nuova versione della rapina del grano a Wall Street da parte della “ banda Geithner-Summers”, soprattutto dopo il 2006, avrebbe fatto impallidire quella che Kissinger e soci avevano progettato negli anni ’70.
Nel 1999, sotto la spinta delle grandi banche di Wall Street come la Goldman Sachs, JP Morgan, Chase Manhattan e la Citibank, l’Amministrazione Clinton stilava uno statuto che avrebbe radicalmente alterato la storia del commercio dei cereali. Questo protocollo veniva chiamato “Commodity Futures Modernization Act”, e diventava legge nel 2000.
I due artefici chiave della nuova legge di Clinton erano l’ex consulente della Goldman Sachs e allora Ministro del Tesoro dell’amministrazione Clinton Larry Summers, e il suo assistente al Tesoro Tim Geithner, l’amico di Wall Street, e oggi Ministro del Tesoro di Obama.
Come ministro, Summers si dimostrava anche un protagonista chiave nell’ostacolare gli sforzi per regolare gli strumenti finanziari derivati riguardanti le materie prime e i prodotti finanziari.[4]
Le raccomandazioni Summers-Geithner erano contenute in un rapporto del novembre 1999 inviato al Congresso dal gruppo operativo del Presidente sui mercati finanziari, il famigerato “Plunge Protection Team”. [5]
In quel periodo, la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) proponeva anche di deregolamentare la negoziazione dei derivati ​​tra le banche o gli istituti finanziari più importanti, inclusi i derivati ​​del grano e di altri prodotti agricoli. [6]
La deregulation storica e senza precedenti ha aperto un enorme buco nella supervisione governativa della commercializzazione dei derivati, un buco che alla fine ha facilitato quel gioco dei derivati ​​che ha portato al collasso finanziario del 2007. Ha anche prodotto la deregolamentazione senza limitazioni che sta dietro la gran parte della recente esplosione dei prezzi dei cereali.
Alcuni anni prima, nel 1991, la Goldman Sachs aveva lanciato sul mercato il proprio “indice” sulle materie prime, che doveva diventare il punto di riferimento mondiale per la negoziazione dei derivati ​​di tutte le merci, compresi i prodotti alimentari e del petrolio.
Il “Goldman Sachs Commodity Index” o GSCI era un nuovo derivato che seguiva l’andamento dei prezzi di circa 24 prodotti - dal mais, ai maiali, al caffè, dal frumento ai metalli preziosi e all’energia.
Dal punto di vista di Wall Street, l’idea era geniale. Permetteva agli speculatori di scommettere sul prezzo futuro di un intera gamma di materie prime in un unico passaggio, una sorta di versione di Wall Street come centro commerciale specializzato nel gioco d’azzardo ...
Con la deregolamentazione CFTC del commercio delle materie prime nel 1999, la Goldman Sachs è stata posta nella condizione di raccogliere dolci ricompense finanziarie con i suoi GSCI.
Banchieri e “hedge funds” (fondi assicurativi) e altri speculatori di alto profilo ora erano in grado di assumere posizioni di enorme predominio o di scommettere sul prezzo futuro dei cereali, in definitiva senza alcuna necessità di fare incetta sostanziale di frumento o di mais in magazzini reali.
Ora il prezzo del grano veniva gestito dai padroni del nuovo casinò delle forniture di granaglie - da Wall Street a Londra e oltre - che commerciavano futures (contratti a termine e a premio su merci o titoli per garantirsi da future oscillazioni) e contratti di opzioni di grano a Chicago, Minneapolis, Kansas City.
Non era più il prezzo del future una forma di copertura (da rischi di fluttuazioni, con acquisti o vendite a termine) limitata ai partecipanti ben informati attivi nel settore cerealicolo, o agli agricoltori o ai mugnai o ai grandi utilizzatori finali di granaglie - ai singoli operatori economici che confidavano su contratti futures per oltre un secolo, in modo da tutelare se stessi dai rischi di raccolti fallimentari o da calamità.
Il grano era diventato un nuovo terreno speculativo per chiunque avesse voglia di rischiare il capitale degli investitori, per i giocatori d’azzardo di alte poste in gioco, come Goldman Sachs o Deutsche Bank o fondi assicurativi ad alto rischio collocati in “paradisi fiscali”.
Il frumento, come prima il petrolio, era ormai quasi completamente svincolato dall’offerta del giorno e dalla domanda nel breve termine. Il prezzo poteva venire manipolato per brevi periodi tramite voci di corridoio, dicerie piuttosto che sulla base di fatti reali. [7]
A differenza dei soggetti direttamente coinvolti, come mugnai o agricoltori o le grandi catene della ristorazione, gli speculatori non producevano né conservavano nei magazzini il mais o il frumento, con cui giocavano d’azzardo. Costoro non avrebbero potuto immagazzinare 10 tonnellate di grano duro detto “red winter”, e conservarlo. Il loro gioco consisteva in una nuova forma complessa di arbitraggio (acquistando e vendendo simultaneamente diversi beni in piazze diverse), dove l’unica regola era di comprare al ribasso e vendere al rialzo.
Le istituzioni finanziarie dei derivati ​​e il governo degli Stati Uniti erano compiacenti nel consentire una negligenza nella regolamentazione, permettendo ai giocatori potenziali di ottenere profitti da un gioco speculativo che spesso si ripeteva per molte volte.
Ma esisteva un’altra spirale perversa: il derivato GSCI della Goldman Sachs era strutturato in modo che gli investitori potevano solo acquistare il contratto. Si trattava, secondo la definizione del settore, di un derivato “long only”.
Con ciò, nessuno avrebbe previsto (e scommesso) su un calo del prezzo dei cereali. Ci si attendeva solo di fare profitti su un costante incremento del prezzo di grano, e quello che è successo è che investitori sempre più ingenui venivano risucchiati dentro una rischiosissima speculazione delle materie prime, dando luogo a una sorta di “profezia che si auto-avvera”.[8]
Questo future “long only” era stato costruito per incoraggiare i clienti della banca a lasciare per un lungo periodo il loro denaro alle banche o in un fondo, consentendo così ai banchieri di giocare con i soldi degli altri, con la potenzialità di enormi profitti eccezionali per i banchieri - mentre le perdite si riversavano sui clienti.
L’errore fatale si rivelava quando la struttura del derivato GSCI non consentiva “vendita a breve”, che avrebbe costretto i prezzi al ribasso nei momenti di surplus di cereali. Gli investitori venivano attirati in un sistema che imponeva loro di comprare e continuare a comprare, una volta che i prezzi del grano salivano per un qualsiasi motivo.
Presto altre banche, tra cui Barclays, Deutsche Bank, Pimco, JP Morgan Chase, AIG, Bear Stearns e Lehman Brothers, lanciavano i loro “index funds” sulle materie prime.[9]
Per la prima volta, investire ad alto rischio sulle materie prime - anche sui cereali e su altri prodotti agricoli - diventava un prodotto finanziario per il “piccolo uomo” che sapeva poco o nulla di ciò in cui stava per essere coinvolto, di ciò per cui il suo banchiere o il suo consulente di investimenti gli facevano tanta urgenza a investire.
Le banche, come al solito giocano con “i soldi degli altri” - a scapito degli “altri”.
In una dettagliata analisi della bolla del prezzo del grano del 2007-2008, Olivier de Schutter, un relatore speciale dell’ONU sul diritto all’alimentazione, ha recentemente concluso che “una parte significativa degli aumenti di prezzo e la volatilità dei beni alimentari di prima necessità possono essere spiegate solo dalla comparsa di una bolla speculativa”. [10]
Il tempismo di quella bolla fu notevole per compensare convenientemente le perdite enormi di quelle stesse mega-banche che erano andate sotto acqua a causa dei loro eccessi nel cartolizzare ipoteche sulla casa e per altre follie nel casinò di Wall Street.
Schutter aggiungeva: “In particolare, vi sono ragioni per credere che un ruolo significativo è stato giocato dall’entrata nei mercati dei derivati ​​basati sui prodotti alimentari dei grandi, potenti investitori istituzionali come i fondi assicurativi, i fondi pensione e le banche di investimento, che generalmente erano disinteressati dai fondamentali del mercato agricolo. Tale ingresso era stato reso possibile dalla deregolamentazione dei mercati dei derivati ​​sui beni essenziali, a partire dal 2000.” [11]
A seguito dello sgonfiamento della bolla dei titoli delle dot.com nel 2000, quando Wall Street e gli altri principali attori finanziari hanno cominciato a cercare alternative, le materie prime e i derivati ad alto rischio ​​basati su panieri di materie prime divennero per la prima volta un terreno importante degli investimenti speculativi.
Dal 2000 il complessivo dei dollari investiti nei diversi “index funds” delle materie prime – considerevoli i GSCI della Goldman Sachs - è aumentato da circa $13 miliardi nel 2003 a un sbalorditivo ammontare di $ 317 miliardi nel corso della bolla speculativa del petrolio e del grano nel 2008. Questo è stato documentato in uno studio della Lehman Brothers, poco prima che il ministro del Tesoro Henry Paulson usasse questi fondi come agnello sacrificale per salvare la sua cricca di Wall Street. [12]
Dal 2008 con qualche oscillazione, i fondi di investimento hanno continuato a riversarsi in fondi delle diverse materie prime, mantenendo i prezzi degli alimentari elevati e sempre crescenti. Dal 2005 al 2008, il prezzo mondiale del cibo è aumentato di un 80 per cento - e ha continuato ad aumentare. Nel periodo dal maggio 2010 al maggio 2011 il prezzo del grano è salito ancora circa dell’85%.
“È senza precedenti quanto capitale d’investimento è stato impegnato nei mercati delle materie prime”, ha detto Keith Kendell, presidente della National Grain and Feed Association, in una recente intervista. [13]
L’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) delle Nazioni Unite stima che dal 2004 i prezzi degli alimentari sono aumentati in media di un 240%, senza precedenti. L’offerta di prodotti alimentari come alternativa speculativa da parte delle grandi banche e fondi assicurativi è esplosa nel 2007, quando lo tsunami finanziario dei “sub-prime” negli Stati Uniti ha colpito per primo. Da allora, la speculazione sui prodotti alimentari ha raccolto più slancio, quando altri investimenti in azioni e obbligazioni si erano rivelati molto pericolosi.
Come risultato vi è stato un aumento prevedibile e rapido della privazione di cibo, della fame e della malnutrizione nelle popolazioni più povere di tutto il mondo.
La FAO calcola che i paesi con deficit alimentare saranno costretti a sborsare sicuramente il 30% in più per importare cibo - con un valore globale che si aggira sui $ 1.300 miliardi.
Tre decenni fa, questo mercato internazionale era ridotto, oggi è dominato prevalentemente da una piccola manciata di giganti statunitensi dell’agribusiness. Gli affari sull’agro-alimentare, allo stesso modo delle esportazioni militari, costituiscono un nucleo del settore strategico degli Stati Uniti, e da tanto tempo sono sostenuti attraverso misure straordinarie da Washington.
Tutto ciò fa parte di un programma più ampio, e piuttosto riservato, delineato decenni fa, sotto l’egida delle Fondazioni Rockefeller e Ford e dei sostenitori dell’eugenetica. [14]
L’importazione di cibo è oggi la regola piuttosto che l’eccezione, visto che prodotti agro-alimentari globalizzati, a volte di scarsa qualità, spesso sotto pressione del Fondo Monetario Internazionale, vengono imposti alle popolazioni del mondo in via di sviluppo, e molti di questi popoli una volta erano autosufficienti nelle loro produzioni agro-alimentari, ed ora sono stati resi dipendenti da cibo importato.
Questo viene attuato in nome del “libero mercato” o di una agricoltura che viene spesso etichettata come “orientata al mercato”. Viene passato sotto silenzio il fatto che il cosiddetto “mercato” è di una colossale inefficienza e malsano, letteralmente e finanziariamente.
La dipendenza da cibo importato, viene creata artificialmente dai grandi conglomerati multinazionali come Tyson Foods, Smithfield, Cargill o Nestlé, giganti multinazionali la cui preoccupazione ultima sembra riguardare la salute e il benessere di quelli fra noi che devono consumare i loro prodotti alimentari industriali.
Le importazioni di prodotti agro-alimentari di scadente qualità spesso colpiscono i prezzi dei raccolti coltivati ​​localmente, inducendo milioni di persone ad abbandonare la loro terra per trasferirsi in città sovraffollate alla disperata ricerca di un posto di lavoro.
Oggi il prezzo dei derivati ​​del grano, o “grano di carta”, determina e controlla il prezzo del frumento reale, quando speculatori come Goldman Sachs, JP Morgan Chase, HSBC, Barclays o fondi di copertura nei “paradisi fiscali” - con poco interesse per i cereali se non come fonte di profitto - ora superano quattro a uno coloro che sono impegnati in modo onesto nell’industria agro-alimentare.
Questo ha capovolto completamente la situazione che ha dominato i prezzi dei cereali negli ultimi cento anni o più. Per circa 75 anni, la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) ha imposto dei limiti sulla quantità di alcuni prodotti agricoli - tra cui frumento, cotone, soia, farina di soia, mais, e avena – che possono ora essere negoziati da protagonisti non di quel settore commerciale, che non fanno parte dell’industria alimentare.
I cosiddetti “introdotti” in questo settore commerciale, come agricoltori o produttori alimentari, in precedenza potevano commerciare una quantità limitata per gestire il loro rischio. Non così in presenza della pura speculazione.
Tali limitazioni erano state individuate per evitare la manipolazione e la distorsione insite nei mercati relativamente piccoli. Con il passaggio del Commodity Modernization Act di “Summers-Geithner” del 2000 e la famigerata “scappatoia Enron” - che permetteva l’esenzione dall’osservare il regolamento governativo - il commercio tira e molla dei derivati ​​energetici veniva rapidamente ampliato con l’inclusione dei prodotti alimentari.
Il ghiaccio veniva rotto nel 2006, quando Deutsche Bank chiedeva ed otteneva il permesso dalla CFTC di essere esonerata da ogni limite nelle contrattazioni. Le autorità di regolamentazione assicuravano che non ci sarebbero state sanzioni per il superamento dei limiti. Altri seguirono, come gregge di pecore.[15]
Per circa due miliardi di persone nel mondo che spendono più della metà del loro reddito per cibo, gli effetti sono stati terribili. Durante l’esplosione del prezzo del grano dovuta alla speculazione nel 2008, quasi un miliardo di esseri umani divennero come l’ONU li ha definiti, dall’“alimentazione insicura”, un nuovo record. [16]
Necessariamente, questo non sarebbe mai avvenuto, se non per le diaboliche conseguenze della speculazione sul grano frutto della deregolamentazione del governo degli Stati Uniti, con il sostegno del Congresso degli Stati Uniti negli ultimi dieci anni o più.
All’inizio del 2008, oltre il 35% di tutte le terre arabili degli Stati Uniti veniva piantato a mais, per essere bruciato come biocombustibile nel quadro degli incentivi dell’Amministrazione Bush. Nel 2011 si è superato un totale del 40%.
Così, la scena è stata preparata in modo tale che una minima crisi in un mercato minore può far detonare la bolla speculativa nei mercati dei cereali.

Agribusiness come strategia di lungo termine
L’aumento record dei prezzi dei cereali e degli alimentari in anni recenti non costituisce solo un espediente per ottenere profitti, e peraltro si sono realizzati profitti in modo osceno.
Piuttosto, questo con tutta evidenza fa parte integrante di una strategia di lungo termine le cui radici bisogna far risalire agli anni subito dopo la Seconda guerra mondiale, quando Nelson Rockefeller e soci hanno tentato di organizzare la catena alimentare mondiale secondo il medesimo modello monopolistico che avevano utilizzato per il petrolio mondiale.
Da allora in avanti, il cibo sarebbe diventato un’altra materia prima, come il petrolio o lo stagno o l’argento, la cui disponibilità e il prezzo venivano in conclusione controllati da un piccolo gruppo di potenti operatori borsistici.
Allo stesso tempo, i fratelli Rockefeller stavano espandendo i loro ricchi affari globali dal petrolio all’agricoltura nel mondo in via di sviluppo mediante il paradigma post-bellico della “Verde Rivoluzione” guidata dalla tecnologia, e per questo stavano finanziando presso l’Università di Harvard un progetto, senza comunque darne pubblico rilievo. Il progetto avrebbe costituito l’infrastruttura del loro piano di globalizzare la produzione alimentare mondiale sotto il controllo centrale di una manciata di imprese private.
I creatori del progetto lo denominarono “agribusiness”, per differenziarlo dall’agricoltura tradizionale basata sulla coltivazione della terra per la produzione di raccolti destinati alla nutrizione e al sostentamento degli uomini.
La spinta a porre nelle mani dei privati le riserve cerealicole destinate alle emergenze da parte dei governi nazionali mondiali non rappresentava altro che la logica espansione dell’originale strategia dell’agribusiness di Rockefeller, come lo era la tanto falsamente decantata “Rivoluzione Verde” , che in buona sostanza semplicemente si riduceva a promuovere una enorme vendita di prodotti statunitensi per l’agricoltura, dai trattori John Deere (per cui venivano utilizzati grandi volumi di prodotti della Standard Oil Rockefeller) ai fertilizzanti chimici di altre compagnie statunitensi sempre gravitanti nell’orbita dei Rockefeller, provocando la tendenza su larga scala per milioni di agricoltori ad abbandonare la terra per le città industriali, dove andavano a costituire un bacino di lavoratori a basso prezzo per le grandi multinazionali.
Comunque, i tanto reclamizzati rendimenti dei raccolti si ribaltavano per diventare vere e proprie rovine dopo alcune stagioni di raccolto. [17]
Agribusiness e Rivoluzione Verde andavano in stretta relazione. Facevano parte di una grandiosa strategia che, pochi anni più tardi, avrebbe previsto anche il finanziamento da parte della Fondazione Rockefeller della ricerca per lo sviluppo dell’alterazione genetica di piante.
John H. Davis era stato vice-ministro all’agricoltura durante la presidenza di Dwight Eisenhower nei primi anni ’50. Nel 1955 lasciava Washington per trasferirsi alla Scuola Superiore di Economia di Harvard, a quel tempo un’insolita posizione per un esperto di agricoltura. Davis aveva una chiara strategia. Nel 1956 aveva scritto un articolo nella Rivista di Economia di Harvard in cui dichiarava, “il solo modo di risolvere il problema dell’agricoltura, ed evitare così al governo una fastidiosa programmazione, è di avanzare sulla strada che porta dall’agricoltura all’agribusiness.”
Egli sapeva precisamente quello che aveva in mente, e pochi osservatori avevano idea di tutto questo. [18]
Davis, collaborando con un altro professore della Scuola di Economia di Harvard, Ray Goldberg, formava un gruppo di lavoro ad Harvard con l’economista di origine russa Wassily Leontief, che allora stava monitorando l’intero sistema economico degli Stati Uniti in un progetto finanziato dalla Fondazione Rockefeller.
Durante la guerra, il governo degli Stati Uniti aveva incaricato Leontief di sviluppare un metodo di analisi dinamica del sistema economico nel suo complesso, a cui egli faceva riferimento come analisi ‘input-output’. Leontief operava per conto del Ministero del Lavoro degli Stati Uniti e per l’OSS, l’Ufficio per i Servizi Strategici, il predecessore della CIA. [19]
Nel 1948 Leontief ricevette un’importante assegnazione quadriennale di $100.000 dalla Fondazione Rockefeller per impostare ad Harvard il “Progetto di Ricerche Economiche sulla Struttura del Sistema Economico Americano”.
Un anno dopo, l’Aviazione Militare degli Stati Uniti entrava nel progetto di Harvard, un curioso impegno per uno dei settori principali dell’esercito degli Stati Uniti. Da considerare che proprio allora i computers a transistor ed elettronici erano stati sviluppati con i metodi della programmazione lineare, che avrebbe permesso di processare enormi quantità di dati statistici in campo economico. Presto, anche la Fondazione Ford avrebbe contribuito ai finanziamenti del progetto Harvard. [20]
Il progetto Harvard e la sua componente dell’agribusiness facevano parte del cruciale tentativo di rivoluzionare la produzione alimentare negli Stati Uniti, e più tardi nel mondo. Occorsero quattro decenni prima di assumere il dominio dell’industria alimentare.
Il professor Goldberg in seguito faceva riferimento alla rivoluzione dell’agribusiness e allo sviluppo dell’economia di una agricoltura geneticamente modificata come al “cambiamento della nostra società e del nostro sistema economico globale più drammatico rispetto ad ogni altro avvenimento nella storia dell’umanità”. [21] Ed egli era nel giusto, come noi possiamo essere testimoni sul decennio a venire.
Come Ray Goldberg si vantava in anni successivi, l’idea fondamentale che ispirava il loro progetto di agribusiness era la reintroduzione di una “integrazione verticale” nella produzione alimentare degli Stati Uniti.
Negli anni ’70, molti americani avevano dimenticato quante dure battaglie erano state combattute prima della Prima guerra mondiale e durante gli anni ’20 per far passare in Congresso leggi che proibivano l’integrazione verticale da parte di società giganti conglomerate, e che smantellavano concentrazioni di imprese (trust) come la Standard Oil, in modo da prevenire la formazione di monopoli in interi settori industriali fondamentali.
Questo, fino alla presidenza di Jimmy Carter, supportata da David Rockefeller, alla fine degli anni ’70, quando il sistema affaristico delle multinazionali statunitensi è stato in grado di dare inizio all’arretramento dopo decenni di disposizioni di leggi attentamente costruite dai governi degli Stati Uniti per regolamentare la sanità, la sicurezza alimentare e la protezione dei consumatori, e quindi spalancare le porte ad una nuova ondata di integrazioni verticali nei settori agrari. Il processo di integrazione verticale veniva spacciato ai cittadini inconsapevoli sotto la bandiera dell’“efficienza economica” e dell’“economia di scala”. [22]
Un ritorno all’integrazione verticale e al conseguente agribusiness veniva introdotto mediante una campagna pubblicitaria promossa dai più importanti mezzi di comunicazione di massa e dal sistema industriale che proclamava che il governo si era intromesso di troppo nelle esistenze quotidiane dei cittadini e doveva essere ridimensionato per ripristinare una condizione ordinaria di “libertà” per gli americani.
L’urlo di battaglia dei promotori della campagna era “deregulation”!
Naturalmente, de-regolamentazione da parte del governo voleva dire semplicemente aprire la porta al controllo privatistico – una diversa forma di regolamentazione – da parte di gruppi di imprese di grandi dimensioni e potentissime in ogni campo della produzione. Questo ha riguardato anche il campo dell’agricoltura – dagli anni ’70 ad oggi, quattro grandi compagnie del cartello cerealicolo hanno dominato i mercati mondiali delle granaglie. Queste compagnie hanno operato in combutta con i grandi giocatori nel campo dei derivati a Wall Street, come la Goldman Sachs e la JP Morgan Chase e Citigroup.
Nell’ultima parte del 2007, negoziare derivati alimentari veniva completamente deregolamentato da Washington, e le riserve di cereali dal governo degli Stati Uniti portate ad esaurimento. Era il modo più evidente per suscitare un drammatico aumento dei prezzi dei prodotti alimentari.
La macchina della speculazione che si era insediata a Wall Street e i suoi amici banchieri avevano creato il potenziale per una rilevante e di lunga durata inflazione alimentare. Ma questa inflazione necessitava di un maggior “libero sfogo” per consentire alla “palla di correre veramente”. Questo doveva accadere con l’arrivo di George W. Bush.

La mazzata killer – la BP, il bioetanolo e il genocidio
Nel 2007, proprio quando una autentica crisi nel settore immobiliare degli Stati Uniti stava producendo le prime ondate sconvolgenti di uno tsunami finanziario a Wall Street, l’amministrazione Bush instaurava importanti pubbliche relazioni per cercare di convincere il mondo che gli Stati Uniti si erano trasformati nel “migliore amministratore dell’ambiente”. Troppa carne al fuoco per una montatura giornalistica truffaldina!
Il centro del programma di Bush, annunciato nel suo Messaggio sullo Stato dell’Unione del gennaio 2007, poteva essere definito come “20 in 10” – prevedendo un taglio del 20% nei consumi di carburanti a partire dal 2010. La motivazione ufficiale fornita all’opinione pubblica era quella di “ridurre la dipendenza dalle importazioni di petrolio”, e di tagliare le emissioni di gas provocanti un indesiderato “effetto serra”.
Naturalmente, non si trattava proprio di questo, ma tutto ciò rendeva buona pubblicità. Ripetere spesso questo messaggio, forse poteva indurre tanta gente a crederci! Forse la gente non era in grado di realizzare che le tasse dei contribuenti servivano per aumentare la produzione di cereali destinati alla preparazione di etanolo invece che all’uso alimentare, e di conseguenza questo avrebbe mandato alle stelle il prezzo del pane quotidiano.
L’obiettivo primario del piano di Bush consisteva nell’enorme espansione dell’uso del bio-etanolo come carburante per il sistema dei trasporti, sfruttando la tassazione dei contribuenti.
In origine, il piano del presidente Bush prevedeva la produzione di 35 miliardi di galloni (circa 133 miliardi di litri) di etanolo all’anno dal 2017. Il Congresso aveva già dato mandato, mediante l’Energy Policy Act del 2005, che l’etanolo come carburante prodotto dal granturco doveva aumentare dai 4 miliardi di galloni del 2006 ai 7,5 miliardi di galloni nel 2012.
Per avere certezza che questo avvenisse, i produttori e i giganti dell’agribusiness, come l’ADM, ricevevano generosi contributi dall’erario per aumentare la produzione di grano per carburanti al posto del grano per alimentazione. Le aziende agricole del sistema delle imprese di David Rockefeller erano fra i maggiori destinatari dei sussidi agricoli concessi dal governo degli Stati Uniti.
Attualmente, negli Stati Uniti i produttori di etanolo ricevono una sovvenzione di 51 cents per gallone di etanolo. Il sussidio viene pagato al mescolatore, di solito una compagnia petrolifera, che miscela l’etanolo con il carburante petrolifero, per poi metterlo in vendita. Per il raccolto annuale del 2011, si valuta che il 40% di tutto il seminativo a cereali negli Stati Uniti sia destinato alla produzione di granaglie per bio-carburanti.
Come risultato di queste generose sovvenzioni da parte del governo degli Stati Uniti per la produzione di carburanti al bio-etanolo, e delle nuove disposizioni di legge, l’industria statunitense della raffinazione è stata investita al massimo livello nella costruzione di speciali nuove distillerie di etanolo, molto simili alle raffinerie di petrolio. Attualmente, il numero di questi impianti in costruzione supera il numero complessivo delle raffinerie di petrolio costruite negli Stati Uniti negli ultimi 25 anni. Quando questi impianti verranno portati a termine nei prossimi 2-3 anni, la richiesta di granturco e di altri cereali per la produzione di etanolo come carburante per autotrazione raddoppierà dagli attuali livelli.
Non consentendo di passare in secondo ordine, i burocrati dell’Unione Europea a Bruxelles – senza dubbio generosamente incoraggiati da BP, Cargill, ADM e dai più importanti gruppi di pressione favorevoli ai biocarburanti -- hanno aderito alla questione con un loro schema “10 in 20”, una disposizione normativa per cui il 10% di tutto il carburante per autotrazione nell’Unione Europea dal 2020 dovrà essere costituito da bio-carburante.
Scandalosamente, hanno legiferato così malgrado l’esistenza di un rapporto della stessa Commissione Europea sul pericoloso impatto di una tale massiccia svolta a sostenere l’uso di bio-carburanti.
Il The London Times riportava che uno studio della Commissione sulle implicazioni dell’uso di terreno agricolo per bio-carburanti, ora come fonte di un solo 5,6% del carburante per trasporto in Europa da bio-carburanti, concludeva che un significativo aumento oltre quel 5,6% avrebbe “rapidamente” accresciuto le emissioni di anidride carbonica e “avrebbe corroso la sostenibilità ambientale dei biocarburanti”…
Come per molti diktat politici, la cifra del 10% veniva imposta senza grandi riflessioni e nessuno della Commissione aveva la minima idea, nell’assumere questa decisione politica, di come l’industria dei carburanti, a prescindere da qualsiasi ordinanza, desse luogo ad un enorme aumento di piantagioni per bio-carburanti nei paesi tropicali. [23]
In breve, l’uso di terreno agricolo nel mondo per la produzione di bio-etanolo e altri bio-carburanti – viene bruciato prodotto alimentare piuttosto che usarlo per la nutrizione umana ed animale! – è stato considerato a Washington, nell’Unione Europea, in Brasile e in altri importanti centri come la più importante industria in fase di sviluppo.
Comunque, l’impatto sugli esseri umani è decisamente tutto opposto. Rapidamente sta sviluppandosi una industria di morte, la morte di milioni di esseri umani innocenti incapaci di procurare il nutrimento per se stessi e per le loro famiglie.
Attualmente, gli Stati Uniti sono di gran lunga i maggiori produttori al mondo di bio-carburante ad etanolo come carburante per trazione. Nel 2010, gli Stati Uniti hanno prodotto 13 miliardi di galloni pari a 50 miliardi di litri di carburante al bio-etanolo, una percentuale vicina al 60% di tutta la produzione mondiale. L’Unione Europea contribuisce per un 6% al totale globale, come numero tre dietro al Brasile nella macabra competizione di vedere quale paese può distruggere la maggior quantità di cibo bruciandolo come carburante tossico. [24]
L’aspetto più allarmante dell’intero imbroglio dei bio-carburanti sta nel fatto che tre anni dopo l’esplosione del prezzo del grano del 2008 veniva dimostrato che gli aumenti erano direttamente collegati alla rimozione di milioni di acri di terreno agricolo negli Stati Uniti – passando da coltivazione di granaglie per alimentazione a granaglie per carburanti – e nessun provvedimento veniva adottato dal Congresso degli Stati Uniti, né dall’Unione Europea e nemmeno da altre istituzioni per ribaltare questa politica insana.
La sbalorditiva inazione sembra testimoniare il potere politico della lobby dei bio-carburanti. Chi sono costoro?
Non fa sorpresa che questi lobbisti siano gli stessi giganti dell’agribusiness e petroliferi che sovrintendono alle politiche alimentari ed energetiche negli Stati Uniti e in Europa. Gli attori principali: BP, Shell, Exxon Mobil, Chevron, ADM, Cargill ed altri consimili. Si tratta di una lobby potente, una gallina che può letteralmente depositare tante uova d’oro nella forma di disposizioni che impongono la necessità di bio-carburanti da parte dell’Unione Europea, degli Stati Uniti ed in altri paesi.
Nel gennaio di quest’anno, l’Institute for European Environment Policy (IEEP), (Istituto per le Politiche Ambientali Europee), una organizzazione indipendente, ha pubblicato un documento sul ruolo delle bio-energie nei “piani di azione per le energie rinnovabili” dei governi dell’Unione Europea.
Recenti proclami da parte del governo della Germania che le rinnovabili sostituiranno la generazione di energia elettrica da centrali nucleari a partire dal 2020, e simili impegni di altri governi europei, tutti fanno assegnamento su una fantastica illusione che l’energia elettrica generata da grandi impianti nucleari può essere prodotta mediante il bio-diesel.
Lo studio dell’IEEP sottolinea come:

    “Più di metà dell’energia rinnovabile che gli Stati Membri dell’Unione Europea si aspettano di consumare ogni anno dal 2020 consisterà di bio-energia, prodotta da bio-masse, bio-liquidi e bio-carburanti. Questo viene evidenziato in una prima valutazione della dimensione proposta dell’impiego di bio-energia da parte degli Stati Membri dell’Unione Europea nel periodo al 2020, come previsione nei loro Piani Nazionali di Azione su Energie Rinnovabili (NREAPs)...Viene anticipato un significativo aumento nel consumo totale di bio-energia.
    Quindi, secondo i 23 piani esaminati, la bio-energia fornirà il principale contributo al settore delle energie rinnovabili. Complessivamente, si prevede che il contributo di bio-energia al consumo complessivo di energia diventerà più del doppio, passando dal 5,4% nel 2005 a quasi il 12% (124Mtoe, milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) nel 2020. La bio-energia avrà un ruolo quasi dominante nel settore delle energie rinnovabili dell’Unione Europea destinate al riscaldamento e al raffreddamento, e si prevede un suo contributo oltre l’80% all’obiettivo da raggiungere in questo settore. Nel settore elettrico, la quota di bio-energia sarà relativamente bassa, ma nel settore dei trasporti si prevede di raggiungere quasi il 90% del totale delle energie rinnovabili a partire dall’anno 2020.” [25]

L’Istituto IEEP ha condotto un’analisi sul terreno seminativo richiesto necessario per la coltivazione di un tale enorme aumento di cereali per bio-carburanti dal 2020. L’Istituto ha stimato, dopo la valutazione opportuna di tutti i fattori, che nell’Unione Europea sarà necessario un addizionale da “4,1 a 6,9 milioni di ettari” destinati alla produzione di bio-carburanti, un seminativo più di tre volte l’intero Stato del Kansas.
Inoltre, infrangendo il mito dell’Unione Europea che i biocarburanti contribuiscano alla riduzione di CO2 (fosse anche che la CO2 costituisca un problema, cosa che è altamente contestata da scienziati scrupolosi), lo IEEP calcola che l’enorme aumento nell’uso di bio-carburanti produrrà un quantitativo superiore di emissioni di CO2 da veicoli per autotrazione, come se venissero immessi in aggiunta sulle strade di Europa qualcosa come 26 milioni di veicoli. [26]
I bio-carburanti sono altamente indesiderabili per innumerevoli ragioni, come molte importanti organizzazioni ambientali hanno iniziato a ben comprendere. L’industria dell’etanolo da granaglie è in pieno sviluppo, e questo è largamente dovuto alle potenti lobby dei cereali e del petrolio. Parimenti la grande richiesta farà aumentare i prezzi del gas e dell’etanolo da cereali, visto che questo etanolo viene mescolato con la benzina. L’energia da etanolo ridimensiona l’economia dei carburanti per motori tradizionali. E cosa più importante, è semplicemente impossibile produrre la quantità di cereali richiesta per produrre un carburante che sia una alternativa valida al petrolio o a qualsiasi altra sorgente importante di energia. [27]

Una nuova desertificazione globale?
Quello che i propagandisti dei bio-carburanti – dalla BP ai fautori dell’agribusiness, in combinazione con le folli decisioni assunte dai governi, da Washington a Berlino e Parigi ed altri – hanno portato a compimento è l’eliminazione in tutto il mondo delle riserve cerealicole di sicurezza. Questo è stato vigorosamente mescolato con un cocktail di libere contrattazioni di derivati sulle merci senza alcuna regolamentazione, per creare gli ingredienti per la peggiore potenziale crisi alimentare nella storia dell’umanità.
Sfortunatamente, la verifica di questa ipotesi di crisi alimentare può già dirsi in fase di realizzazione a causa di forze ben lontane dalla capacità dell’uomo di essere controllate.
Al recente incontro annuale della Divisione di Fisica del Sole della Società Astronomica Americana, gli scienziati dell’Osservatorio Nazionale del Sole (NSO) e del Laboratorio di Ricerche dell’Aviazione Militare (AFRL) hanno presentato i risultati degli studi sull’attuale attività eruttiva solare, di gran lunga il fattore più importante che influenza le variazioni climatiche sulla Terra.
Le eruzioni avvengono ciclicamente secondo periodi di 11, 22 anni ed oltre. Gli studi sul Sole indicano che la Terra ora si trova all’inizio di quello che può essere un periodo di dieci anni o più di attività solare di gran lunga ridotta.
Una ridotta attività delle macchie solari significa un sole meno attivo. Il fisico olandese Gijs B. Graafland così si esprime: “Questo influenzerà in modo decisivo l’evaporazione dell’acqua degli oceani e quindi la quantità delle piogge. Questo comporta minori quantità di acqua disponibile per l’agricoltura e quindi minori raccolti e una scomparsa preoccupante di strati superficiali di terreno fertile diventati aridi. Ne deriverà un decennio di alti prezzi dei prodotti alimentari.” [28]
Per capirci più direttamente, questo potrebbe significare catastrofi climatiche, raccolti insufficienti, siccità e tempeste di polvere – come quelle che si abbatterono sul Midwest degli Stati Uniti durante la Grande Depressione degli anni ’30 – nelle regioni fertili del pianeta, e questo per una durata di tanti anni.
Se i fisici del Sole sono nel giusto, come l’eminente astrofisico russo Habibullo Abdussamatov, direttore delle ricerche spaziali dell’Osservatorio Astronomico Pulkovo di San Pietroburgo, che ha previsto similmente l’inizio di una nuova “Piccola Era Glaciale” [29] a partire dal 2014, noi possiamo già trovarci ad affrontare una crisi alimentare di una tale dimensione che il nostro pianeta mai ha dovuto assistere. [30]

Note:
[1] F. William Engdahl, Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation
(I semi della distruzione: l’agenda segreta della manipolazione genetica),
www.GlobalResearch.ca, Montreal, 2007, pp. 216-219.
[2] Sophia Murphy, Strategic Grain Reserves In an Era of Volatility (Riserve cerealicole strategiche in un’era di instabilità) , Institute for Agriculture and Trade Policy, Minneapolis, ottobre 2009.
[3] Anon., Un altro raccolto fallimentare nell’Unione Sovietica, Time, 28 novembre 1977 http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,919164,00.html#ixzz1NMsb5yQY
[4] PBS, L’avvertimento, Public Broadcasting System, 20 ottobre 2009, October 20, 2009, accessibile a http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/warning/view/#morelink.
[5] Lawrence Summers e altri, Over-the-Counter Derivatives Markets and the Commodity Exchange Act: Report of The President’s Working Group on Financial Markets (Le transazioni dei derivati su mercati ristretti e la norma sugli scambi di materie prime: relazione del gruppo di lavoro del Presidente sui mercati finanziari), Washington, D.C., novembre 1999.
[6] Cadwalader, Wickersham & Taft LLP, CFTC Releases Plan for Market Deregulation (la Commodity Futures Trading Commission rende pubblico il piano per la deregolamentazione dei mercati), 1 marzo 2000, accessibile a http://library.findlaw.com/2000/Mar/1/128962.html.
[7] Frederick Kaufman, How Goldman Sachs Created the Food Crisis (Come la Goldman Sachs ha creato la crisi alimentare), Foreign Policy, 27 aprile 2011, accessibile a http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/04/27/how_goldman_sachs_created_the_food_crisis.
[8] Amine Bouchentouf e altri, Investing in Commodities via the Futures Markets (Investire in materie prime attraverso il mercato dei futures), accessibile a
[9] Ibid.
[10] Olivier de Scheutter, Food Commodities Speculation and Food Price Crises (Speculazione su materie prime alimentari e crisi dei prezzi degli alimenti), Briefing Note 02, settembre 2010, accessibile a http://www.srfood.org/images/stories/pdf/otherdocuments/20102309_briefing_note_02_en_ok.pdf
[11] Ibid.
[12] Frederick Kaufman, The Food Bubble: How Wall Street starved millions and got away with it (Come Wall Street ha affamato milioni di persone e l’ha fatta franca), luglio 2010, Harper’s Magazine, pp. 32, 24.
[13] Frederick Kaufman, How Goldman Sachs Created the Food Crisis (Come la Goldman Sachs ha creato la crisi alimentare, Foreign Policy, 27 aprile 2011, accessibile a http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/04/27/how_goldman_sachs_created_the_food_crisis
[14] Neena Rai ed altri, High Food Prices Pose Threat to Poor Nations (Gli alti prezzi del cibo costituiscono una minaccia per le nazioni povere), The Wall Street Journal, 8 giugno 2011.
[15] Global Labour Institute, Food Crisis—Financializing Food: Deregulation, Commodity Markets and the Rising Cost of Food (La crisi alimentare – la finanziarizzazione del cibo: deregolamentazione, mercato delle materie prime e costo degli alimenti in aumento) Ginevra, 7 giugno 2008, accessibile a http://www.globallabour.info/en/2008/07/financializing_food_deregulati.html
[16] Ibid.
[17] Vedi F. William Engdahl, Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation (I semi della distruzione: l’agenda segreta della manipolazione genetica), 2007, Montreal, www.GlobalResearch.ca, pp.123-151, per un’analisi più circostanziata sull’impostura della Rivoluzione Verde e del suo “frumento meraviglioso”, così definito da Norman Borlaug, lui stesso prodotto dell’organizzazione di ricerca Rockefeller. [Norman Borlaug, statunitense, è stato agronomo ed ambientalista, vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1970, considerato il padre della Rivoluzione Verde.]
[18] Ibid.
[19] Ibid.
[20] Current Biography (Biografia più recente), 1967, Wassily Leontief; e Ray Goldberg.
[21] Ray Goldberg, The Evolution of Agribusiness (Lo sviluppo dell’agribusiness), Harvard Business School Executive Education Faculty Interviews:
W. Leontief, Studies in the Structure of the American Economy (Studi sulla struttura dell’economia Americana), 1953. International Science Press Inc., White Plains, New York.
Nella sua relazione annuale del 1956, la Fondazione Ford metteva in evidenza il contributo al “Progetto di ricerca economica ad Harvard”. Oltre a tutti gli altri programmi, veniva assegnato un contributo di 240.000 $ per appoggiare le attività del “Progetto di ricerca economica ad Harvard” per un periodo di sei anni. Questo centro, sotto la direzione del professor Wassily Leontief, era impegnato in una serie di studi quantitativi sulla struttura dell’economia usamericana, puntando l’attenzione soprattutto sulle relazioni inter-industriali e le interconnessioni fra industria e altri settori dell’economia. Veniva assegnato un identico contributo dalla Fondazione Rockefeller.
Vedere anche Ray Goldberg, The Genetic Revolution: Transforming our Industry, Its Institutions, and Its Functions, an address to The International Food and Agribusiness Management Association (IAMA) (La rivoluzione genetica: trasformare il nostro sistema industriale,le sue istituzioni e le sue funzioni, una comunicazione all’Associazione internazionale per la gestione dei prodotti alimentari e dell’agribusinness (IAMA). Chicago, 26 giugno 2000. Goldberg ha fondato e diretto lo IAMA e altri centri decisionali con riferimento ai consigli di amministrazione die gigantic dell’agribusiness Archer Daniels Midland, Smithfield Foods e Dupont Pioneer Hi-Bred. Egli ha messo in pratica ciò che è andato predicando.
[22] F. William Engdahl, op. cit.
[23] Carl Mortished, We’re on a green road to hell (Noi ci siamo incamminati su un sentiero verde verso l’inferno), The London Times, 10 aprile 2010.
[24] F.O. Lichts, Industry Statistics: 2010 World Fuel Ethanol Production (Statistiche industriali: la produzione mondiale di etanolo per carburanti nel 2010), Renewable Fuels Association, accessibile a http://www.ethanolrfa.org/pages/statistics#E.
[25] IEEP Study, The Role of Bioenergy in the National Renewable Energy Action Plans: A First Identification of Issues and Uncertainties (Il ruolo della bioenergia nei piani di azione nazionali per le energie rinnovabili: una prima identificazione delle problematiche e delle incertezze), 31 gennaio 2011, accessibile a http://www.ieep.eu/topics/climate-change-and-energy/energy/bioenergy/.
[26] IEEP Press Release, New Report Concludes that Indirect Impacts of EU Biofuel Policy will Create Major Environmental Pressure (Un recente rapporto conclude che le conseguenze indirette della politica sui bio-carburanti dell’Unione Europea produrranno una situazione di maggior sofferenza ambientale), 8 novembre 2010.
[27] P. Gosselin, German Ethanol Requirement Turns Into A Debacle (La richiesta di etanolo da parte della Germania porta al disastro), 4 marzo 2011, accessibile a notrickszone.com/2011/03/04/German-Ethanol-Requirement-Turns-Into-A-Debacle.
[28] Gijs B. Graafland, Effects of low sunspot levels on evaporation…(Effetti della bassa attività delle macchie solari sull’evaporazione…), 9 maggio 2011, e-mail privata all’autore.
[29] Jerome R. Corsi, New Ice Age to begin in 2014--Russian scientist to alarmists: 'Sun heats Earth!' (Inizio di una nuova era glaciale dal 2014 --- Uno scienziato russo agli allarmisti: “Il sole riscalda la terra!”) , 17 maggio 2010, WorldNetDaily.
[30] Solar Science Staff Writers, Major Drop In Solar Activity Predicted (Prevista una rilevante diminuzione dell’attività solare), 15giugno 2011, Boulder Colorado, accessibile a http://www.spacedaily.com/reports/Major_Drop_In_Solar_Activity_Predicted_999.html

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