giovedì 17 gennaio 2013


Sighìde, liberos…

bosco
Non se ne sono neanche accorti. In Sardegna sta nascendo nel conflitto il nuovo partito sardo della sinistra, eppure nessun segnale di attenzione arriva dal Continente. In Italia il momento è caotico, lo scontento è messo nel conto e ovunque diffuso, chi dovrebbe non distingue ciò che è momentaneo da ciò che potrà risultare durevole. La scadenza, poi, aiuta: presentate le liste, ciascuno se ne dovrà fare una ragione.
Eppure nel PD di Sardegna qualcosa sta succedendo. C’è emozione ed entusiasmo: la causa è giusta: “basta con le imposizioni da fuori!”, le liste le facciamo noi, il popolo delle nostre primarie chiede e ha diritto di essere rispettato. C’è l’unanimità del gruppo dirigente: l’avversario è finalmente tutto al di là dal mare, qui ci sono solo amici, anche chi verrebbe favorito nelle liste mette a disposizione il proprio posto, valori più alti chiamano, la dignità dei Sardi (finalmente in maiuscolo…) prevale su tutto.
Ma perché delle regole approvate e non contestate a dicembre non dovrebbero andare bene a gennaio? Perché un politico sardo viene presentato, mettiamo, in Liguria e, invece, un socialista milanese non potrebbe venire votato per lo stesso partito in Sardegna? Perché non riconoscere l’interesse dell’organizzazione a garantirsi attraverso esperti sicuri la continuità di una linea e di un lavoro in Parlamento? Una minima quota almeno? Niente: tutti devono essere sardi ed eletti nelle primarie sarde.
Sardo … Sardo … Sardo. E’ il termine cruciale. Quei pochi senatori e deputati, diventati pochissimi una volta suddivisi tra le vari parti del Parlamento, poco potranno contare. Fossero pure bravissimi - probabilmente saranno comunque tra i migliori, tra i meglio intenzionati almeno - il loro numero li penalizza. Pochi sono. E i loro problemi vengono da un’isola lontana. Avranno pure ragione, ma i tempi sono duri per tutti. Dovranno accontentarsi. Per non cadere in frustrazione potranno mostrarsi tra i più preparati, tra i più interessati al bene complessivo della nazione (italiana, naturalmente), tra coloro che non sono così provinciali da fare gli interessi del proprio popolo (sardo, in questo caso) a dispetto di tutto e, se fosse il caso, contro tutti.
Eppure qualcosa si è mosso, non solo nella pancia (che vorrebbe a disposizione anche quegli altri quattro seggi), ma anche nella testa e, soprattutto, nel cuore, della parte sinistra della classe dirigente sarda. I più obbedienti e fedeli militanti della piccola borghesia sarda non accettano più di inserirsi, deboli e per forza subalterni, nel seno della classe dirigente italiana per coprirne ruoli spesso alti, ma senza effettive conseguenze per il benessere del proprio popolo. Non accettano più la loro perenne servitù, fonte ed origine delle altre: la servitù istituzionale, quella che inizia con l’ininfluenza nei partiti e si prolunga nelle altre (la militare, la carceraria, la culturale, la territoriale, l’industriale … ).
Migliori in Italia, ma senza positive conseguenze per la Sardegna! Non vale solo per i parlamentari, ma per tutti gli altri, persino per i vescovi e per i religiosi. Quand’è che risulterà normale, ad esempio, che l’arcivescovo di Cagliari sia un sardo? Sotto i nostri occhi passa ogni giorno la visione di una Sardegna in cui dipendenza e colonialismo crescono e si diffondono, di settore in settore, di territorio in territorio, da situazione a situazione. Continuiamo a perdere le nostre risorse pregiudicando sempre più il nostro futuro. Le più intelligenti e forti lotte dei nostri lavoratori, dipendenti ed autonomi, le si lascia sprecare nella deriva dell’assistenzialismo (sempre più solo regionale) e della disperazione.
Ma il cuore del problema non è a Roma, è qui, da noi. Siamo noi. E’ apprezzabile colui che, potendo assicurarsi il comodo scranno del senato, accetta di giuocare gli anni futuri impegnandosi nella quotidianità del proprio popolo. Rara avis. Se non ce la facciamo noi, nessuno può farlo al nostro posto. Possiamo rivendicare i nostri diritti nel momento in cui ci assumiamo al completo le nostre responsabilità. Autonomia e indipendenza sono innanzitutto fatica e impegno. Non soltanto aspirazione e sogno. 
Ora che, per non si sa quale inesplicabile impulso della storia, le emozioni sardiste toccano nella loro carne le donne e gli uomini del maggiore partito della Sinistra, non possiamo che seguirli con stima e incoraggiamento. Da fratelli sardi.
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