mercoledì 9 gennaio 2013


Est berus ca est passau meda tempus de s'aregodu, ma est de imporu mannu ndi chistionai et arrexonai de is patriotas de Palabanda

Sa Defenza


La rivolta contro il Re in una Sardegna oppressa dalla fame

Nel 1812 un gruppo di borghesi cagliaritani già protagonisti della “Sarda Rivoluzione” cercano di cacciare i piemontesi
di Luciano Marroculanuovasardegna
Palabanda è una valletta che si allunga sotto il fianco occidentale di Castello, laddove Stampace, prima di aprirsi verso la campagna, si attarda in un succedersi di orti e frutteti, punteggiati da capanni per attrezzi, alcuni dei quali negli ultimi tempi -siamo nel 1812- hanno l'aria di moderne case di villeggiatura. Ad arricchire lo spirito del luogo le rovine dell'Anfteatro, testimone di un'antica grandezza. Ci sono poi, in abbondanza, pozzi e cisterne ciò che consentirà più tardi la nascita proprio a Palabanda dell'Orto botanico cagliaritano.
Nonostante i suoi orti, le sue verzure e quel suo essere quasi campagna, Palabanda è parte integrante di Stampace, il quartiere che sorge ai piedi di Castello, dalla parte del bastione di Santa Croce. Da Castello, scendere a Stampace è questione di un attimo. Eppure passata la Porta Reale, che mette in comunicazione i due quartieri, si ha l'impressione di entrare in un mondo a parte. Stampace è nata nel XII secolo, al momento della prima fortificazione di Castello, raccogliendo artigiani e capimastri pisani. Poi è stato popolato da sardi. Gli stampacini del primo Ottocento, così come i loro antenati, hanno fama di spiriti liberi. Da Stampace è partito il 28 aprile 1794 lo "scommiato" dei piemontesi, la loro cacciata in altre parole.
Abbiamo capito che Palabanda è un luogo magico: non più città non ancora campagna, rovine, case di vacanza, il tutto a un tiro di schioppo dal centro di Cagliari. Viene in mente Gesù che, volendo meditare nel deserto, trova il deserto della Giudea appena fuori da Gerusalemme. Palabanda, mettiamola così, è un posto per meditare, e i "congiurati" hanno questo vizio: gli piace meditare in gruppo. Lo fanno nella casa di Salvatore Caddeddu. "All'ombra di due cipressi -scriverà più tardi il canonco Spano- seduti tutti, solevano biasimare gli atti del Governo e quindi meditavano di farlo crollare." Forse, la "congiura" è soprattutto questo, ragionare in gruppo su come far crollare il Governo.
Il capo è Salvatore Cadeddu, un avvocato sessantenne, che nella 'Sarda Rivoluzione' del 1793-96 ha avuto un ruolo di primo piano. Per capire cosa sa essere la nascente borghesia cagliaritana, di cui Cadeddu fa parte, si può partire dalla sua famiglia. Luigi e Gaetano, i figli più grandi, sono rispettivamente delegato di giustizia e avvocato: parteciperanno alla congiura. Il fratello di Salvatore Cadeddu, Giovanni, è il tesoriere dell'Università di Cagliari. Partita la repressione, sarà tra gli arrestati. Rimarrà fuori dalla congiura il terzo dei figli di Salvatore, Efisio, al quale i precedenti familiari non impediranno di diventare presidente del Tribunale di Cagliari. Ci sono poi preti e artigani. Tra questi ultimi, Raimondo Sorgia e Giovanni Putzolu. Arrestati, verranno anche loro impiccati. Il pescatore Ignazio Fanni, subirà una condanna a morte in contumacia. Il panettiere Giacomo Floris morirà in carcere.
Quella che autorità politiche e magistrati chiameranno "congiura di Palabanda" altro non è che un progetto di ripetere, a diciotto anni di distanza, lo "scommiato" dei piemontesi. Allora gli stampacini poggiarono lunghe scale sulle mura del Balice ed entrarono a Castello, arrivando sino al palazzo del viceré. Questa volta i cospiratori contano sulla complicità di chi nella notte tra il 30 e il 31 ottobre aprirà loro la porta di Sant'Agostino, che conduce a Marina, da dove poi saliranno a Castello. Tra i loro obiettivi, sembra esserci quello di arrestare Giacomo Pes di Villamarina, che si è segnalato per la burocratica ferocia con cui, prima da comandante della Piazza di Sassari poi da Generale delle Armi del Regno, ha represso ogni forma, anche puramente teorica, di opposizione. Insomma il progetto prevede un'insurrezione in piena regola, accesa da una agguerrita avanguardia.
Quali che siano le intenzioni e i piani dei congiurati, le cose vanno storte, come in un modo o nell'altro capita quasi sempre alle rivoluzioni. E' la sera del 30 di ottobre 1812 e un'ottantina di persone si ritrovano tra Marina e Stampace, nel terreno di uno dei cospiratori, Giacomo Floris. E' lui stesso a lasciare il gruppo per raggiungere i compagni che, nel frattempo, dovrebbero essersi radunati a Marina. Per strada viene fermato da un gruppo di soldati che gli chiedono cosa faccia a quell'ora per strada. Lui farfuglia qualcosa e viene lasciato andare, ma si è fatto l'idea che le autorità sanno tutto. Torna indietro e "contrordine compagni", la rivoluzione è sospesa.
La repressione impiega qualche giorno a mettersi in moto. I primi arresti sono quelli di Giovanni Putzolu, Giacomo Floris, Raimondo Sorgia, che già conosciamo. Giovanni Cadeddu, fratello del capo della rivolta, e il figlio di quest'ultimo Luigi vengono arrestati in dicembre. Quanto a Salvatore Cadeddu, tentenna ma poi decide di rifugiarsi in una sua proprietà lungo la costa sulcitana. Quando Villamarina lo scova e lo fa venire a prendere sono passati sette mesi dal fallito colpo di mano e la macchina della repressione è già in moto. E' la Reale Udienza a istruire il processo. Otto le condanne a morte, di cui tre eseguite e cinque in contumacia. Due le condanne all'ergastolo. Salvatore Cadeddu è impiccato il 2 di settembre 1813, il suo verrà bruciato e le sue ceneri verranno sparse al vento.

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