sabato 23 febbraio 2013


La guerra è una macchina del debito – Lettera ai compagni di Occupy


di MICHAEL HARDTuninomade

Per organizzarci contro la società del debito oggi dobbiamo trovare il modo per sfidare la macchina della guerra. Naturalmente, la connessione tra guerra e debito è ovvia. I costi finanziari delle guerre americane in Iraq e in Afghanistan – oltre ai costi in termini di vite e membra mutilate, e ai disastri sociali e politici creati – è enorme, la stima è tra i mille e i seimila miliardi di dollari. A ciò bisogna aggiungere le continue spese per gli impianti militari e per le operazioni di sicurezza in giro per gli Stati Uniti e per il mondo. Tutti questi soldi gonfiano il debito nazionale.

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Potreste obiettare che non siamo particolarmente interessati al debito nazionale, quanto invece del debito personale e sociale. Beh, il debito di guerra si traduce direttamente in debito personale e sociale. Più il governo spende nei progetti militari e per la sicurezza, meno investe in formazione, casa e salute, così sempre più persone devono indebitarsi per soddisfare i propri bisogni vitali. Il debito di guerra, come molte altre forme del debito pubblico, funziona come un grande imbuto che inghiotte i soldi delle persone per indirizzarli nelle tasche di pochi.

La mobilitazione contro la guerra aiuterebbe anche a estendere la visione e l’azione sul debito a livello globale. Una grande virtù dell’attivismo contro il debito è il suo radicamento nelle realtà locali dove le persone vivono, ma non può essere efficace se rimane ancorato esclusivamente a questa piccola scala. Infatti, l’organizzazione contro il debito può potenzialmente creare una piattaforma espansiva in grado di collegare un ampio insieme di lotte – dalla formazione al lavoro precario, dalla casa e le cure mediche alle gerarchie razziali. Anche una simile rete, però, rischia di essere limitata alla scena nazionale. Aggiungere la guerra e il regime di sicurezza a questo quadro di lotte garantisce alle nostre azioni e analisi di collocarsi in un contesto transnazionale e globale.
E non fatevi trarre in inganno dall’idea per cui la guerra sarebbe una cosa del passato oppure la macchina bellica americana è in declino. Gli Stati Uniti sono impegnati in una “lunga guerra”, una sorta di progetto militare permanente in cui Osama Bin Laden, Al Qaeda, i talebani o Saddam Hussein servono solo temporaneamente come primi bersagli, ma vengono presto rimpiazzati da nemici maggiormente indefiniti e obiettivi più grandi. Talvolta questa guerra assume la forma di un combattimento aperto, ma spesso è condotta da droni, campagne di bombardamento, forze di pace, sorveglianza interna e internazionale, e da una miriade di altri mezzi.
La macchina da guerra americana è guidata da tre logiche fondamentali, costantemente presenti e mescolate in differenti proporzioni. La prima è la vecchia logica imperialista, più strettamente identificati con i neocon, fondata sul sogno che gli Stati Uniti, attraverso il loro potere economico, politico e militare, possano non solo sconfiggere i nemici ma anche creare un nuovo ordine politico e sociale, rimodellando le nazioni, le aree regionali e dunque l’ambiente globale.
La seconda logica, la dottrina di guerra neoliberale, meno chiassosa di quella dei cuginineocon e di rado apertamente dichiarata, definisce l’interesse nazionale innanzitutto in termini di accesso alle risorse e ai mercati, sostanzialmente dei profitti aziendali. Petrolio e minerali non sono semplicemente il bottino dei vincitori, ma il piano strategico e razionale delle azioni militari che comporta sempre calcoli sull’accesso e sulla proprietà.
Infine, parte di questo mix è anche la dottrina della guerra liberale, una logica socialdemocratica fondata sull’intervento umanitario attraverso cui l’esercito americano, spesso insieme a una forza (almeno nominalmente) multilaterale, si fa carico del compito di rovesciare dittatori, prevenire genocidi, sventare attentati terroristici e altre nobili missioni. Simili progetti di guerra imperiali per il bene dell’umanità in molti casi hanno come bersaglio regimi odiosi e gruppi repressivi, ma anche se assumessimo le intenzioni virtuose delle forze militari americane (o della Francia o degli altri poteri dominanti che agiscono separatamente o insieme) manca di capacità effettive, nonostante la superiore potenza di fuoco, per procurare benefici a coloro che sostiene di salvare – ma ci riserviamo questa discussione per un’altra occasione.
Entrambi i Clinton (Bill e Hillary) sono spesso sembrati i principali portavoce della guerra liberale, proprio come Bush e Cheney sono un mix di logiche neocon e neoliberali. In realtà, tuttavia, la guerra liberale attiva sempre logiche neoliberali e neocon, e viceversa. Le differenze sono una questione di proporzioni e di enfasi.
Ma rispondete: non è Obama diverso? Non ha fatto la campagna del 2008 per ritirare le truppe dall’Iraq, per chiudere Guantanamo e mettere fine alle torture (mentre, ovviamente, si impegnava per un’impennata in Afghanistan)? Sono esitante ad azzardare qualsiasi congettura sulle vere convinzioni dei politici – ammesso che davvero ne abbiano – e il curriculum di guerra di Obama da quando è in carica è un miscuglio di cose. Ma anche se Obama volesse rallentare la macchina bellica i suoi poteri sarebbero comunque molto limitati.
Questo è il punto. Se infatti Obama volesse agire contro la guerra e il regime securitario, allora ha bisogno del vostro aiuto. Necessita di essere forzato a farlo.
Ci sono molte ragioni per opporsi alla macchina da guerra americana, con il suo complesso di operazioni militari e di sicurezza, impianti e istituzioni. É una macchina di morte, una macchina razzista, una macchina di miseria e molto altro. É anche una macchina del debito, quindi forse insieme ad altre questioni che oggi il debito pone, il movimento può anche iniziare a erodere le fondamenta di quello che sembra uno stato di guerra permanente.
bombardamenti israeliani a Gaza 
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