sabato 2 marzo 2013

MAELSTROM

Scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia (1960-1980)

di Salvatore Ricciardi
da sx Antonello Tiddia, Salvatore Ricciardi, Salvatore Drago.

Sala Eleonora D'Arborea in via Lanusei a Cagliari sabato 02-03-2013

"In cinque minuti  l'intero mare fu travolto da una furia incontrollabile [...] 
il vasto letto delle acque si fondeva e si divideva in mille torrenti in lotta tra loro, esplodendo all'improvviso in frenetiche convulsioni- gonfiandosi , ribollendo, sibilando- roteando in innumerevoli , giganteschi vortici."
(Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström)

L'autore del libro Salvatore Ricciardi viene introdotto da Antonello Tiddia, dopo una overture di Salvatore Drago, spiega i motivi d'apprezzamento del libro Maelstrom, anche Roberto Loddo impegnato nel comitato a sostegno dei carcerati spiega ed approfondisce le difficoltà di una carcerazione sia nei carceri sovraffollati che in quelli pischiatrici giudiziari, di fatto lager  di confino per i prigionieri politici.

L'autore apre il dibattito incontro su quei anni chiamati di piombo raccontando la su esperienza come è arrivato a maturare la scelta della lotta armata, entrando nelle Brigate Rosse.

Il ventennio '60-'80 racchiude il ciclo più lungo, per continuità e asprezza, della lotta di classe nell'Italia del secolo scorso.


Nelle varie ricorrenze gli anni della rivolta sono raccontati, esaltati o disprezzati da «ex» di questa o quella formazione politica. Non mi piace partecipare ai raduni degli «ex», anche perché non saprei bene in quale raggruppamento di «ex» inserirmi.
In quegli anni tante persone militarono nelle strutture più disparate: nelle formazioni partitiche, nei gruppi extraparlamentari, in comitati sul posto di lavoro, nelle università, nelle scuole, nei quartieri. Si stava ovunque si ritenesse utile stare, con un alto tasso di mobilità da una struttura all’altra. È capitato anche a me. Si cambiava facilmente e velocemente militanza perché sorgevano sempre nuovi comitati e collettivi per le molteplici lotte che sbocciavano, mentre altri si estinguevano per mancanza di idee. A volte i militanti di un collettivo venivano trasferiti nelle patrie galere. Si cambiava anche perché si cresceva, si maturava, si acquisiva coscienza rivoluzionaria. Così pensavamo. Quell’insieme variegato e mobile di collettivi di militanti era il vero volto, corpo e anima del movimento di allora.
Poi c’erano i «gruppi», tra più conosciuti: Lotta continua, Potere operaio, Avanguardia operaia, Movimento lavoratori per il socialismo, il Manifesto… C’era l’Autonomia operaia organizzata di Roma, quella di Milano, quella del Veneto… il Partito comunista marxista-leninista; l’Unione dei comunisti marxisti-leninisti… E c’erano le formazioni armate: Brigate rosse, Nuclei armati proletari, Prima linea, Formazioni comuniste combattenti, Azione rivoluzionaria… C’erano poi gli internazionalisti, i trotskisti, gli anarchici, i situazionisti, i consiliaristi, i comontisti e tanti ancora a cui chiedo scusa per non averli nominati.
Chi ha militato in una di quelle formazioni si definisce «ex», ma non è andata così. Quelle compagne e quei compagni militarono anche in qualcuno di quei numerosissimi collettivi e comitati, vera ossatura del movimento rivoluzionario. La trasversalità, la frequentazione mobile di molti aggregati politici tutti interni al movimento fu assai importante per la formazione militante di tutti. Per quanto mi riguarda dovrei citarmi con una sfilza di «ex».
No Ocm
Gli «Ocm» sono gli «Obiettivi per la conoscenza mistificata». «Obiettivi» perseguiti dai mezzi di informazione e dalla cultura di questo regime con irriducibile determinazione. Questi «Ocm» hanno prodotto tutto il falso che circola sugli avvenimenti di quegli anni. Una montagna di falsificazioni e manipolazioni talmente esagerate e grezze che ci si stupisce come la gente le abbia potute prendere per buone. Preferisco chiamare «Ocm» e non «revisionismo storico» queste falsificazioni. Il «revisionismo» tenta di riscrivere, stravolgendola, una storia già scritta, come sta avvenendo per la Resistenza: si cerca di far passare i repubblichini fascisti, autori di atroci crimini al servizio dell’invasore nazista, come dei «ragazzi di Salò» motivati da un ideale. Sugli anni Settanta, invece, la contraffazione è stata operata fin dall’inizio. Da qualche anno alcuni ricercatori sono riusciti a produrre qualcosa di valido, ma non sono riusciti – non per loro colpa – a influenzare la gran parte delle giovani generazioni.
I luoghi comuni
La falsificazione si avvale della diffusa mania di definire. Lo «spontaneismo gioioso» avrebbe caratterizzato il ’68 e, per alcuni, parte del ’69, per poi essere travolto dalla truce realtà organizzativista degli «anni di piombo». Questa sciocchezza ne contiene altre due. Nella prima si vede il ’68 spuntare dal nulla, realizzato da chi non si era mai interessato di politica. Non è vero. La militanza più attiva proveniva da diverse precedenti esperienze vissute nel corso degli anni Sessanta. Dice infatti Romano Madera: «…io non sono d’accordo con quelli che sostengono che prima c’era la spontaneità e dopo vengono fuori i gruppi, secondo me questo da un punto di vista storico è una balla». Nella seconda si fa discendere qualsiasi raggruppamento politico di quegli anni dal movimento operaio storico, come se si trattasse di una sua filiazione. E allora giù a definire: «stalinisti», «trotskisti», «anarco-sindacalisti» ecc., ignorando completamente le grandi novità apparse in quei movimenti.
Si fossero fermati qui. Macché! Il vizio del definire li ha spinti ad assegnare ad alcuni movimenti lo status di «creativi», ad altri quello di «duri e tozzi»; al alcune aree militanti la patente di «genuinità» e ad altre quella di «prevaricatrici e violente», oltre che minoritarie e indaffarate a impedire che la vera anima del movimento si potesse esprimere.
Arriviamo alle formazioni armate. Tra gli adepti del raggiro qui c’è condivisione sulla tesi che esse siano state prodotte e infiltrate da agenti di tutti i servizi segreti, i quali, per una sorta di par condicio, guidarono l’attività di quelle formazioni ripartendosi poi l’utilizzo delle azioni con un complesso meccanismo di spartizione dei vantaggi difficile da comprendere. I seguaci dell’inganno affermano che quei militanti non provenivano dal movimento, ma erano piovuti chissà da dove, ed eseguivano ordini chissà di chi.
Intellettuali colti?
Si rimane di stucco a leggere le analisi di alcuni persone colte e informate che affermano: «Quelli della lotta armata sono stalinisti, vengono tutti dalle fila del Pci»; o ancora: «Sono filosovietici»; e comunque per tutti vi è l’accusa di far parte della «vecchia impostazione». Ma come è possibile ritenere appartenente al «filone classico», o alla «vecchia impostazione», chi ha voluto impiantare una guerriglia in uno dei paesi industrialmente più avanzati e retto da un regime formalmente democratico? Esperienze simili non vi sono mai state nella storia del movimento operaio «classico». Infatti, la maggior parte di critiche alle formazioni armate e all’autonomia sono venute proprio da chi si riteneva interprete dell’«ortodossia» marxista-leninista.
È vero che noi, militanti di quei movimenti, leggevamo molto e citavamo spesso gli scritti di Lenin, di Mao, del Che, della Luxemburg – di Marx meno, ma anche quelli. Ma lo facevamo per darci coraggio, poiché stavamo osando qualcosa di nuovo e cercavamo tra i loro scritti, con quel po’ di sfrontatezza che aiuta a fare le cose nuove e sovversive, alcune conferme per le nostre innovazioni. E, infatti, le formazioni armate, così come i raggruppamenti dell’autonomia e i numerosi collettivi e comitati di lotta, pur con tutte le differenze esistenti tra le une e gli altri, oltre che al loro interno, più che dall’ortodossia era attratti dall’innovazione e dalla sperimentazione.
Stalinisti chi?
Ma chi erano, dunque, i militanti della lotta armata? Gli stessi che stavano nei movimenti che hanno attraversato in quegli anni il paese partecipando alle lotte antimperialiste, in solidarietà con il Vietnam, la Palestina, il Congo, l’Algeria, l’Angola, contro l’apartheid in Sud Africa; gli entusiasti del «Che» e della «rivoluzione culturale cinese». Si erano fatti le ossa nelle lotte sui posti di lavoro, nei quartieri, nelle occupazioni di case per un diverso abitare, contro il caro vita e per gli spazi di libertà, contro la famiglia, la chiesa, la galera, il manicomio, lo Stato.
La colonna romana delle Brigate rosse, nei suoi momenti di massima espansione, tra il ’78 e l’80, vedeva la gran parte dei suoi militanti di giovanissima età provenire dalle lotte dei quartieri e contro il lavoro nero, contro la disoccupazione e la precarietà. In misura minore proveniva invece dai lavoratori dei servizi (ferrovieri, ospedalieri, telefonici, trasporto urbano ecc.). Ma, comunque, tutti costoro provenivano dal movimento.
Secondo Isabelle Sommier e Donatella Della Porta il 38% dei militanti delle formazioni armate italiane precedentemente militava in organizzazioni di estrema sinistra (Potere operaio e Lotta continua), l’84% nell’area dell’autonomia. Nessuno si illuda però di poter utilizzare questi dati per confermare i vaneggiamenti e le falsificazioni che trentadue anni fa portarono all’inchiesta cosiddetta «7 aprile» promossa dall’allora Procuratore di Padova Pietro Calogero. Al contrario, essi sottolineano la grossolana manipolazione di quell’inchiesta che voleva attribuire una direzione unica a tutte le attività armate e sovversive, un cervello diabolico che tutto dirigeva e tutto complottava ai danni del Partito comunista. Il «teorema Calogero» fu un insulto al diritto e al buon senso. Calogero si era ispirato alla logica dell’Inquisizione, la sua inchiesta finì per essere sbugiardata e sbeffeggiata. Non meriterebbe di essere menzionata se non fosse che nell’autunno 2010 Calogero ha dato alle stampe un libro nel quale ribadisce: «Voglio confermarlo, sull’Autonomia operaia avevo ragione io; Autonomia e Br, pur distinte, erano collegate in un vero e proprio partito armato, dotato di una struttura di collegamento ad hoc». Il volume dell’inquisitore Calogero è un tentativo sciatto e confusionario di ricostruire quegli anni per far quadrare il suo e altri «teoremi».
Ma, mettendo da parte le cialtronerie inquisitorie, è bene ribadire che il movimento di cui ho fatto parte e di cui qui si parla era un fiume in piena abbastanza unitario, anche se vi nuotavano tantissimi pesci con colori, idee e pratiche diverse e spesso litigiose. Il percorso di quel fiume puntava al cambiamento radicale dell’esistente, all’abolizione del sistema capitalistico e del suo Stato, alla costruzione di un’altra società tutta da inventare, ma fondata sulla democrazia diretta del proletariato. Chiamavamo quel percorso «comunismo». Una prospettiva sufficiente per continuare a nuotare tutti nello stesso fiume e nella stessa direzione. Anche le formazioni armate non erano altro che aree di quel medesimo fiume. Non c’è mai stata, né poteva esserci, alcuna «struttura centrale» né «cervello unico». Eravamo tanti cervelli pensanti, per questo abbiamo prodotto tante cose belle e sovversive.




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