giovedì 18 aprile 2013


I paesi emergenti creeranno la loro Banca per lo Sviluppo e la propria agenzia di rating per fermare la dittatura del FMI e della Banca Mondiale
I BRICS rompono le loro catene
Pepe Escobar 
Tradotto da  Diana Garrido

I report sulla morte prematura dei BRICS (Brasile, Russia, India e Sudafrica) sono stati grandemente esagerati, i media delle corporazioni occidentali rendono dichiarazioni assurde come questa, perpetrata, in questo caso, dal capo di Morgan Stanley Investment Management.
La realtà è diversa, il vertice BRICS, che ha avuto luogo a Durban (Sudafrica) martedì scorso (26 marzo, ndr), aveva tra gli obiettivi quello della creazione della propria agenzia di rating del credito, anche quello di emarginare la dittatura (o per lo meno le “agende interessate”, nel linguaggio diplomatico di Nuova Delhi) come quella di Moody’s insieme a Standard & Poor’s. Inoltre, concretizzare il progetto della creazione della Banca per lo Sviluppo BRICS, la quale conterà su un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari. Rimangono solo da ultimare i dettagli strutturali, lo scopo principale della suddetta banca è di sostenere progetti di infrastruttura e sviluppo sostenibile.





L’aspetto più importante consiste nel fatto che tanto gli USA che l’Europa sono fuori dalla Banca del Sud, che è considerata un’alternativa concreta alla Banca Mondiale gestita dall’Occidente e dal sistema di Bretton Woods, specialmente l’India ed il Brasile sono particolarmente interessati a sostenere questo progetto.

Come ha affermato Jaswant Singh, ex ministro delle finanze Indiano, una tale banca per lo sviluppo, per esempio potrebbe incanalare il know-how di Pechino con il fine di aiutare a finanziare le necessità generate dall’infrastruttura indiana.

Le enormi differenze politiche ed economiche tra i BRICS sono evidenti, però man mano che crescono come gruppo, la questione principale non è se dovrebbero salvare l’economia globale della continua crisi del capitalismo da casinò.

La questione principale è che, oltre alle misure per facilitare il commercio reciproco, i loro interventi diventano ogni volta più politici, visto che i BRICS non solo estendono il loro potere economico ma adottano misure concrete che portano verso un mondo multipolare. Il Brasile è particolarmente entusiasta al riguardo.

Inevitabilmente, i soliti fanatici atlantisti del consenso di Washington, non riescono – in maniera miope – a vedere altro che “i BRICS chiedono riconoscimento da parte delle potenze occidentali”.

Ovviamente i problemi ci sono. La crescita economica del Brasile, della Cina e dell’India ha subito un rallentamento. Mentre la Cina, per esempio, era diventata il principale socio commerciale del Brasile (ancora prima degli USA) i settori più importanti dell’industria brasiliana hanno sofferto per la concorrenza dell’economica manodopera cinese.

Alcune prospettive a lungo termine sono inevitabili. I BRICS avranno più incidenza di fronte al Fondo Monetario Internazionale. E uno degli aspetti fondamentali è che per gli scambi commerciali useranno le loro proprie monete, includendo uno yuan globalmente convertibile, allontanandosi dal dollaro USA e dal petrodollaro.


La frenata cinese
Jim O’Neil, di Goldman Sachs, è colui che ha dato nel 2001 il nome di BRIC a questo gruppo (all’epoca non ne faceva parte il Sudafrica) e risulta interessante sapere qual è la sua opinione al riguardo.

O’Neil segnala che anche se la Cina è cresciuta economicamente “solo” del 7,7% nel 2012 “ha creato, in 11 settimane e mezza, l’equivalente dell’economia greca”. Il rallentamento della Cina è stato “strutturale e ciclico”, un ciclo pianificato per riuscire a controllare il riscaldamento e l’inflazione.

Lo slancio dei BRICS fa parte di una tendenza globale, la maggior parte è stata decifrata in un recente rapporto del Programma di Sviluppo dell’ONU. Il risultato finale: il Sud globale sta superando ad una velocità vertiginosa il Nord nella gara economica.

Secondo il report “questa è la prima volta negli ultimi 150 anni che il PIL complessivo dei 3 paesi economicamente più forti tra i cosiddetti paesi in via di sviluppo (il Brasile, la Cina e l’India) è approssimativamente uguale al PIL complessivo delle antiche potenze del Nord”.

In conclusione si può sostenere che “la crescita del sud sta cambiando radicalmente il mondo del XXI secolo dove le nazioni del 2° mondo promuovono una crescita, strappando centinaia di milioni di persone dalla povertà e spingendo molte altre persone verso una nuova classe media globale”.

E proprio al centro di questo processo troviamo un’epopea eurasiatica: lo sviluppo dei rapporti strategici fra la Russia e la Cina.


Si tratta sempre del Pipelineistan (1)
Il presidente russo Vladimir Putin non vacilla, vuole condurre i BRICS ad “un meccanismo di cooperazione strategico e complesso che ci permetta di cercare nell’insieme le soluzioni di problemi chiavi della politica globale”.

Questo implicherà una politica estera comune tra i BRICS e non soltanto un coordinamento selettivo su determinati aspetti. Porterà via un po’ di tempo, sarà difficile e Putin lo sa perfettamente.

Ciò che rende gli avvenimenti ancora più affascinanti è che Putin ha approfittato della visita del nuovo presidente cinese Xi Jiping per fare presenti le sue idee, ed ha voluto sottolineare che i rapporti fra la Russia e la Cina sono in questo momento “i migliori della storia” di questi due paesi, da secoli.

Non è certamente una cosa gradita dagli atlantisti egemonici, che sono ancora desiderosi di inquadrare il rapporto in termini di Guerra Fredda.

Xi ha risposto nei seguenti termini: “non siamo venuti a passeggiare” e bisogna aspettare finché la creatività cinese comincerà a dare i risultati.

Inevitabilmente il Pipelineistan è al centro del primordiale rapporto complementare dei BRICS, la necessità del petrolio e del gas russo.

Per la Cina è un argomento di sicurezza nazionale. La Russia vuole vendere e lavora sia sulla quantità che sulla qualità superando le vendite dell’occidente. Inoltre la Russia apprezzerà straordinariamente le inversioni cinesi sul suo Lontano Ovest, l’enorme regione del Trans-Baikal.

In ogni caso il “pericolo giallo” non sta prendendo il sopravvento in Siberia, come piacerebbe all’Occidente. Solo 300.000 cinesi vivono in Russia.

Una conseguenza diretta del vertice Putin-Xi è che d’ora in poi Pechino pagherà in anticipo il petrolio russo - in cambio la Cina chiede di essere coinvolta in una serie di progetti ad esempio nello sfruttamento congiunto da parte di CNPC (cinese, ndr) e Rosneft (russa, ndr) dei giacimenti off shore nel mare di Barents ed altri giacimenti del territorio russo.

Gazprom, da parte sua, ha chiuso un accordo di gas con CNPC: 38.000 milioni di metri cubici annualmente concessi dal gasdotto Espo della Siberia a partire del 2018. E alla fine del 2013 i cinesi firmeranno un contratto con la Gazprom, che riguarderà forniture di gas per i prossimi 30 anni.

Le ramificazioni geopolitiche sono enormi. L’importazione di grandi quantità di gas russo aiuta Pechino a sfuggire gradualmente dal suo dilemma di Malacca e Ormuz – per non parlare dell’industrializzazione delle provincie interne altamente popolate e dipendenti dall’agricoltura, dimenticate nel periodo del boom economico.

In questo modo il gas russo si è adeguato al piano maestro del Partito Comunista cinese: configurare le provincie interne come una base di fornitura per la classe media cinese di 400 milioni sempre più ricca, urbanizzata, con maggiore incidenza sulla costa dell’est.

Putin ha sottolineato che non considera i BRICS “un concorrente geopolitico per l’Occidente”, è stato l’argomento decisivo; la smentita ufficiale conferma che è vero. Durban può consolidare proprio l’inizio di tale concorrenza. Non c’è bisogno di dire che le potenze occidentali – anche se sono impantanate nella recessione e nella bancarotta - non cederanno i loro privilegi senza combattere ferocemente.





Per concessione di Come Don Chisciotte

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.phpname=News&file=article&sid=11711
Fonte: http://www.atimes.com/atimes/World/WOR-01-260313.html
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