giovedì 20 giugno 2013

«Consumatori tutelati da tanti controlli, produciamo più documenti che salsicce» 

 Michele Tatti
unionesarda.it

Prosciutti sardi solo di nome 
Maiali dellaValle del Cedrino - Orosei.
Vietato lavorare nei salumifici la carne di maiale isolana

Ricordate la filastrocca in limba per descrivere le dita di una mano? Custu est su porcu , custu l'at mortu...Dal pollice («il maiale»), fino al mignolo rimasto piccolino perché gli altri hanno mangiato tutto. La chiusa della cantilena, quel a custu mischineddu nudda nudda , può essere dedicata agli imprenditori del settore preoccupati, più che delle presunte frodi, del divieto assoluto di lavorare carni sarde imposto dall'Europa e avallato da Stato e Regione nel novembre 2012. Piaga dolente su cui si posa il sale del sequestro in uno stabilimento di Settimo San Pietro di insaccati falsamente etichettati (e fatti pagare) come cinghiale. Per ribattere all'accusa di frode alimentare, Antonio Vacca, l'imprenditore finito nell'occhio del ciclone, ha giustificato la vicenda con un occasionale scambio di etichette per poi scaricare tutte le colpe proprio sulla peste suina.


ALLEVATORE CONTRO 
«Scuse», ribatte autodefinendosi «il principale produttore di suini da carne della Sardegna», Pierluigi Mamusa deciso nel lanciare una sfida agli industriali agroalimentari: «Abbiate il coraggio di scrivere nelle etichette salume prodotto in Sardegna con carne di provenienza non sarda e per la gran parte congelata . Quanta merce si venderebbe e a che prezzo verrebbe esposta nei banchi della grande distribuzione?». Mamusa riprende una vecchia polemica e ribadisce che nell'Isola «si alleva e si alleverà sempre più carne di quanto gli industriali attualmente consumano: solo io produco molta più materia prima di quella che i principali salumifici lavorano». E la peste suina africana? «Solo una scusa per non comprare carne sarda», rincara la dose prendendosela anche con lo stesso Antonio Vacca: «Sostiene (dichiarazione gonfiata) che esporta solo il 10 per cento della sua produzione e, quindi, non subirebbe danni scegliendo esclusivamente carne sarda e certificandola realmente senza frodare i consumatori».

IRGOLI 
Tirata in ballo in prima persona, Rosaria Murru, amministratrice dell'omonimo salumificio di Irgoli, fuori sede per lavoro, si riserva di approfondire la vicenda e concede solo una replica indiretta a Mamusa: «Purtroppo avevamo una rilevante partita di prosciutti stagionati di carni sarde quando è scattato il divieto. Abbiamo dovuto riaccreditarci per esportare fuori e non possiamo commercializzare quel prodotto. Comunque, i problemi sono ben altri».

DESULO E FONNI
 «Polemica inutile e dannosa per tutti», sostiene a sua volta Daniela Falconi delle Fattorie Gennargentu di Fonni (16 dipendenti, sei milioni di euro di fatturato, il 30 per cento del prodotto esportato), «Mamusa sa bene che fino a sette mesi fa acquistavamo da lui la materia prima, il 40 per cento del nostro fabbisogno, perché non riusciva a garantirci di più. Tutti, allevatori e trasformatori, dobbiamo fare fronte comune e convincere la classe politica che l'Africana è un problema sociale, non sanitario. Noi lavoriamo 250 maiali a settimana e oggi purtroppo dobbiamo importarli, perdendo un indotto economico rilevante». Anche al salumificio Rovajo di Desulo (200 mila chili di carne lavorati ogni anno, 12 posti di lavoro) sarebbero ben felici di acquistare la materia prima in Sardegna. «Purtroppo il divieto è un dato di fatto», conferma Mario Ladu stremato come i suoi colleghi dal rincorrere, con l'Europa che ha perso la pazienza con la Sardegna incapace di eradicare la peste suina, veterinari, Asl, Regione, Ministero: «Ormai produciamo più documenti che salsicce».

NO AL PUGNO DI FERRO Più che inseguire le accuse di Mamusa, preoccupano le ultime vicende, con gli abbattimenti coatti nel paese del Gennargentu. «Le prove di forza possono causare solo danni - dice Ladu - bisogna dialogare e, soprattutto, trovare un modo per anagrafare tutti gli animali, monitorarli e abbattere i capi infetti innescando il processo naturale di sviluppo dei ceppo-resistenti». A Orgosolo - sottolineano al salumificio Rovajo - sono stati individuati suini di 12-13 anni immuni dall'Africana. Mi chiedo - conclude Mario Ladu - perché non si sviluppi questa ricerca. Con tutti i miliardi spesi in 35 anni non è possibile che non si sia investito per individuare un vaccino contro questa peste maledetta».

CONSUMATORI TUTELATI
 E le frodi? «Impossibili con tutti questi controlli - dicono in coro a Desulo, Fonni e Irgoli - e poi sarebbe folle solo rischiare di rovinare un marchio consolidato per guadagnare pochi euro in più». Custu est su porcu , custu la mortu...
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