lunedì 1 luglio 2013

La bomba ecologica della Vinyls è innescata
Stefano Deliperi

In questa nostra povera Sardegna sempre più Sardistàn, l’oscura isola nel bel mezzo del Mediterraneo, può anche accadere che 500 tonnellate di sostanze cancerogene e altamente pericolose per l’ambiente e per la salute pubblica siano formalmente abbandonate alla buona volontà di lavoratori senza stipendio e con la certezza del licenziamento dopo la dichiarazione di fallimento della propria azienda entro pochi giorni. Sembra follìa, è solo realtà e – come sempre – supera la fantasia.

Accade a Porto Torres, negli impianti della Vinyls, Gruppo Sartor, azienda chimica che sarà dichiarata fallita dal Tribunale di Venezia il 27 giugno 2013.
In fabbrica ci sono circa 500 tonnellate di dicloroetano e cloruro di vinile, sostanze altamente infiammabili, tossiche, cancerogene. In base al decreto legislativo n. 334/1999 sul controllo dei pericoli di incendi rilevanti connessi con sostanze “a rischio”, fra i vari obblighi di sicurezza c’è un presidio permanente 24 ore su 24 per prevenire gli incendi e ridurne al minimo i danni in caso di incidenti. Attualmente, però, nessuno se ne cura.

Eppure tutti sono stati avvertiti: il Governo, la Regione, l’Arpas, il Prefetto di Sassari, il Sindaco di Porto Torres, i Vigili del Fuoco.
Tutti sanno e tutti scrivono a tutti. Ma nessuno agisce.
La Vinyls ha già notificato a chiunque che non ha risorse finanziarie per occuparsene.

Fino ai giorni scorsi erano i novanta lavoratori che continuavano a presidiare, senza un soldo da cinque mesi, i serbatoi delle sostanze chimiche. Ora non più. Hanno segnalato il loro “abbandono di posto” Procuratore della Repubblica e al Sindaco di Porto Torres, ennesime tappe di un calvario.
La “loro” Vinyls è una tipica “industria orfana”, ormai ripudiata da tutti, anche se nel 2007 fatturava 247,6 milioni di euro, unica azienda italiana produttrice di pvc, con ben 370 dipendenti nei tre impianti di Porto Marghera, Ravenna e Porto Torres (130 dipendenti nel 2007).

I lavoratori le hanno tentate tutte per difendere la fabbrica, anche la “loro” Isola dei Cassintegrati è divenuta famosa. Ma tutto è stato inutile.
Eppure con 2 milioni di euro nell’arco di 7-8 mesi i lavoratori Vinyls potrebbero almeno effettuare i necessari lavori di messa in sicurezza e disinnescare una vera e propria “bomba ecologica” sulle rive del Golfo dell’Asinara.

Il minimo da fare in un sito di interesse nazionale (S.I.N. Sassari-Porto Torres, legge n. 179/2002) per la grave contaminazione di derivazione industriale.
Il minimo da fare in un‘area industriale dove fra i lavoratori, “sia per gli uomini sia per le donne sono presenti eccessi per il tumore del fegato … e la leucemia mieloide”, mentre nella popolazione residente dei Comuni interessati “sono stati osservati eccessi di mortalità per tutte le cause, le malattie dell’apparato digerente, i tumori maligni e il tumore del fegato”, inoltre “si trovano eccessi significativi per tumore del fegato, tumore polmonare e tumore della prostata”. E dove, dal locale Registro tumori, si riscontrano “sia negli uomini sia nelle donne, aumenti per tutti i tumori maligni e tumore del colon, fegato e polmone” (Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I. – studio epidemiologico, Ministero della salute, aree industriali di Porto Torres, 2012).

Il minimo da fare, insieme alle altre bonifiche ambientali di impianti e aree industriali in disuso, prima anche solo di immaginare di avviare qualsiasi nuovo insediamento produttivo, con emissioni e immissioni connesse, come i nuovi impianti Matrìca della “chimica verde”.

E’ elementare e intuitivo: i pericoli per la sicurezza e la salute pubblica, i carichi inquinanti, in una zona a rischio ambientale e sanitario vanno diminuiti, non aumentati.

Non è necessario esser un super-esperto per capirlo. Basterebbe il banale buon senso, ma anch’esso è alla deriva.

Come la Vinyls.



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