martedì 27 agosto 2013

Cagliari, 23 agosto – Per quanto io sia impegnato nel progetto di una organizzazione politica (s.i.s.-m.a.: sinistra indipendentista sarda – movimento anticapitalista) le considerazioni che seguono sono espresse a titolo assolutamente personale, e sono mosse in particolare dalla sollecitazione avanzata di recente da Anghelu Marras e più in generale dalla confusa situazione in atto. Puntualizzo questo in quanto l’interlocuzione fra organizzazioni è parsa allo stato attuale poco capace di individuare soluzioni ma molto efficace nel complicare i problemi (nel senso di avvitamenti della situazione), mentre le considerazioni a titolo personale hanno in genere il vantaggio di contenere un minore spirito di gravità e nel peggiore dei casi di lasciare il tempo che trovano; puntualizzo anche che sono stato assente per alcune settimane dalla Sardegna e quindi dai tentativi di verifica che vari compagni e gruppi si sono sforzati di avviare; queste sono quindi le impressioni di un presbite, costretto dall’età e dalle circostanze a vedere talvolta le cose da lontano.
Le elezioni sono lo strumento fisiologico di una democrazia sana, così come sono lo strumento patologico di una democrazia malata; nel nostro caso (le prossime elezioni “regionali” in Sardegna) abbiamo a che fare con una democrazia talmente malata che risulta praticamente impossibile chiamarla democrazia; quindi, come altre volte siamo stati costretti a fare, potremmo tranquillamente lasciar perdere la questione e impegnare noi stessi in questioni meno illusorie e chiassose, disertando del tutto la competizione elettorale. Tuttavia, non depimos mai ismentigare su dizzu antigu: a bortas est a peleare in su trottu, ca su erettu andat de sé. Questa è una situazione inedita, nella quale il penare nel torto diventa probabilmente necessario.
Partiamo dalla corretta considerazione del sistema politico di cui queste prossime elezioni sono destinate a rinnovare la geografia: il complesso sistema “italiano” del potere politico corrisponde, dal punto di vista tecnico, non a una semplice democrazia imperfetta, deviata o malata, ma a un vero e proprio regime, e un regime assolutamente speciale: speciale per il duopolio pd-pdl, speciale per la subordinazione alla troika ue-bce-fmi, speciale per la macchina coloniale strutturata in Sardegna. La possibilità di colpire al cuore il duopolio italiano pd-pdl è la chance obbligata per poter mettere mano agli altri due bracci della tenaglia che tiene stretta la Sardegna nella sua morsa: la macchina neoliberista e la macchina coloniale. Se questa possibilità esiste, la situazione è oggi inedita e dunque “peleare in su trottu” diventa necessario: questo è il motivo per cui sono d’accordo con Anghelu Marras.
Che la possibilità di colpire il duopolio pd-pdl esista è empiricamente dimostrato dal risultato antisistema ottenuto dal Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni politiche italiane (evito per ora di esprimere un giudizio politico su questo movimento). Ma è ancor più dimostrato dalle stesse contromisure assunte dal regime pd-pdl nella riforma della legge elettorale “regionale” (uso qui tra virgolette la terminologia istituzionale italiana). E’ stata ulteriormente alzata l’asticella di ingresso nella scenografia del potere politico (che è scenografia, poiché il cuore e il cervello sono nei caveau tecnocratici, militari, massonici ecc.), ma l’innalzamento dell’asticella in senso maggioritario potrebbe ritorcersi contro gli stessi partiti che hanno imposto di posizionarla così in alto.
La parola decisiva in proposito spetterà da un lato allo stato di esasperazione sociale diffusa nel popolo sardo e dall’altro alla capacità di proposta politica dell’area anti-regime, entro la quale l’indipendentismo occupa una posizione parziale ma assolutamente significativa. Un’altra posizione parziale, ma elettoralmente significativa e in parte contigua con quella indipendentista è rappresentata appunto dallo stesso Movimento 5 Stelle: questa contiguità, che è percettiva e sociologica, spugnosa e istintuale, non è una contiguità politica e la possibilità che lo diventi per la via di un pur semplice accordo elettorale apre ovviamente una serie di grandi problemi di compatibilità; anche perché il Movimento 5 Stelle è multiplo e fluido e il movimento indipendentista lo è ancora di più. D’altronde, ciò che abbiamo di fronte sul fronte nemico è una saldatura di regime (pd-pdl) che mostra dove realmente sia il problema principale e quale forza sia necessaria per spezzare quella saldatura.
Passiamo ora all’area indipendentista, per come le dinamiche in atto sono percepibili a livello comune. La mia impressione è che quasi tutti coloro che si riconoscono in tale area si siano convinti che un positivo approdo alla scena elettorale è possibile ed è quindi necessario; e quasi tutti si sono convinti della necessità di un percorso pressoché unitario, salvo che poi molti, troppi, si sono convinti di poter ormeggiare per primi. Bene, io credo che questa persuasione sia sbagliata: è scorretta nei confronti dei propri interlocutori ed è infondata rispetto all’obiettivo; credo che di fatto non sia ancora propriamente ormeggiato nessuno e che piuttosto sia in atto una pasticciata occupazione delle banchine, e anche a questo riguardo condivido la preoccupazione di Anghelu Marras. Comprendo lo sforzo di reimpostazione della partita da parte di A Manca ma condivido nel contempo anche la recente dichiarazione di Sardigna Natzione, che rifiuta il gioco al rilancio delle promogeniture. E tuttavia non resta più tempo nemmeno per gli attendismi e quindi, ragionevolmente, è indispensabile concordare su due cose: no a corse di primogenitura, no a stasi attendiste. Si faccia uno sforzo per venire a capo di questo stallo suicida.
In questo stallo ha preso corpo in queste settimane il ” doppio fatto” più significativo in termini politici, il doppio fatto che ha appunto reso possibile l’occupazione della banchina principale: l’iniziativa di Progres e la candidatura di Michela Murgia. L’iniziativa di Progres è partita a tempo debito, formalmente mossa da una ispirazione unitaria e manifestamente finalizzata alla candidatura di Michela. Doveva essere un unico fatto, ma in realtà esso si è automaticamente sdoppiato. A giudicare dal risultato finora ottenuto non sembra che tra i due propositi (composizione unitaria e proposta di candidatura) vi sia stata la consequenzialità desiderata. Per usare una metafora ciclistica, sembra quasi che chi ha lanciato la volata (Progres) sia stato praticamente sconfessato da chi era destinato a beneficiarne (Murgia).
Tuttavia la candidatura di Michela Murgia è oggi un fatto politico importante in quanto, benché non ancora ormeggiata, tale candidatura ha occupato la banchina elettoralmente decisiva. Michela Murgia appare infatti la figura più popolare, più nuova e più vagamente promettente del mondo indipendentista sardo, e soprattutto di questo (a torto o a ragione) si mostra assolutamente certa lei stessa. Talmente certa da ridurre esplicitamente in secondo piano il proposito preliminare del gruppo dirigente di Progres, di cui essa stessa è espressione, di rendere possibile una efficace presenza unitaria dell’indipendentismo nella prova elettorale. Sempre che questo proposito fosse sincero e non contenesse già alla sua origine la variante particolare che ha poi preso corpo. La stessa formulazione usata per il lancio mediatico (“questa è una casa aperta”) sta a significare che è sancita una separazione di principio la padrona di casa e gli ospiti eventuali, tra viandanti dell’ indipendentismo storico e questa nuova stazione. Onestamente, non si tratta di una cosa simpatica.
Michela sembra valutare il modello elettorale secondo le ormai classiche (e per me nefande) incarnazioni personalistiche della relazione politica: quelle secondo cui, essenzialmente, da una parte ci sono le aspettative sociali (nel corpo elettorale) e dall’altra c’è la promessa politica (nella figura presidenziale). In termini di realismo politico essa non ha affatto torto: i regimi funzionano esattamente così, e nello specifico la valenza elettorale di una espansione carismatica (della quale essa si è mostrata capace oggi più di ogni altro) è enormemente superiore a quella di una addizione ideologica (il cui peso elettorale resta presumibilmente inferiore alle soglie di sbarramento, mentre il peso politico sarebbe invece molto ingombrante per il candidato presidente). Se ha senso evocare la parola “fascismo” (usata da Michela secondo me a sproposito in una sua recente intervista) ha senso proprio in riferimento a questa logica affidataria che essa stessa pare privilegiare, logica che già nella vicenda Soru ha mostrato tutti i suoi rischi di deriva, poi puntualmente trasformatisi in realtà.
La candidatura Murgia si trova dunque ad un punto chiave del processo, come il vecchio Ulisse tra Scilla e Cariddi: da un lato la domanda originaria di una presenza unitaria degli indipendentisti, dall’altro la convenienza elettorale di una espansione carismatica della candidata. Quale possa essere il possibile punto di incontro (se questa possibilità sussiste) va ricercato nelle proposizioni nelle quali Michela si pronuncia come “Noi”. Noi chi? Noi Progres? Noi indipendentisti? Noi espansione carismatica di me stessa? Noi popolo sardo possibile? La mitologia del governatore taumaturgo rischia di ricomparire come una favola già vista, la cui caratteristica specifica è quella di apparire ogni volta come nuova ad un elettorato indotto dalla miseria politica del tempo alla memoria corta. Su tutto questo è necessario che Michela Murgia e che le varie anime dell’indipendentismo si chiariscano con la massima prudenza, avendo coscienza che è in gioco qualcosa di molto serio per i tempi a venire. Le organizzazioni indipendentiste non devono pretendere elezioni a propria immagine, facilitate da una candidata presidente acchiappavoti e accomodante; la candidata presidente non deve pretendere elezioni a propria immagine, facilitate da un oscuramento del mondo indipendentista finora presente sulla scena.
Vengo ora alle condizioni di base auspicabili dal mio punto di vista, premettendo che personalmente stimo molto Michela e nutro per lei un sentimento di amicizia e anche di gratitudine. Non posso quindi permettermi di non essere sincero nell’esposizione del mio attuale punto di vista su questa aggrovigliata situazione. Io ritengo che l’obiettivo di una prova elettorale anti-regime capace di superare la soglia del dieci per cento veda oggi la candidatura Murgia come l’opportunità elettoralmente più forte; troverei problematica l’ eventuale determinazione a costruire un’ ipotesi alternativa, che considererei oggi solo come ipotesi estrema, e quindi riterrei positiva una convergenza ampia nella condizione di una piena reciprocità del riconoscimento politico tra le parti. Non si tratta dell’idea di “una” casa aperta, ma dell’idea di un buon vicinato che si accinge saggiamente e a ragion veduta ad un’impresa comune.
Viceversa, l’idea che si possano calamitare entro il circuito cui sta lavorando Michela fasce composite di elettorato critico (manifestatesi finora nel Movimento 5 Stelle, nella costellazione dei comitati di lotta e in ambiti non strutturati dell’indipendentismo) in un magma civico che trovi nella candidata la sua sintesi di garanzia non mi convince affatto. Credo quindi che il gioco non varrebbe la candela se andasse a risolversi secondo il modello Soru, di cui resta per chi non ha memoria corta una prova autodistruttiva di governo e una prova di vuotezza all’opposizione, laddove i caveau del potere reale (prevalentemente italiano) sono risultati gli unici veri beneficiari di quell’intera stagione politica. Girotondismi e inni al nuovo che avanza hanno dato da circa vent’anni una pessima prova di sé ogniqualvolta hanno finito per sposare le semplificazioni bipolari caratteristiche del regime politico italiano noto come seconda repubblica. Inoltre, poiché da più parti si rincorrono anatemi contro i cosiddetti leader storici (Cumpostu, Sale, Zuncheddu, ecc.), io credo che questi compagni continuino a rappresentare una storia importante e a poterne dare costantemente una lettura intelligente a tutti noi assolutamente necessaria. Non abbiamo tempo di fare il vuoto e inventare in tre mesi una politica indipendentista tutta nuova in tutte le sue ramificazioni più importanti. Questa è oggi la situazione reale, e da questa è necessario partire.
Gian Luigi Deiana
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