venerdì 22 novembre 2013

Parlare in limba come festa della parola, di Bachisio Bandinu.

Bachisio  Bandinu

Sa limba: è possibile porre fine alla lingua dei litiganti? Contatto, confronto, adesione: fondamentali atteggiamenti della politica linguistica. La proposta che la Fondazione Sardinia consegna  al dibattito pubblico. La lingua come rapporto fraterno.


All’occorrenza, a ondate tempestose, si ripresenta la questione de sa limba, sempre nella polemica, nel teatro dei litiganti. In cinquant’anni di dibattito non c’è stato un cammino di elaborazione attraverso studi di filosofia, antropologia, sociologia, psicologia del linguaggio sardo. Gli studi hanno coltivato il campo della glottologica e della filologia, certamente importanti ma poco incisivi sulla questione concreta del sardo nelle scuole, nella famiglia, nella società, nei mass media, nel rapporto anche linguistico tra locale e globale. In verità la società è andata avanti nell’esperienza positiva a livello scolastico, teatrale, filmico, letterario, musicale, artigiano, purtroppo a livello di ricerca intellettuale è rimasto a una sorda contrapposizione di limba sì, limba no. Una sorta di tifoseria calcistica. Al riguardo poco è servita la legge regionale 26/97 che attribuisce pari dignità a lingua e cultura sarda rispetto all’italiano, non ha prodotto molti frutti la legge 492 che riconosce il sardo come lingua di minoranza, non ha neppure convinto la ricerca condotta dall’Università di Sassari e di Cagliari sulla competenza attiva o passiva del sardo nell’isola. Viene il sospetto che le polemiche dei litiganti siano di origine passionale, umorale, motivate da vissuti personali, da processi di rimozione, di resistenza, anche se si ammantano di spiegazioni storiche, sociologiche, ideologiche.
È così sentiamo, nel ritorno ossessivo di 50 anni, le stesse domande: esiste davvero una lingua sarda? quale sardo insegnare? E ancora si ripropongono le solite affermazioni: la lingua sarda appartiene al passato, non può parlare la complessità del mondo contemporaneo, la lingua sarda è destinata a scomparire ed è inutile tenerla in vita con le leggi. Immediatamente scatta la reazione: ciascuna lingua può parlare il proprio tempo se le viene data la libertà concreta di parità con le altre lingue, la lingua sarda non è solo il deposito conosciuto del vocabolario, ha invece capacità infinita di creare nuove espressioni, nuove parole e inedite combinazioni sintattiche. Muoiono metafore vecchie, ma la lingua ha un’infinita capacità di creare metafore nuove e perciò è capace di parlare il proprio tempo. Tra le due posizioni in conflitto non c’è dialettica perché non c’è elaborazione: il tempo della polemica è fermo e si irrigidisce confermando le proprie convinzioni.
A rinforzare il bisticcio arriva la domanda: a che serve la lingua sarda? Domanda retorica che ha già inclusa la risposta: non serve, meglio l’inglese. Insegnare il sardo è tempo perso, rubato alle altre lingue, oltre a comportare spese, risorse finanziarie che sarebbe meglio indirizzare verso il cinese, l’arabo e il russo. Non manca persino l’accusa: c’è chi ci mangia sul piatto della lingua sarda. Le risposte non si fanno attendere: la lingua sarda è lingua dell’identità, senza una propria lingua un popolo non esiste, è parlato dalla lingua degli altri e dunque colonizzato anche nell’atto di parola.
È possibile porre fine alla lingua dei litiganti? Abbandonare la logica del risentimento che anima le fazioni contrapposte? Da una parte il risentimento di chi difende la lingua proprio perché negata, tagliata, esclusa, dall’altro lato il risentimento di chi la combatte perché inattuale, rozza, incapace di dare risposte alla forma del nostro tempo. Si tratta di procedere dalla torre di Babele, (dalla confusione e dalla lotta tra le lingue) verso la Pentecoste: intendersi in ciascuna lingua senza annullare le differenze- Parlare in limba come festa della parola, senza narcisismo e senza vergogna, senza ritardo e senza anticipo, senza primogeniture e senza diseredamenti. La prova più convincente viene da un’esperienza scolastica. In una scuola dell’infanzia risuonano tre parole: casu, formaggio, cheese. Sono voci che danzano con la loro musica e persino con la loro mimica. Annunciano la loro identità e danno persino la sensazione di una diversa corporeità della parola. Nonostante rimandino a uno stesso oggetto, un prodotto del latte, creano associazioni con diverse sfumature di significato. Casu, formaggio, cheese fanno ballo tondo tenendosi per mano: nessun conflitto, nessun risentimento. I bambini procedono nel cammino emotivo e cognitivo di una esperienza trilingue. Quando verrà il cinese e l’arabo la festa sarà a cinque e dunque più ricca. Questa esperienza vale più di tutti dibattiti degli intellettuali.
La festa della parola la viviamo nell’ascolto del canto e della musica in limba, nella ricchezza delle espressioni teatrali, nella produzione filmica, nella poesia estemporanea, nel canto religioso. Ciò che fa festa è il suono, il ritmo e l’intonazione: intervengono variazioni melodiche e ristrutturazione ritmiche. Sotto la parola c’è una voce, il senso è mescolato al suono, così la parola comunica perché mostra il suo corpo pulsionale, la sua materia linguistica, infatti la parola è vitale se è corporea. Il tratto fondamentale di una lingua è dato dal significante più che dal significato: è fondamentale cioè l’immagine acustica della parola che si forma ben prima del significato, in ciò consiste la singolarità della lingua e la differenza da un’altra lingua.
Suono e senso della parola costruiscono il linguaggio, la comunicazione sociale e investono immediatamente l’abitare un territorio, la modalità e le scelte di vita. Domo, casa, house dicono di un particolare modo di abitare un territorio. Parlare anche in sardo la crescita della Sardegna vuol dire acquisire coscienza di soggettività: l’atto di parola è simultaneamente azione, indirizzo, progetto. Parlare anche in sardo lo sviluppo economico, le trasformazioni sociali, le mediazioni culturali. Sa limba è capace di fare le traduzioni che servono per comunicare con il mondo, per parlare in proprio, non per essere parlati. Nel processo di globalizzazione il dominio si esercita anche nell’imposizione dei linguaggi, nella produzione linguistica delle merci, nei codici linguistici della comunicazione tecnologica imponendo così un sistema di significazione che si realizza nell’esperienza relazionale di ogni giorno. Oggi il potere consiste in una produzione di senso come produzione materiale, un macchinario politico, economico, sociale e culturale. La lingua sarda può essere un dispositivo di accettazione e di rifiuto, di filtro, di traduzione e di relazione. Linguaggio parlato da sardi nel tempo attuale, quello vissuto rispetto alle cose da fare e da dire, rispetto all’economia e alle finanze, all’artigianato e al turismo, alle risorse locali e alla loro valorizzazione. Fare politica in lingua sarda.

Riconosciuta l’importanza de sa limba nella politica, nell’economia, nella cultura, è legittimo porre la questione dei modi e dei tempi di una politica linguistica. Su questo tema è importante il contributo degli studiosi ma anche di tutti cittadini perché riguarda proprio un indirizzo politico. La recente polemica ha investito l’Assessorato della Pubblica Istruzione, specificatamente nella figura di Peppe Corongiu, direttore del servizio della “Lingua sarda”.
Gli indirizzi della politica linguistica dell’assessorato sono diretti ad una decisa valorizzazione della Lingua sarda comune, la LSC, attraverso gli uffici linguistici provinciali e comunali, attraverso pubblicazioni e relazioni in congressi ufficiali, attraverso dibattiti e traduzioni. Nata come necessità burocratica per rispondere in un unico codice comunicativo alle diverse istanze espresse nelle molteplici parlate locali, a opera di Renato Soru, la Lingua sarda comune viene promossa a lingua ufficiale delle espressioni pubbliche promosse o sostenute dall’Assessorato. Si tratta dunque di una decisione politica e come tale dovrebbe estendersi anche all’insegnamento scolastico, alla comunicazione radiofonica e televisiva e porsi anche come discriminante in eventuali concorsi pubblici. L’obiettivo è quello di una istituzione della lingua nazionale sarda. Questa scelta è legittima ed è mossa da buoni propositi. Nella storia d’Europa ogni lingua nazionale è stata in qualche modo imposta, proprio per ragioni politiche e per unificare la nazione attraverso un idioma comune, d’altro canto non è pensabile che si arrivi spontaneamente ad una unificazione linguistica per consenso gratuito. Nel caso specifico l’obiettivo della politica linguistica voluta dall’Assessorato è valido e anzi meritevole. Discutibili, nel senso che meritano discussioni approfondite e allargate, sono i modi e i tempi del progetto che si vuole realizzare, infatti laceranti risultano le modalità di attuazione. Di fatto non preoccupa tanto la polemica tra i fautori della “lingua sì, lingua no”, quanto la conflittualità esasperata tra coloro che sono convinti fautori del sardo, sino a porre uno spartiacque discriminante fra Lingua sarda comune e le varietà isolane. Chi non condivide l’uso per così dire istituzionale della LSC si sente discriminato, si sente escluso dalle organizzazioni degli uffici della lingua, che comunque stanno diventando fonte di occupazione, e da altre presenzialità nei convegni e nei dibattiti pubblici, e addirittura larvatamente minacciato di rappresaglia e di futura esclusione. E’ una situazione assolutamente insostenibile, foriera di lacerazioni profonde a danno di una comune battaglia per la valorizzazione del sardo. È necessario dunque una politica linguistica che si fondi sulla mediazione di atteggiamenti differenti, anche perché ne va di mezzo il raggiungimento dell’obiettivo finale che è quello di una lingua nazionale sarda.

Facciamo un esempio significativo. Istituendo l’uso della lingua sarda nelle scuole, è opportuno insegnare la LSC o la variante locale? Secondo un discorso strettamente “ politico” e mirato all’obiettivo di una più sollecita unificazione linguistica, anche a costo di una imposizione, è consigliabile la LSC trattandosi di una occasione unica per impostare dalla base una lingua nazionale. Certo ci saranno opposizioni, risentimenti e conflittualità, ma gradualmente verranno meno ed intanto si ha avviato un processo fondamentale di parlata e di scrittura comune sarda. La mia preoccupazione è che proprio questa scelta possa compromettere i risultati desiderati. La lingua materna struttura l’inconscio dei singoli abitanti e per così dire della comunità, ciò vuol dire che la parlata locale ha un fortissimo carattere identitario che è principalmente fondato sull’immagine acustica della parola. La parlata della comunità ha una propria identità fonetica, una specifica qualità sensoriale. Conferma un riconoscimento e una appartenenza,  sicurezza e protezione. Ogni variazione minima è stigmatizzata. Fillu e fizu misurano una distanza netta a livello del profondo nei rispettivi parlanti, non per motivi superficiali o campanilistici. Un bambino può uscire dal coma se la madre sussurra delle parole o canta una ninnananna nella lingua nativa del bambino, se lo fa in una lingua acquisita, il messaggio è senza efficacia. Se la mamma logudorese, invece di dire fizu meu, dice fillu miu, il bambino non reagisce allo stimolo.
La logica conseguenza di questo discorso affermerebbe l’impossibilità di una lingua nazionale sarda che non fosse imposta dal potere politico. Non è così. La proposta elaborata negli anni ‘90 nei seminari della Fondazione Sardinia mi sembra più che mai valida. La scuola di un singolo paese pone come lingua base la parlata della comunità e in adiacenza propone la lingua unificata spiegando che è una ricchezza e che allarga il campo verso una cittadinanza linguistica sarda che ha la forza di una coesione politica e di una identità nazionale. La lingua standard come coscienza di popolo. Sarà l’insegnante a creare mediazione e alternanza simbiotica tra parlata locale e koinè, risolvendo quel senso di straniamento che il passaggio comporta. Contatto, confronto, adesione. Il meccanismo fondamentale è quello del trasferimento di suono e di emozione della parola paesana in quella standard. È un vero e proprio transfert dell’immagine acustica da un significante ad un altro significante, da una parola ad un’altra parola, peraltro assai simili. Si ha così una confidenza di suoni e una familiarità affettiva attraverso un gioco di scambio e di avvicendamento fino ad una compresenza accettata e condivisa. È un processo di integrazione senza espropriazione. La parlata paesana non viene repressa e neppure sminuita, si pone invece in adiacenza con quella koinè che vuole diventare lingua della nazione sarda.
È una proposta fra le possibili altre da elaborare e da consegnare al dibattito pubblico. Ogni fondamentalismo è negativo e finisce per creare “noi e gli altri, gli amici e i nemici, i sapienti e tonti”: chi in definitiva ne paga i costi è proprio la valorizzazione della lingua sarda, obiettivo che vale ben più delle ragioni personalistiche e di gruppo, del sadismo del masochismo conflittuale.
Bachisio  Bandinu, 19 novembre 2013
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