mercoledì 8 gennaio 2014

Lo studioso Blasco Ferrer interviene nel dibattito sul bilinguismo  LOGUDORESE E CAMPIDANESE DEVONO COABITARE Il sardo, una seconda lingua con una storia straordinaria 

In queste settimane abbiamo assistito a un “ciclone” sulla lingua sarda. Molti gli argomenti giusti, alcune posizioni faziose, caos e grande smarrimento. Mi piacerebbe tentare un discorso pacato e professionale sull’argomento capitale della questione: il sardo, lingua viva ed etnicamente marcata, va insegnato o no? E come?

La prima questione è se dobbiamo considerare oggi la lingua sarda una L1 (madrelingua) o una L2 (seconda lingua). Chi conosce la realtà sarda attuale non ha dubbi: per i bambini che arrivano alla scuola materna, nell’età cruciale in cui si diventa parlante nativo e si acquisisce una competenza linguistica decisiva, il sardo non è una L1. Per la maggioranza di loro è ormai una L2, anche se a Ollolai, Samugheo o Sinnai troviamo eccezioni. Una L2 non è una lingua straniera, come il tedesco o l’inglese per il bambino che inizia a studiarlo a scuola: per questa realtà linguistica è invalsa la sigla LE. Una L2 è una seconda lingua che il bambino può sentire dai nonni, nel quartiere. Queste circostanze sono essenziali per imbastire una educazione linguistica appropriata, che diverge da quella applicata a chi ha una L1, ma anche a chi deve imparare una LE, sconosciuta.

Secondo punto: come nasce e si sviluppa una lingua, nella fattispecie il sardo? È chiaro che una lingua naturale (non l’esperanto, né la LSC o “Limba sarda comuna”, sic!) è il portato storico di una comunità di parlanti. Il latino si è sviluppato dalle vicende storico-culturali di un popolo, che attorno al 1000 a.C. non si estendeva oltre il Latium Vetus. Le lingue neo-latine sono tutte nate dalle conquiste che hanno portato Roma a essere la capitale d’un impero. Ma poi, ciascun territorio conquistato ha seguito un percorso legato a peripezie culturali, politiche, belliche. 

Prendiamo l’italiano. Nel momento in cui affiora nelle scritture, attorno al 960 d.C., nei “Placiti campani”, non c’è altro nella Penisola italica che un groviglio di varietà dialettali. L’Italia delle Italie era un coacervo di sistemi linguistici in competizione, spesso incomprensibili fra di loro. Il prestigio letterario di Dante, Boccaccio e Petrarca, ha fatto sì che, già nel Quattrocento, diversi scrittori settentrionali (Boiardo, poi l’Ariosto) e meridionali (il Sannazaro) adottassero il fiorentino quale lingua letteraria. Fino alla revisione de I Promessi Sposi (1840) del Manzoni la lingua scritta italiana, così come la conosciamo, non sarà adottata nelle scuole; ma anche grazie al sostegno di opere quali Pinocchio e Cuore , la nuova norma linguistica si diffonderà in tutte le regioni dell’Italia Unita.

Una situazione diversa: la Catalogna. Il latino che permeò le contrade catalane (la Tarraconensis) generò un tipo di lingua (catalano) diverso da quello che si consolidò nel resto della Penisola Iberica (spagnolo e portoghese), e già durante il Due e Trecento da Barcellona si diffuse una lingua di prestigio in tutto il Mediterraneo. Il catalano letterario di base barcellonina garantí - come in Italia il fiorentino - una base solida, oggi insegnata nelle scuole catalane.

Vediamo l’aspetto glottologico. Alla fine dell’Ottocento la scuola positivista germanica si pose il quesito di classificare le lingue, valendosi di fattori legati esclusivamente allo sviluppo dei sistemi linguistici, e procedere così a una classificazione con principi applicabili a qualsiasi lingua. Diversi studiosi cominciarono a classificare anche le lingue romanze. Risultava chiaro che francese e spagnolo erano lingue ben diverse, perché l’evoluzione del latino nelle due aree aveva creato forti distanze strutturali. 

Così catalano e spagnolo si differenziavano nettamente, a causa della differente romanizzazione. Per la Sardegna, il veterano della linguistica comparativa, Max Leopold Wagner, giunse alla conclusione che nell’Isola ci fossero due macrovarietà tanto diverse che, se proiettate su un’area continentale, avrebbero dato vita a due sistemi linguistici differenti. Il logudorese e il campidanese riflettono peculiarità ascrivibili a processi di romanizzazione diversi. Ci sono, per di più, fenomeni tanto esclusivi del logudorese, da separare questa varietà dalle altre lingue romanze (il suono /k/ di chelu, chimbe, il congiuntivo imperfetto si proeret, “se piovesse”), mentre il campidanese, poiché il latino che giungeva a sud era costantemente rinnovato, ha accettato innovazioni che lo accostano all’italiano (celu, cincui, si proessit).

La penultima questione riguarda la coscienza etnico-linguistica dei parlanti, ed è fondamentale per capire quale soluzione adottare se si desidera salvare una lingua in pericolo. Il sardo si mantiene vitale nell’oralità, ma una lingua che si trasmette attraverso l’oralità è destinata a trasformarsi, e a lungo andare a scomparire, se si trova in una situazione di diglossia, ossia con una lingua-tetto (l’italiano) che ogni giorno costituisce il codice favorito di ogni situazione comunicativa, formale e informale. 

La domanda-chiave è: perché salvaguardare il sardo? La competizione con l’italiano o l’inglese è un falso problema: uno può imparare bene tutt’e tre le lingue. La regola solenne per far sì che un bambino diventi bilingue, è che ogni genitore si rivolga, sempre, nella propria lingua: il babbo in sardo, la mamma in italiano. E l’inglese lo imparerà a scuola. Ecco le tre casistiche indicate prima (L1, L2, LE), ora ridotte a due: due L1 (sardo e italiano) e una LE (inglese).

Se si accetta questo discorso, l’ultimo quesito diventa lineare. Una lingua “naturale”, parlata in famiglia e nella comunità di base (dai nonni, nelle feste), può essere trasferita in classe con un metodo moderno e aggiornato. Ma ciò significa che si deve trattare della lingua che si sente nella comunità di base. Soltanto cosí l’effetto sarà sicuro e la lingua etnica potrà essere salvata.
Dobbiamo accettare le conseguenze del portato storico che ha generato in Sardegna due macrovarietà, non riducibili a una sola norma, e tanto meno a una norma fatta a tavolino. 

In Europa non mancano gli esempi. In Norvegia, a Bergen, molte scritte sono in nynorsk e in bokmål. Al contrario lo sforzo di creare una supernorma (l’interromontsch nella Svizzera) non ha dato risultati soddisfacenti, perché le evoluzioni “naturali” avevano generato varietà troppo distanti fra di loro. In Sardegna, da più di due secoli, i poeti improvvisatori sapevano benissimo delle due supervarietà, ed erano in grado di esprimersi in un logudorese o in un campidanese “neutro”. In un secolo in cui, col sussidio del computer, si possono confezionare traduzioni simultanee per le lingue in uso nell’Ue, quale difficoltà potrebbe rappresentare un sistema sardo, che possiamo denominare SLC = Sardu/Logudoresu/Campidanesu? Nessuna, e avremmo garantita la sopravvivenza di una lingua con una storia peculiarissima.


Eduardo Blasco Ferrer
Ordinario di Linguistica sarda
Università di Cagliari
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