giovedì 3 aprile 2014

 Esperienza estrema ove non esistono garanzie di nessun tipo , e lo stato italiota le avalla senza fiatare (che VERGOGNA) ,la cosa  non è da augurare a nessuno, nemmeno ad un nemico  tanto sono in malafede gli israeliti....e  ci si lamentava della Russia sovietica stalinista, e questi invece cosa sono? E li chiamano democratici.. ci viene da ridere se non fosse che invece ci sarebbe da piangere! 
A voi la risposta, che sicuramente dopo aver letto quanto accaduto ad Andrea Pesce, vi verrà il voltastomaco. 
Sa Defenza

“Nessuno sapeva dove mi trovassi, nessuno... Ero semplicemente scomparso”
L'incubo di un turista italiano all'aeroporto Ben Gurion


Andrea Pesce 
Tradotto da  Francesco Giannatiempo


Quella che proponiamo è la storia di un italiano  - ex agente di viaggi – che decide di fare il volontario per una no-profit tra Israele e Palestina. L’organizzazione si chiama Tent of Nations e lui decide, dopo essere stato l’ultima volta in Israele e in Palestina lo scorso dicembre, di programmare e trascorrere un mese facendo questa nuova esperienza di vita.
Essendo nel 2014, naturalmente prende contatti via internet, più precisamente scambia delle normalissime e-mails per informarsi, pianificare e infine decidere di organizzare questo viaggio.
Ed è da internet che nasce l’incubo di questo ragazzo, materializzandosi già alla partenza all’aeroporto Marco Polo di Venezia.
Come facevano gli israeliani a sapere che lui aveva scambiato delle e-mail con quelli di Tent of Nations?
Perché per  poter andare in Palestina via Israele – che altri modi non esistono a meno di peripli del Medio Oriente– bisogna consegnare la propria vita in mano a delle persone che perquisiscono bagagli, tasche, se non la nostra intimità, spogliandoci di ogni dignità, auto-eletti a padroni incontrastati di un territorio usurpato con gli eccidi?
Perché un viaggio pieno di speranze per un supporto umano si deve trasformare in un arresto e un rimpatrio coatto, solo per il fatto che ognuno di noi non ritiene necessario dover dichiarare l’innocuo scopo del viaggio stesso?
Insomma, l’incubo di Andrea Pesce va letto e soppesato alla luce delle sue domande finali e di quanto il controllo estenuante e invasivo di Israele porti solo in un’unica direzione.-FG, Tlaxcala



Mi chiamo Andrea Pesce, ho 44 anni e sono un cittadino italiano.
Per 15 anni ho avuto la possibilità di visitare Israele e la Palestina, grazie al mio lavoro precedente (ero agente di viaggi), e anche perché interessato alla situazione politica di quei posti. Ho viaggiato come una persona normale, senza alcun ruolo o missione ufficiale.

Lo scorso dicembre sono stato in Israele e in Palestina per una settimana. Ho sempre alloggiato in un albergo nella Città vecchia di Gerusalemme e sono andato a fare una visita di un giorno a Betlemme (due volte), a Ramallah e Nablus, sempre come turista.

Durante la mia visita a Betlemme ho avuto la possibilità di conoscere un’organizzazione no-profit, chiamata Tent of Nations (Tenda delle Nazioni) che segue un approccio non violento al conflitto.

Tra gennaio e febbraio, ho contattato il personale di Tent of Nations, e ho programmato una visita per marzo come volontario presso di loro. Poi ho comprato un biglietto aereo della compagnia El Al, viaggio Venezia - Tel Aviv, andata 18 marzo e ritorno 16 aprile.

Questo l’antefatto della mia storia.
Voglio aggiungere che non ho mai partecipato ad alcun evento, manifestazione o qualunque altro tipo di azione contro Israele; e nemmeno ho scritto o dichiarato qualcosa contro Israele.

Al contrario, nel 1999 ho scritto un libro pubblicato da una casa editrice italiana specializzata in letteratura e temi ebraici, (Casa Editrice La Giuntina ), con una postfazione di Amos Luzzatto, che a quel tempo era presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane.

Lo scorso 18 marzo – giorno della mia partenza -  sono arrivato all’aeroporto di Venezia alle 11 di mattina, tre ore prima dell’orario previsto per il decollo. Per questo tipo di voli, c’è il personale di sicurezza israeliano che intervista i passeggeri, in base a un accordo tra il governo italiano e quello israeliano. Ho aspettato circa un’ora, dato che questi hanno permesso ai passeggeri israeliani di passare prima di me e degli altri italiani in attesa. Poi una donna mi ha intervistato in maniera abbastanza gentile, ma con alcune domande incredibili come:
«Ha intenzione di rimanere un mese lontano da casa; sua figlia non è triste per questo?
Carlos Latuff

Non c’è alcuna ragione di sicurezza dietro questo tipo di domanda, neanche per verificare se ci si innervosisca a causa di qualcosa da nascondere: è, né più né meno, che pura molestia.

Ho chiesto, “Perché pone domande del genere? È troppo personale!
Sembrava aver capito, e cominciò a scusarsi.

Poi, mi hanno detto che il mio zaino doveva essere perquisito e che non potevo portare la mia macchina fotografica (vecchio stile) con me: doveva andare nella stiva. Mi hanno controllato tutto, inclusa una perquisizione personale.

Infine, mi hanno detto che forse il mio bagaglio non sarebbe arrivato con me a Tel Aviv sullo stesso volo: mi sono lamentato molto, dicendo che avevo aspettato per due ore e non riuscivo a capire perché avessero aspettato così a lungo. Devo dire che alla fine hanno lasciato partire sia me che il mio zaino.

Durante il volo ero stanco, benché felice: alla fine era tutto a posto, e io ero diretto verso l’inizio della mia vacanza e di una meravigliosa esperienza di vita per un mese in Israele e in Palestina.

Non potevo immaginare cosa mi aspettava all’aeroporto Ben Gurion.


Una volta arrivato, al controllo passaporti mi è stato detto di aspettare in un angolo della sala, accanto all’ “ufficio controllo passaporti”.

Diverse persone erano già lì. Ho aspettato circa un’ora e poi sono riuscito a parlare con qualcuno. La discussione si è focalizzata su quello che avrei fatto durante il mese di permanenza; al che ho risposto “niente di speciale, farò un giro”. Va bene.

Quindi ho atteso ancora per un’altra mezzora, e poi una seconda persona mi ha intervistato riguardo al mio lavoro e a quello che intendessi fare per un mese in Israele. Ho di nuovo ripetuto le stesse risposte.

Quindi, un’altra mezzora di attesa, e poi la terza intervista con altre persone che mi ponevano le stesse domande, ma in modo più duro, intimorendomi e cercando di spaventarmi.

Loro sostenevano che fossi un bugiardo, perché non ho detto che qualcuno mi stesse aspettando a Betlemme, e che quelli che dicono il falso alla frontiera non hanno il permesso di entrare nel paese.

Ormai, avendo viaggiato per quasi dodici ore, ero confuso, stanco e un po’ spaventato.

Ma non avevo niente da nascondere e ho detto, “controllate quello che volete; io sono una persona normale; fate quello che dovete fare”. A quel punto, mi è stato abbastanza chiaro che avessero letto le mie email e che sapessero tutto in anticipo.

Infine, intorno alle 23:30, sono stato intervistato da altre persone (hanno detto che erano del Ministero degli Affari Interni) e, dopo qualche minuto, mi hanno detto che negavano il mio ingresso perché avevo mentito: ho iniziato a piangere, più per lo stress  che per la decisione finale di respingermi, anche se per me è stato difficile accettare la “distruzione” del mio viaggio, programmato da mesi.

immagine2

Andrea Pesce col suo passaporto timbrato  “ingresso negato”.

Hanno cominciato a ridere un pò, dicendo che se solo all’inizio avessi detto che ero lì come volontario mi avrebbero lasciato entrare senza alcun problema. Ma, dal momento che ho mentito al riguardo, dovevo essere respinto.
Fino a quel momento, è stata dura sebbene non terrificante. Ma non sapevo quello che mi aspettava.

Intorno all’1:00 di notte,  mi hanno portato in un’altra stanza all’aeroporto dove il mio bagaglio è stato di nuovo perquisito e ho ricevuto una seconda perquisizione personale. Poi hanno portato via il mio zaino – vuoto -, dicendo che veniva trattenuto per motivi di sicurezza. Mi hanno dato un grande sacchetto di plastica per mettere tutte le mie cose dentro.

Dettaglio divertente: il sacchetto aveva una cerniera rotta.
Mi hanno portato di nuovo nella stessa sala, dove mi è stato detto di non muovermi. Sono dovuto rimanere vicino al loro ufficio.

Vi prego di notare che potevo bere solo un po’ d’acqua, perché un altro turista mi aveva dato alcune monete per comprare una bottiglia d’acqua da una macchina automatica. E il personale della sicurezza mi ha dato un panino solo perché l’ho chiesto.

Nel frattempo, ogni richiesta che ho fatto – di avere un po’ d’acqua o telefonare alla mia ambasciata o semplicemente avvisare il mio albergo a Gerusalemme della mia impossibilità di raggiungerli – è stata rifiutata. Ma, rifiutata non è la parola giusta: non ero più una persona normale, dato che avevano già iniziato a vedermi come una persona di seconda classe. Devo dire che per la prima volta ho veramente provato cosa sia il razzismo.

Siccome avevano deciso di rispedirmi in Italia, il problema era come e quando: i voli da e per Venezia ci sono solo una volta alla settimana. Così mi è stato detto che mi avrebbero fatto stare in una struttura separata, in attesa del volo di ritorno in Italia.

Questo è l’inizio dell’incubo.

La struttura separata è una “struttura per l’immigrazione”, come la chiamano, sebbene in realtà sia una sorta di prigione. A circa cinque minuti di auto dall’aeroporto Ben Gurion, sono stato trasferito in questa “casa”, circondata da recinzione di ferro, con le inferriate alle finestre. Mi è stato detto di lasciare tutto in una stanza, compreso il mio cellulare. Strano, ma ho capito chiaramente di essere agli arresti  nel momento in cui mi è stato detto che non potevo portare una penna a sfera con me nella mia “stanza”. Che, in realtà, non era una camera: era una prigione. Così, intorno alle 3 del mattino,  il 19 marzo è iniziata la mia nuova esperienza di vita: detenuto in una prigione.

Non riesco esattamente a esprimere i miei sentimenti: forse posso dire che, essendo completamente caduto in un sistema totalmente irrazionale, l’unico modo per evitare di diventare pazzo, è stato quello di cominciare a pensare in un modo del tutto diverso. Ma non è stato facile.

La prigione ha porte insonorizzate, quindi non puoi chiedere nulla, nemmeno gridare. Puoi solo battere alla porta finché qualcuno – forse - è disposto ad ascoltarti. Ma, già sentendoti assolutamente in pericolo, hai perfino paura di chiedere, perché sai che possono farti di tutto. Non so dire quello che ho pensato e provato durante quella notte.

Alle 7:00 ero distrutto: li imploravo di rimandarmi a casa. Un uomo mai visto prima, ha a malapena aperto la porta e mi ha urlato: “Te ne vai stasera alle 18:30, va bene o no?!” Ho detto “D’accordo, d’accordo, per favore lasciatemi andare, non ho fatto niente, non so nemmeno perché sono qui”. E loro rispondono: “Va bene, te ne vai stasera”.

In quel momento, nessuno sapeva dove mi trovassi. Nessuno. Ero semplicemente scomparso.

Alle 9:00 mi hanno consentito di chiamare l’ambasciata italiana: una funzionaria mi ha detto “una volta che sei in quel posto, noi non possiamo fare nulla; se ti trovi in quel posto, per noi semplicemente non esisti”. 

Si è anche dimostrata comprensiva per quello che stavo passando, benché fosse risolutivo il fatto che sarei partito nel pomeriggio. Ha chiamato anche mia moglie in Italia, visto che non avevo il permesso di farlo direttamente.

Quindi, è iniziata l’attesa per la partenza: mi trovavo in un’altra prigione, da solo e con la porta aperta. Ma non potevo uscire; ed è difficile da spiegare, ma avevo paura di chiedere qualsiasi cosa. Quando intorno a mezzogiorno mi hanno dato un po’ di cibo (da consumare nella stanza, senza tavolo, seduto solo sul letto), ho chiesto un pò d’acqua e mi  hanno detto “Te la portiamo.” Non l’hanno fatto e non gliel’ho più chiesta.

Tutto sommato, durante le mie 14 ore nella “struttura per l’immigrazione” ho avuto la possibilità di stare fuori nel cortile aperto in tutto per circa 40-45 minuti (due uscite la mattina, nessuna nel pomeriggio).

Ancora una volta, non riesco a spiegare le mie sensazioni tra le 16:30 e le 17:30, sapendo che il mio volo era previsto per 18:20. Ero spaventato a morte dal fatto che non mi avrebbero lasciato andare ….

Il timbro nel passaporto di Andrea

Alla fine, alle 17:35 hanno aperto la porta, mi hanno lasciato prendere le mie cose (ancora nel sacchetto di plastica), mi hanno trasferito all’aereo e mi hanno lasciato andare. Il passaporto mi è stato consegnato da un funzionario italiano all’aeroporto di Milano, dopo che il personale della El Al glielo aveva portato.


Non vi renderò partecipi di quanta fatica mi sia costato essere stato spedito a Milano, dover trovare un albergo per quella notte e poi prendere un treno per Venezia il giorno successivo (20 marzo).

Nessuno, mai, in quelle 24 ore, mi ha dichiarato la propria identità o il proprio ruolo (tutti portavano un badge, sebbene non facile da leggere mentre non hai il coraggio di far vedere che vuoi sapere il loro nome).

Alla fine, non vi è alcuna prova scritta di quello che mi hanno fatto, nemmeno il motivo del rifiuto a farmi entrare e del mio arresto. Niente. Niente di niente. Ho solo un timbro sul mio passaporto che recita “ingresso negato”.

In questo momento, la mia esperienza si traduce in due domande:
1.     Perché volete che vi odi?!
2.     Se siete capaci di farmi questo, cosa siete capaci di fare ai palestinesi?!




Per concessione di Tlaxcala
Fonte: http://mondoweiss.net/2014/03/disappeared-tourists-nightmare.html 
Reazioni:

0 commenti:

Subscribe to RSS Feed Follow me on Twitter!