lunedì 15 settembre 2014


Indipendence Day


La battaglia di Culloden di David Morier 1746




Le conseguenze economiche di una eventuale secessione della Scozia dal Regno Unito

Alessandro Pedrini
finanzaemercati.

Alla vigilia del referendum per l’indipendenza del 18 settembre prossimo che deciderà le sorti della Scozia, l’Inghilterra e l’Europa devono prepararsi alle conseguenze di un’eventuale vittoria degli indipendentisti. La possibile secessione, infatti, oltre a rivoluzionare gli assetti costituzionali, darebbe un notevole impulso alle spinte separatiste in vari paesi della UE: In Italia il Nord, in Spagna la Catalogna, in Francia la Corsica, in Belgio i fiamminghi e, di nuovo nel Regno Unito, il Galles. Anche la Cina manifesta preoccupazione per eventuali echi indipendentisti al suo interno.

Oltre alle implicazioni politiche, le vere conseguenze saranno sul piano economico, sia per Londra che per Edimburgo.
In Scozia, per esempio, è iniziata la fuga dei capitali. I maggiori investitori e i gestori dei fondi di investimento hanno iniziato a trasferire milioni di sterline al di fuori della regione per il timore che, in caso di indipendenza, la nuova nazione possa bloccare la fuoriuscita di capitali.
Altra paura fondata è il cambio di valuta. Secondo il Governatore della Bank of England, Mark Carney, la sovranità della Scozia sarebbe incompatibile con la sterlina come moneta nazionale e l’entrata nell’euro non sarebbe così scontata.

Nel caso di una moneta scozzese i capitali in valuta locale sarebbero a grande rischio svalutazione. La Royal Bank of Scotland ha già fatto sapere che se dovesse prevalere il sì trasferirà la sua sede in Inghilterra e così farebbero numerose imprese con un aumento significativo della disoccupazione e un calo agli stipendi prevista tra il 5 e il 10 percento.

Per quanto riguarda il rapporto con l’Europa il suo ingresso nella UE avrebbe un iter complicato e lungo, stesso discorso per l’ingresso nella Nato. La nuova Scozia dovrebbe ricostruire ex novo le proprie sponde internazionali e accollarsi anche una parte del debito pubblico inglese pari a circa 140 miliardi di sterline. Dalla sua avrebbe invece l’effetto positivo delle entrate fiscali dal petrolio pari a circa 60 miliardi di sterline.

Il voto però terrorizza Londra. Il mondo finanziario e’ unanime nel lanciare un grido di allarme: secondo gli analisti la secessione innescherebbe una nuova recessione finanziaria per l’Inghilterra con ripercussioni in tutta Europa.
Al momento, infatti, Londra e’ l’unica economia in significativa crescita nel vecchio continente. La capitale UK perderebbe anche la maggioranza dei suoi pozzi petroliferi nel mare del Nord sbilanciando negativamente la sua bilancia commerciale.

La Scozia contribuisce con il 10 per cento all’economia britannica: l’indipendenza causerebbe un calo significativo delle entrate fiscali. Ad oggi la Scozia vale 150 miliardi dell’economia britannica. Londra inoltre si troverebbe con il 32 per cento di territorio in meno e l’8 per cento in meno di cittadini e far quadrare i conti diventerebbe più complicato. La separazione sancirebbe quindi il distacco di un pezzo di nazione importante, ricco e dinamico.
Le basi dei sommergibili nucleari andrebbero riposizionate. Sullo scacchiere internazionale l’ex impero Britannico ne uscirebbe molto ridimensionato e decisamente meno autorevole in tutte le sedi istituzionali internazionali.

Il premier Cameron è molto preoccupato perché su di lui le pressioni si fanno sempre più forti e le dimissioni in caso di sconfitta sarebbero inevitabili. Se Cameron piangerà, i laburisti di Ed Miliband non rideranno certamente, visto che la Scozia e’ un bacino di voti vitale per il partito.

L’indipendenza della Scozia potrebbe poi contribuire in maniera decisiva all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La maggioranza degli europeisti è scozzese, mentre a sud vincono gli euroscettici e ad un referendum sulla permanenza o meno nella UE potrebbero prevalere questi ultimi.

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